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Quanti professori senza requisiti minimi

Giusto fissare criteri fondati sulla qualità e quantità delle pubblicazioni per la progressione nella carriera universitaria. Come ha fatto il Cun con l’indicazione dei requisiti minimi per ciascuna fascia di docenza: ricercatore, associato e ordinario. Ma una simulazione sui docenti oggi in ruolo mostra che solo una piccola percentuale soddisfa tutti e tre i requisiti richiesti. Anche perché restano troppo vaghe alcune definizioni e le misure di qualità accettate. Il rischio è quello di lasciare ancora troppo spazio alla discrezionalità.

Il comitato d’’area 13 del Consiglio universitario nazionale (Cun) ha individuato nel dicembre 2008“indicatori minimali di qualificazione scientifica” per l’’accesso ai tre livelli della carriera universitaria: per gli ordinari, essere autore o coautore di almeno dieci pubblicazioni negli ultimi otto anni, di cui almeno quattro pubblicate in riviste di “grande rilievo scientifico” e di queste almeno due su riviste a “carattere internazionale”; per gli associati, essere autore o coautore di almeno sei pubblicazioni negli ultimi cinque anni, di cui almeno due pubblicate in riviste di “grande rilievo scientifico” e di queste almeno una su riviste a “carattere internazionale”; per i ricercatori, il vincolo temporale si riduce agli ultimi tre anni e il numero di pubblicazioni oscilla tra una (se si è conseguito il dottorato di ricerca negli ultimi tre anni), due (se si è conseguito il dottorato di ricerca da più di tre anni) e tre (se non si ha il titolo di dottore di ricerca)”.

CRITERI APPLICATI AI DOCENTI DI OGGI

L’’assenza di una definizione precisa di quali siano le riviste di “grande rilievo scientifico” o di “carattere internazionale” su cui è necessario pubblicare per accedere a ciascuna fascia di docenza lascia ampi margini di arbitrarietà, che rischiano di vanificare l’’utilizzo di questi criteri e di reintrodurre la discrezionalità che si vorrebbe ridurre al minimo nella valutazione delle pubblicazioni. Anche in un nostro esercizio, applicato agli economisti dell’’area 13, è stato necessario definire arbitrariamente, ma ci auguriamo con ragionevolezza, che cosa si debba intendere con i termini impiegati dal Cun.
Per il primo requisito, abbiamo inteso per “pubblicazioni” tutti gli articoli, articoli in volumi collettanei (a esclusione delle curatele) e libri presenti in Econlit (al 4/1/2009). In questa banca dati i libri e i volumi collettanei censiti sono prevalentemente in lingua inglese e quindi il suo utilizzo sottostima pesantemente quelli pubblicati in italiano. È una limitazione significativa, che tuttavia viene “compensata” dall’’ampiezza delle riviste prese in considerazione.
Per il secondo requisito, infatti, abbiamo considerato riviste di “grande rilievo scientifico,” tutte quelle presenti in Econlit. Si tratta di un numero molto alto, 1.367 riviste pubblicate in tutto il mondo. Le riviste italiane sono 49, pari al 3,6 per cento del totale, anche se quelle presenti nell’indice e ancora attive negli ultimi otto anni sono 40.
Per il terzo requisito, ovvero l’’“internazionalità”, abbiamo preso in considerazione un elenco piuttosto lungo di riviste, ricorrendo a tre diversi ranking, tra i più noti in letteratura: i) le 159 riviste presenti nel lavoro di Kalaitzidakis, Mamuneas e Stengos; ii) le 159 censite come A+, A, B+ e B (pari a 159) da Schneider e Ursprung; iii) le 187 (delle 272) classificate come 1*, 1 e 2 nel rapporto Cnrs presenti anche in Econlit. (1)
L’’universo di riferimento sono gli economisti accademici italiani in ruolo nel 2009 nel settore disciplinare SECS-P01, ricavati dal database del Cineca. È il settore più numeroso (849 economisti su 1715 appartenenti ai settori SECS-P01/P06 pari al 49,5 per cento del totale) e più rappresentativo dell’’universo con il 46,9 per cento degli ordinari, il 60,7 per cento degli associati e il 51,4 per cento dei ricercatori).
Incrociando i dati Cineca e Econlit abbiamo calcolato quanti degli attuali ordinari, straordinari, associati (confermati e non) e ricercatori di SECS-P01 soddisferebbero “i criteri minimi”  per l’’accesso al proprio livello di carriera o a quelli superiori. Abbiamo tenuto distinti gli ordinari dagli straordinari e i confermati dai non confermati per cogliere le differenze derivanti dal salto generazionale e dal diverso contesto di incentivi a pubblicare.
I risultati sono riassunti nelle tabelle 1-5.

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Tabella 1 Requisiti minimi per ordinario: ordinari SECS P01(2009)

TOTALE ORDINARI 2009 REQUISITO 1 minimo 10 pubblicazioni negli ultimi 8 anni REQUISITO 2 minimo 4  in riviste di grande rilievo scientifico REQUISITO 3
minimo 2 in riviste a carattere internazionale
285 78 (27,4%) 72 Schneider Ursprung (2008) CNRS (2008) Kalaitzidakis et al. (2003)
49 52 52

 

Tabella 2 Requisiti minimi per ordinario: SECS P01 straordinari (2009)

TOTALESTRAORDINARI
2009
REQUISITO 1
minimo 10 pubblicazioni negli ultimi 8 anni
REQUISITO 2
minimo 4 in riviste di grande rilievo scientifico
REQUISITO 3
minimo 2 in riviste a carattere internazionale
47 18 (38,3%) 18 Schneider Ursprung (2008) CNRS (2008) Kalaitzidakis et al. (2003)
16 18 16

 

Tabella 3 Requisiti minimi per associato e ordinario: associati confermati SECS P01 (2009)

TOTALE ASSOCIATI CONFERMATI
2009
CHI SODDISFA I REQUISITI MINIMI PER DIVENTARE ASSOCIATO
REQUISITO 1
minimo 6 pubblicazioni negli ultimi 5 anni
REQUISITO 2
minimo 2 in riviste di grande rilievo scientifico
REQUISITO 3
minimo 1 in riviste a carattere internazionale
160 26 (16,2%) 26 Schneider Ursprung (2008) CNRS (2008) Kalaitzidakis et al. (2003)
23 23 16
CHI SODDISFA I REQUISITI MINIMI PER DIVENTARE ORDINARIO
REQUISITO 1
minimo 10 pubblicazioni negli ultimi 8 anni
REQUISITO 2
minimo 4 in riviste di grande rilievo scientifico
REQUISITO 3
minimo 2 in riviste a carattere internazionale
17 (10,6%) 17 Schneider Ursprung (2008) CNRS (2008) Kalaitzidakis et al. (2003)
9 15 11

 

Tabella 4 Requisiti minimi per associato e ordinario: associati non confermati SECS P01 (2009)

TOTALE ASSOCIATI NON CONFERMATI
2009
CHI SODDISFA I REQUISITI MINIMI PER DIVENTARE  ASSOCIATO
REQUISITO 1
minimo 6 pubblicazioni negli ultimi 5 anni
REQUISITO 2
minimo 2 in riviste di grande rilievo scientifico
REQUISITO 3
minimo 1 in riviste a carattere internazionale
61 21 (34,4%) 21 Schneider Ursprung (2008) CNRS (2008) Kalaitzidakis et al. (2003)
20 19 14
CHI SODDISFA I REQUISITI MINIMI PER DIVENTARE ORDINARIO
REQUISITO 1
minimo 10 pubblicazioni negli ultimi 8 anni
REQUISITO 2
minimo 4 in riviste di grande rilievo scientifico
REQUISITO 3
minimo 2 in riviste a carattere internazionale
12 (19,7%) 12 Schneider Ursprung (2008) CNRS (2008) Kalaitzidakis et al. (2003)
9 9 9
                 

 

Tabella 5 Requisiti minimi per ricercatore, associato, ordinario: ricercatori SECS P01(2009)

  REQUISITI MINIMI PER I RICERCATORI
TOTALE RICERCATORI 2009 REQUISITO 1
minimo 1-2 pubblicazioni negli ultimi 3 anni
295 194 (65,8%)
CHI SODDISFA I REQUISITI MINIMI PER DIVENTARE ASSOCIATO
REQUISITO 1
minimo 6 pubblicazioni negli ultimi 5 anni
REQUISITO 2
minimo 2 in riviste di grande rilievo scientifico
REQUISITO 3
minimo 1 in riviste a carattere internazionale
32 (10,8%) 32 Schneider Ursprung
(2008)
CNRS (2008) Kalaitzidakis et al. (2003)
23 27 27
CHI SODDISFA I REQUISITI MINIMI PER DIVENTARE ORDINARIO
REQUISITO 1
minimo 10 pubblicazioni negli ultimi 8 anni
REQUISITO 2
minimo 4 in riviste di grande rilievo scientifico
REQUISITO 3
minimo 2 in riviste a carattere internazionale
9 (3%) 9 Schneider Ursprung  (2008) CNRS (2008) Kalaitzidakis et al. (2003)
4 6 6

 

Il nostro esercizio mostra che le asticelle da superare poste dal Cun sono molto al di sopra del livello medio della produzione degli economisti accademici: escludendo i ricercatori, solo una percentuale tra 18 e il 20 per cento (a seconda del ranking di riviste utilizzato) soddisfa tutti e tre i requisiti relativi al proprio grado.
Solo il 27,4 per cento degli ordinari risulta avere dieci pubblicazioni censite in Econlit negli ultimi otto anni e, pur utilizzando un ampio criterio di inclusione per definire una rivista di “grande rilievo scientifico” e tre diversi ranking per attribuirle un “carattere internazionale”, solo il 18 per cento ha due pubblicazioni di “carattere internazionale” e dunque soddisferebbe tutti e tre i requisiti minimi per accedere alla propria fascia. Un dato migliore si ha per gli straordinari per i quali le percentuali salgono rispettivamente al 38,3 per cento nel soddisfare il primo requisito d’accesso e tra il 34 e il 38,3 per cento, a seconda del criterio di identificazione delle riviste “internazionali” adottato, per tutti e tre i requisiti.
Per gli associati, la prima soglia nel proprio ruolo è superata dal 16,2 per cento dei confermati e dal 34,4 per cento dei non confermati, ma tutti e tre i requisiti del proprio grado accademico li soddisfa solo una percentuale tra il 13,6 e il 19,5 per cento, a seconda dei ranking utilizzati (cioè tra il 10 e il 14,4 per cento per i confermati e tra il 23 e il 32,8 per cento dei non confermati). Le percentuali si riducono ancora se consideriamo coloro che hanno i requisiti per diventare ordinario: si tratta solo di un gruppo compreso tra il 5,6 e il 9,3 per cento degli associati confermati e del 14,7 per cento dei non confermati.
Nel caso dei ricercatori, la situazione è migliore: il 65,8 per cento soddisfa il criterio previsto per quella fascia; tuttavia, meno del 10 per cento ha le caratteristiche per diventare associato, e un gruppo piccolo ha anche “i numeri” per diventare ordinario.
Si può obiettare che il nostro esercizio applica “i requisiti minimi” a chi è già all’’interno di quella fascia di docenza, mentre il meccanismo può essere valutato solo dopo che le regole del gioco siano state annunciate e adottate nel percorso della carriera, ma non si può non tener conto che i criteri proposti risultano soddisfatti solo da una piccola percentuale degli economisti accademici italiani, con la sola eccezione forse dei ricercatori.
L’’obiettivo di fissare una soglia, definita in base alle qualità e quantità di pubblicazioni, per la progressione delle carriere, che veda dunque applicato il principio del merito per il superamento del concorso, è certamente ottimo. Una volta annunciate le regole del gioco nel percorso della carriera si verificherà verosimilmente un incremento della quantità e forse della “qualità” delle pubblicazioni per autore. È tuttavia indispensabile un chiarimento dei termini (riviste di “grande rilievo scientifico” e “carattere internazionale”) e delle misure di “qualità” accettate, altrimenti la soglia individuata dal Cun è solo un “auspicio” destinato a rimanere tale. Con il rischio, anzi, di vanificare proprio quello che si voleva ottenere.
(1) Si veda rispettivamente Kalaitzidakis, P., Mamuneas T.P. e T. Stengos (2003), “Rankings of Academic Journals and Institutions in Economics”, Journal of the European Economic Association, n. 1, pp. 1346–1366. Schneider, F. e H. W. Ursprung (2008), “The 2008 Gea Journal-Ranking for the Economics Profession”, German Economic Review, n. 9 (4), pp. 532-538. E infine Comité National de la Recherche Scientifique, Catégorisation des revues en Économie et en Gestion (2008).

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23 commenti

  1. Paolo Buonanno

    L’articolo evidenzia come la produttivita’ scientifica sia quantitativamente limitata soprattutto per la fascia degli ordinari e degli associati. L’analisi pecca di precisione e mancano del tutto alcuni importanti elementi necessari per valutare i risultati e per evitarne strumentalizzazioni politiche. 1) I dati utilizzati sono aggiornati al 4/1/2009. Come e’ noto l’aggiornamento di Econlit presenta considerevoli ritardi e quindi molti prodotti del 2008 all’inizio del 2009 non erano ancora indicizzati. Inoltre, considerando che l’articolo e’ pubblicato nell’agosto del 2010, i dati avrebbero dovuto essere aggiornati per dare un quadro reale della situazione…mentre quella presentata e’ la situazione di quasi 2 anni fa e quindi non e’ rilevante per i concorsi in itinere. 2) L’analisi sui ricercatori e’ molto semplicistica. Molti ricercatori hanno un’anzianita’ inferiore ai 5 anni. Qual’e’ quindi il senso dell’analisi condotta? Dimostrare che solo il 10% o il 3% dei ricercatori ha i requisiti per passare di fascia non ha alcun significato se non e’ relazionato all’anzianita’ di servizio del ricercatore. Paolo Buonanno.

  2. Luigi M.

    Di primo acchito mi viene da dire che è molto interessante la comparazione tra i vari profili univesitari; riflettendoci un po’ comincia lo sconforto per i livelli qualitativi "bassi": è vero che le regole sono nuove, ma in teoria un qualsiasi professore dovrebbe avere nel suo dna una produzione scientifica di qualità e non l’obbligo di produrla per rispettare delle regole! Quante proroghe ci saranno all’entrata in vigore?

  3. Michele Modolo

    Ci si è lodevolmente proposti di ideare dei meccanismi che possano certificare la qualità dei professori universitari e dei ricercatori. Si è giunti però all’ideazione di un criterio di qualità che si basa soprattutto sulla quantità (tot pubblicazioni in tot anni). Quanto questo risultato sia deficitario è evidente persino a chi riesce ad elaborare soltanto dei ragionamenti elementari. Sarebbe opportuno ideare dei meccanismi che possano certificare la qualità di docenti e ricercatori basandosi soprattutto o esclusivamente su criteri di qualità (per esempio il cosiddetto "h index"). Nel caso ci si intestardisca invece a privilegiare la quantità (tot pubblicazioni in tot anni) come criterio principale di qualità allora ci si ritenga fortunati che gente come Einstein (comunemente ritenuto una persona non troppo mediocre anche se poco produttiva alla catena di montaggio delle pubblicazioni) abbia potuto operare in un’epoca dove il mero numero di pubblicazioni non era certo il maggiore criterio per giudicare la qualità di un docente o di un ricercatore. In passato questo concetto era del tutto ovvio, oggi non più. Oggi comandano i felici cultori della catena di montaggio.

  4. enrico

    E non mi riferisco ai risultati penosi raggiunti dagli economisti accademici italiani. Ma ai ridicolissimi criteri di cui parlate, e che scopro oggi. Non lavoro nell’economia ma nella fisica, e non in Italia, ma in UK. 10 pubblicazioni in 8 anni sono 1.25 articoli all’anno. Con una media simile, qui non si verrebbe considerati neanche per un postdoc, altro che professore ordinario! E un articolo in 3 anni per i ricercatori? Non ci credo. Deve essere uno scherzo. Gli articoli su riviste non "a carattere internazionale" poi qui non si mettono neanche sul CV, che si fa solo brutta figura.

  5. renzo carriero

    C’è da augurarsi che questo esercizio non induca il Cun a rivedere al ribasso le asticelle!

  6. Paolo

    Non è mai stato pensato di suddividere chi insegna con chi fa ricerca e scrive articoli? Per me sarebbe meglio se il prof. insegnasse e seguisse gli studenti e chi fa ricerca scrive articoli. Semplice no?

  7. elio morselli

    Non si valutano a peso i contributi scientifici: Einstein, se avesse presntato solo la sua teoria della relatività, scritta in 4 pagine, sarebbe stato bocciato…

  8. G Salvioli

    Nel caso del Docente universitario che insegna materie cliniche anche chirurgiche, si dovrebbe inserire nella valutazione un indice di capacità professionale per esempio il rapporto medico-paziente, autonomia clinica, il numero di interventi chirugici e quali interventi, ecc. Invece si valutano solo le pubblicazioni: il clinico molte volte fa ricerca prevalentemente biologica che ha relativa importanza nella sua attività didattica.

  9. FICHERA GIANCARLO

    Il sottoscritto ha 67 anni e ha 4 lauree: ingegneria chimica , economia aziendale, economia degli enti pubblici, giurisprudenza, distribuite tra Torino e Urbino, cioè una università grande e una medio-piccola. Credo, quindi, di poter dire, come studente con "pluriennale esperienza", che il primo problema dell’università italiana non sia il volume di pubblicazioni scientifiche dei docenti,ma, anzitutto, la presenza dei docenti stessi nell’università. Non è, infatti, possibile che la durata di un corso universitario sia di appena 60 ore (a fronte di un libro di testo di 800 pagine): ciò fatto, il docente scompare e si fa vedere, quando va bene, solo agli esami. Un docente universitario, secondo me, dovrebbe stare in sede 40 ore la settimana, la mattina fa lezione, il pomeriggio fa ricerca, se ne è capace, oppure fa esercitazioni scritte con i suoi allievi. Francamente, tra un asino sempre presente e un potenziale premio nobel che non c’è mai preferisco il primo. A Giurisprudenza la situazione è veramente tragica: qui i docenti pensano soltanto ai propri affari legali.

  10. Tempesta Tiziano

    Sono un docente del SSD AGR/01. Di recente ho partecipato in veste di commissario ad una valutazione comparativa ed ho potuto constatare che le caratteristiche della rivista dove sono collocate le pubblicazioni non sempre è un indicatore di qualità scientifica. Ciò dipende dal fatto che: -i referee spesso non conoscono la realtà nazionale per cui non possono comprendere la coerenza dei risultati conseguiti, delle ipotesi di base e della qualità dei dati utilizzati; -le pubblicazioni spesso sono fatte “in serie” applicando ad una medesima base di dati metodologie analitiche via via più avanzate, giungendo spesso a risultati contradditori che i referee non possono vedere; -talvolta vi sono degli errori non trascurabili che sfuggono ai referee stessi. A mio avviso l’unica soluzione consiste nel mutare radicalmente i criteri di selezione eliminando il valore legale della laurea e delegando interamente agli Atenei la selezione dei docenti e dei ricercatori. Nel lungo periodo gli Atenei saranno indotti a scegliere i migliori per attrarre studenti e risorse finanziarie e saranno eliminate le distorsioni insite nelle attuali procedure.

  11. elio morselli

    Forse non è ancora chiaro che il primo compito del professore universitario sarebbe la Ricerca. L’insegnamento viene dopo ed è conseguenziale. Purtroppo questo principio si è andato obliterando a mano a mano che il sistema universitario nell’ultimo ventennio si è involuto, con l’entrata in ruolo di una massa di docenti che in precedenza avrebbero aspirato solo a cattedre di livello medio-superiore. Allora perchè non distinguere tra "research professor" e "teacher professor", come avviene negli Stati Uniti?

  12. Mauro Degli Esposti

    Interessante analisi, a cui vorrei affiancare l’evidenza che emerge dalla compilazione dei ‘top 300’ Italian scientists (and scholars) che abbiamo fatto nella Via-academy: http://www.topitalianscientists.org/Top_300_italian_scientists_VIA-Academy.aspx Delle circa 400 persone che hanno un h-index sopra la soglia = 30, si sono ben pochi economisti e quasi tutti all’estero (Alesina, Modigliani, Boldrin) o alla Bocconi (e.g. Boeri). Non solo gli accademici italiani che si occupano di economia pubblicano poco, ma sembra che abbiuano pure poco impatto, cioè citazioni!

  13. franco migliorini

    Se questa comparazione venisse fatta per il settore dell’urbanistica il risultato sarebbe molto peggiore!

  14. paolo

    Come fa notare Enrico (19/8) il numero di pubblicazioni varia enormemente da disciplina a disciplina, per esempio nelle due aree che ho conosciuto per motivi diversi. In matematica già pubblicare un articolo all’anno è veramente arduo, in fisica teorica sarebbe un risultato penoso. In queste due discipline poi le riviste non internazionali praticamente non esistono e quasi nessuno pubblica i propri articoli su di esse.

  15. denita cepiku

    Trovo estremamente dannosa, oltre che semplicistica, la strategia volta a separare le attività di ricerca da quelle di insegnamento. Non è la prima volta che in Italia si richiama l’ipotesi di separare le carriere (research professors e teaching professors) o persino le istituzioni (research universities e teaching universities), spesso senza una valutazione attenta dell’impatto che ciò potrebbe avere. Spesso si trascurano le importanti sinergie che le due attività hanno, non solo per gli studenti (la didattica fatta da chi fa ricerca ed è costantemente aggiornato su un tema è certamente di diversa qualità), ma anche per i docenti (penso a quanti spunti e ispirazioni per la mia ricerca ho avuto dal confronto e le discussioni in aula). Le università sono diverse dagli enti di ricerca e dalle aziende di assistenza allo studio. La soluzione ai problemi dell’università non è pertanto la separazione ma semmai l’integrazione tra la didattica e la ricerca (valutando in maniera bilanciata i risultati dei ricercatori in entrambe le attività) e anche l’integrazione con la pratica, migliorando l’impatto delle università sulle politiche e la prassi, in ogni settore.

  16. Marcuzzo

    I requisiti minimi variano e sono diversi per ciascuna area Cun. Il nostro esercizio riguarda solo quelli indicati dall’area 13.

  17. Gutul

    Sono molto contento che finalmente anche in Italia si voglia controllare il lavoro dei docenti universitari. Senz’altro la presenza di requisiti minimi di pubblicazioni porterà ad un maggiore impegno dei docenti e ad un miglioramento complessivo della produzione scientifica italiana. Tuttavia i criteri di valutazione vanno aggiustati a seconda della materia di studio. In biologia si pubblica solo in lingua inglese e solo in riviste internazionali mentre in materie umanistiche la situazione è quasi invertita. L’assegnazione di giusti criteri di valutazione non è certamente cosa semplice, ma, una volta tanto, si potrebbe imparare da chi la valutazione del corpo docenti la fa da decenni, prendendo a modello i sistemi di paesi come Inghilterra, Germania, Olanda, Svizzera e chi più ne ha più ne metta. Faccio notare che anche a Cuba i ricercatori vengono valutati in base ai loro risultati scientifici e, in base a questi, ricevono più o meno fondi destinati alla ricerca.

  18. federico

    Non sono affatto convinto che sia saggio introdurre requisiti minimi; in una università seria non dovrebbero proprio esserci (e non mi risulta che ad esempio via requisiti di questo genere siano formalizzati nelle migliori università pubbliche e private europee e americane). E’ chiaro che un ricercatore deve essere produttivo, e mostrare anche continuità nella produzione scientifica. Ma, mi sembra, deve soprattutto produrre buona ricerca. Ho invece il timore che i requisiti minimi verranno trasformati in requisiti per acquisire l’idoneità senza più entrare nel merito e quindi verificare la qualità e l’originalità della ricerca.

  19. Giulia Devani

    Sono d’accordo con chi sostiene che la quantità non può essere l’unico requisito, ma credo sia più onesto ammettere che nell’attuale Università vi sono troppi docenti e ricercatori che non pubblicano da anni. Questo, credo, sia veramente dannoso e penso che la quantità possa essere un criterio corretto sulla strada della meritocrazia, facendo salve le differenze tra le diverse aree disciplinari.

  20. Matteo F.

    Sto frequentando l’ultimo anno di PhD in italia ma ho molti colleghi (ex compagni) in UK e US. Loro sono stressati dalla "necessaria" pubblicazione e dal fatto che otterranno un posto migliore sul "Job Market" in funzione della qualità della loro ricerca. Questo incentivo li spreme fino all’osso. La storia delle necessarie pubblicazioni vale anche nei successivi 4+4 anni per ottenere un posto da Professor e/o un posto in una migliore università. Al contrario, in italia, io non ho un vero incentivo (ed un ritorno economico) dalle pubblicazioni ma, vivo lo stesso stress da pubblicazioni solo per poter "competere" con loro e per potermi sentire parte dell’Accademia internazionale….altrimenti, chi me lo fa fare? Mi metto alla corte di un barone e aspetto il mio turno. Mi sembra evidente quanto le regole e gli incentivi determino nel tempo la propensione al lavoro, alla ricerca, e agli sforzi. In media questi fattori determinano una ricerca di qualità. E non mi sembra che in Uk, o US, si insegni tanto male.

  21. antonio nicita

    Mi sembra un esercizio utile al dibattito. La cosa che mi impressiona – almeno per gli economisti – è che i criteri che avete utilizzato sono molto generosi e nonostante questo producono risultati percentuali modesti…

  22. armando plaia

    In Italia il giurista pubblica volumi che impegnano anni, non sempre peraltro di qualità, anche se inseriti in buone collane. Come valutarli? Si pubblica poi quasi esclusivamente in italiano e per ovvie ragioni: questo dunque non può essere penalizzante. Ancora, non sempre la collocazione editoriale o la collana è indice di maggiore o minore qualità: ci sono pessime monografie pubblicate nella collana della Sapienza o della Statale di Milano e nella stessa "prestigiosa" rivista troviamo ottimi lavori e pubblicazioni insignificanti. Infine, il nostro sistema di citazioni non può in alcun modo essere adottato come criterio di valutazione, anzi i più citati da noi sono spesso i lavori meno convincenti. In sintesi, la lingua di pubblicazione, la collocazione editoriale, il numero di citazioni non possono servire a valutare un giurista. Solo la comunità scientifica nazionale è in grado di farlo, se disinteressata e in buona fede.

    • ELIO MORSELLI

      Pienamente d’accordo e dirò di più: bisogna smettere di misurare il valore di uno studioso dal numero di pagine che ha scritto. Einstein non sarebbe stato nessuno con le sole quindici pagine scritte sulla teoria della relatività ristretta del 1901. Lo stesso discorso vale per i numero delle citazioni. Bisogna stare attenti a non cadere nell’errore di sottovalutare chi si trovi in minoranza per il semplice fatto di avere espresso un’idea nuova non ancora compresa dalla maggioranza.

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