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  1. Alfonso Salemi Rispondi

    Sono sorpreso nel constatere che riguardo al lavoro delle persone disoccupate o non occupate si dicono tante cose, ma non l'unica cosa che si potrebbe attuare abbastanza facilmente con piccoli oneri da parte dello Stato. In cosa consiste? Ad esempio: un anno prima di andare in pensione il lavoratore passa al 50 % delle ore lavorate e viene retribuito dal suo datore di lavoro (qualunque esso sia) per il 50%. La parte restante viene integrata dal sistema pensionistico. Il rimanente tempo di lavoro viene affidato ad una pensona (con le caratteristiche adeguate) che ha perso il lavoro o non è ancora entrata nel mondo del lavoro. Senza porre limiti di età. In questo modo il pensionando non perde un euro, l'azienda guadagna qualcosa perché retribuisce di meno il nuovo arrivato e il nuovo arrivato impara un lavoro ed è retribuito per il tempo di lavoro che effettua. Quando il titolare va in pensione il suo sostituto a metà tempo passa a tempo pieno. Nel caso in cui l'azienda o l'ente non intende sostituire il pensionato, il sostituto andrà a sostituire un altra persona in via di pensionamento. Questo fino a quando non otterrà un tempo pieno e indeterminato.

  2. Maria Rispondi

    Grazie per il vostro dossier che batte su un problema molto serio. A proposito degli stage, una mia testimonianza: recentemente, dopo aver fatto vari stage qui e là in Europa e in Italia, mi è stata offerta a Bruxelles la possibilità di uno stage in una ONG che lavora con alcune grandi organizzazioni a livello internazionale. I miei compiti sarebbero stati di: 1) monitorare un progetto in corso, tenendo i contatti con 40 ministeri dell'educazione sparsi in Europa e per il mondo e provvedere a risolvere le problematiche che via via dovessero sorgere 2) scrivere un progetto in risposta ad un bando della Commissione EU in materia di salute. 3) Varie ed eventuali. Ora, vi sembra che questo sia tirocinio o lavoro? E' evidente che per offrirmi questo, devo già avere esperienza, conoscenze linguistiche ecc. E nel caso specifico, potevo offrire conoscenza fluida di 3 lingue, master in progettazione europea, tirocinio in Commissione EU (un altro!). E solo per andare sul loro specifico caso. Mi hanno offerto 200 euro. Ho gentilmente rifiutato. Questa non è nemmeno una situazione eccezionale. E' la normalità.

  3. alberto colaiacomo Rispondi

    Magari bastasse il cambiamento delle regole per riuscire ad ottenere, da un valido strumento come quello dello Stage, frutti ‘gustosi e saporiti’… Non credo che basti cambiare le regole per far sì che uno strumento utilissimo come questo, venga utilizzato correttamente da neo-lavoratori e da datori di lavoro. In estrema sintesi posso dire che il problema è culturale. Dicendo questo, intendo dire che se non cambia il modo di pensare dell’italiano medio, dell’imprenditore medio, e – di conseguenza(!) – del politico medio, non sarà possibile innescare nessun circolo virtuoso capace di aiutarci a ‘crescere’ intellettualmente. In pratica, è inutile cambiare le regole o farne di nuove, se non cambia l’ateggiamento: la forma senza sostanza è vana. Lavoriamo sulle persone, su noi stessi, solo così potremo avere la speranza di lasciare una società più giusta e quindi più vivibile ai nostri figli.

  4. Franco Rispondi

    Sono un responsabile di Centro per l'Impiego, lavoro in una provincia della Regione Veneto, faccio presente che serve assolutamente una ristrutturazione dello strumento stage/tirocinio distinguendo innanzitutto tra completamento formativo (stage promossi da Università e/o enti formativi ecc..) e tirocini promossi dai Cpi aventi valenza di inserimento lavorativo. Le Regioni hanno potestà legislativa in materia, ma ben poche han fatto qualcosa. Pertanto tra giovani o meno giovani si ha l'effettiva sensazione che si lucri sull'utilizzo di questo strumento che, ricordo, se usato con senso, sortisce effetti utili soprattutto con conseguenti inserimenti in azienda.

  5. Maurilio Menegaldo Rispondi

    Per esperienza personale sul lavoro (non come stagista, ma come "collega" più anziano e a tempo indeterminato di tanti giovani stagisti), concordo pienamente con quanto dice il sig. Gessini. Aggiungo che in realtà lo stage, come pensato e attuato in Italia, costituisce il doppione gratuito o quasi dei contratti di apprendistato, che sono poco usati soprattutto per l'alto apprendistato e quello professionalizzante, e andrebbero invece rilanciati e posti come base per il contratto di lavoro unico. Proposta questa davvero interessante e di cui non si parla più.

  6. antonio gasperi Rispondi

    Insegno in un istituto professionale e mi occupo di organizzazione stage: vorrei segnalare che la recente riforma “epocale” della Gelmini ha reso formalmente obbligatori percorsi di stage nella classe terza per oltre 600 ore annue e di Alternanza Scuola-Lavoro nell’ultimo biennio. Peraltro per gli stage non sono stati previsti né incentivi per le aziende né rimborsi per gli studenti o gli insegnanti, i quali devono quindi pagarsi pure le trasferte in azienda. Altrettanto dicasi per l’AS-L: la Regione Veneto, ove opero, nel 2011 darà contributi alle scuole pari a poco più di 1000 € per ogni classe coinvolta, mentre in passato – come si legge nel mio “L’Alternanza Scuola-Lavoro: bilancio di un’esperienza” in Nuova Secondaria, anno XXVIII, n. 4, 15 dicembre 2010, pagg. 11-14 - ha profuso un impegno molto più consistente. Ben prima degli ultimi interventi normativi, il Veneto si era posto come regione guida nella promozione delle competenze culturali e professionali, il che fra l’altro spiega performances di apprendimento nelle indagini OCSE-PISA simili agli standard nordeuropei. È con amarezza che scopro di paesi come il Belgio che, nonostante un debito pubblico dell'ordine di grandezza del nostro e i vincoli stringenti posti dal patto di stabilità, trovano risorse per incentivare gli stage in azienda, istituendo una franchigia che copre parzialmente gli oneri relativi al tutor aziendale. Ringrazio la redazione per l'ospitalità Antonio Gasperi

  7. bellavita Rispondi

    Quasi tutti i sindacati, ma soprattutto la CISL, organizzano corsi di formazione di scarsa utilità, che in certi casi sono vere e proprie truffe a spese dello stato e degli enti locali. Credo che non sia stata mai fatta una analisi costi/benefici di questi organismi, che tra l'altro sono vicini al fallimento, almeno per quel che riguarda la CISL. Sono risorse che potrebbero essere meglio utilizzate, se diversamente gestite , per esempio da scuola e associazioni imprenditoriali. A essere sinceri, mi sfugge quale tipo di competenza possa avere il sindacato in tema di formazione professionale...

  8. Marco Gessini Rispondi

    Lo stage in sostanza andrebbe pagato. Sempre. In questo maniera si eviterebbe l'uso massiccio senza nessun tipo di idea o progetto e si obbligherebbe le imprese/aziende ad investire (formazione mirata all'integrazione ecc)sul giovane. Il paradosso sta nel fatto che dopo una laurea, un master e magari 1-2 anni di stage (gratuiti) si trovi (ancora) difficoltà ad entrare nel vero mondo del lavoro a causa di mancanza della necessaria esperienza lavorativa, dato che, in molti casi, nelle stesse aziende che ricorrono intensamente agli stage, al momento di assumerti (determinato o indeterminato che sia) ci si sente dire che "lo stage non è considerata esperienza di lavoro a tutti gli effetti". Insomma dopo il danno, la beffa.

  9. Marco Gessini Rispondi

    I datori di lavoro usano lo stage ciclico per avere giovani laureati (plurilaureati a volte) con poca esperienza (ma attenzione a volte è richiesta almeno un'altra esperienza, cioè un altro stage-circolo vizioso dello stage-) che possano usare e far lavorare come un normale impiegato. La differenza è che il giovane lavora gratis. Dopo 3-4-5 mesi lo stagista viene sostituito con un altro. La risorsa umana certamente non sarò di altissimo livello. Ma la possibilità di avere un' inesauribile fonte di giovani brillanti e desiderosi di far bene (entusiasmo da prime esperienze, speranza/illusione di essere confermati ecc.), ed in più completamente gratis compensa pienamente. Non si tratta di regole. Come viene specificato nell'articolo. Perchè le regole ci sono. Nel caso gli stessi autori volessereo controllare di persona, sarebbero sorpresi dalla precisione dei "progetti formativi" e con difficoltà troverebbero irregolarità procedurali. Il problema è applicare le regole che sono periodicamente disattese: i progetti formativi sono chiacchere e le regole sono eluse facendo leva sulla "disperazione" (nel senso di inevitabilità per un giovane laureato di accettare qualsiasi condizione e lo stage in sostanza andrebbe pagato. Sempre. In questo maniera si eviterebbe l'uso massiccio senza nessun tipo di idea o progetto e si obbligherebbe le imprese/aziende ad investire (formazione mirata all'integrazione ecc)sul giovane.Il paradosso sta nel fatto che dopo una laurea, un master e magari 1-2 anni di stage (gratuiti) si trovi (ancora) difficoltà ad entrare nel vero mondo del lavoro a causa di mancanza della necessaria esperienza lavorativa, dato che, in molti casi, nelle stesse aziende che ricorrono intensamente agli stage, al momento di assumerti (det o ind che sia) ci si sente dire che "lo stage non è considerata esperienza di lavoro a tutti gli effetti". Insomma dopo il danno, la beffa.

  10. savino Rispondi

    Credo che esista uno strumento molto più semplice ed efficace: leggere concretamente i curricula che i giovani laureati presentano e saper cogliere in essi il talento raffigurato. Commentando un altro articolo sul vostro sito, chiedevo ironicamente: chi seleziona il selezionatore? Già, perchè penso che nel nostro Paese oltre agli scarsi investimenti in formazione e ricerca vi sia una competenza pari a zero in termini di capacità di selezione delle risorse umane. Io sono convintissimo, facendo una metafora calcistica, che siamo ultimi in classifica avendo qualche Maradona in panchina senza accorgercene. Siamo, invece, sempre molto bravi a portare avanti i soliti raccomandati e figli di papà, mentre ci sono tanti bravi ragazzi, figli di persone normali, che si laureano in facoltà tradizionali e non fittiziamente create che restano indietro perchè in maniera manifesta li si vuole far restare indietro.

  11. Daniele Gabbrielli Rispondi

    Anche se potrebbe sembrare un incentivo eccessivo per l'impresa, ritengo che il costo orario del tutor aziendale debba essere rimborsato, magari stabilendo una percentuale oraria rispetto alla durata dello stage e/o il rimborso solo in caso di assunzione anche a termine. Questa misura servirebbe per quelle aziende di piccole dimensioni dove seguire un tirocinio rappresenta un costo per il datore di lavoro. Concordo invece nel bloccare gli stage ripetuti e banali come quelli nella grande distribuzione.

  12. Francesco Rispondi

    Innanzitutto nel nostro contesto non è dato sapere quanti stage una volta conclusi si trasformano effettivamente in contratti di lavoro subordinato. Sappiamo che è lievemente superiore ad esempio se è presente un terzo soggetto pubblico (Centri per l’impiego o università) in grado di garantirne il corretto funzionamento. Inoltre non reggono almeno due motivazioni del suo utilizzo:
    1)esperienza,se lo stage funziona come strumento di formazione perché non utilizzare l’apprendistato.
    2)costo del lavoro, in molti casi lo stage viene svolto in settori che non sono esposti alla concorrenza di paesi emergenti, ovvero servizi alle imprese, settore delle comunicazione o altri servizi.
    In questi settori più che il costo del lavoro è la “malattia dei costi” che la fa padrone, ovvero che l’offerta di lavoro sovrasta la domanda e questo permette a molte imprese di lucrare (esempio giornalismo, attività di cura prima infanzia,risorse umane,ecc…) Infine concludo con una domanda: ammesso che vengano introdotte sanzioni, dove si trovano le risorse per vigilare ? Forse i Centri per l’impiego, che potrebbero funzionare anche come intermediari.

  13. Adriano Sala Rispondi

    Alle ottime proposte dell'articolo, farei un paio di aggiunte. La prima riguarda la scarsa "spendibilità" di alcuni titoli di studio. Ai tanti parametri per misurare le prestazioni della scuola, varrebbe la pena inserirne uno più secco: il tasso di studenti che dopo un anno dalla conclusione del ciclo scolastico trovano un lavoro coerente con il titolo di studio conseguito. Sotto a un certo valore, diciamo il 60%, i corsi devono essere cancellati. Sono convinto che questo eviterebbe di avere parecchie lauree deboli sul mercato. La seconda proposta riguarda la retribuzione dei precari, che non dove essere inferiore al lavoratore a tempo indeterminato a parità di mansione. La riforma Treu aveva lo scopo, se non sbaglio, di incentivare l'occupazione favorendo l'assunzione flessibile di lavoratori per rispondere all'imprevedibilità del mercato. E' evidente allora che deve crearsi la stessa situazione che si ha quando si cerca un idraulico alla domenica invece di contattarlo per un intervento programmabile. Questa, accanto alla vostra segnalazione, è una delle lacuna della riforma Treu.

  14. martino Rispondi

    Lo stage andrebbe regolamentato, sicuramente. Ma il problema non è qui. Secondo me si dovrebbe intervenire radicalmente sul mercato del lavoro in genere, e sulle strutture aziendali, da un lato creando una maggior mobilità, stimolando l'apprendimento/miglioramento del proprio status lavorativo continuo (trovo assurdo che la maggior parte dei lavoratori mantenga a vita il primo lavoro a tempo indeterminato in cui incappa e abbia come unico avanzamento quello legato all'anzianità!!) , dall'altro spingendo le aziende ad ingrandirsi e strutturarsi ("piccolo" alla lunga non è poi così bello). A quel punto uno stage ben regolamentato potrebbe diventare utile ad entrambe le parti (giovani ed aziende). Altrimenti penso che una regolamentazione dello stesso non sortirebbe alcun risultato se non quello di vederlo diminuire nei numeri ( oggi lo stage è solo un'escamotage per abbattere il costo del lavoro e basta).