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STUDIARE ECONOMIA? VALE LA PENA

Uno dei pochi aspetti positivi della crisi è che ci mette di fronte al fatto che la comprensione dei problemi economici è complessa, essenziale e richiede una capacità di analisi profonda. Lo studio dell’economia aiuta a sfatare luoghi comuni e pregiudizi, a vedere le conseguenze inattese delle cose. È affascinante sia per chi ama le discipline umanistiche sia per chi preferisce quelle matematico-quantitative. Serve anche per trovare un lavoro perché l’elemento che definisce il mondo di oggi rispetto a 25 anni fa è la sua crescente complessità. E l’economia ci insegna a capirla.

Che cosa sono e che cosa studiano le scienze economiche? Perché sono utili e, soprattutto, interessanti? E perché studiare economia oggi è particolarmente importante? Per “economia”, chiarisco subito, intendo le scienze economiche in senso stretto (nei paesi anglosassoni si definisce “economics”), quindi distinte dallo studio delle discipline del management o della finanza.

 

LE DOMANDE DELL’ECONOMISTA

Cominciamo con una definizione. L’economia è “la scienza sociale che analizza la produzione, distribuzione e consumo di beni e servizi”. Una definizione quasi vuota, e, sfortunatamente, molto noiosa.
Proviamo allora in un altro modo. Partiamo cioè dai temi, dalle domande che gli economisti si pongono. Eccone alcune. Perché se crollano i prezzi delle case in Florida, il mio vicino di casa perde il lavoro? È vero che più immigrazione fa abbassare i salari dei lavori italiani? Perché all’inizio del Novecento l’Argentina era più ricca degli Stati Uniti e oggi è vero il contrario? Durante una crisi, è meglio un mercato del lavoro con ammortizzatori sociali come la cassa integrazione, oppure uno in cui si perde il posto ma si ha un reddito minimo garantito? È meglio un sistema pensionistico pubblico o privato? In tempo di crisi, perché non ci mettiamo tutti d’accordo: le famiglie consumano di più e lavorano di più, le imprese assumono di più e tutti stiamo meglio? Che cosa succede alla disoccupazione se si impone un salario minimo: aumenta o diminuisce? È vero che una maggiore disuguaglianza del reddito ha prodotto la crisi finanziaria attuale? La globalizzazione aumenta o diminuisce le disuguaglianze? Perché se chiedessimo a ciascuno di finanziarli, non avremmo i parchi pubblici? Perché i paesi con sistemi elettorali maggioritari crescono di più di quelli con sistemi proporzionali?
Se la noia ha lasciato spazio a qualcos’altro, chiedetevi: come si fa a rispondere in modo soddisfacente a queste, come a tante altre domande simili? Non ne va anche della nostra identità di cittadini, della nostra capacità di prendere decisioni, dall’acquistare un mutuo a votare alle elezioni? In una parola: tutto questo non è forse importante?

