Lavoce.info

PATRIMONIO PUBBLICO: BASTA CON L’INGEGNERIA FINANZIARIA

Circola in questi giorni un’idea affascinante: un programma di vendite massicce di beni pubblici per abbattere il debito, migliorando la percezione dei mercati sulla sua sostenibilità. Vendere partecipazioni e immobili statali non è poi così facile, ma il problema del patrimonio dello Stato è che rende troppo poco. Meglio darlo in gestione a una società pubblica, con una supervisione europea e l’obiettivo della valorizzazione. E tutti i proventi destinati alla riduzione del debito pubblico. La legge di stabilità, invece, si affida una volta di più all’ingegneria finanziaria.

Uno dei miraggi più ricorrenti in questi giorni così difficili consiste nel vedere all’orizzonte una vendita di beni pubblici per ridurre in modo consistente il debito pubblico. L’idea sembra in effetti attraente: un programma di vendite massicce dovrebbe servire ad abbattere il debito, migliorando quindi la percezione dei mercati sulla sua sostenibilità.

NON È FACILE VENDERE

In apparenza, il patrimonio pubblico è cospicuo, vale quasi quanto il debito pubblico. Ma molte cifre di cui si discute sono a vanvera. Il patrimonio liquido dello Stato (le partecipazioni in Eni, Enel, Finmeccanica, Anas, eccetera) è di “soli” 55 miliardi ed è quello che oggi ha un rendimento più alto: attorno al 5,5 per cento contro lo 0,5 per cento del resto del patrimonio gestito da Stato, regioni ed enti locali. Viene da chiedersi se vale la pena di venderlo nelle presenti condizioni di mercato, rinunciando a questi rendimenti: ad esempio Finmeccanica ha perso più di metà del proprio valore di borsa nell’ultimo anno. La proprietà pubblica è poi dispersa in mille rivoli, dalle autorità portuali alle comunità montane, dalle camere di commercio alle agenzie regionali di sviluppo, e non è immediatamente disponibile.
Se guardiamo in particolare agli immobili, la valutazione del patrimonio non residenziale è di 368 miliardi, una cifra certamente cospicua. Ma attenti a facili entusiasmi, la parte libera – non utilizzata per le loro esigenze dalle amministrazioni – vale 42 miliardi, solo l’11 per cento del totale. Impossibile, dunque fare il botto, abbattere in modo significativo il debito pubblico. Non convince l’ipotesi, più volte avanzata, di ridurre in tempi brevi il debito con la creazione di una holding cui trasferire cespiti di proprietà pubblica per centinaia di miliardi. Dall’esperienza recente si ricavavano due lezioni. Da un lato, vendere effettivamente gli immobili pubblici è un’operazione complessa e richiede tempo (bene ricordarsi dell’insuccesso di Scip 2 che valeva meno di 7 miliardi). Dall’altro, trasferire solo formalmente la proprietà allettando gli acquirenti con un rendimento garantito è molto costoso, ben più del normale servizio del debito (l’operazione “vendi e riaffitta” realizzata nel 2005 con il Fondo immobili pubblici: trasferiva a privati la proprietà di immobili strumentali delle amministrazioni, garantendo agli acquirenti un rendimento, rappresentato dai canoni di affitto pagati dalle stesse amministrazioni, del 7,5 per cento l’anno).

