Lavoce.info

NON BASTA LA CASA PER RESISTERE ALLA CRISI *

I dati pubblicati dalla Banca d’Italia indicano che il valore medio di ricchezza netta detenuto per famiglia si è ridotto nel 2009 e prevedono una diminuzione di ricchezza netta complessiva delle famiglie nel 2010. Circa il 15 per cento delle famiglie italiane possono essere definite in difficoltà finanziarie in termini di ricchezza netta accumulata. E quelle che si trovano in questa condizione, tendono a rimanervi. Ciò è più vero per le famiglie a basso reddito e che vivono in zone a più elevata disoccupazione.

I dati pubblicati a dicembre da Banca d’Italia nell’ultimo Supplemento statistico sulla ricchezza delle famiglie riportano un valore medio di ricchezza netta detenuto per famiglia in riduzione nel 2009 e una previsione di diminuzione di ricchezza netta complessiva delle famiglie nel corso del 2010, dopo il lieve aumento del 2009. Costruendo un indicatore di pressione finanziaria a livello familiare con questa grandezza, si osserva che le famiglie che dispongono di livelli modesti, nulli o addirittura negativi di ricchezza tendono a permanere in questa condizione e che ciò è più vero per famiglie a basso reddito e che vivono in zone a più elevata disoccupazione.
Le condizioni finanziarie delle famiglie hanno iniziato a destare preoccupazione da quando, circa quindici anni fa, si è avuto un forte incremento nel loro indebitamento. La situazione delle famiglie italiane si caratterizza tuttavia per valori del rapporto tra debito detenuto e reddito disponibile più bassi di quelli rilevati in altri paesi: circa l’82 per cento nel 2009 contro il 127, 171 e 99 per cento rispettivamente per Stati Uniti, Regno Unito e Germania (tabella 1). Ciò deriva in parte dal fatto che in Italia le famiglie indebitate sono relativamente poche: nel periodo 2002-2008, circa il 25,6 per cento, contro valori dell’85,8, 54,0 e 44,9 per cento negli altri tre paesi.
Nel 2009 l’Italia ha visto incrementare il peso relativo delle proprie passività, ma anche della ricchezza dopo il calo generalizzato del 2008. Tuttavia, stime preliminari indicano che nel primo semestre 2010 la ricchezza netta delle famiglie sarebbe diminuita dello 0,3 per cento in termini nominali, in seguito a una diminuzione delle attività finanziarie e a un aumento delle passività, che hanno più che compensato la crescita delle attività reali. A ciò si aggiunge che i livelli medi di ricchezza per famiglia, tra la fine del 2008 e la fine del 2009 sono diminuiti dello 0,3 per cento a prezzi correnti e dello 0,2 a prezzi costanti. (1)
Il deterioramento nel tempo degli indicatori di difficoltà finanziaria rilevati a livello macroeconomico trova un riscontro anche nei dati microeconomici con i quali è possibile individuare aree specifiche di disagio e di eventuale persistenza nel tempo del fenomeno.
L’utilizzo di indicatori microeconomici è anche auspicato dalla commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi creata nel 2009 e che ha dato l’avvio al dibattito sull’esigenza di affiancare al Pil altri indicatori, molti dei quali extra-reddituali, per ottenere un quadro più completo delle condizioni di vita delle famiglie. (2) In particolare le raccomandazioni 3 e 4 invitano all’utilizzo di variabili di tipo finanziario (stock detenuti di attività e passività) per monitorare eventuali condizioni di pressione finanziaria.

