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  1. Nicole T. Rispondi

    Sono pienamente d'accordo con chi afferma che il problema è a monte, il problema riguarda chi non ha la benchè minima possibilità di prendere anche solo in considerazione la maternità. Perchè non tutte hanno i nonni a portata di mano, 800 euro al mese per pagare un asilo privato a 25 anni...perchè adesso è scontato che a 25 anni si debba campare con 200 euro al mese e un contratto a progetto che scade ogni 3 mesi, i contributi ce li scordiamo e la maternità slitta ineluttabilmente a quando arriveranno gli "anta", se il fisico ce la farà! Se non cambia la legislazione del diritto del lavoro, se le donne non saranno veramente tutelate, la maternità sarà un lusso per poche e per pochi...e pensare che lo scopo primario di tutti gli esseri viventi è la procreazione...e per fortuna!

  2. Daniela B. Rispondi

    Mi sembra un cambiamento di cultura e buone regole ci potranno essere quando si partirà dalla realtà, dagli effetti che il non accudimento dei figli da parte dei genitori (non solo alla nascita) ha su tutta società e dai vantaggi per la comunità che ne possono derivare. La norma mi pare di buone intenzioni ma ingenua: sia perchè sposta sul conflitto uomo/donna il terreno del cambiamento e non sul contrasto di esigenze tra genitori e non genitori; sia perchè ogni lavoratore e datore di lavoro deve comunque fare i conti con la struttura del mercato del lavoro e con ciò che più gli conviene per vivere: norme così diventano più una bella opportunità riservata a pochi o un ostacolo da aggirare attraverso gli strumenti pratici che la legge stessa consente (es. contratti a progetto). Insisto comunque che riconsiderare la natura della questione di partenza (genitori/non genitori e non uomo/donna) apra nuove prospettive: c'è una società di genitori che si muove in mondo del lavoro fatto per una perpetua e statica singletudine e giovanilità (ritmi, contratti, pensioni). E forse ai più piace ancora pensare che sia così. Ai giovani di oggi invece sta stretto.

  3. Felice Di Maro Rispondi

    Smuovere una cultura di disuguaglianza nella distribuzione delle responsabilità familiari e sul posto di lavoro non è semplice e non è che l'UE può offrire uno strumento, ossia in pratica una proposta. Le autrici penso che dovrebbero riflettere in quanto non è affatto scontato che agevolando la donna nei vari livelli del lavoro e dando il congedo anche agli uomini le cose in famiglia possano andare meglio. Penso che economia e relazioni uomo-donna abbiano bisogno nell'insieme di nuove interpretazioni. Il ruolo della donna è fondamentale almeno per i figli e deve però scegliere e l'uomo deve cercare di fare anche lui la sua parte e questa "scelta" ha per lui un prezzo. Quale? Rinunciare al salario o parte dello stipendio per stare in casa e consentire alla sua donna di soddisfare alle proprie aspettative. Ma poi la donna sarà riconoscente? Forse no! Ma questa è la vita!

  4. Lucia Vergano Rispondi

    Se è vero, come molti esperti ribadiscono, che i primi anni di vita sono fondamentali per la formazione dell'identità di un individuo, rintengo qualsiasi provvedimento legislativo favorevole alla cura dei neonati e dei bimbi piccoli un prezioso investimento per la società intera, non solo per i diretti interessati. Pertanto, i congedi parentali, rivolti tanto alla madre quanto al padre, dovrebbero essere parte integrante di una politica lungimirante di sostegno alle famiglie, insieme ai servizi e agli incentivi fiscali. Tuttavia, credo che l'anomalia italiana rispetto ad altri paesi europei in termini di tasso di natalita' e di partecipazione femminile al mercato del lavoro si spieghi anche alla luce dell'organizzazione dei tempi di lavoro: insufficiente flessibilità e articolazione antiquata degli orari di ufficio spesso impediscono di ritagliarsi momenti nell'arco della giornata da destinare alla cura e alle incombenze domestiche, costringendo almeno uno dei neo genitori (piu' sovente, la madre) a rinunciare alla professione, nel timore di non riuscire a sopportarne la fatica.

  5. Alloni Diego Rispondi

    Se 8 settimane di sospensione lavorativa materna sono ostetricamente ineluttabili, rimangono 12 settimane di effettivo congedo di maternità vs 2 settimane di paternità: un rapporto di 6/1 quando l'allattamento al seno come forma esclusiva/continuativa di nutrizione avviene in circa i 2/3 dei neonati italiani (rapporto 2 a 1). Continua dunque la discriminazione delle leggi "ad generem", per altro vissuta vittimisticamente da quelle che posano il sedere sulle poltrone fisse, che discriminano "intra generem" le lavoratrici precarie. Come le estensori delle linee-guida per la magistratura nel diritto di famiglia, che vietano la possibilità ad un figlio di separati di trascorrere la notte con il padre fino al compimento dei 12-18 mesi (nella pratica giudiziaria è spesso fino ai 3-5 anni del bambino). Considerando le indicazioni europee non sufficientemente discriminatorie, non solo rispolvereranno la scusa della "tenera età" per non applicare la futura normativa italiana, ma ostacoleranno ogni desiderio di cura paterna diretta dei papà separati dai loro 10.000 neonati, ponendo a loro carico assegni di mantenimento insostenibili con le indennità di congedo.

  6. Federico Maio Rispondi

    Peccato che, sintetizzando, quelli che dovrebbero fare i figli sono assunti a progetto (i giovani) e non hanno nessun tipo di protezione, ma proprio nessuno! Quindi prima eliminiamo i contratti assurdi di sfruttamento totale delle persone e poi parliamo di questi fantastici congedi per procreare che valgono solo per chi ormai l'età per fare figli non ce l'ha più (parlo sempre della situazione italiana). Non ho minuti per argomentare ma prendo in considerazione la mia situazione personale e di quasi tutti i miei coetanei. Cordialmente.