UN PROBLEMA DI GESTIONE

Il vero problema del nostro patrimonio pubblico è che rende troppo poco, perché viene dato in concessione a privati a prezzi stracciati oppure viene utilizzato per amministrazioni pubbliche che potrebbero avere sede altrove liberando risorse da mettere a frutto, basta pensare al caso delle caserme nei centri cittadini o ai terreni di proprietà della Difesa. Inoltre ci sono sprechi evidenti nell’utilizzo degli edifici di proprietà di Stato ed enti locali da parte delle amministrazioni pubbliche. Ad esempio, viene destinato uno spazio fisico ai dipendenti nettamente superiore che nel privato: quasi 50 mq a dipendente pubblico contro uno standard nazionale degli uffici privati di 20 mq. (1) I costi della nostra politica sono, oltre che nei compensi eccessivi che si concede, anche e soprattutto in una gestione clientelistica del patrimonio di noi tutti. Con una gestione oculata di questo patrimonio, si può legittimamente pensare di farlo fruttare attorno al 5-6 per cento all’anno. Sommando il patrimonio fruttifero di Stato, Regioni ed enti locali, si raggiungono circa 600 miliardi, che potrebbero portare al bilancio pubblico circa 30 miliardi all’anno a fronte dei 5 raccolti oggi.
Per arrivare a questo risultato occorrerebbe dare in gestione questi beni a una società pubblica, l’Agenzia del Demanio è il candidato naturale, possibilmente con una supervisione europea. L’obiettivo non dovrebbe essere la vendita, ma la valorizzazione del nostro patrimonio, e la destinazione automatica, obbligatoria di tutti i proventi del patrimonio alla riduzione del debito pubblico. Un modello di riferimento è quello della Treuhandanstalt che si è trovata a gestire il patrimonio pubblico dello Stato tedesco-orientale, un patrimonio altrettanto, se non più, eterogeneo di quello pubblico italiano. L’agenzia dovrebbe fissare rendimenti standard che vanno raggiunti anche a livello locale, nella gestione del cosiddetto “federalismo demaniale”. Laddove questi rendimenti non fossero raggiunti, il patrimonio potrebbe essere almeno temporaneamente sottratto alla gestione degli enti locali in questione.

ANCORA INGEGNERIA FINANZIARIA

L’emendamento governativo al disegno di legge di stabilità per il 2012, da quanto si capisce, non sembra andare nella direzione qui auspicata e si affida una volta di più all’ingegneria finanziaria. Si prevede il trasferimento da parte dello Stato di beni immobili non residenziali a uno o più fondi comuni di investimento immobiliare. Le quote dei fondi verrebbero poi collocate sul mercato mediante offerta pubblica di vendita. Correttamente, si stabilisce che i proventi netti di tale collocamento saranno destinati alla riduzione del debito pubblico (non potranno cioè essere usati per finanziare nuove spese o riduzioni di imposte). Tutto chiaro se si tratta di immobili liberi. Ma abbiamo visto che questi rappresentano solo una piccola parte, l’11 per cento, del patrimonio trasferibile. Cosa accade per gli immobili utilizzati dalle amministrazioni e conferiti al fondo immobiliare? In quel caso, i proventi della cessione delle quote vengono trasferiti all’Agenzia del Demanio per l’acquisto di titoli di Stato da parte della medesima Agenzia. Quest’ultima dovrà poi destinare gli interessi dei suddetti titoli di Stato al pagamento dei canoni di locazione e degli oneri di gestione degli immobili stessi. Sembrerebbe un’operazione di sale-and-lease-back (vendi e riaffitta) analoga a quella del Fondo immobili pubblici del 2005, con la novità di un passaggio intermedio con l’acquisto di titoli di Stato. In realtà le cose non stanno esattamente così. A differenza di allora, non viene previsto un rendimento garantito in termini di canone di locazione. Un sottoscrittore che acquistasse quote del fondo immobiliare si vedrebbe riconosciuto un rendimento (canone di locazione) pari al tasso di interesse sui titoli di Stato meno gli oneri di gestione degli immobili. Alla fine, l’investitore che acquistasse quote del fondo immobiliare starebbe, in realtà, acquistando un titolo del debito pubblico garantito dal patrimonio immobiliare. Presumibilmente, in questo modo, si accontenterà di un interesse inferiore a quello pagato da un titolo non assistito da analoga garanzia. Questo dovrebbe essere il vantaggio per le finanze pubbliche: usare il patrimonio per garantire una quota del debito, servirebbe a far diminuire l’onere degli interessi. Non è chiaro se un’operazione del genere potrà avere successo, nel senso di portare a una diminuzione del costo medio del servizio del debito. Il patrimonio immobiliare pubblico oggi fa da garanzia implicita per il complesso del debito pubblico. Legare esplicitamente tale garanzia a una parte del debito farà diminuire l’interesse pagato su quella parte e presumibilmente aumentare l’interesse pagato sui titoli restanti non più assistiti da quella garanzia. C’è quindi da essere scettici sull’efficacia dell’operazione. Sarebbe invece preferibile, senza cercare scorciatoie, mettere mano a un serio piano di revisione della gestione degli immobili strumentali delle amministrazioni che, senza pretendere di ottenere risultati immediati, consenta in un periodo ragionevole di due-tre anni risparmi reali.

