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  1. Luca Solari Rispondi

    Se ho capito bene, gli autori utilizzano la produttività scientifica dei candidati. Tuttavia, nel concorso la valutazione riguarda i titoli effettivamente presentati che sono spesso contingentati e valutati in modo relativo e non assoluto.

  2. AM Rispondi

    Per mia esperienza personale Google Scholar funziona certamente meglio di altri segnalatori di citazioni come REPEC, che opera anche con notevole ritardo e SSRN, e SSRN. Ho trovato su Google citazioni estere di miei lavori che per me erano una novità. Di contro citazioni di mie opere su pubblicazioni italiane e straniere non sono segnalate da Google. Riassumendo, Google dovrebbe essere utile anche per le valutazioni nei concorsi di discipline economiche e economico-aziendali ricordando che non è completamente affidabile. Comunque meglio di niente se si vuole innovare il metodo tradizionale di valutazione.

  3. Jacques Clement Frere Rispondi

    Condivido totalmente l'uso di statistiche cliometriche fatto dagli autori per lo scopo di analisi statistiche e di valutazioni di riforme. Penso, però, che sia necessario essere molto prudenti se da qui si passasse a usarle per valutare gli individui che partecipano a concorsi, in particolare se queste statistiche fossero basate su Google Scholar, come fatto in alcuni paesi tra cui la Francia (almeno in economia). L'interessante caso di Ike Antkare (cf. http://www.pacte.cnrs.fr/IMG/pdf_IkeAntkareISSI.pdf ) mostra come Google Scholar e' totalmente inaffidabile. Ike Antkare è un falso scienziato, creato da un software, che risulta tuttavia aver accumulato in un anno di "lavori scientifici" uno dei piu' alti h-index di Google Scholar. Peccato che i lavori scientifici siano semplicemente ottenuti da un accostamento di frasi dall'apparenza scientifica ma senza alcun fondamento. Mi sembra un buon esempio che sottolinea che la scientometria può essere solo un criterio di valutazione tra gli altri e non "Il Criterio" come proposto spesso da vari ricercatori (non gli autori in questione). Per evitare eccessi, sarebbe importante che un po' di spazio al merito rimanga.

  4. Maurizio Carpita Rispondi

    Lo studio è interessante, ma come molti altri soffre di un'evidente carenza: non si considera che, date le caratteristiche delle università italiane, nella valutazione degli esiti dei concorsi (soprattutto quelli di I e II fascia) le commissioni tengono giustamente conto (in modo più o meno esplicito e con pesi più o meno uguali) non solo delle "competenze scientifiche" ma anche delle "competenze didattiche" e delle "competenze organizzative" dei candidati. In altri termini, rispetto alle esigenze dell'Ateneo che ha bandito il concorso, un ottimo studioso che scrive sulle migliori riviste internazionali può non essere per vari motivi un buon insegnante e può non avere adeguate capacità organizzative. Se si considerano anche le competenze didattiche e organizzative si può almeno in parte spiegare perché i candidati interni, da tempo già integrati nell'Ateneo che ha bandito il concorso, dispongano di un evidente vantaggio competitivo rispetto agli altri candidati. Riguardo al problema di genere, il confronto dovrebbe essere fatto al netto dell'effetto "candidato interno" (mi pare non sia così).

  5. Federico Pani Rispondi

    L'articolo a mio giudizio fa emergere un male che caratterizza il nostro paese e che è difficile da estirpare: il clientelismo, la corruzione, il nepotismo sono nel nostro dna. Avevo guardato con favore alla L180, che sicuramente ha migliorato il sistema precedente, ma sapevo che non avrebbe rivoluzionato nulla. Purtroppo si tratta di un problema morale, sul quale le leggi possono intervenire relativamente. Quello che chiedo agli autori o ai commentatori è: ma i concorsi esistono ancora? Perché la riforma Gelmini, all'art.18 (in particolare, si veda la lettera e del primo comma), sembrerebbe introdurre la chiamata diretta (senza concorso, dunque) di professori che abbiano conseguito la fantomatica "abilitazione nazionale". Se così fosse, si tratterebbe per me di un bel passo indietro, della rinuncia a combattere ogni forma di clientelismo. In questo modo, possiamo esserne certi, solo interni diverranno PA e PO!