MAGGIORE CAPACITÀ DI ANALISI

Nonostante le difficoltà, sono in tanti, forse troppi, a cimentarsi con le risposte. Soprattutto oggi. La ragione è che l’economia è ovunque, dentro le nostre scelte e le nostre vite. Chiunque crede di avere qualcosa da dire sui salari, la disoccupazione, l’inflazione, la povertà, i profitti: quasi come sulla Nazionale di calcio.
Si dirà: ma anche la fisica è nella nostra vita di tutti i giorni. È la fisica che spiega, ad esempio, perché ognuno di noi ha il peso che ha. Come mai, però, politici e giornalisti, sindacalisti e professionisti, non discutono allo sfinimento nei talk show televisivi dell’ultima teoria sul bosone di Higgs (la cosiddetta “particella di Dio” )? La risposta ovvia è che si tratta di materia troppo difficile, da scienziati.
Bisogna dedurne quindi che rispondere alle domande precedenti sia facile? Prendiamone una: è vero che un maggiore flusso di immigrati ruba il posto ai lavoratori di casa nostra, o quantomeno ne riduce i salari?
Una valutazione superficiale concluderebbe: gli immigrati offrono lavoro a basso costo e quindi permettono alle aziende di licenziare i nostri lavoratori risparmiando sui costi. Un economista, invece, ragionerebbe così. Il lavoro degli immigrati (meno specializzato) e il lavoro degli italiani (specializzato) sono due beni complementari. Vale a dire: sono come gli scarponi da sci, uno non mi serve senza l’altro. Allo stesso modo, il lavoro specializzato serve poco se non è accompagnato da quello meno specializzato. Quindi, paradossalmente, in diversi settori in crisi dell’economia italiana, per esempio quelli tradizionali come il tessile, molti lavoratori italiani specializzati (tecnici e ingegneri) avrebbero perso il posto di lavoro se non avessimo avuto un aumento dei flussi di lavoratori immigrati. In breve: il lavoro degli immigrati spesso salva quello dei lavoratori italiani e non il contrario (come tanta retorica politica ha urlato per anni).
E i salari? In questo caso guardare ai dati, abitudine sconosciuta nel dibattito corrente, è cruciale. Supponiamo pure che con un 1 per cento in più di immigrati, i salari dei lavoratori di casa nostra scendano: ma scendono dello 0,01 per cento oppure del 5 per cento? La differenza è grande. In proposito aiuta molto una disciplina, l’econometria, che altro non è che la statistica applicata ai problemi economici. L’econometria serve proprio a misurare con precisione le relazioni economiche.
L’esempio precedente era in due parti. La prima (quella sui beni complementari) era un “modello”. La seconda (quella “econometrica”), riguardava la misurazione. Fare scienza economica, in cui è necessario distinguere con chiarezza tra causa ed effetto in un dato fenomeno, è sostanzialmente questo. Pensare in modo non ovvio al problema e poi interrogare i dati.
Tra i pochi aspetti positivi della crisi di oggi ne metterei quindi uno: ci mette di fronte al fatto che la comprensione dei problemi economici è complessa, ma essenziale, e richiede una capacità di analisi più profonda. Le scienze economiche non ci dicono che cosa dobbiamo pensare, bensì come pensare ai fatti dell’economia. Che sono ben più articolati, ricchi e interessanti del mero guardare all’andamento delle borse, a come piazzare un prodotto sul mercato o pensare a come gestire un’azienda.
Personalmente, ritengo che studiare economia sia come imparare il karate o una qualsiasi arte di auto-difesa. Innanzitutto, è molto più coinvolgente e profonda di quanto si pensi di solito. Ma soprattutto insegna la chiarezza di pensiero su una vasta gamma di domande e problemi della nostra vita, un’abilità essenziale per difendersi dalla confusione spesso insopportabile di opinioni illogiche e non documentate che animano il nostro dibattito pubblico. Lo studio dell’economia aiuta a sfatare luoghi comuni e pregiudizi, a vedere le conseguenze inattese delle cose. È affascinante sia per chi preferisce le discipline umanistiche sia per chi preferisce le discipline matematico-quantitative.
E il lavoro? Serve studiare scienze economiche per “trovare un lavoro”? Moltissimo. Un elemento che definisce il mondo di oggi, rispetto a venticinque anni fa, è la sua crescente complessità. Le domande all’inizio dell’articolo lo dimostrano. Con questa complessità si devono continuamente confrontare aziende, governi, istituzioni internazionali, oltre ai singoli cittadini. Semplicemente, maggiore complessità richiede maggiore capacità di analisi. Le scienze economiche formano proprio questa capacità, assicurando la qualità essenziale per chi si presenta al primo colloquio di lavoro, di qualsiasi posto si tratti: avere qualcosa da dire.

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22 commenti

  1. SAVINO

    Commentando un altro articolo avevo detto, e lo ribadisco, che l’economia, a mio giudizio, deve essere meno ragioneria e più ragionamento, nel senso di qualcosa che attiene più a discipline umanistiche e all’arte politica, anzichè essere un corpo unico con le scienze dei numeri e delle formule, del cui strumento deve continuare ad avvalersi, perchè nella profondità dei numeri ci sono gli uomini ed il loro quotidiano. La crisi ci sta facendo capire che di gente che fa i conti in tasca e sulla pelle altrui ne abbiamo fin troppa. Quello che manca è la capacità di analizzare e soprattutto di decidere nell’interesse comune. Quindi, io darei più spazio allo studio dei classici che, bontà loro, ci insegnavano a vivere, a convivere, a confrontarci, a scegliere e a decidere. La maggioranza dei cittadini, però, è iper materialista e, così, come economista c’è Tremonti, come sociologo c’è Berlusconi e come filosofi ci sono Bossi senior e junior e Scillipoti. Tanti auguri.

  2. Francesca

    Eppure in Italia è un mestiere quasi inesistente e anche altrove non ha lo status di professione libera. Bello e impossibile.

  3. giuseppe rallo

    Nulla da dire sull’articolo, lo condivido in toto. Peccato che la pseudo riforma della Gelmini ha cancellato lo studio dell’Economia (oltre che del Diritto) da tutti i licei. Per farla tutta ha anche ridotto le ore di Economia nei tecnici e professionali. E’ proprio vero conoscere l’Economia è importante, sarà per questo che il governo attuale ha ritenuto di tenere le nuove generazioni “ignoranti in materia”.

  4. Giuseppe Savarino

    Non ho mai compreso perché, nella nostra formazione culturale, si debba escludere una determinata materia a vantaggio di un’altra. Si può conoscere a fondo Dante o Manzoni e poi non sapere nulla di economia che, vuoi o non vuoi, ti coinvolge (e ti influenza) nella vita di tutti i giorni. Oppure viceversa, si sa tutto dell’economia e non si comprende appieno che l’uomo è fatto di altri bisogni, non materiali. Si desidera un PIL più alto, trascurando il benessere mentale e fisico: tutto ciò ha un senso? (vedere E. Morin per una piccola risposta). Il danno del trascurare l’uno o l’altro è immenso, e nei momenti di crisi generalizzata emerge in tutta la sua drammaticità. A parte questo aggiungerei una piccola annotazione sull’importanza dei dati e dell’econometria. Oggi mi sembra che il cittadino soffra non tanto di mancanza di dati, ma al contrario di eccesso di informazione non documentata (soprattutto quando il dato ha una valenza politica!). I dati devono esserci, ma si dovrebbero anche diffondere con criterio: quanti oggi conoscono il tasso di inflazione annuo italiano o il tasso di disoccupazione? Provate a fare un piccolo sondaggio, emergerebbero sicuramente preoccupanti verità!

  5. Oscar Bazzotti

    Sottoscrivo in pieno l’articolo, anche perché – nel lontano 1972 – cercai di convincere i miei professori della terza liceo classico che era necessario dare spazio anche allo studio dell’economia e del diritto. Riuscii nel mio intento solo con la professoressa di latino e greco che, in via sperimentale, cominciò a tenerci delle lezioni sull’economia del mondo romano; dopo un mese venne trasferita! Ma che fare ora per invogliare allo studio dell’economia? A mio parere, manca qualche bel libro di divulgazione, magari scritto con quella prosa briosa ed accattivante di cui sono maestri gli autori inglesi. Tolta all’economia la sua patina di “triste scienza”, sarebbe forse più facile trovare giovani che vi si dedichino professionalmente, senza la pretesa di salvare il mondo oppure di rimpinguare solo il proprio portafoglio.

  6. vito svelto

    Non sono un economista, ma sono interessato a tanti aspetti dell’economia. Certo sarebbe importante che si potesse studiare per apprendere tutto; dalla filosofia, alla biologia, all’astronomia, all’elettronica, alla poesia. Non sarei favorevole ad insegnare Keynes, trascurando Dante! Un tarlo mi rode; quanto scientifica è l’economia? Si può parlare di Scienza economica? Il dubbio mi viene esaltato dalle opposte ricette che differenti, ben noti economisti danno per la soluzione dello stesso problema. Perchè la soluzione di Paul Krugman all’attuale situazione mondiale è notevolmente diversa da quella di altri economisti (scuola Chicago). Pur essendoci modelli in economia non hanno lo stesso significato e “robustezza” di altri modelli nella fisica e nell’ingegneria. La teoria delle bande nei semiconduttori ha dato luogo ai transistori ed ai circuiti integrati ed alla rivoluzione digitale; quale l’analogo in economia? Peraltro non voglio concludere che lo studio dell’economia non sia importante; ma quello della poesia dovrebbe formare persone e società migliori.

  7. Anonimo

    Se si vuole promuovere lo studio dell’economia, cerchiamo anzitutto di evitare i luoghi comuni almeno in questa sede. I modelli NK a cui Krugman fa riferimento sono del tutto analoghi a quelli “di Chicago”, solo che aggiungono la moneta con viscosità dei prezzi nominali–che dà luogo ai fenomeni di domanda aggregata–e la concorrenza monopolistica nel mercato dei prodotti (e talvolta anche dei fattori), che rende conto di tali effetti in modo più realistico della concorrenza perfetta. Il fatto che le implicazioni “di progetto” siano differenti nei due casi è normale, e la scelta dipende anzitutto dall’orientamento della ricerca. Si può dire che Krugman è nel giusto riguardo all’importanza degli effetti monetari, ma anche l’economia “reale” studiata nei modelli di Chicago merita attenzione, poiché i vincoli alla crescita sono effettivamente stringenti. Ciò vale a maggior ragione per il caso italiano, in cui peraltro gli interventi sulla domanda sono difficilmente attuabili.

  8. sara marsico

    Sono una docente di diritto ed economia politica in un istituto tecnico. Anch’io denuncio il taglio operato dalla Gelmini alle ore di queste discipline, taglio realizzato senza un criterio, all’infuori di quello di fare cassa sulla pelle delle nuove generazioni. Consiglio, per un approccio più interessante, tutti i libri di Fabrizio Galimberti “Il volo del calabrone”, L’economia spiegata a mio figlio” “SOS economia. La crisi spiegata ai comuni mortali” “Economia e pazzia”. Frequentare il festival dell’economia di Trento è altrettanto stimolante per chi, poi, riesca a trasmettere ai suoi studenti gli spunti che ha appreso in compagnia di tanti economisti; l’uso del Sole 24 ore a scuola. I ragazzi si appassionano, cercano in rete informazioni e dati e si abituano a confrontare le loro opinioni e a discutere. Oggi l’alfabetizzazione economica e finanziaria è fondamentale, accanto alle altre discipline, naturalmente.

  9. Enrico Talotti

    Carissimo, sono d’accordo con lei! Lo studio dell’economia aiuta a comprendere bene la complessità della realtà. Ma per farlo ci vogliono persone con la mente aperta, uomini e donne liberi da schemi ideologici. Eppure così non è stato nel passato e non lo è ancora. Purtroppo chi come me aspira a fare il macroeconomista/econometrico è legato spesso ad una realtà difficile, in cui le scelte di politica economica non sono affidate a tecnici, ma a ideologie politiche sottese a finalità partitiche. E non giova certo svolgere l’attività di ricercatore malpagato che deve comunque combattere con una realtà stantia. D’altra parte l’economia mi ha insegnato una cosa importante: la vita è un trade-off! Per questo credo che la missione più importante per un economista sia quella di cercare il bene comune, cercare di migliorare il mondo, non solo con la teoria ma anche con la praxis, ma non come la intendeva Marx, piuttosto come testimonianza della razionalità e di un metodo oggettivo e distaccato per valutare la realtà. Insomma insegnare agli altri almeno le basi per comprendere i fenomeni economici e sociali e un metodo di analisi che tenti di andare oltre le banalità, oltre le parole.

  10. Di Fabrizio Aldo

    I miei studi provengono proprio dagli ambiti economici. Condivido pienamente l’articolo. L’economia è una scienza che aiuta (con l’ausilio anche della storia economica) a porsi delle domande intelligenti per arrivare a prendere delle decisioni importanti sui temi cruciali nella vita di ognuno di noi. Spesso viene sottovalutata o trattata in maniera errata (basti vedere i blog sul signoraggio): tutti parlano di economia ma pochi correttamente (compresi i ministri ed i parlamentari). E’ vero che tratta problemi molto complessi a differenza delle altre discipline (finanza, economia aziendale, controllo di gestione, ecc.) però questo rende più difficile la divulgazione e l’occupazione (per chi vuole lavorarci). A questo proposito spero continui l’opera de Lavoce e di altri (es. Economia Reale) che cercano di divulgarla (far capire le cose anche a chi non è esperto). In questo campo c’è molto da fare e spero si investa di più almeno a livello giornalistico (anche attraverso workshop e web).

  11. Antonio

    Certo che è importante studiare economia, così come è importante studiare ogni disciplina. Ma il filo rosso dell’esortazione lascia trasparire il senso comune che l’economia sia la disciplina delle discipline, che porti a sistema e sia sintesi del vivere nel mondo e nell’universo. Se così fosse tutto sarebbe dovuto essere meglio della situazione dei giorni nostri, se non altro perchè abbiamo molti più economisti e con molto più peso nella società e nelle istituzioni di quanto di quanti ve ne erano ad esempio nel 1929. Esistono diversi livelli di senso comune. Forse l’economia e persino l’econometria è uno di questi. Fra le ragioni per studiare economia potrebbe esserci anche quella di avere il senso del proprio limite e quindi di aprirsi maggiormente agli altri saperi e discipline.

  12. giuseppe faricella

    Sì, ma solo se i percorsi di studio diventano più “matematici” e più “sperimentali”. Se no si finisce per fare filosofia (di bassa lega) e non scienza.

  13. Roberto A

    Già…bisognerebbe farlo capire anche al buon astrofisico Francesco Sylos Labini,che lancia strali sugli economisti dal suo blog del Fattoquotidiano…

  14. Evelin

    John Maynard Keynes diceva:”L’economia è un metodo più che una dottrina, un apparato della mente, una tecnica per pensare, che aiuta chi la possiede a trarre conclusioni corrette”. Studiando economia mi ritrovo spesso affrontando i vari argomenti di fare delle “considerazioni”, perchè in questa materia i “perchè non saranno mai scarsi!” Mi auguro di riuscire anch’io a giungere a delle conclusioni corrette, questo periodo di crisi economica rende il lavoro molto più arduo e questa mattina leggendo il vostro articolo ho voluto esprimere il mio ringraziamento per l’opera che prestate da 10 anni agli utenti che desiderano una maggiore attenzione sui problemi che quotidianamente viviamo nell’ economia reale. Auguri e buon lavoro!

  15. alfredo macchiati

    Il pezzo è scritto veramente bene: si vede che ama la disciplina. Complimenti ! AM

  16. Stefano Zapperi

    Sembra che gli economisti non possano fare a meno di confrontarsi con i fisici ogni volta che difendono la propria disciplina. Al bar dello sport non si discute del bosone di Higgs perché il modello standard è troppo complicato, ma perrché non esiste un punto di vista diverso da quello tecnico su cui discuterne. Non è così per le teorie economiche che sono spesso inestricabilmente legate, nelle loro premesse e conseguenze, a considerazioni politiche e sociali. Ad un economista che ci dice che la disuguaglianza è positiva perché rappresenta un incentivo, possiamo rispondere con argomenti di tipo etico che pur non essendo codificati matematicamente sono nondimeno importanti. Un economista che detta un’agenda politica come se parlasse della massa dei neutrini sembra addirittura sorpreso se anche i non addetti ai lavori esprimono la loro opinione, forse perché la scienza economica non lo aiuta a comprendere la differenza tra le persone e i neutrini.

  17. Carlo

    L’economia dovrebbe studiare il comportamento degli esseri umani che, nonostante i vari premi Nobel regalati a chi sosteneva il contrario, non è mai spiegabile in maniera soddisfacente da formuloni matematici, per quanto complessi. Ciò che ho visceralmente odiato studiando economia all’università è la più totale mancanza di collegamento con la realtà: vengono studiate le teorie più “rigorose”, non le teorie che funzionano nello spiegare ciò che dovrebbero spiegare. Non so voi, ma io non ho mai basato nessuna scelta massimizzando una complessa funzione di utilità. Un aspetto importante è che non esiste consenso pressoché su nulla. In qualunque disciplina vi sono dibattiti e divergenze sui temi più nuovi e avanzati, ma quando manca consenso sui temi di base è un pessimo segnale. I medici avranno opinioni diverse su come curare rare forme di cancro, ma tutti sanno come mettere a posto un braccio rotto. Provate a chiedere agli ‘economisti’ domande banalissime come: i tassi d’interesse dovrebbero aumentare o diminuire? Dovremmo tassare in questo modo o in quest’altro? Zero consenso. Zero.

  18. monica montella

    In una moderna società il benessere economico è solo una dimensione del progresso generale multidimensionale e molti studi mostrano che non è l’incremento del reddito procapite che misura la soddisfazione della vita nelle sue molteplici dimensioni (l’uso del tempo libero, la salubrità dell’ambiente in cui vivi, la salute, ecc.). Il nostro progresso può significare diverse cose per diverse persone, quindi non può più esistere l’economista ma un esperto di progresso-benessere cioè la figura di “ssapem”. La sua derivazione viene da: statistical, sociologist architect/engineer, psychologist, economist, mathematical. Si presta sia ad acronimo inglese che italiano. Per ogni figura bisognerebbe selezionare la parte di interesse inerente la misurazione del progresso-benessere, con l’ausilio di questo acronimo è possibile rispondere alla domanda quali figure servono per misurare il progresso della società. Questo sarà il futuro dell’economia. Bisognerebbe creare un corso di preparazione alla figura di “ssapem”.

  19. anna

    Non trovo la conclusione del Suo articolo ben formulata…”avere qualcosa da dire”… è meglio tacere e passare per stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio, no?

  20. Francesco Zucconi

    Il testo, scritto con sincero trasporto ed oserei dire amore da parte del Prof. Monacelli, e` un poco sconcertante per una persona come me che prova a fare scienza quotidianamente. Infatti l’ evidenza quotidiana mostra una visibile incapacità predittiva o delle teorie economiche dominanti o, quantomeno, degli operatori economici che a quelle teorie dicono di appellarsi, Greenspan per dirne uno, e ciò proprio quando il ruolo dominante assunto da persone di formazione economica nella direzione politica dell’ Occidente è decisamente preponderante. Spero e fortemente auspico, per il bene di tutti, una profonda e sincera autocritica circa i contenuti, la reale forza predittiva, la capacità di capire e di orientare la Storia dei popoli o la capacita` di formare veri scienziati posseduti dalla attuale scienza economica; autocritica che dovrebbe partire proprio da quegli ambienti culturali che, per sviluppare seriamente la scienza economica, dovrebbero sforzarsi di ottenere una minima chiarezza di pensiero sui fatti che realmente avvengono. Altrimenti il rischio è di esser o trombettieri del re o apprendisti stregoni.

  21. PPIERANGELINI

    Sono sostanzialmente in accordo con l’articolo, da anni mi sono messo a studiare economia dai classici ai libri di divulgazione, proprio perchè credo che data la importanza di questi temi ci dovrebbe essere maggiore consapevolezza e conoscenza degli argomenti economici da parte di tutti. Credo anche che nella recente riforma della scuola secondaria si sarebbe dovuto inserire e ampliare lo studio dell’economia nei licei classici e scientifici, va bene studiare filosofia ma perchè tralasciare lo studio del pensiero economico che tanta influenza ha avuto nella nostra storia anche meno recente. Ho delle riserve però sia sull’atteggiamento degli economisti sia sul modo di insegnare l’economia. In primis non dovrebbe essere trattata come una scienza triste , secondo spesso ci vengono spacciate delle teorie come verità quando le assunzioni di base sono molto opinabili. A mio parere bisognerebbe insegnarla in termini di evoluzione storica dei concetti , un buon economista dovrebbe essere inoltre una persona con una vasta cultura e non un semplice matematico , ci sono implicazioni filosofiche , sociologiche, psicologiche… basta leggere i libri di Keynes o altri grandi economisti

  22. Giulio

    Insegnare economia ai licei sarebbe giustissimo, ma per avere chiari concetti economici, per quanto semplici (elasticità, equilibrio), occorre avere delle solide basi di matematica (derivate in primis), c’è poco da fare. Imparare a memoria il movimento delle curve in un grafico non aiuta nessuno. Capire le funzioni che stanno dietro le curve è il passo fondamentale per una corretta comprensione della materia. Ciò a mio modo di vedere limita molto l’insegnamento dell’ economia. Rispondendo ad un commento precedente: la scelta di un determinato bene è chiaramente il risultato di una scelta volta a massimizzare il proprio benessere. Che poi magari tale scelta sia fatta inconsciamente è un’altra storia. Un’ altra cosa: occorre che l’economia sia insegnata da professori che hanno studiato la materia. Non da giuristi che, salvo rare eccezioni, hanno fatto un esame al massimo sull’argomento. Cito i laureati in giurisprudenza perchè erano questi a ricoprire quasi esclusivamente le cattedre di Diritto ed Economia negli anni passati. Con il risultato che il professore insegnava diritto (soprattutto pubblico e costituzionale) e pochissima economia.

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