(1) E. Spitz e G. Moretta, “Immobili dalla svendita alla razionalizzazione”, ottobre 2011.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molte altre testate, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Precedente

NON PER CASSA MA PER EQUITÀ

Successivo

IL PIANO FILLON E LA LINEA MAGINOT DELLA TRIPLA A

24 commenti

  1. mistero buffo

    Ma quale patrimonio pubblico, vendere tutto e in fretta! Basti pensare che se crolla l’ enel con 45 miliardi di debiti e chi la salva più?

  2. berretta giancarlo

    Per rivedere i costi della politica al di là della revisione degli emolumenti e del numero dei Senatori e Deputati bisognerebbe eliminare: 1. Consigli di Quartiere ( non sono riuscito a capire quanto spendono i Comuni Italiani per queste strutture inutili) 2. Eliminare i Comuni con meno di 5000 abitanti che potrebbero essere gestiti da un Dirigente nominato dai Cittadini 3 Dimezzare tutti i Consigli Provinciali e regionali 4 Rivedere tutte le società a partecipazione Statale e tutte le Autority che ricevono contributi dallo Stato e dove lo sperpero è enorme e dove esistono tantissime duplicazioni

  3. Giuliano Beghi

    Sono d’ accordo con quanto suggerite. Una oculata gestione del patrimonio pubblico (piuttosto della vendita a fondi immobiliari) consentirebbe un ritorno di almeno il 5%.

  4. Lettore attento

    Non ho nulla da eccepire su quanto detto. Peccato che la Politica (nazionale o locale che sia) ritenga il patrimonio pubblico un personale benefit da gestire a proprio uso e consumo. Quindi leggendo le opinioni dei politici del mio comune (e immagino anche a livello nazionale) si apprende che: se le cose vanno bene perchè vendere? E se vanno male… meglio non svendere! Questo provoca un incremento non visibile dei costi della politica causato dagli oneri di manutenzione e gestione. Quanto alla quota di immobili non utilizzati per fini istituzionali, non so altrove, ma nel mio comune (40.000 ab.) raggiunge il 50% senza contare il continuo (come dice l’articolo) ampliamento degli spazi occupati da: sindaco, giunta, etc manco dirigessero la Microsoft. Svendiamo tutto che alla fine ci guadagniamo!

  5. Giorgio Di Maio

    Sono d’accordo. A mio parere le operazioni Scip sono state chiamate così traendo spunto dalla parola scippo. E l’ultimo ritrovato di ingegneria finanziaria che descrivete così “alla fine, l’investitore che acquistasse quote del fondo immobiliare starebbe, in realtà, acquistando un titolo del debito pubblico garantito dal patrimonio immobiliare” ricorda molto da vicino gli assegnati della rivoluzione francese. Lo Stato deve recuperare liquidità ma farlo alienando il patrimonio pubblico mi sembra una follia. Una gestione oculata, penso ad esempio alle concessioni demaniali, potrebbe dare ottimi risultati. Cordiali saluti.

