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No, non è la Bbc

Quale futuro si delinea per la Rai? Rispetto al passato, le funzioni di servizio pubblico che richiedono la presenza di un canale pubblico si sono ridotte, grazie all’offerta multicanale e alla convergenza tra diversi mezzi di trasmissione. Ma con una forte concentrazione nell’informazione televisiva e un ruolo declinante dei giornali, un canale pubblico di informazione gestito secondo criteri di pluralismo può rappresentare un fattore importante. Perché questo avvenga diventa però cruciale una riforma del sistema di nomina e governance.

 

 

Se Oltremanica la discussione sul pluralismo nel sistema dei media si concentra sul segmento privato, con il progetto di acquisizione completa di BSkyB da parte del gruppo Murdoch, nel dibattito italiano lo stato di salute economica e informativa della Rai ha dominato il dibattito negli ultimi tempi. I fatti sono noti e numerosi, dalla situazione dei conti che parrebbero drammatici, alle polemiche su alcune trasmissioni di approfondimento informativo, alle ripetute critiche per la parzialità del Tg1 della direzione Minzolini.

IL RUOLO DELLA TV PUBBLICA

È tuttavia utile provare a guardare al presente e al futuro della Rai da una prospettiva meno contingente, sollecitati anche dalle proposte che negli ultimi tempi sono state avanzate da alcuni dei raggruppamenti politici. Fli ha proposto una privatizzazione tout court, un ballon d’essai senza per ora molti approfondimenti. Più articolata e meditata la proposta in discussione all’’interno del Pd, che prevede la separazione della Rai in due società, una finanziata solamente con il canone e dedicata al servizio pubblico e l’’altra commerciale e finanziata, con vincoli di affollamento analoghi agli altri canali commerciali, unicamente con pubblicità, assieme a una proposta di riforma dei meccanismi di governance avanzata con la prima firma del segretario Pier Luigi Bersani.
È bene ricordare che la ragion d’essere originaria di un operatore pubblico televisivo sta nello svolgimento di funzioni di servizio pubblico. Le quali, a loro volta, si riferiscono alla garanzia di accesso per tutte le correnti politiche e culturali del corpo civile, alla garanzia di un pluralismo nell’’informazione, all’’offerta di programmi di qualità dal punto di vista culturale. Nel garantire queste funzioni, inoltre, il servizio pubblico televisivo deve seguire due prospettive differenti: in alcuni casi (accesso, alcuni tipi di programmi culturali) la funzione di servizio pubblico si espleta con la garanzia di una semplice presenza in palinsesto, senza pretendere audience elevate. In altri casi (informazione, alcuni programmi culturali), una piena soddisfazione delle finalità di servizio pubblico richiede anche la capacità di raggiungere ampie porzioni di pubblico.
Questo insieme di funzioni, nate e definite in un mondo televisivo molto lontano da quello attuale, richiedono evidentemente un aggiornamento, che parta prima di tutto dal chiedersi quali di queste funzioni necessitino di un canale pubblico e quali invece possano essere soddisfatte attraverso la variegata offerta di contenuti oggi disponibili. La televisione di oggi, e soprattutto quella che si svilupperà nei prossimi anni con l’’offerta multicanale e la convergenza tra diversi mezzi di trasmissione, porta a risposte differenti dal passato, e chiede quindi un aggiornamento della nozione di servizio pubblico fino a interrogarsi sulla attualità stessa di questo principio.
Oggi il tema dell’’accesso da garantire a tutte le correnti politiche e culturali non sembra richiedere la presenza cruciale di un canale televisivo pubblico: dai molti canali disponibili con le nuove piattaforme di trasmissione (Dtt, satellite) al mondo di Internet, costi e vincoli che in passato potevano frenare l’’accesso per le correnti culturali e politiche minoritarie, richiedendo un canale pubblico di garanzia, appaiono sostanzialmente superati. Questo è tanto più vero se si tiene in considerazione che, nei palinsesti della televisione pubblica, questi programmi non erano pensati per un grande pubblico, ma per quelle nicchie di spettatori che oggi continuerebbero a seguirle su piccoli canali o attraverso il web.
Alcuni grandi programmi culturali hanno sicuramente segnato la storia della televisione pubblica italiana, con un alto gradimento del pubblico, rappresentando altrettanti momenti di formazione di una cultura popolare condivisa. Ma proprio perché potenzialmente in grado di raccogliere una audience elevata, questi stessi potrebbero essere offerti, in base a valutazioni di mero profitto economico, anche da reti private. La necessità di un canale pubblico per questi programmi è quindi se non altro da verificare. Inoltre, nella sensibilità culturale di oggi, l’’idea di specifici contenuti meritevoli di una particolare tutela pubblica appare meno scontata di un tempo, e può richiamare un atteggiamento paternalistico oggi non accettabile.
Restano i servizi informativi, dai telegiornali ai programmi di approfondimento. Quale vantaggio può avere un canale pubblico rispetto all’’offerta privata, perché dovremmo avere bisogno di una rete pubblica per venire incontro a questa esigenza essenziale per il pluralismo dell’’informazione? Le ragioni per un servizio pubblico appaiono qui più stringenti. Abbiamo più volte discusso delle ragioni strutturali di natura economica che limitano il numero di canali di successo, e di quanti tra questi dedicano investimenti ai contenuti informativi. Le linee editoriali dei telegiornali tendono poi a caratterizzarsi in senso politico forse più che in passato, come si osserva anche fuori dei confini di casa nostra con l’’esempio eclatante di Fox News negli Stati Uniti.

COME DIFENDERE IL PLURALISMO

A questi primi elementi di preoccupazione nella prospettiva di un pluralismo esterno si accompagna la crisi strutturale che vede ridursi da un decennio il numero di lettori, di copie e di testate dei quotidiani, l’’altra fonte primaria di informazione nel settore dei media. Ad esempio, oggi le reti di corrispondenti esteri più sviluppate sono quelle di due agenzie di stampa (Reuters e Ap) e della Bbc, mentre solamente poche testate americane hanno uffici all’’estero. A un canale televisivo pubblico può quindi essere assegnata una funzione di pluralismo all’’interno dei propri programmi, sfruttando le possibilità di controllo che i poteri pubblici hanno su una impresa di proprietà dello Stato. In presenza di una forte concentrazione nell’’informazione televisiva e di un ruolo declinante dei giornali, quindi, un canale pubblico di informazione gestito secondo criteri di pluralismo può rappresentare un fattore importante.
Ne deriva immediatamente che il tema cruciale perché questo avvenga è il sistema di governance del canale e il modo in cui l’’obiettivo di pluralismo si realizza nella gestione dei contenuti informativi. Va da sé che l’’attuale situazione della Rai, sottoposta per le nomine al filtro della Commissione parlamentare di vigilanza e per la gestione alla dialettica lottizzata tra presidente, consiglio di amministrazione e direttore generale sia quanto di più lontano si possa immaginare da una governance finalizzata al pluralismo. La riflessione sul futuro della Rai e del servizio pubblico, quindi, deve accompagnarsi a una altrettanto approfondita riforma del sistema di nomina e governance che accentui la separazione dall’’esecutivo e garantisca una articolazione e rappresentanza di una pluralità di istanze culturali, politiche e istituzionali.
Da queste riflessioni, infine, emerge evidente come rispetto al passato le funzioni di servizio pubblico che richiedono la presenza di un canale pubblico si sono ridotte, ponendo ancora una volta sul tappeto la necessità di ridurre il peso della Rai e di restituire al mercato reti e risorse che aumentino la concorrenza nel segmento commerciale. Ma su questo rimandiamo a quanto spesso abbiamo scritto su questo sito.

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    Non sarà la BBC, ma forse è la soluzione: privatizzare e mettere sul mercato RAI1 e RAI2 in tal modo si toglie alla politica governativa e ai partiti voce in capitolo per diffamare l’opinone pubblica (vedi i dati sul PIL).

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