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  1. ettore iannelli Rispondi

    Intanto non chiamiamola crisi. E se proprio non si riesce a fare a meno di questa compulsione verbale per descrivere qualunque cosa negativa, piuttosto che un Pil che non aumenti tutti gli anni di almeno il 3%, quanto meno si specifichi “crisi dei margini di profitto della speculazione istituzionale”, che dai subprime di 4 anni fa, attraverso una “finta” di un paio d’anni sull’azionario sulla scia del profumo di dollari spruzzato dalla Fed, ha azzannato con rinnovata veemenza il debito sovrano europeo, attirata dal suo odore di sangue e dalle sue basse difese immunitarie a livello di banche centrali. Lo diventerà, crisi, quando, grazie alle profezie autoavveranti di analisti, rater e opinionisti sarà trasmessa all’economia, al momento non brillante, ma tutt’altro che moribonda. La furia “dissociata” con cui gli “istituzionali” (si dice anglo-americani, seguiti poi dagli altri) stanno svendendo l’azionario è il negativo speculare di quella stessa furia altrettanto dissociata con cui mesi fa avevano gonfiato gli indici azionari ai massimi storici (di diversi anni).