  6. gerardo lisco

    Ho l’articolo e non posso che condividerlo. Quando ho iniziato a leggere che una delle idee per ridurre il debito pubblico fosse quella di (s)vendere il patrimonio pubblico ho trovato la cosa ingiusta. Credo di aver scritto qualche commento di dissenso anche su pagine. La svendita del patrimonio pubblico mi sembra tanto una partita di giro per la speculazione. Chi speculava in borsa dopo aver realizzato profitti in questi mesi trovava una buona occasione per trasformare da beni immobili in beni mobili i profitti realizzati. Oltre la beffa il danno per i cittadini. L’idea proposta nell’articolo mi sembra una buona idea. Sono curioso di sapere cosa ne pensa il Prof. Monti visto che parla di liberalizzazioni ed eliminazioni delle rendite di posizioni. L’idea del Prof. Boeri va in questo senso senza favorire i soliti profittatori. Mi farebbe piacere che anche sulle privatizzazioni si iniziasse a ragionare diversamente ponendo attenzione all’equità sociale.

  7. Dario Di Maria

    Il testo dell’emendamento: “Il Ministero dell’economia e delle finanze può accettare come corrispettivo delle predette cessioni anche titoli di Stato”. Chi ha grossi quantitativi di titoli di Stato? Le banche, che evidentemente se ne vogliono disfare in cambio di qualcosa di più consistente, cioè proprietà immobiliari. Nel contempo ai risparmiatori in questi giorni si continua a dire: acquistate titoli di Stato! E’ chiare che le banche cominciano ad avere “mal di pancia” per questi titoli che rischiano di diventare carta straccia, o comunque i cui rimborsi rischiano di slittare, e quindi da una parte li vogliono convertire (urgentemente) in immobili e dall’altro li vogliono “sbolognare” ai risparmiatori.

  8. marcello

    Se ben ricordo qualche anno fa, il Comune di Venezia intraprese un’azione di recupero e di efficace gestione del patrimonio immobiliare, dimostrando come fosse possibile realizzare senza perdite una politica sociale sulle abitazioni. Dall’altra ricordo la cessione di Autostrade, vero regalo all’italiana, di cui spero che prima o poi qualcuno ci racconti l’entità delle cifre in ballo. L’articolo pone in realtà un problema asimmetrico: non solo dovremmo capire se è meglio vendere o gestire, ma se gestire è la scelta ottima il problema non eludibile è chi gestisce. La scelta è, da un punto di vista puramente fnanziario, in un certo senso obbligata, nelle attuali condizioni dei mercati finanziari (a proposito esistono ancora i mercati o siamo ostaggi di un gruppeto di banchieri, che come, nel caso di Gupta, talvolta finiscono sotto processo per truffa e insider?), la vendita non ha senso economico. Un solo esempio le concessioni balneari: revisione delle scadenze temporali e allocazione delle stesse attraverso aste combinatorie. Quindi: sì a un’agenzia di gestione in cui assumere per concorso qualche centinaio di bravi laureati.

  9. Gaetano Criscenti

    Caro Prof. Boeri, se assolutamente condivisibile è l’analisi sul rendimento dei beni dello stato e l’utilità di aumentarne la capacità di produrre reddito, non sono d’accordo con molti dettagli della vostra proposta. Partiamo dal fatto che utilmente, e senza troppo faticare, alcuni beni realmente improduttivi, come i terreni agricoli di proprietà statale, andrebbero alienati, sic et simpliciter. La seconda mossa sarebbe quella di riunire tutti i beni presenti nei mille canali dello Stato ad un unico soggetto, e qui mi sta benissimo l’agenzia del demanio. La terza mossa mi trova assolutamente negativo: affidare allo stesso soggetto detentore del bene la funzione di accorto gestore finanziario ed anche controllore del rispetto delle finalità dell’operazione va contro ogni sano principio di divisione tra controllore e controllato ed affiderebbe un’operazione altamente manageriale ad una organizzazione statale che mostra già i suoi limiti nella normale operatività. No, la nostra esperienza insegna che laddove ad assumere titolarità di gestione sia lo Stato, anche solo come partner di soggetti privati, la corruzione in primis, l’inefficienza e lo sperpero regnano sovrani.

  10. bob

    Una sola regola privata si dovrebbe applicare al pubblico: assunzione di responsabilità! Punto. Se io faccio una fornitura ad un mio cliente non idonea, il cliente viene da me, cioè dal responsabile. Se un amministratore prende 1 lira per un campo sportivo deve costruirsi il campo sportivo. Le privatizzazioni “all’italiana” sono sotto gli occhi di tutti, con un caso vergognoso: le Autostrade. Qualcuno può spiegarmi quale regime di concorrenza sopportano?