UN INDICATORE DELLE DIFFICOLTÀ FINANZIARIE

Facendo riferimento all’entità e al segno della ricchezza netta accumulata, più che al solo livello del debito, è possibile individuare le famiglie in condizioni di difficoltà finanziarie. Nella maggior parte degli studi proposti nella letteratura specializzata, tali famiglie sono identificate come quelle la cui ricchezza netta risulta negativa. La definizione è tuttavia limitativa, in quanto esclude famiglie che raggiungono livelli di ricchezza positivi solo grazie alla forte incidenza del valore della casa di proprietà, un asset che non rimuove il rischio di insorgenza di difficoltà finanziarie nel caso di uno shock avverso nell’economia. Difficoltà finanziarie emergono quando il costo per il servizio del debito è una frazione elevata del reddito familiare e la famiglia si può trovare nella condizione di dover liquidare le attività finanziarie che compongono la sua ricchezza netta. Una famiglia può quindi trovarsi in difficoltà finanziaria non solo quando ha livelli di ricchezza netta negativa, una situazione che sembra essere abbastanza rara nel contesto italiano, ma anche quando si caratterizza per modesti livelli di ricchezza netta positiva. Infatti un basso livello di ricchezza netta può essere il risultato di bassi valori di tutte le componenti della ricchezza (attività e passività finanziarie, attività reali), oppure di valori elevati della ricchezza reale e del debito, accompagnati da bassi valori di attività finanziarie.
Utilizzando i dati dell’Indagine sui bilanci delle famiglie di Banca d’Italia, le famiglie in difficoltà finanziarie sono state identificate come quelle che detengono una ricchezza netta inferiore al secondo decile della distribuzione della ricchezza stessa, risultando in media il 15,3 per cento del totale. (3) Rispetto alle famiglie senza difficoltà, quelle con difficoltà hanno non solo livelli medi di debito più bassi, ma anche di reddito e di ricchezza finanziaria e reale (tabella 2), confermando l’evidenza più volte sottolineata in letteratura di una correlazione positiva tra livelli di reddito, di ricchezza e di risparmio che mette a rischio di pressione finanziaria le famiglie a più basso reddito. Una volta che una famiglia venga definita in condizioni di difficoltà finanziarie, il suo status può essere messo in relazione alle sue caratteristiche economiche e sociali con l’obiettivo soprattutto di valutare se la situazione di difficoltà finanziaria sia transitoria o tenda a permanere nel tempo.

LA PERSISTENZA DELLE DIFFICOLTÀ FINANZIARIE

Così come ci sono famiglie “intrappolate” al di sotto della soglia della povertà o in lunghi periodi di disoccupazione, esistono famiglie che restano “intrappolate” in situazioni di pressione finanziaria? Rispondere a questa domanda è importante, in quanto situazioni di disagio che perdurano nel tempo creano gruppi di famiglie socialmente ed economicamente deboli e pongono problemi di coesione sociale e di implementazione di adeguate politiche sociali. Dall’analisi effettuata su un modello probit dinamico, risulta che la probabilità di sperimentare difficoltà finanziarie nel periodo corrente (t) è persistente nel tempo, cioè dipende positivamente e in modo significativo dalla probabilità di essere stata in difficoltà nel periodo precedente (t-1). (4) La probabilità che una famiglia si trovi in difficoltà oggi, essendo stata in difficoltà ieri, è circa del 56 per cento più alta rispetto a una famiglia che non era in difficoltà ieri. Per quanto riguarda l’individuazione di tipologie familiari maggiormente esposte al disagio, si segnalano le famiglie con redditi più bassi e che vivono in aree a più alta disoccupazione.
Riassumendo, circa il 15 per cento delle famiglie italiane possono essere definite in difficoltà finanziarie in termini di ricchezza netta accumulata. L’analisi mostra che le famiglie hanno una maggiore probabilità di trovarsi in difficoltà oggi, se si sono trovate in difficoltà ieri, rispetto alle famiglie che ieri non lo erano. Ancora prima dell’esplodere della crisi, le famiglie a basso reddito, e che vivono in zone a più alto tasso di disoccupazione, si trovavano a sperimentare condizioni continuative di difficoltà finanziaria, con livelli di ricchezza netta, oltre che di attività finanziaria e di ricchezza reale, molto bassi, quando non negativi. Le informazioni ricavate dalla situazione patrimoniale tendono inoltre a coincidere con quelle legate al disagio economico/sociale (bassi livelli di reddito) e alle condizioni negative di mercato del lavoro (disoccupazione).

* Le opinioni espresse sono personali e non riflettono necessariamente quelle di Prometeia quale istituto di appartenenza.

(1) Le stime sono tratte da Banca d’Italia (2010), “La ricchezza delle famiglie italiane 2009”, Supplemento al Bollettino Statistico – Indicatori monetari e finanziari, n. 67 (dicembre).http://www.bancaditalia.it/statistiche/stat_mon_cred_fin/banc_fin/ricfamit/2010/suppl_67_10.pdf
(2) Stiglitz, J.E., Sen, A., Fitoussi, J-P. (2009), Report by the Commission on the Measurement of Economic Performance and Social Progress, http://www.stiglitz-sen-fitoussi.fr/documents/rapport_anglais.pdf
(3) I risultati qui riportati sono presi da: Giarda, E. (2010), “Persistency of financial distress amongst Italian households: evidence from dynamic probit models”, Dipartimento di Scienze Statistiche, Università di Bologna, Quaderni di Dipartimento, Serie Ricerche, n. 3 (versione preliminare e in revisione). L’analisi è stata effettuata sugli anni 1998-2006 dell’Indagine dei bilanci delle famiglie di Banca d’Italia. La soglia che identifica le famiglie in difficoltà (il valore del secondo decile della distribuzione della ricchezza netta) è pari a 13mila euro (a prezzi 2006).
(4) Questo risultato individua anche l’esistenza di una bassa mobilità all’interno della distribuzione della ricchezza, nel senso che le famiglie che si collocano nella parte bassa della distribuzione tendono a rimanervi. Considerazione che è rafforzata dal fatto che i dati utilizzati sono disponibili ad anni alterni e quindi la persistenza è di almeno due anni.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Leggi anche:  Non autosufficienza: dal Piano una risposta alla società

Precedente

MINISTRO ROMANI, DOVE SONO I SOLDI PER LA BANDA LARGA?

Successivo

L’ALLEANZA ANTIEVASIONE FISCO-COMUNI

  1. Marcello Battini

    Mi piace che si parli (troppo raramente) della ricchezza fondiaria, come di un fenomeno, quanto meno ambivalente. Il valore di mercato di un immobile non è individuato con parametri economici oggettivamente comparabili. Al contrario, questo è determinato con criteri molto soggettivi, dovuti a situazioni di mercato molto particolari, che la politica, invece di contrastare, tende a rafforzare, ponendo le basi per ritardare lo scoppio naturale di una bolla immobiliare che, proprio perchè compressa, quando scoppierà farà dei danni immensi al Paese e ridimensionerà enormemente la storiella della grande e diffusa ricchezza del Paese, ma sopratutto metterà a nudo la fragilità economica di tante famiglie che si ritengono al riparo dalla povertà perchè in possesso d’immobili.

  2. Luca Tironzelli

    Condivido in pieno il commento del Sig. Battini. Aggiungo, inoltre, che mi sembra che nel nostro paese non esista un sistema valido di valorizzazione del patrimonio immobiliare, non esiste un sistema di rilevazione veramente efficace ed indipendente dei prezzi come in altri paesi avanzati, per cui il rischio è che ci si basi su valori irrealistici, per non parlare del fatto che si tratta di patrimoni illiquidi ed estremamente costosi da liquidare. Forse, più che una ricchezza, il patrimonio immobiliare è una palla al piede per il paese, che ne limita la capacità reattiva.

  3. Massimo Tosatto

    L’enfasi che questo paese pone sulla “necessità” di possedere una casa rischia effettivamente di mettere una palla al piede dell’economia, invece di esserne un volano positivo. La casa in sé, infatti, è un investimento “a morire”, nel senso che, una volta acquistata, non dà vita a ulteriori livelli di occupazione, dovuti al fatto che il denaro investito in macchinari o attività richiede persone che lo facciano funzionare. Sarebbe interessante analizzare come si è evoluto il trade-off tra investimento produttivo e investimento in immobili nel tempo, credo che questo indicatore dia molto di più l’idea dell’evoluzione dell’economia piuttosto che una analisi dello stock di ricchezza in sé. Il valore di una casa, come si è detto, ha una sua aleatorietà e dovrebbe essere messo in relazione con il tempo necessario a venderla e la contrazione delle vendite negli ultimi anni, svalutandola come si fa di un titolo. Credo che molte case oggi sarebbero dei junk-bond dal valore molto lontano da quello di acquisto. E poi, perché in paesi avanzati le rilevazioni sulle vendite sono mensili in termini di prezzi e volumi, mentre da noi sono dei misteri dolorosi, per cui si sa che i prezzi si sono contratti di “appena” il 3% , ma non che le vendite sono a -50%(numero mio eccessivo ma detto per dare una misura, eccessiva appunto)? Insomma, in fin dei conti, quello che si dice è che stiamo consumando la nostra ricchezza e non ne stiamo creando. Questa generazione si manterrà grazie alle riserve accumulate da quella prima, ma la prossima rimarrà con i debiti da pagare di questa.

