I giovani adulti italiani coabitano con la famiglia di origine molto più spesso e più a lungo rispetto ai coetanei del resto del mondo. La crisi economica influisce, ma non è la prima responsabile di questa anomalia, come dimostra la maggiore probabilità che il figlio resti in casa nelle famiglie con reddito più alto. Contano invece gli aspetti culturali. I genitori sono contenti della situazione e considerano un investimento mantenere i figli nel periodo degli studi e della ricerca del primo impiego, senza spingerli a fare esperienze di lavoro. Forse sarebbe meglio cambiare strategia.

Al recente convegno per il decennale de lavoce.info ho incontrato un distinto signore italiano, ingegnere dalla brillante carriera in società internazionali di consulting e private equity, ora in pensione e dedito alla beneficenza. Gli ho chiesto quale consiglio potesse dare ai giovani italiani in età 15-25 anni. La sua risposta è stata semplice: “Andare via presto da casa e vedere il mondo. È la cosa più importante”. E mi ha spiegato che spesso la famiglia italiana risulta troppo protettiva e perfino soffocante. Ma è vero?

GENITORI TROPPO PROTETTIVI

Un primo dato: la percentuale di persone che coabitano con i genitori è quasi raddoppiata dal 1970 al 2000.(1) Prima della crisi, che indubbiamente ha peggiorato le cose, l’83 per cento dei maschi italiani fra i 18 e i 30 anni, e il 73 per cento fra i 25 e i 29 anni, coabitava con i genitori. (2) È una anomalia internazionale: negli altri paesi, anche di area mediterranea, le percentuali sono tradizionalmente molto più basse.
Ora, è chiaro che si convive con i genitori per tante ragioni, per esempio per necessità economica. Ma uno studio suggerisce che noi genitori siamo almeno “complici”. (3) Lo studio correla il reddito permanente dei genitori, cioè la somma dei soldi che i genitori guadagneranno in tutto il loro futuro lavorativo, con la probabilità che i figli abitino in casa. E la correlazione risulta positiva: i genitori con più alto reddito permanente hanno maggiore probabilità di avere figli in casa. Questo di per sé suggerisce che il bisogno economico familiare non causa la coabitazione. Tuttavia, la semplice correlazione può mascherare l’effetto di altri fattori, per esempio, il fatto che i ricchi hanno case più grandi e quindi è più facile tenere il figlio in casa. Gli autori hanno allora condotto anche un altro esercizio. La riforma delle pensioni del 1992 ha aumentato l’età pensionistica di alcune specifiche coorti di lavoratori, dunque “forzandoli” ad avere un reddito permanente più alto. Ebbene, proprio quelle coortirisultano avere una maggiore probabilità di tenersi i figli in casa. In altre parole, il genitore italiano usa una parte del suo incremento in reddito permanente per mantenere i figli in casa piuttosto che consentirgli/obbligarli ad andare via.
Nel linguaggio insipido degli economisti, la coabitazione con i figli adulti è per noi genitori un “bene normale”. Un bene che, come le automobili, i gioielli o i viaggi, più si hanno soldi e più ne vogliamo comprare. Nel caso dei figli, l’interpretazione è che noi genitori italiani vogliamo avere i figli adulti in casa.

Leggi anche:  Primo maggio, i problemi del lavoro vanno oltre la pandemia

CONTENTI DEI FIGLI IN CASA

Queste preferenze sembrano essere, almeno in parte, un fenomeno culturale. Un altro studio mostra che i figli di genitori di origine italiana che vivono negli Stati Uniti “replicano” le abitudini di coabitazione prevalenti in Italia: i figli italo-americani di seconda generazione negli Usa coabitano con i genitori, proprio come i ragazzi italiani.(4)
Non so se i lettori trovino sorprendenti questi risultati, io li trovo interessanti. Tommaso Padoa-Schioppa, quando era ministro dell’Economia, dette una famosa definizione dei ragazzi italiani, li chiamò “bamboccioni”. Ora potremmo riferirci a noi genitori come “babboccioni”.
Siamo genitori “babboccioni” anche in relazione agli altri paesi. Riporto un altro fatto, tratto dalla World Value Survey, una inchiesta a livello mondiale che misura il sistema di valori in diverse nazioni. Ebbene, fra i maggiori paesi europei e gli Stati Uniti, l’Italia è l’unico paese in cui i genitori sono significativamente più propensi a rispondere di essere “contenti” o “molto contenti” se hanno almeno un figlio/a in casa. (5)
Come interpretare tutto questo? Non ho, lo dico subito, evidenza scientifica che la coabitazione sia dannosa per i figli adulti. Mi domando però se, talvolta, tenere i nostri figli in un ambiente troppo protettivo possa nuocere. Se per essere l’idolo di famiglia basta fare meglio del cugino Michele, si capisce che l’orizzonte è limitato. E quando l’impatto con il mondo esterno si verificherà, tipicamente al momento della ricerca di un lavoro, l’avere fatto meglio del cugino Michele sarà magra credenziale. Avere la misura della concorrenza che si dovrà affrontare è utile.
Nella società anglosassone la norma è che i figli escano di casa alla fine del liceo. Ma anche prima,  i genitori cercano di esporre i figli al mercato del lavoro. Alle medie, i ragazzi sono spinti a impiegarsi come baby sitter o giardinieri; al liceo a fare lavori estivi come camerieri di ristorante; e così via. Il salario è una considerazione secondaria. Il vero valore dell’esperienza è di mettere i figli a contatto con una realtà lavorativa in cui ci si aspetta un certo livello di prestazioni. Così i ragazzi apprendono l’etica del lavoro e, forse, anche quanto è difficile guadagnarsi da vivere con poche qualificazioni. Il che poi si traduce, presumibilmente, in motivazione allo studio.
Chiudo con una considerazione. Talvolta, il sostegno protettivo ai figli – prima attraverso un percorso universitario spesso lento e poi durante un periodo di ricerca di lavoro che si estende magari per anni – viene considerato uninvestimento economico. L’obbiettivo, alla fine, è di “sistemare” il figlio o la figlia nel mitico posto fisso. Ma il posto fisso è ormai difficile da trovare e lo sarà sempre di più. Forse, conviene considerare una strategia diversa: preparare bene i nostri figli a confrontarsi con il mondo esterno e poi, con tutte le cautele del caso, spingerli gentilmente a spiegare le ali.

Leggi anche:  Anche in pandemia la mamma è sempre la mamma*

(1) Si veda “Living Arrangements in Western Europe: Does Cultural Origin Matter?” Paola Giuliano, IZA DP No. 2042 March 2006.
(2) Per il primo dato si veda la tabella 2 in “Why Do Most Italian Youth Live with their Parents?” di Marco Manacorda ed Enrico Moretti, Journal of the European Economic Association Volume 4, Issue 4, pp. 800–829, June 2006. Per il secondo dato si veda IZA Discussion Paper No. 1046 “Job Insecurity and Children’s Emancipation” di Sascha O. Becker, Samuel Bentolila, Ana Fernandes, Andrea Ichino. March 2004.
(3) Manacorda e Moretti, op. cit.
(4) Si veda Giuliano, op. cit.
(5) Si veda Manacorda e Moretti, op. cit., tabella 8.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!