  11. Francesco Possi

    Secondo me, vendere il patrimonio pubblico senza rimuovere prima le cause del debito, è controproducente. Non si farebbe altro che eliminare eventuali garanzie dello Stato come debitore e nel giro di pochi anni saremmo allo stesso punto, senza nemmeno più immobili da vendere. Purtroppo non si ha il coraggio e/o l’opportunità di incidere sulla spesa pubblica improduttiva; tutte le centinaia di migliaia (!) di persone che vivono di politica “tengono famiglia”, e come si fa, come sarebbe assolutamente necessario, ad azzerare i loro impieghi inutili? Due soli esempi, oltretutto relativi ad una regione abbastanza efficiente 1) se ben ricordo il sindaco di Torino Chiamparino tentò di abolire i cosiddetti “rimborsi spese” ai Consiglieri di Circoscrizione (fortunatamente non siamo ancora arrivati a creare i Consiglieri di Via o, perchè no, di Condominio); gli fu risposto, bloccandolo, che così “la politica l’avrebbero fatta soltanto i ricchi”! 2) L’ospedale torinese delle Molinette, uno dei migliori d’Italia, ha più dipendenti amministrativi che medici ed infermieri!(non oso pensare agli altri).

  12. Davide

    Perchè mai dovrebbe funzionare una cosa del genere? Sono decenni che il patrimonio pubblico è gestito in modo clientelare dalla politica, ed è naturale che sia così, perchè gli “incentivi” di cui gode la politica sono esattamente questi: favori agli amici, in cambio di altri favori. E’ quindi assolutamente irrealistico pensare che le cose possano andare diversamente. Il patrimonio può essere valorizzato se in mano ai privati, che hanno obiettivi differenti rispetto ai politici. Gli immobili in uso a terzi sono, secondo l’IBL, più del 40% del totale, di cui circa la metà in mano ai comuni. Tralasciando quelli utilizzati direttamente ma di cui potrebbero fare sicuramente a meno. La quantità di immobili cedibili, quindi, è ben superiore a quanto indicato. Vi è inoltre un altro fondamentale aspetto: è giusto che il debito pubblico venga onorato vendendo gli immobili pubblici, e non con quelli dei privati, mediante l’esproprio della patrimoniale.

  13. AM

    Si ha l’impressione che molti immobili pubblici siano stati dimenticati. Un esempio. Arrivando con il battello a Menaggio (Lago di Como) si nota vicino al molo un edificio in rovina in ottima posizione vicino alla riva del lago. Stupito per il fatto che un edificio in tale posizione non fosse stato ritrutturato per farne un albergo, o una grande villa o un condominio di lusso, ho interpellato un passante il quale mi ha risposto che si tratta di una vecchia caserma della GdF. Se la notizia corrisponde al vero, e qualcuno potrebbe confermarla, ci troveremmo di fronte ad una scandalosa situazione di un edificio, del presunto valore di alcuni milioni di Euro, che si trova in stato di abbandono.

  14. Umberto Cherubini

    Affrontando il problema con il modello di un mio lavoro con Baglioni mi vengono due considerazioni:i) la privatizzazione di un cespite pubblico riduce la probabilità di default se l'impatto sulla riduzione dei surplus primari futuri è minore della riduzione del valore del debito: questo pare suggerire che il conferimento a gestori specializzati, selezionati con un meccanismo efficiente sia un modo di valorizzare il debito senza ricorrere alla formazione di specialisti internii) per i beni non liquidati, il fondo trasforma una quota di BTP in covered-bonds, che sono lo strumento che ogni debitore utilizza quando è in crisi di liquidità: l'effetto Modi-Miller che voi paventate potrà essere attenuato dai guadagni del punto i) e comunque sarebbe un incentivo a contenere la spesa. Non rinuncerei all'ingegneria finanziaria nel momento in cui serve, cioè per consentire l'accesso al mercato.

