L’INTERPRETAZIONE DEL GAP

Ringrazio Gian Paolo Oneto per il commento che arricchisce la discussione fornendo una più precisa evidenza dello iato produzione/fatturato (con un confronto omogeneo) e informando che all’Istat si è all’erta sulla questione e che si considera la possibilità, se il differenziale col fatturato reale non dovesse rientrare, del rinnovo annuale, anziché quinquennale, del campione della produzione industriale (come già fatto per i prezzi alla produzione). Segnalo che questo problema è stato affrontato anche nel recente Rapporto del Centro Studi Confindustria (Scenari economici, giugno 2011).
Nel mio articolo non ho intenti critici, ma cerco di sfruttare a fini interpretativi il gap apertosi tra le due variabili per ricavare indicazioni su fenomeni di grande interesse, ma difficili da osservare: le modifiche di composizione di prodotti/imprese indotte, tra operatori eterogenei, dalle spinte selettive della recessione. Da questo punto di vista, il fatto di avere due indicatori diversi, come in Italia, fornisce maggiori possibilità di lettura della distruzione creativa rispetto al caso tedesco in cui si hanno due indicatori simili. Proprio per tale motivo, se l’Istat dovesse passare a un indice di produzione a base mobile sarebbe da suggerire di conservare comunque quello a base fissa. 
Due considerazioni su altrettanti rilievi avanzati da Oneto. La prima riguarda l’esclusione che si fa nel suo commento di andamenti atipici italiani rispetto a quelli europei, anche a prescindere dal caso tedesco. Osservando le dinamiche congiunturali nella fase di ripresa, su cui si focalizza l’attenzione del mio articolo, mi sembra che vi sia invece una disomogeneità (v. figure 1-4).

La seconda attiene all’interpretazione. Nell’articolo attribuisco la causa del divario a mutamenti del mix. Se così fosse c’è da attendersi che quando si aggiornerà la struttura di pesi/imprese/prodotti dall’anno 2005 al 2010 la produzione tornerà ad avvicinarsi al fatturato. Ne conseguirebbe un maggiore allineamento del ciclo industriale dell’Italia agli andamenti europei. Il che, tra l’altro, significa: nulla di miracoloso, solo normalità. Nel commento questa interpretazione viene ritenuta poco probabile e declassata al rango di spiegazione statistica, mentre si richiama l’influenza di altri fattori: terziarizzazione, ruolo delle multinazionali, spiazzamento a opera dell’import. Questi fenomeni sono tutti rilevanti, ma non mi convincono. Erano peraltro nella lista dei sospetti anche in occasione della precedente esperienza (2005-2008) di apertura del gap tra le due variabili, poi sostanzialmente eliminato dal semplice cambio di base della produzione. Ma stiamo all’oggi. La terziarizzazione della manifattura è un fenomeno importante da tenere d’occhio (come ricordato da Fabiano Schivardi al recente convegno annuale de lavoce.info ed è certamente causa di differenze tra produzione e fatturato, ma non mi pare che si abbiano evidenze di una sua intensificazione nell’ultimo periodo tale da dare luogo al divario osservato; se così fosse dovremmo peraltro rallegrarcene, visto che la differenziazione di prodotto, cui porta la terziarizzazione, è la strada per il successo competitivo a disposizione delle imprese italiane. Analogamente, si è bensì verificata una crescita delle attività dei gruppi multinazionali italiani nel 2010, ma è stato un fenomeno comunque limitato nel panorama delle imprese industriali nazionali (ha riguardato il 38 per cento delle multinazionali che a loro volta sono il 16 per cento delle imprese residenti e coprono il 15 per cento del fatturato). Infine, lo spiazzamento a opera di prodotti importati dovrebbe avere influito ugualmente su produzione e fatturato, a meno che non si sia trattato di un aumento di acquisti dall’estero di beni poi rivenduti senza subire alcuna trasformazione, ma anche per tale fenomeno non mi sembra vi siano chiare evidenze nei dati disponibili. Per questi motivi propendo per la tesi del rimescolamento produttivo causato dalla recessione (forse più intenso in Italia rispetto a quanto si è verificato in Francia e Spagna, visti gli andamenti dei due indicatori congiunturali).

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