  6. AM Rispondi

    Guardandoci attorno possiamo costatare che anche cambiando i criteri di nomina delle commissioni la scelta in base al merito non è affatto assicurata. A parte il fatto che il merito non è misurabile col bilancino nè in Italia nè all'estero e che anche nei temi affrontati dagli studi ci sono predilezioni da parte dei commissari. Ritengo inoltre giusto che il candidato interno sia leggermente favorito perchè è il candidato che ottiene un upgrading senza caricare il bilancio con uno stipendio aggiuntivo. Non sempre poi la commissione favorisce a parità di titoli il candidato interno. Talvolta avviene esattamente il contrario e potrei citare dei casi precisi. Il commissario straniero infine non è il toccasana. In epoca di globalizzazione vi sono rapporti di collaborazione fra scuole italiane e straniere che possono creare favoritismi specie se l'università italiana che sponsorizza un candidato è in grado di affidare ben remunerati incarichi di insegnamento o ricerca.

  7. svelto vito Rispondi

    Le considerazioni che seguono vogliono far capire il "rationale" di tanti comportamenti; non li vogliono certamente giustificare! I concorsi per PA e PO sono intesi, nella maggior parte dei casi, come promozioni interne, e non come legati alla necessità di acquisire una nuova competenza esterna. In certi casi un esterno non è neanche ben inseribile in un gruppo di ricerca preesistente. Inoltre, ed è l'aspetto più rilevante, promuovere un interno costa molto meno all'Università che assumere uno esterno. Tutto questo certamente svantaggia il candidato di valore esterno, anche se nei settori scientifico-disciplinari seri si sostiene che il vantaggio per il candidato locale non deve farlo preferire all'esterno molto, ma molto più bravo. Il concorso futuro di idoneità nazionale non cambierà, sensibilmente, la situazione, dato che il numero degli idonei sarà molto elevato rispetto alla possibilità di chiamata nelle Università; il concorso vero, selettivo, sarà quello a valle, che sarà totalmente locale. Sarebbe necessario un risorgimento morale in tanti docenti universitari per rinunciare alla cooptazione del proprio allievo e cambiare il declino degli ultimi decenni!

  8. Amedeo Rispondi

    Grazie per l'articolo, molto apprezzato. Propongo alcune riflessioni: non ho alcun problema ad accettare che un interno bravo (top 90 perc) prevalga sugli esterni. Il problema è che gli esterni bravi dovrebbero prevalere sugli interni meno bravi. La difficoltà che immagino nel trattare i dati è legata al fatto che ciascuno ha molteplici possibilità di presentarsi ai concorsi - per motivi di pressione a livello di accademia. In Italia non esistono 'esterni' specie nelle progressioni di carriera da RU a PA o da PA a PO. Quanti esterni 'veri' ci sono nel campione? Cioè quanti esterni al sistema universitario italiano?

  9. Giulia Zacchia Rispondi

    Trovo l'articolo molto interessante, in particolare l'accento sulle donne. Tuttavia mi lascia un pò perplessa il fatto che in termini di discriminazione di genere non si riscontrano differenze tra tipo di concorso (associato o ordinario); mi aspettavo un risultato più in linea con il lavoro di Zinovyeva e Bagues (2010) che fanno un esercizio simile sui concorsi universitari in Spagna tra il 2002 ed il 2006 . Nel caso spagnolo, cito gli autori, la "composizione di genere delle commissioni ha un forte effetto sulle possibilità di successo dei candidati al ruolo di professore ordinario. In termini quantitativi, in una commissione di sette membri, un componente addizionale di sesso femminile aumenta del 14% le probabilità di successo delle candidate. Quando invece la commissione deve promuovere al livello inferiore di professore associato, non abbiamo osservato nessuna interazione significativa tra il genere dei valutatori e quello dei candidati". Sembrerebbe quindi che in Italia la situazione sia peggiore: anche per gli inquadramenti più bassi esiste una discriminazione di genere forte. Nelle Università Italiane non solo il soffitto ma anche il pavimento è di cristallo per noi donne?

  10. Alessandro Figà Talamanca Rispondi

    Immagino che i concorsi prevedessero (quasi tutti) due idoneità, che è un modo indiretto per favorire il candidato locale. Forse sarebbe stato più interessante studiare i concorsi a ricercatore, che prevedono un solo vincitore. Gli effetti di una commissione sorteggiata, anziché eletta e formata da commissari di diverso rango accademico, sarebbero stati in questo caso più evidenti. Gli effetti sarebbero stati ancora maggiori se il passaggio da una commissione eletta ad una commissione sorteggiata fosse avvenuto prima della chiusura dei termini per le domande. In ogni caso i concorsi a ricercatore costituiscono il vero momento del reclutamento, dato che quasi tutti i vincitori dei concorsi a professore provengono dai ruoli di ricercatore (o professore associato per i concorsi di prima fascia). Purtroppo la "riforma Gelmini" fa un passo indietro sul problema del reclutamento, che viene affidato a commissioni totalmente interne alla sede che bandisce il concorso (a ricercatore di tipo b) che sarà il concorso più importante, che costituisce il vero reclutamento).