  15. Andrea Maffioletti

    Se l’obiettivo è di abbattere il debito, migliorando la percezione della sostenibilità dello stesso, perchè non pensare a: 1) Vendere beni non funzionali. L’Italia possiede oro per circa €100 mld; si potrebbe organizzare uno scambio con la BCE: oro in cambio dei titoli di stato italiani recentemente acquistati. I titoli così ottenuti verrebbero annullati. Gli eventuali problemi legati alla proprietà “formale” dell’oro potrebbero essere risolti con la dovuta determinazione. 2) Deconsolidare parte del debito non rappresentato da titoli di stato. Ho letto che il 15-18% del totale debito pubblico, pari a circa €300 mld, non è rappresentato da titoli di stato. Tra questi vi sono anche tutti i debiti della Cassa Depositi e Prestiti, al netto dei titoli di stato da questa posseduti. Lavorando sulla normativa attuale, si potrebbe deconsolidare una parte di questo debito, così come è riuscito alla integerrima Germania. Inotre, come esercizio di ingegneria finanziari, in attesa di decidere come e cosa vendere del patrimonio immobiliare pubblico, perchè non fare un lease-back su immobili strumentali posseduti dallo stato? Cordiali saluti.

  16. Emaldi Raffaello

    Premesso che il debito pubblico ed il patrimonio pubblico sono nostri, la domanda a cui dobbiamo rispondere è questa: “ci fidiamo ad affidare la gestione del patrimonio pubblico ai politici italiani?”. Se ci fidiamo, lasciamo che facciano loro; altrimenti ce lo dobbiamo comprare noi tramite un Fondo che poi, ovviamente, dovremo controllare molto da vicino perché i privati non sono più affidabili dei politici, se li lasci fare. Come trovare tutte queste centinaia di miliardi di euro? Io credo che lo si possa fare con un prestito forzoso diluito nell’arco di alcuni anni e calcolato in base al patrimonio di ognuno di noi, compreso quello all’estero.

  17. Federico S.

    Tengo a precisare che in linea teorica non penso vi sia alcunchè da obiettare sull’articolo, essendo sviluppato in modo molto conciso e difficilmente criticabile. Tuttavia, nell’ipotesi di applicare l’impalcatura teorica dell’articolo al quadro contestuale attuale, mi risulta difficile credere in una sostanziale ulteriore perdita dei titoli del debito. Questo per non altro motivo che il contesto contingente dei titoli italiani. Pur ammettendo il contraltare che un’operazione finanziaria di questo genere implicherebbe in tempi “normali”, infatti, in un contesto di costante perdita di fiducia e razionalità nei mercati, mi chiedo: è realistico pensare che tale operazione porterebbe a un’ulteriore svalutazione dei titoli rimasti scoperti? Non è invece più semplice pensare che l’effetto dominante si avrebbe nella percezione di una finanza italiana dinamica e un market sentiment più favorevole?

  18. Apicella Guglielmo

    Buongiorno. Premesso che non sono un economista, non è possibile vendere il patrimonio immobiliare offrendo il diritto di prelazione al dipendente pubblico, dando come anticipo il TFR e INPDAP dovrà erogare eventuali mutui. Penso che con questo sistema si possano ottenere tre cose: lo stato venderà il suo patrimonio e si eviteranno speculazioni, incamererà nelle casse dello stato il TFR e inoltre con i mutui erogati il fondo predisposto aumenterà per gli interessi.

