Il crescente indebitamento estero dell’Italia è un fenomeno preoccupante ma noto, anche perché va avanti da tempo: il saldo delle partite correnti è in caduta libera dal 1997, quello commerciale dal 1996 (Fig. 1). Volevo sottolineare un fenomeno secondo me più preoccupante, ma meno noto: negli ultimi quattro anni una parte consistente della crescita dell’indebitamento è dovuta all’aumento del carico di interessi sul debito estero netto (saldo redditi da capitale di bilancia dei pagamenti), un debito contratto non solo dallo Stato, ma anche e soprattutto dal settore privato. Una situazione simile si era verificata solo prima della crisi del 1992.

PUBBLICO E PRIVATO

Nell’intervento evitavo rigorosamente di “buttarla in politica”, per un motivo molto semplice: alle radici del problema mi pare si trovi l’unica decisione politica sulla quale sinistra e destra sono graniticamente d’accordo. Ritengo cioè sensata l’osservazione di Fabiani sull’insostenibilità della moneta unica per l’Italia. La Fig. 1 è eloquente. Fabiani ricorda anche che c’è chi sta peggio di noi. Mi pare però più utile riflettere sul fatto che paesi come l’Irlanda, la Spagna e il Portogallo in termini di debito pubblico stavano molto meglio di noi. L’importanza del debito privato non può più essere sottovalutata, e appare chiaro che Maastricht sopravvalutava quella del debito pubblico.

PIOVE, GOVERNO LADRO!

In questo senso, confesso di non capire l’intervento di Umberto: gli inviti all’ottimismo li ricordo bene, ma il deficit spending al quale invitavano era quello privato (“l’economia gira con te”), non quello pubblico “à la Craxi”. In Italia i conti pubblici hanno tenuto: dal 2008 al 2010 il debito pubblico italiano è aumentato di 13 punti in rapporto al Pil, quello tedesco di 14. E siccome nel triennio la crescita è stata di -5.2 in Italia e di -0.5 in Germania, i numeri dicono che la politica fiscale italiana è stata certamente più restrittiva di quella dei primi della classe.

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BOLLETTA ENERGETICA

Trovo poco fondate le osservazioni di Fox. Intanto, la scelta del periodo di riferimento non va a favore della tesi sostenuta, perché dal 2006 a oggi l’“effetto energia” è stato trascurabile: l’indebitamento è aumentato di 2.3 punti di Pil, i pagamenti per interessi di 1.2 (spiegano cioè circa la metà dell’aumento), ma la bolletta energetica solo di 0.2 (Fig. 1). La stessa situazione, del resto, si era prodotta prima della crisi del 1992: nel quinquennio 1988-92 l’indebitamento era aumentato di 1.7 punti, di cui 0.9 dovuti agli interessi sul debito estero, e… zero alla bolletta energetica! Per inciso, notate che la svalutazione del 1992 ebbe un impatto nullo sulla bolletta energetica. Comunque, se anche la bolletta energetica fosse il problema, il nucleare non sarebbe la soluzione. La Fig. 2 riporta sull’asse orizzontale la percentuale di energia elettrica prodotta da impianti nucleari (1), e su quello verticale il rapporto al Pil della bolletta energetica (saldo fra esportazioni e importazioni di prodotti energetici, media 1999-2007) (2). La percentuale di nucleare è massima in Francia, dove il nucleare assicura il 74% della produzione, e minima (0%) nei paesi privi di impianti attivi. Se l’argomento di Fox fosse corretto, dovremmo aspettarci una bolletta pesantemente negativa in questi ultimi, e meno pesante, o addirittura positiva, in Francia. I dati invece non svelano alcuna relazione di questo tipo: le due variabili sono totalmente incorrelate (per gli statistici: l’R2 della regressione è 0.001). Osservate che l’unico paese non “in rosso” è il Regno Unito (estrae petrolio), che l’Italia ha la bolletta meno salata fra quelle dei paesi privi di impianti nucleari, e meno salata anche di quella francese, nonostante la Francia abbia 58 impianti attivi e ci venda energia. Evidentemente il problema è più complesso, e altrettanto evidentemente i mercati sono preoccupati da altro.

(1) Power Reactor Information System (PRIS), http://www.iaea.org/programmes/a2/.
(2)
Database CHELEM, vers. 11.0 (2009).

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