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  1. enrico villa Rispondi

    Nessuna regola piò dissuadere i "furbetti" se il loro ingresso in Borsa avviene dopo l'accanita concorrenza tra advisor, collocatori, global coordinators per assicurare il miglior prezzo (per chi vende) e,di conseguenza,conquistare cospicue commissioni. Spesso tali atteggiamenti avvengono in palese conflitto, come peraltro già segnalato da precedenti Presidenti della Consob. Anche le privatizzazioni, da tempo al palo, non sono state esenti da tali comportamenti, sino ad attribuire incentivi ad personam. Si deve ricondurre tutto l'impianto delle IPOs ad una nuova moral self suasion tra collocatori, in virtù dei dimenticati principi dell'underpricing (money on the table, detto all'anglosassone). In sintesi: chi è più furbetto? L'azienda che entra in Borsa all'insegna del mordi e fuggi o chi asseconda questa miope logica?

  2. Antonio Tognoli Rispondi

    Analisi impeccabile e considerazioni condivisibili. Alle Autorità di Vigilanza, che pure hanno ben vigilato nel corso degli anni, si potrebbe forse imputare una forte azione repressiva ma poco preventiva. Ma per fare questo sarebbe stato necessario dotare le Autorità di una struttura parzialmente diversa da quella attuale. Che fare ora, dunque. Occorre rivolgere l'attenzione su quello che abbiamo: le piccole e medie imprese. Inutile "copiare" gli altri paesi, che hanno aziende e regole diverse. Da tenere conto che delle circa 4.3 mln di imprese Italiane, oltre il 99% sono piccole e medie (così come definito dalla legge Europea) e occupano oltre l'80% della popolazione attiva. In Borsa è sotto gli occhi di tutti come siano rappresentate. Ma ancor più scoraggiante è il quadro normativo che consente ai money manager di acquistarle. Occorre un grande sforzo nazionale per creare un quadro normativo fatto di poche regole (ma certe e condivise) che consenta un più facile accesso al mercato di rischio.

  3. Hans Suter Rispondi

    Siamo sicuri che la borsa abbia un futuro? Felix Salmon pensa di no: http://www.nytimes.com/2011/02/14/opinion/14Salmon.html?_r=1&hp

  4. Luciano Pontiroli Rispondi

    Non si può certo dire che ci sia mancanza di regole, né che siano semplici. Il prof. Onado conosce benissimo l'articolazione del sistema, ma sa anche che il disegno seguito dalle varie direttive europee che lo hanno connotato non è sempre coerente. Le molte regole lasciano spazio a incertezze, che dovrebbero essere superate da un'attività di vigilanza - il c.d. terzo livello della regolamentazione à la Lamfalussy - per la quale, probabilmente, mancano le risorse. Forse la stessa idea di fondo, l'empowerment degli investitori al dettaglio, dovrebbe essere ripensata ed adeguata all'esperienza della crisi, che non è nata nei mercati retail ma li ha infettati.

  5. Franco Pedriali Rispondi

    L'analisi e le considerazioni sono condivisibili ma certamente non nuove, per cui conviene spostare l'ottica e osservare invece i numeri: nell'ultimo decennio i rendimenti annui composti per i mercati azionari sono stati tutti negativi: Italia - 5,79%, Europa -2,85%, Mondo - 3,02% (fonte indici MSCI,senza dividendi). Per contro i mercati obbligazionari (indici JPMorgan Global) hanno espresso performance positive. Il rendimento annuo composto per l'Italia è stato + 4,96%,per l'Europa +4,71% e per il Mondo +3,37%. Ha ancora senso dibattere sul mercato azionario italiano considerando, anche, che i principali gestori italiani hanno correttamente un'ottica internazionale e la presenza nel risparmio gestito di azioni italiane è pressochè nulla?

  6. stefano mengoli Rispondi

    Come cerco tentativamente di insegnare agli studenti è persino meglio l'assenza di regole a regole in assenza di effettivi controlli (enforcement della legge). Nel west, in assenza di sceriffo, era infatti meglio che non ci fosse il divieto di portare la pistola altrimenti si sarebbe arrivati alla situazione paradossale in cui i "buoni", rispettosi della legge e quindi senza pistola, erano alla merce' dei cattivi che invece la portavano. A Bologna recentemente hanno portato il biglietto dell'autobus da 1 a 1.2 euro per ripianare il bilancio. Il problema è che a Bologna sono pochi quelli rispettosi della legge e quindi quelli che fanno il biglietto. Sarebbe stato molto meglio aumentare i controlli piuttosto che far pagare di più a chi il biglietto già lo faceva. In sintesi, basta regole. In Italia ce n'e' fin troppe. Iniziamo a farle rispettare e a far funzionare i tribunali.

  7. Giovanni Fistetti Rispondi

    Le grandi banche italiane non hanno alcun interesse a contribuire ad accrescere il peso della Borsa, che rappresenta un canale di finanziamento alternativo a quello bancario. E siccome le banche advisor, che dovrebbero sostenere il processo di apertura delle aziende ai mercati dei capitali sono controllate o collegate alle principali banche commerciali, non vi sono in Italia soggetti del tutto indipendenti che fungano da catalizzatori del mercato di borsa. A questo si aggiungono una tradizionale reticenza del capitalismo familistico delle PMI italiane verso la quotazione nei mercati internazionali e l'assenza di un supporto professionale verso le Pmi in materia di finanza aziendale (abbondano i fiscalisti, ma languono i consulenti d'impresa).

  8. bob Rispondi

    Dissuadere? Chi lo fa, colui che alza il telefono da Parigi per chiamare il questurino e farsi fare un favore? O coloro che tentano di aprire qualche ufficio in più della Consob a Milano per metterci dentro l'amico dell'amico? La cosa deprimente che dietro questi masaniello, per puri interessi personali, si nascondono persone che con le teorie più strambe sostengono mediocri assurdità. In pratica lanciare il sasso e nascondere la mano.