  19. Gerjs

    Ogni volta che sento parlare di cessioni di beni pubblici di grande valore mi chiedo chi siano in Italia coloro che oltre il loro patrimonio siano in grado di mobilitare una tale liquidità. Penso che la quasi totalità della capitalizzazione di borsa italiana non potrebbe essere sufficiente. Allora dove stanno tutte queste disponibilità. Forse sarebbe meglio valorizzare in sede locale con piani territoriali socialmente concertati attraverso Fondi Immobiliari locali e/o l’emissioni di Buoni Ordinari Dei Comuni/ obbligazioni o altro a tasso sostenibile . Forme di finanza sottoscritte dai cittadini con garanzia del bene pubblico da valorizzare . Tanti project financing locali con sottoscrizione pubblica su beni da valorizzare che abbiano fondamentali economici certi Ciò potrebbe essere fatto per la prima casa ai giovani , aree industriali , cultura e intrattenimento, etc. Insomma invece di chiedere tasse offrire opportunità di investimento ad un tasso ragionevole. Lo Stato compra capitali e paga 7% di interessi e poi chiede a Noi tasse per pagare gli interessi generati dal debito.

  20. Vincenzo D'Abruzzo

    Vendere parte del proprio patrimonio immobiliare per diminuire un debito eccessivo è cosa buona. L’importante è non svendere!

  21. francesco pontelli

    Al di là della architetture finanziarie rimane la sostanza : un patrimonio immobiliare che non rende nulla a fronte di uno stato che per 40 anni ha amesso titoli a debito per stipendi e pensioni di fatto acquistando il consenso elettorale. Tutto questo soprattutto nel perido dell’ultimo centro sinistra.( 1985-1992 ) conosciuto con l’acronimo CAF ( craxi andreotti forlani ) durante il quale nessun economista che ora si straccia le vesti per le condizioni finanziarie del Nostro Paese ha dimostrato carattere o per lo meno onestà intellettuale per avvertire del pericolo al quale si andava sicuramente incontro. Viene da chiedersi che senso abbia presentarsi come economisti ma “del giorno dopo”.

  22. Giuseppe Ardizzone

    Qualche giorno fa ho cercato di legare il conferimento delle proprietà pubbliche mobiliari e immobiliari ad una società di gestione con la cessione del 49% delle quote ai contribuenti di una imposta patrimoniale.Tali persone non perderebbero pertanto i loro capitali ma riceverebbero in cambio ad un prezzo prestabilito le azioni di questa società con un vincolo di disponibilità. Sviluppo questa tesi su qui.

  23. ASSOCIAZIONE ARTICOLO 53

    Chi ha contribuito alla creazione del patrimonio pubblico? Risposta: il patrimonio pubblico, non ce lo ha regalato nessuno, ma si è formato con il concorso dei contribuenti alle spese pubbliche. Chi ha concorso alle spese pubbliche? Tutti i lavoratori dipendenti e pensionati con la ritenuta alla fonte! Oggi essi pagano il 93% dell’intero gettito IRPEF! Gli altri solo il 7% ( dati MEF marzo 2011). Chi potrà comprare il patrimonio pubblico? Risposta: Lo potranno comprare, con i soldi che dovevano essere già nelle casse dello Stato, chi non contribuisce alle spese pubbliche o contribuisce in modo misero!

  24. bonifacio cafarelli

    Vendita di immobili: in diverse occasioni se n’è parlato. Ma per realizzarle bisogna avere chiare le idee. Nel dismettere un bene pubblico nasce l’idea dell’affare al privato che acquista e non allo stato che vende ed è logico. Il privato investe con la certezza dell’affare altrimenti si rivolge al mercato libero. Ciò premesso, faccio l’esempio di una caserma. Quasi sempre ha una bell’area fabbricabile coi fabbricati da ristrutturare costosamente. Lo stato deve far fare l’affare al privato ma mettere dei paletti secondo il piano regolatore e secondo gli scopi da raggiungere. Esempio concreto. Si stabiliscono i paletti costruttivi e si indice la gara per l’aggiudicazione del miglior progetto. Il vincitore può anche non offrire la miglior cifra, ma il suo progetto creare posti di lavoro e mettere in circolo un congruo capitale per la realizzazione del progetto. Lo stato potrebbe anche non prendere direttamente una lira se la cessione dell’area crea posti di lavoro, sviluppa consumi e risana un ambiente. Con questo principio si potrebbero cedere quindi non solo caserme, ma terreni, zone archeologiche etc. Lo stato si libererebbe anche da costose manutenzioni avendo ricadute indirette.

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén