Lavoce.info

UN NUOVO STAGE CONTRO LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE *

Per combattere la disoccupazione giovanile e i suoi duraturi effetti negativi servono riforme del mercato del lavoro e della formazione. Esiste però uno strumento che se usato correttamente potrebbe aiutare subito i diplomandi e i laureandi ad arrivare sul mercato del lavoro con un curriculum più adeguato: lo stage. Indispensabili, però, nuove regole. Per renderlo uno strumento riservato ai soli studenti o neolaureati, da utilizzare per un periodo di tempo limitato, con rimborso spese, tutor e progetto formativo.

La disoccupazione giovanile in Italia ha raggiunto in dicembre il picco più alto dall’inizio della crisi, al 29 per cento. Ormai un giovane su tre sul mercato del lavoro è disoccupato. Si tratta di cifre preoccupanti e ben più alte del 20 per cento della media dei paesi dell’Unione Europea. Il recente rapporto Ocse "Off to a good start? Jobs for Youth" sull’occupazione giovanile mostra come anche l’incidenza dei disoccupati di lungo periodo (più di sei mesi) sia la più alta tra i paesi appartenenti all’organizzazione.

GIOVANI IN DIFFICOLTÀ

Ma chi sono i giovani che rimangono indietro nel mercato del lavoro? Si possono dividere in due gruppi. Da una parte, ci sono i cosiddetti "left behind", lasciati indietro, cioè giovani che hanno cumulato svantaggi non terminando la scuola superiore – in Italia sono più del 20 per cento – oppure giovani immigrati o originari di aree povere e svantaggiate. Tra questi il rischio di non riuscire a integrarsi nel mercato del lavoro è molto forte. Nel nostro paese, la percentuale dei giovani che non stanno seguendo un percorso formativo e che non lavorano (i Neet, neither in employment nor in education and training) è tra le più alte nei paesi sviluppati. Solo la Spagna, profondamente colpita dalla crisi, ci supera nel secondo trimestre 2010 (figura 1).

Figura 1. Giovani Neet, 2008-2010
Percentuale di giovani di età compresa tra 15 e 24 anni

Fonte: Ocse (2010), Off to a good start? Jobs for Youth, Oecd, Paris.

Esiste, poi, un secondo gruppo di giovani con difficoltà di integrazione nel mercato (i cosiddetti "poorly integrated"): si tratta dei diplomati e dei laureati che non trovano un lavoro a tempo indeterminato e alternano contratti temporanei a periodi di disoccupazione e inattività. Uno studio recentepubblicato dall’Ocse trova che l’11 per cento dei diplomati italiani, nei cinque anni che seguono l’uscita dalla scuola, alterna brevi esperienze di lavoro, disoccupazione e inattività senza riuscire a ottenere un impiego stabile: un tasso quasi doppio rispetto alla Francia o al Portogallo anche se inferiore a quello registrato tra i giovani diplomati spagnoli. Inoltre, nuove forme di precarietà sono apparse nel nostro paese nell’ultimo decennio – per esempio, l’ampia diffusione dei contratti di lavoro autonomo con partita Iva in un quadro che, di fatto, assomiglia molto al lavoro dipendente. L’Italia ha il tasso più alto in Europa di giovani lavoratori autonomi: tra i giovani di 25-39 anni, il 15 per cento sono classificati come lavoratori autonomi senza dipendenti, contro il 6 per cento in media in Europa e 5 punti percentuali in più rispetto al 1999. (1)
I giovani italiani non sono soli in Europa a trovarsi di fronte a queste difficoltà: paesi come Spagna, Portogallo, Grecia e Francia, che hanno come noi un mercato del lavoro segmentato – diviso cioè tra i ben protetti e i precari a vita – hanno un alto numero di giovani in situazioni lavorative precarie.

LO STAGE COM’È E COME DOVREBBE ESSERE

Come argomentano il rapporto Ocse e la recente Annual Growth Survey della Commissione europea, per combattere la disoccupazione giovanile e i suoi duraturi effetti negativi servono riforme del mercato del lavoro e della formazione. Esiste però uno strumento che se usato correttamente potrebbe aiutare da subito i diplomandi e i laureandi ad arrivare sul mercato del lavoro con un curriculum più spendibile. Si tratta dello stage. Potrebbe sembrare una provocazione visto che negli ultimi anni da strumento di formazione gli stage sono stati spesso intesi come una sorta di lavoro subordinato non pagato. Nonostante la crisi, gli stage hanno continuato ad aumentare in numero assoluto: il rapporto Excelsior-Unioncamere della scorsa estate ha registrato circa 321.850 stage nel settore privato nel 2009, di cui un terzo nell’industria e due terzi nei servizi, in aumento del 5,5 per cento sul 2008. Èpresto per dirlo e i dati sono molto scarsi, ma il sospetto che gli stage stiano parzialmente sostituendo posti di lavoro si fa forte.
Tuttavia, il rapporto Ocse pone il nostro paese agli ultimi posti rispetto alla proporzione di studenti-lavoratori (figura 2): da un certo punto di vista questo potrebbe essere positivo perché implica che i nostri studenti possono concentrarsi totalmente sugli studi. Dall’altra parte, invece, significa che gli studenti arrivano sul mercato del lavoro senza nessuna esperienza di lavoro seppur breve. I neolaureati si trovano così imbrigliati nel circolo vizioso "no lavoro senza esperienza, no esperienza senza lavoro" e lo stage anche non pagato e senza alcuna validità formativa diventa l’unica alternativa.

Figura 2. Studio e lavoro nei paesi Ocse, 2008
Percentuale dei giovani studenti

Fonte: Basi di dati sull’educazione Ocse e inchiesta europea sulla forza lavoro.

La Francia e il Belgio, che come l’Italia sono fondate su un modello di "studio, poi lavoro" (diversamente dalla Germania ad esempio dove la formazione professionale è molto forte), hanno fatto alcune riforme significative per rendere la transizione scuola-lavoro più morbida, valorizzando e regolamentando anche gli stage. In Belgio, il servizio per l’impiego ha creato una base di dati di offerte di stage (remunerati) e lavori per studenti e il governo federale ha introdotto una riduzione d’imposta di 400 euro a trimestre per le imprese che offrono un supervisore a studenti in stage o apprendistato.La Francia, che fino a qualche anno fa si trovava in una situazione molto simile alla nostra, ha varato nel 2006 un accordo che prevede l’obbligo di una convenzione di stage tra università, impresa e studente e una remunerazione minima oltre i tre mesi di stage di 400 euro al mese (30 per cento dello Smic, il salario minimo), ma limitata al solo settore privato. Nel 2009, nel bel mezzo della crisi, il governo ha abbassato la soglia a due mesi. Anche in Portogallo e Svizzera gli stage sono retribuiti mentre in Inghilterra, invece, sono previsti solo all’interno di un percorso formativo.
Una riforma dell’ordinamento degli stage in Italia sarebbe importante non solo per ridare dignità allo strumento, ma per aiutare una migliore integrazione nel mercato del lavoro. Innanzitutto, lo stage dovrebbe essere svolto solo da studenti delle scuole superiori, dell’università e da neo-laureati (in un periodo massimo di un anno dalla laurea) in seguito a una convenzione con l’ente formativo. Dovrebbe avere una durata limitata e un minimo di contenuto formativo, fissato ad esempio in un numero di ore per settimana e garantito dall’assegnamento di un tutor sul posto di lavoro. Il vincolo dello stage solo per gli studenti o i neo-laureati è essenziale per garantire che sia veramente un elemento del progetto formativo e non un’altra forma di lavoro precario e a basso costo, come è successo con gli stagisti cassieri al supermercato e come è stato recentemente sottolineato anche dal segretario della Cgil Susanna Camusso.
Il numero di stagisti in azienda dovrebbe essere limitato in proporzione ai dipendenti e il loro uso non reiterato sistematicamente nel tempo. Gli stagisti non dovrebbero rimpiazzare veri e propri posti di lavoro né personale in malattia, maternità, ferie, mobilità o Cig. La nuova normativa dovrebbe poi prevedere l’obbligo di un rimborso spese minimo, che aumenti con il livello di studi, e istituire la figura di un tutor e di un progetto formativo concordato nella convenzione. Dovrebbe poi prevedere sanzioni per chi infrange le regole (il pacchetto Treu, pur legiferando in questo senso, non prevedeva sanzioni).
Si tratta di pochi principi per porre fine a un abuso che rischia di costare caro alla generazione degli under 30. Permetterebbero inoltre di ridare valore e dignità allo strumento dello stage, ma soprattutto, come ha chiesto il presidente Napolitano, permetterebbero di "aprire ai ragazzi nuove possibilità di occupazione e vita dignitosa".

* Le posizioni espresse nell’articolo sono attribuibili esclusivamente agli autori e non coinvolgono in nessun modo le organizzazioni per cui lavorano.

(1) Ovviamente, alcuni di questi lavoratori autonomi svolgono effettivamente un’attività in proprio per numerosi committenti.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molte altre testate, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Leggi anche:  I rider tra subordinazione e autonomia

Precedente

UN PACCHETTO ALLA NINÌ TIRABUSCIÒ

Successivo

PIÙ DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA CONTRO I FURBETTI DEL MERCATINO

14 commenti

  1. martino

    Lo stage andrebbe regolamentato, sicuramente. Ma il problema non è qui. Secondo me si dovrebbe intervenire radicalmente sul mercato del lavoro in genere, e sulle strutture aziendali, da un lato creando una maggior mobilità, stimolando l’apprendimento/miglioramento del proprio status lavorativo continuo (trovo assurdo che la maggior parte dei lavoratori mantenga a vita il primo lavoro a tempo indeterminato in cui incappa e abbia come unico avanzamento quello legato all’anzianità!!) , dall’altro spingendo le aziende ad ingrandirsi e strutturarsi ("piccolo" alla lunga non è poi così bello). A quel punto uno stage ben regolamentato potrebbe diventare utile ad entrambe le parti (giovani ed aziende). Altrimenti penso che una regolamentazione dello stesso non sortirebbe alcun risultato se non quello di vederlo diminuire nei numeri ( oggi lo stage è solo un’escamotage per abbattere il costo del lavoro e basta).

  2. Adriano Sala

    Alle ottime proposte dell’articolo, farei un paio di aggiunte. La prima riguarda la scarsa "spendibilità" di alcuni titoli di studio. Ai tanti parametri per misurare le prestazioni della scuola, varrebbe la pena inserirne uno più secco: il tasso di studenti che dopo un anno dalla conclusione del ciclo scolastico trovano un lavoro coerente con il titolo di studio conseguito. Sotto a un certo valore, diciamo il 60%, i corsi devono essere cancellati. Sono convinto che questo eviterebbe di avere parecchie lauree deboli sul mercato. La seconda proposta riguarda la retribuzione dei precari, che non dove essere inferiore al lavoratore a tempo indeterminato a parità di mansione. La riforma Treu aveva lo scopo, se non sbaglio, di incentivare l’occupazione favorendo l’assunzione flessibile di lavoratori per rispondere all’imprevedibilità del mercato. E’ evidente allora che deve crearsi la stessa situazione che si ha quando si cerca un idraulico alla domenica invece di contattarlo per un intervento programmabile. Questa, accanto alla vostra segnalazione, è una delle lacuna della riforma Treu.

  3. Francesco

    Innanzitutto nel nostro contesto non è dato sapere quanti stage una volta conclusi si trasformano effettivamente in contratti di lavoro subordinato. Sappiamo che è lievemente superiore ad esempio se è presente un terzo soggetto pubblico (Centri per l’impiego o università) in grado di garantirne il corretto funzionamento. Inoltre non reggono almeno due motivazioni del suo utilizzo:
    1)esperienza,se lo stage funziona come strumento di formazione perché non utilizzare l’apprendistato.
    2)costo del lavoro, in molti casi lo stage viene svolto in settori che non sono esposti alla concorrenza di paesi emergenti, ovvero servizi alle imprese, settore delle comunicazione o altri servizi.
    In questi settori più che il costo del lavoro è la “malattia dei costi” che la fa padrone, ovvero che l’offerta di lavoro sovrasta la domanda e questo permette a molte imprese di lucrare (esempio giornalismo, attività di cura prima infanzia,risorse umane,ecc…) Infine concludo con una domanda: ammesso che vengano introdotte sanzioni, dove si trovano le risorse per vigilare ? Forse i Centri per l’impiego, che potrebbero funzionare anche come intermediari.

  4. Daniele Gabbrielli

    Anche se potrebbe sembrare un incentivo eccessivo per l’impresa, ritengo che il costo orario del tutor aziendale debba essere rimborsato, magari stabilendo una percentuale oraria rispetto alla durata dello stage e/o il rimborso solo in caso di assunzione anche a termine. Questa misura servirebbe per quelle aziende di piccole dimensioni dove seguire un tirocinio rappresenta un costo per il datore di lavoro. Concordo invece nel bloccare gli stage ripetuti e banali come quelli nella grande distribuzione.

  5. savino

    Credo che esista uno strumento molto più semplice ed efficace: leggere concretamente i curricula che i giovani laureati presentano e saper cogliere in essi il talento raffigurato. Commentando un altro articolo sul vostro sito, chiedevo ironicamente: chi seleziona il selezionatore? Già, perchè penso che nel nostro Paese oltre agli scarsi investimenti in formazione e ricerca vi sia una competenza pari a zero in termini di capacità di selezione delle risorse umane. Io sono convintissimo, facendo una metafora calcistica, che siamo ultimi in classifica avendo qualche Maradona in panchina senza accorgercene. Siamo, invece, sempre molto bravi a portare avanti i soliti raccomandati e figli di papà, mentre ci sono tanti bravi ragazzi, figli di persone normali, che si laureano in facoltà tradizionali e non fittiziamente create che restano indietro perchè in maniera manifesta li si vuole far restare indietro.

  6. Marco Gessini

    I datori di lavoro usano lo stage ciclico per avere giovani laureati (plurilaureati a volte) con poca esperienza (ma attenzione a volte è richiesta almeno un’altra esperienza, cioè un altro stage-circolo vizioso dello stage-) che possano usare e far lavorare come un normale impiegato. La differenza è che il giovane lavora gratis. Dopo 3-4-5 mesi lo stagista viene sostituito con un altro. La risorsa umana certamente non sarò di altissimo livello. Ma la possibilità di avere un’ inesauribile fonte di giovani brillanti e desiderosi di far bene (entusiasmo da prime esperienze, speranza/illusione di essere confermati ecc.), ed in più completamente gratis compensa pienamente. Non si tratta di regole. Come viene specificato nell’articolo. Perchè le regole ci sono. Nel caso gli stessi autori volessereo controllare di persona, sarebbero sorpresi dalla precisione dei "progetti formativi" e con difficoltà troverebbero irregolarità procedurali. Il problema è applicare le regole che sono periodicamente disattese: i progetti formativi sono chiacchere e le regole sono eluse facendo leva sulla "disperazione" (nel senso di inevitabilità per un giovane laureato di accettare qualsiasi condizione e lo stage in sostanza andrebbe pagato. Sempre. In questo maniera si eviterebbe l’uso massiccio senza nessun tipo di idea o progetto e si obbligherebbe le imprese/aziende ad investire (formazione mirata all’integrazione ecc)sul giovane.Il paradosso sta nel fatto che dopo una laurea, un master e magari 1-2 anni di stage (gratuiti) si trovi (ancora) difficoltà ad entrare nel vero mondo del lavoro a causa di mancanza della necessaria esperienza lavorativa, dato che, in molti casi, nelle stesse aziende che ricorrono intensamente agli stage, al momento di assumerti (det o ind che sia) ci si sente dire che "lo stage non è considerata esperienza di lavoro a tutti gli effetti". Insomma dopo il danno, la beffa.

  7. Marco Gessini

    Lo stage in sostanza andrebbe pagato. Sempre. In questo maniera si eviterebbe l’uso massiccio senza nessun tipo di idea o progetto e si obbligherebbe le imprese/aziende ad investire (formazione mirata all’integrazione ecc)sul giovane. Il paradosso sta nel fatto che dopo una laurea, un master e magari 1-2 anni di stage (gratuiti) si trovi (ancora) difficoltà ad entrare nel vero mondo del lavoro a causa di mancanza della necessaria esperienza lavorativa, dato che, in molti casi, nelle stesse aziende che ricorrono intensamente agli stage, al momento di assumerti (determinato o indeterminato che sia) ci si sente dire che "lo stage non è considerata esperienza di lavoro a tutti gli effetti". Insomma dopo il danno, la beffa.

  8. bellavita

    Quasi tutti i sindacati, ma soprattutto la CISL, organizzano corsi di formazione di scarsa utilità, che in certi casi sono vere e proprie truffe a spese dello stato e degli enti locali. Credo che non sia stata mai fatta una analisi costi/benefici di questi organismi, che tra l’altro sono vicini al fallimento, almeno per quel che riguarda la CISL. Sono risorse che potrebbero essere meglio utilizzate, se diversamente gestite , per esempio da scuola e associazioni imprenditoriali. A essere sinceri, mi sfugge quale tipo di competenza possa avere il sindacato in tema di formazione professionale…

  9. antonio gasperi

    Insegno in un istituto professionale e mi occupo di organizzazione stage: vorrei segnalare che la recente riforma “epocale” della Gelmini ha reso formalmente obbligatori percorsi di stage nella classe terza per oltre 600 ore annue e di Alternanza Scuola-Lavoro nell’ultimo biennio. Peraltro per gli stage non sono stati previsti né incentivi per le aziende né rimborsi per gli studenti o gli insegnanti, i quali devono quindi pagarsi pure le trasferte in azienda. Altrettanto dicasi per l’AS-L: la Regione Veneto, ove opero, nel 2011 darà contributi alle scuole pari a poco più di 1000 € per ogni classe coinvolta, mentre in passato – come si legge nel mio “L’Alternanza Scuola-Lavoro: bilancio di un’esperienza” in Nuova Secondaria, anno XXVIII, n. 4, 15 dicembre 2010, pagg. 11-14 – ha profuso un impegno molto più consistente. Ben prima degli ultimi interventi normativi, il Veneto si era posto come regione guida nella promozione delle competenze culturali e professionali, il che fra l’altro spiega performances di apprendimento nelle indagini OCSE-PISA simili agli standard nordeuropei. È con amarezza che scopro di paesi come il Belgio che, nonostante un debito pubblico dell’ordine di grandezza del nostro e i vincoli stringenti posti dal patto di stabilità, trovano risorse per incentivare gli stage in azienda, istituendo una franchigia che copre parzialmente gli oneri relativi al tutor aziendale. Ringrazio la redazione per l’ospitalità Antonio Gasperi

  10. Maurilio Menegaldo

    Per esperienza personale sul lavoro (non come stagista, ma come "collega" più anziano e a tempo indeterminato di tanti giovani stagisti), concordo pienamente con quanto dice il sig. Gessini. Aggiungo che in realtà lo stage, come pensato e attuato in Italia, costituisce il doppione gratuito o quasi dei contratti di apprendistato, che sono poco usati soprattutto per l’alto apprendistato e quello professionalizzante, e andrebbero invece rilanciati e posti come base per il contratto di lavoro unico. Proposta questa davvero interessante e di cui non si parla più.

  11. Franco

    Sono un responsabile di Centro per l’Impiego, lavoro in una provincia della Regione Veneto, faccio presente che serve assolutamente una ristrutturazione dello strumento stage/tirocinio distinguendo innanzitutto tra completamento formativo (stage promossi da Università e/o enti formativi ecc..) e tirocini promossi dai Cpi aventi valenza di inserimento lavorativo. Le Regioni hanno potestà legislativa in materia, ma ben poche han fatto qualcosa. Pertanto tra giovani o meno giovani si ha l’effettiva sensazione che si lucri sull’utilizzo di questo strumento che, ricordo, se usato con senso, sortisce effetti utili soprattutto con conseguenti inserimenti in azienda.

  12. alberto colaiacomo

    Magari bastasse il cambiamento delle regole per riuscire ad ottenere, da un valido strumento come quello dello Stage, frutti ‘gustosi e saporiti’… Non credo che basti cambiare le regole per far sì che uno strumento utilissimo come questo, venga utilizzato correttamente da neo-lavoratori e da datori di lavoro. In estrema sintesi posso dire che il problema è culturale. Dicendo questo, intendo dire che se non cambia il modo di pensare dell’italiano medio, dell’imprenditore medio, e – di conseguenza(!) – del politico medio, non sarà possibile innescare nessun circolo virtuoso capace di aiutarci a ‘crescere’ intellettualmente. In pratica, è inutile cambiare le regole o farne di nuove, se non cambia l’ateggiamento: la forma senza sostanza è vana. Lavoriamo sulle persone, su noi stessi, solo così potremo avere la speranza di lasciare una società più giusta e quindi più vivibile ai nostri figli.

  13. Maria

    Grazie per il vostro dossier che batte su un problema molto serio. A proposito degli stage, una mia testimonianza: recentemente, dopo aver fatto vari stage qui e là in Europa e in Italia, mi è stata offerta a Bruxelles la possibilità di uno stage in una ONG che lavora con alcune grandi organizzazioni a livello internazionale. I miei compiti sarebbero stati di: 1) monitorare un progetto in corso, tenendo i contatti con 40 ministeri dell’educazione sparsi in Europa e per il mondo e provvedere a risolvere le problematiche che via via dovessero sorgere 2) scrivere un progetto in risposta ad un bando della Commissione EU in materia di salute. 3) Varie ed eventuali. Ora, vi sembra che questo sia tirocinio o lavoro? E’ evidente che per offrirmi questo, devo già avere esperienza, conoscenze linguistiche ecc. E nel caso specifico, potevo offrire conoscenza fluida di 3 lingue, master in progettazione europea, tirocinio in Commissione EU (un altro!). E solo per andare sul loro specifico caso. Mi hanno offerto 200 euro. Ho gentilmente rifiutato. Questa non è nemmeno una situazione eccezionale. E’ la normalità.

  14. Alfonso Salemi

    Sono sorpreso nel constatere che riguardo al lavoro delle persone disoccupate o non occupate si dicono tante cose, ma non l’unica cosa che si potrebbe attuare abbastanza facilmente con piccoli oneri da parte dello Stato. In cosa consiste? Ad esempio: un anno prima di andare in pensione il lavoratore passa al 50 % delle ore lavorate e viene retribuito dal suo datore di lavoro (qualunque esso sia) per il 50%. La parte restante viene integrata dal sistema pensionistico. Il rimanente tempo di lavoro viene affidato ad una pensona (con le caratteristiche adeguate) che ha perso il lavoro o non è ancora entrata nel mondo del lavoro. Senza porre limiti di età. In questo modo il pensionando non perde un euro, l’azienda guadagna qualcosa perché retribuisce di meno il nuovo arrivato e il nuovo arrivato impara un lavoro ed è retribuito per il tempo di lavoro che effettua. Quando il titolare va in pensione il suo sostituto a metà tempo passa a tempo pieno. Nel caso in cui l’azienda o l’ente non intende sostituire il pensionato, il sostituto andrà a sostituire un altra persona in via di pensionamento. Questo fino a quando non otterrà un tempo pieno e indeterminato.

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén