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  1. Dario Quintavalle Rispondi

    Piuttosto interessante l'osservazione secondo cui "Da un decennio a questa parte, i paesi che collassano finanziariamente hanno un debito estero notevole, a fronte di un debito pubblico spesso trascurabile. Il nemico della stabilità non è quasi mai lo Stato", considerato che in Italia si continua a ritenere lo Stato, i suoi dipendenti, i suoi supposti "sprechi" (che sono in realtà finanziamenti più o meno occulti al sistema delle imprese) l'unico vero piombo nelle ali del Paese. Francamente, anche se non c'è da essere allegri sulle prospettive dell'Italia, la sua inclusione tra i cosiddetti Piigs mi pare del tutto gratuita.

  2. bellavita Rispondi

    Il mio commento è un apologo: dialogo tra un piantotore di cotone e il suo sovrintendente "Jim, stanotte ho perso un fracco di soldi al casinò del battello sul Mississippi" "Mi dispiace...proprio adesso che dovevamo comprare una nuova sgranatrice per il cotone e rifare la strada d'accesso per i carri" "te le sogni queste spese, io devo pagare i debiti. Anzi, riduci le razioni agli schiavi" "ma così lavoreranno meno" "e tu falli picchiare di più" " ma anche questo li farà lavorare di meno" "arrangiati, ma i debiti di gioco vanno pagati subito, è la regola dei gentiluomini del Mississippi... anzi, sai cosa ti dico: ti licenzio, così risparmio uno stipendio e metto al tuo posto il vice, che è più feroce.." "Già adesso in due non bastiamo, ma lei faccia pure, preferisco non esserci quando qui tutto andrà a rotoli..." Il dialogo si svolge in francese cajum, che abbiamo pensato di tradurre. Ogni paragone su come si è generata la crisi finanziaria d'occidente e su come governi, istituzioni internazionali, economisti e giornalisti pensano di risolverla è puramente voluto.

  3. Roberto Rispondi

    Chi ha studiato economia e certi livelli trova sempre la scappatoia, la giustificazione per certi comportamenti, se poi aggiungiamo che per un certo periodo c'è una certa moda, il lustro successivo ce n'è un'altra, il problema è che dicono: " ahhh , ci siamo sbagliati, però quelli che si sono sbagliati hanno riempito la saccoccia, mentre il pinco palla qualsiasi l'ha svuotata o è alla canna del gas. Morale, in economia, meno teoria e più pratica, la libertà di mercato non è quella che vogliono farci intendere adesso, questi movimenti di denaro, tutti questi strumenti finanziari che sono pari a X volte il PIL mondiale magari in mano ad una sola banca d'affari, come si suol dire, nuoce gravemente alla salute, la cosa vergognosa è che gli stati sono andati in soccorso a questo sistema, indebitando ulteriormente chi è già messo male e senza nessuna colpa.

  4. Francesco Benevolo Rispondi

    Analisi sintetica, interessante ed incisiva. Però mi fa pensare ad un grande problema che abbiamo un po' tutti: le analisi ex post, brillanti come la tua, non sono certo agevoli da elaborare. D'accordo. Ma la questione chiave sono le analisi ex ante, la capacità di "prevedere" gli effetti delle politiche e conseguentemente di "programmare" efficaci interventi. Questa, a mio avviso, è la vera lezione ancora tutta da studiare. Anche perché, in mancanza di tali fondamentali credibili supporti, quello che si verifica nei fatti è che non si è più capaci di fare programmazione e strategia a medio-lungo termine e le politiche si limitano a tappare falle nel circuito del sistema-Paese o, nella miglipore delle ipotesi, a mettere in campo con immediatezza semplici intuizioni personali di qualcuno o, ancora, a tenere chiusa la borsa dei denari perché, come noto, senza agire si evita di fare grandi errori. Comunque bravo Alberto! Grazie.

  5. Gianluca Minieri Rispondi

    Sono sostanzialmente d'accordo con la disamina fatta da Alberto Bagnai, anche se credo vadano aggiunti due elementi di riflessione: 1) uno dei fattori vincenti per le economie cresciute grazie agli IDE e' rappresentata dalla capacita' dei singoli governi di minimizzare la percentuale di profitti che gli imprenditori rimpatriano. Per far questo e' necessario essere in grado di offrire agli imprenditori alternative di investimento interessanti, investendo (durante le fasi di espansione economica) in infrastrutture, in modo da rendere il paese maggiormente competitivo. In questo modo si tramuta la crescita traballante derivante dai capitali esteri in crescita permanente e ci si protegge per quando tali capitali esteri andranno via. Il governo irlandese ha invece attuato un piano di spesa pubblica scriteriato, concentrato sul finanziamento della bolla immobiliare (dovuto in gran parte alle connivenze esistenti tra industria immobiliare e politica) anziche' sulle infrastrutture. 2) Nel periodo del boom economico (ed immobiliare) irlandese, l'Irlanda avrebbe avuto bisogno di moderare la crescita con tassi al 6%, mentre i tassi bassi dell'area euro hanno alimentato la bolla immobiliare.

  6. Giorgio Ragazzi Rispondi
    Gli investimenti diretti danno luogo a pagamenti di redditi da capitale all'estero solo se ed in quanto la società locale fa profitti. Questi profitti sono certamente destinati a scendere, e magari di molto, se il mercato nazionale è in crisi o se esportare è meno profittevole per la perdita di competitività. Vi è quindi una differenza fondamentale tra ide e debiti. Il problema dell'Irlanda non mi pare possa essere attribuito a troppi investimenti diretti dall'estero quanto piuttosto al fatto che le banche irlandesi sono cresciute tanto che le loro passività sono salite sino a 5 volte il PIL. Il governo ha voluto evitare una fuga di depositi, dopo il fallimento Lehman, garantendo tutte le passività del sistema bancario, ma poi è risultato evidente che questo impegno avrebbe fatto esplodere il debito pubblico a livelli insostenibili.
  7. Guido Gay Rispondi

    Complimenti per l'interessante analisi, che mette in luce la fragilità della crescita irlandese già dagli anni '90. Noto solo che alcuni anni fa altri autori della Voce anni fa avevano espresso valutazioni molto differenti, concentrandosi su aspetti parziali della crescita irlandese, non consentendo una valutazione equilibrata dei rischi ad essa connessi. A titolo d'esempio: Europa: non bastano i cellulari a far crescere la produttività di Francesco Daveri e Guido Tabellini 18.02.2003 "Non casualmente, gli unici paesi europei con una crescita elevata della produttività nella seconda metà degli anni novanta sono Irlanda, Finlandia e Svezia, nei quali i settori in cui si produce l'IT costituiscono una proporzione elevata del valore aggiunto e dell'occupazione." Cordialmente Guido Gay

  8. Gennaro Varriale Rispondi

    Gli economisti dimenticano spesso che dietro alle loro fredde cifre, ci sono storie di uomini e donne, che vedono distrutte le loro vite da azzardi ideologici che nulla hanno a che fare con la realtà, ma sono frutto di teorie stramplate e senza senso. La tigre celltica diventata un gattino spellacchiato è l'esatta dimostrazione di ciò, aggiungiamo i tre paesi baltici (Estonia, Litunia, Lettonia), l'Islanda di cui si è perso traccia, la Russia, la Spagna, il Portogallo, l'Italia, aggiungo infine gli Stati Uniti, esempio più eclatante di ciò che significa privatizzare i profitti e socializzare i debiti. La verità è che nei governi ci sono tutta una serie di economisti che vengono direttamente da gruppi finanziari, che hanno tutto l'interesse ad un mercato senza alcun governo, tanto poi ci pensaranno i contribuenti a pagare...

  9. ema da mi Rispondi
    Mi complimento innanzitutto per la disamina che trovo molto interessante ed istruttiva. Vorrei inoltre che morale fosse insegnamento ed insegnamento saggezza, ma per qualche ragione non mi sento di garantire che non verranno raccontate nuove favole, contraddistinte dalla medesima morale. Sono pessimista?
  10. rita castellani Rispondi

    Ergo: l'Irlanda non è Israele. E non bastano gli irlandesi d'America a tenere in piedi un'economia dall'esterno.

  11. Paolo Greco Rispondi

    Mi può chiarire perché l'euro ha sgretolato l'economia irlandese. Con gli Ide anche la Cina può correre lo stesso rischio?

  12. umberto carneglia Rispondi

    L'articolo è molto interessante ed affronta sotto un'ottica poco consueta il tema della crescita dei Paesi in ritardo, sotto la spinta degli investimenti reali diretti dall'estero ;ma non chiarisce - mi sembra - il punto principale: cosa ha derminato l'enorme crisi dei bilanci delle banche irlandesi? Sarei molto grato all'autore se lo spiegasse. .

  13. gianluigi Rispondi

    Complimenti per l'articolo, di una lucidità esemplare, tanto nella forma quanto nella sostanza. credo che il suo contributo più importante sia l'invito a leggere con criterio i numeri che gli organi di cosiddetti "informazione" (ma anche una parte del pensiero economico moderno) ci hanno abituato ad ingurgitare in ogni momento della quotidianità. mi auguro lo leggano tutti coloro - anche tra gli assidui frequentatori di lavoce.info - che fino a due anni fa (!) gridavano al miracolo irlandese. e spero lo leggano anche tutti coloro che vanno (perfino oggi!) ripetendo "...però gli USA fino al 2007 crescevano al 4%!"

  14. renato calfi Rispondi

    L'analisi è pienamente condivisibile. E tuttavia non si può fare a meno di rilevare che per lungo tempo questo autorevole sito ha ospitato scritti di economisti illustri che additavano l'Irlanda e la sua folgorante crescita come modello. Per carità, tutti possono sbagliare, ma la lezione dovtebbe consigliare maggiore cautela a quanti, tra i collaboratori di questo sito, si sentono depositari di verità e di ricette inclinando a considerare "antichi", incoerenti, illusi o addirittura attusi quanti non la pensano come loro e non seguono i loro precetti.

  15. claudio leonardi Rispondi

    Per alcuni versi anche in Turchia mi pare ci sia lo stesso caso, sono affluiti molti investimenti dall'estero, lo stato ha ceduto a investitori esteri molti pezzi di industrie, con la differenza che la Turchia è un grande paese, con una grande struttura produttiva, una larga e crescente popolazione con capacità di risparmio e spesa crescente, in una parola un grande mercato interno (e un indotto di grandi paesi confinanti come l'Iran), per questo i profitti dovrebbero restare per essere reinvestiti.

  16. Flavio Pressacco Rispondi

    Analisi interessante. ma bisogna aggiungere una riflessione sulla qualità della crescita fonte di un altro squilibrio rispetto a quello interno-estero. allora industrie e servizi di alto profilo domestici o estero trainati poco importa, oppure call center, assemblaggi ed edilizia speculativa? E la correlazione fra questa bassa qualità e trattamento fiscale di favore? Quelli che esaltavano il modello Irlanda e suggerivano di riprodurlo anche in Italia dove sono?