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  1. Roberto Rispondi

    Per quanto riguarda gli occupati sottoposti a formazione: nel Bel Paese la FC non viene monitorata. Non è possibile sapere quali effetti ha prodotto perché non esiste una "definizione condivisa" su cosa si intende per "risultato" ovvero, non esiste un sistema di certificazione dell'apprendimento nazionale (ma neppure regionale, aziendale, ecc.) Quindi, dopo aver formato un dipendente, nessuno, che non sia il datore di lavoro o un soggetto delegato dal medesimo, lo esamina e lo promuove (con conseguenze pratiche su salario/posizione professionale per il sogetto) oppure no. A volte (raramente) un accordo sindacale "sostiene" percorsi di professionalizzazione interna ad un'azienda che impiegano (anche) attività formative. Ma il risultato, in termini di chi stabilisce se c'è stato apprendimento e chi ne godrà i benefici in termini professionali, non cambia. Peccato che la competenza istituzionale per la Formazione Professionale, sia stata assegnata alle Regioni e alle Province (delirio ideologico e peda-dogico da consociativismo iresponsabile), che Isfol e facoltà universitarie varie "campino" sulla possibilità di poter governare il sistema.. un giorno.

  2. Roberto Sacchelli Rispondi

    Il valore del gruppo sulla singola individualità. Per rispondere alla crescente turbolenza, competitività e globalizzazione dei mercati, già da un po’ di anni le imprese tentano di perseguire condizioni che appaiono tra loro contraddittorie, come: più specializzazione ma anche più integrazione, più autonomia ma anche più partecipazione al gioco di squadra, più innovazione e creatività ma anche più rapidità ed efficienza. La formazione continua nelle imprese è da un po’ di tempo sempre meno fatto episodico (anche per scelta delle programmazioni regionali) e più o meno consapevolmente vuol dire creare squadra, gruppo, unione d’intenti, quasi l’opposto, per assurdo, della formazione per i disoccupati, in cui prevale l’individualità. La formazione in azienda, il corso, anche se a volte sfugge, è sempre più un progetto culturale, uno dei pochi momenti della nostra vita quotidiana che apre spazi di trasmissione vera e propria di abilità, di capacità, sia intergenerazionale che intragenerazionale. La realizzazione di momenti formativi è tra le principali sicurezze che l’azienda può offrire al lavoratore per il suo futuro e questo ne aumenta la visione e una sana ambizione.

  3. giulio Rispondi

    L'errore maggiore è affidarli a enti privati. Tali enti, o meglio le persone che li dirigono, essendo state designate a quel compito dalla corruzione politica, badano unicamente al proprio arricchimento (e a quello dei loro protettori), dimenticando la principale ragion d'essere di tali corsi, ovvero l'erogazione di nozioni e competenze potenzialmente utili per rientrare nel mondo del lavoro. Altro errore è lo svolgimento della parte pratica, obbligatoria per tali corsi, in azienda. Se l'azienda fin dall'inizio della parte pratica presso sé medesima non prevede di successivamente assumere il corsista praticante, ben si guarda dal distogliere proprie energie interne per istruire una persona che di lì a poche settimane si allontanerà per sempre e non tornerà mai più. Per il corsista frequentemente la parte pratica si risolve nello stare a casa a dormire e nel farsi firmare le presenze dal responsabile aziendale del corsista medesimo, oppure nell'essere in azienda ma unicamente adibito a fare fotocopie. Altro punto dolente è la qualità di coloro che insegnano in tali corsi, scadente e dalle ripercussioni involontariamente comiche.

  4. Claudia Villante Rispondi

    Se la formazione continua sembra avere un impatto positivo (sebbene occorrerebbe verificare con un metodo controfattuale, l'impatto netto dell'intervento formativo), non è affatto dimostrato scientificamente l'inefficacia della formazione professionale rivolta ai disoccupati, nel senso che non esistono indagini specificamente rivolte a questa tipologia di target. O meglio, essendo i disoccupati una tipologia estremamente eterogenea (di breve di lunga durata, inoccupati, in cig etc.) esistono indagini di placement mirate che dimostrano la maggiore efficacia sulla fascia più "forte" sul mercato del lavoro (con titoli di studio alti e più giovani). Si sta portando avanti, da qualche tempo a questa parte, una profonda revisione delle politiche formative in ottica maggiormente integrata con altre politiche attive sul mercato del lavoro. Il ragionamento dunque andrebbe spostato non sull'efficacia in sé di interventi isolati e appartenenti ad una logica ormai vecchia centrata sull'erogazione dell'unità corsuale, ma sulla possibilità e capacità delle amministrazioni locali (Regioni e Province) di utilizzare il FSE in un'ottica maggiormente legata ai bisogni delle imprese e dei territori.

  5. Maria Cristina Migliore Rispondi

    Mi unisco a Piero nel sollevare la questione della relazione causale tra investimenti in formazione e retribuzioni. So che in letteratura vi è una posizione teorica, oggi dominante, che sostiene che vi sia una relazione causale e positiva tra queste due variabili. Chi applica modelli statistici tende ad applicare questa teoria senza discutere quali meccanismi leghino queste due variabili. Esempi di meccanismi: a) le retribuzioni aumentano perchè chi ha fatto formazione ha più competenze e migliorato le proprie pratiche lavorative, b) vi era già stato un accordo per cui il passaggio di livello retributivo era condizionato alla frequenza di un corso di formazione. Solo se si verifica il primo tipo di meccanismo, vale la pena investire nella formazione continua formale. Nel secondo caso invece si ha solo sperpero di denaro pubblico. Chiarisco: non sono contraria all'apprendimento nei posti di lavoro. Sono critica nei confronti all'enfasi che si dà in letteratura e nei discorsi degli opinion leaders alla formazione formale, trascurando di interrogarsi su che cosa sia l'apprendimento e come questo avvenga nei posti di lavoro.

  6. Marcello Battini Rispondi

    Anche senza scomodare ricerche scientifiche è inevitabile che la formazione continua possa dare, da subito, un aiuto all'incremento dellla produttività individuale e quindi delle retribuzioni. Non sono invece del tutto daccordo sulla improduttività della formazione a favore dei disoccupati, ma con questo accorgimento: occorre impegnare i disoccupati, corrispondendo loro un assegno dio disoccupazione, in lavori socialmente utili, preceduti da corsi di formazione attinenti al lavoro di pubblica utilità che saranno chiamati a svolgere.

  7. francesco Rispondi

    Concordo con quanto detto circa la formazione continua. Riguardo la formazione per disoccupati, si nota la presenza di corsi su figure professionali "improbabili", quanto su figure che sarebbero necessarie; ce nè di fatta male, ma anche ci sono tanti corsi ben fatti. Sui corsi ben fatti l'allievo è in grado di svolgere ruoli e mansioni, come ben dimostra negli stage presso le aziende; e quì la formazione esaurisce il suo ruolo. Bisognerebbe approfondire l'indagine, invece, sui motivi che spingono gli imprenditori a non procedere con le assunzioni "vere", anche quando le aziende vanno bene.

  8. Piero Rispondi

    Spesso gli aumenti di retribuzione sono dati agli amici (logica familistica/clan che tutti conosciamo ampiamente in Italia) e gli stessi amici usufruiscono anche dei Fringe Benefit di cui la Formazione fa spesso parte. Indi credo che spesso si confonda la causa (gli amici li trattiamo meglio) con l'effetto (gli amici guadagnano di più perchè sono meglio formati). Comunque sempre meno-peggio di quella per i disoccupati. In quel caso a guadagnarci sono i formatori. Che sapiamo tutti essere legati alla politica regionale e ai sindacati. In questo caso paga i formatori.