  4. Luigi Calabrone

    Il comportamento degli italiani rispetto all’acquisto della casa trova una motivazione nell’esperienza storica di almeno un secolo di svalutazioni pesanti e sistematiche. Chi oggi ha trenta-quarant’anni ha sentito raccontare in casa le esperienze del padre, del nonno, del bisnonno, e del fatto che nelle tre-quattro generazioni precedenti, solo chi era riuscito a comperarsi la casa aveva potuto salvare i risparmi. La relativa stabilità dell’euro è ancora troppo recente per far dimenticare l’esperienza secolare. Di fronte a questa esperienza accumulata, valgono ben poco le considerazioni razionali degli economisti, magari giovani, che tendono, probabilmente, a guardare più verso il futuro che verso il passato – atteggiamento, quest’ultimo, tipico dei risparmiatori, la cosiddetta memoria dell’elefante. A tutto questo si aggiunge la sistematica politica di demolizione del mercato degli affitti degli ultimi cinquanta anni, che costringe a comperare anche chi, in altri paesi, prenderebbe la casa in affitto. L’acquisto, che a breve e a medio potrebbe sembrare penalizzante, sul lungo periodo ha sempre dato risultati vantaggiosi.

  5. giobattista boeri

    La ricchezza delle famiglie che tiene in considerazione la casa di proprietà non puo esser considerata un termine stabile, vista la difficoltà di realizzazo di questo bene in un periodo di lunga crisi come l’attuale.

  6. rousseaux

    La casa é un bene materiale che funge semplicemente da rifugio giornaliero, una sorta di sicurezza a quattro mura; volendo convertirla in un bene liquido ( soldi), bisogna avere finito di pagarla, ma si pone subito il problema della necessita di una nuova dimora (riparo); diciamo che la casa é un bene primario, ma bisogna soddisfare altri bisogni fondamentali all’esistenza!

  7. Marco Nassini

    Se la proprietà di una casa offre la garanzia per la richiesta di un prestito bancario, questo stesso può essere utilizzato per la mera sopravvivenza per qualche anno (consumi familiari) oppure per un investimento produttivo che generi lavoro e ricchezza. La forte sensazione è che valga sempre di più la prima ipotesi (mera sopravvivenza) perchè la seconda non può essere praticata per la difficoltà del rilancio produttivo della piccola impresa, l’inefficenza delle infrastrutture e la burocrazia ridondante. Non ultima, la difficoltà di identificare i settori più dinamici e strategici (incubatoi industriali) e di disporre delle competenze adeguate all’innovazione necessaria (scuola e formazione). L’Italia sembra un paese destinato alla deindustrializzazione ed al declino più generale, dopo aver consumato le risorse familiari accumulate, svalutato quelle naturali, artistiche ed umane nazionali.

  8. angelo agostini

    Aggiungerei al desolante panorama delineato dai commenti precedenti una considerazione secondo me centrale, ma della quale si parla pochissimo: l’assurda sopravvalutazione del patrimonio immobiliare in italia, dovuto forse in origine alla sopravvalutazione di quello fondiario, poi semplicemente prigioniero del meccanismo perverso della bolla: un certo bene è visibilmente sopravvalutato, ma le sue quotazioni continuano imperterrite a salire da decenni, ed è anche poco tassato, o affatto… per cui continua ad attirare capitali immobilizzati in attività improduttive. Comunque, a prescindere dal cosa abbia prodotto la sopravvalutazione, sta di fatto che un metro quadrato a berlino costi 1.000 €, costando, quindi, le case diciamo 1/4 rispetto alle nostre! Ognuno può certamente valutare la dimensione della bolla.

  9. BOLLI PASQUALE

    Di sicuro è meglio avere una casa che niente. Ti pone al riparo dalle intemperie, ti agevola nel bilancio familiare, ma non ti risolve la vita. E’ una disponibilità che ti protegge dal freddo, ma non dalla fame. E’ pur vero che, se si ha casa e poco reddito per resistere alla crisi, si può andare a mangiare alla mensa della Caritas. La proprietà immobiliare va vista anche secondo altri punti: se si ha bisogno di un mutuo e non si ha un posto fisso adeguato e non si è di giovane età, le banche non ti finanziano; gli imprenditori che chiedono mutuo su immobili aziendali devono esibire bilanci equilibrati per capitale, reddito e liquidità. Come dire: è una beffa! Se si fitta una casa,con i tempi che corrono, potresti non incassare un euro; se la si vuole alienare potresti anche non riuscire a venderla. Le imposte che colpiscono il cespite, comunque non si fermeranno. Al problema si aggiunge il problema. Non prendiamo in considerazioni i ragionamenti che fa la politica, che sono di comodo. La casa non basta, è necessario il lavoro che nel nostro Paese è merce rara proprio per loro colpe. Non ci facciamo illudere! Con il Milleproroghe, in caso di calamità, ricostruzione ed oneri fiscali spettano alle vittime.

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén