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  1. Giorgio Conti Rispondi

    Credo che l'attuale evoluzione delle relazioni industriali riguardi scelte, unilaterali, legate al pragmatismo del sistema economico mondiale. Insomma, un qualcosa governato da una ristretta cerchia di persone e da un sistema. Se l'impresa è, come giustamente lo è, un fattore di benessere ed anche il lucro e l'utile sono leciti, al ragionamento complessivo prospettato da alcuni commentatori, manca il riconoscimento della controparte cioè del prestatore di lavoro. Secondo alcuni, la soluzione risiederebbe nel legare i salari e gli stipendi al raggiungimento della produttività oppure di obiettivi aziendali attraverso contratti individuali ovvero "ad personam". Questa è la teoria, ma la pratica reale ci indica invece che già il lavoro nero e atipico svolge la funzione di contratto "ad personam". Leggevo qualche tempo fa che un operaio che "scarriolava" macerie in un cantiere del post-terremoto abruzzese, non aveva un contratto ma, bensì, aveva la partita Iva. Crediamo che i contratti personali non sono contratti standard precompilati dal datore di lavoro o pensiamo davvero che un lavoratore singolo seppure accompagnato da un consulente possa avere capacità di trattativa?

  2. Giuseppe Ferrari Rispondi

    ... Proprio l'unico aspetto potenzialmente positivo per i lavoratori di tutto questo (la concorrenza sugli stipendi) è anche l'unico su cui le imprese continueranno a far "cartello". Tanto, che quasi si auspica il "salario minimo". In breve, ci aspettano tempi grami...

  3. Magotti P. Rispondi
    Forse stiamo entrando nel XXI secolo anche noi, mondo arriviamo.
  4. A. Pegoraro Rispondi

    Ma allora finisce anche il ruolo del sindacato come "strumento di politica economica"? Secondo punto: se entriamo nella logica dello Smic (Salaire minimum interprofessionnel de croissance) perchè non pensare a una forma di tassazione più articolata, quasi inesistente sullo Smic e sui premi di risultato in crescita sui nuovi "superminimi"? (intendo per gli operai/impiegati fascia bassa, per qaudri dirigenziali mi pare che la cosa diventi più complicata...)

  5. Pietro Monaco Rispondi

    Ho letto con attenzione l'articolo che è largamente condivisibile in molti punti. In special modo quando si fa riferimento alla diverse funzioni e ai mutamenti della associazioni sindacali e datoriali. Credo però che anche le piccole e medie aziende col tempo aderiranno a contratti aziendali. Non crede anche lei che tutto questo favorirà, come già avvenuto nel recente passato per altre tematiche anche non affini, la nascita di un un nuovo profilo professionale, come quello del consulente sindacale per le imprese che lo richiederanno?

  6. MD Rispondi

    La dimensione assunta oggi dai player globali travalica i confini della sovranità dei singoli Stati membri dell'Unione europea, così che un piccolo paese come il Belgio deve chiedere il sostegno di altri governi europei per evitare il collasso di un operatore finanziario in esso residente, mentre multinazionali, nell'automotive o del “bianco”, non trovano ostacoli nel confronto bilaterale con i governi degli Stati membri dove hanno sede gli stabilimenti, né in una controparte sindacale organizzata a livello internazionale, quando decidono delle strategie industriali e dei destini dei lavoratori europei. Su un livello di governance sub-nazionale, il differenziale di potere negoziale tra autorità regionali e player multinazionali, presenta analogie con dinamiche del passato legate a investimenti produttivi di larga scala nei paesi via di sviluppo. La crisi pone all'Unione Europea il problema della robustezza delle proprie istituzioni, ricorda la necessità di ulteriori progressi nell'integrazione europea delle politiche economiche e nella creazione di uno spazio sociale europeo, tanto credibile quanto lo è stato quello per l'unificazione monetaria.