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I test standardizzati presi tra due fuochi

Il ministro dell’Istruzione annuncia il ricorso a test standardizzati per misurare le competenze e i progressi degli studenti. E’ una decisione largamente condivisibile, nonostante le critiche degli insegnanti. Ma non certo per le ragioni indicate dal ministro. I test sono un modo per capire e tentare di risolvere i problemi del sistema scolastico sulla base di evidenza empirica su cosa funziona e cosa non funziona. Non possono invece svolgere altri compiti, come ad esempio migliorare la didattica. Né tanto meno la loro adozione si trasforma automaticamente in crescita dell’economia.

Con un comunicato del 15 luglio 2010 inneggiante alla meritocrazia, il ministro dell’’Istruzione annuncia una decisione largamente condivisibile: istituzionalizzare l’’uso di test standardizzati Invalsi in ogni ordine di scuola, per misurare conoscenze e competenze degli studenti due volte l’’anno, all’’inizio e alla fine, e osservare i progressi compiuti.
Questa decisione saggia viene criticata a sinistra con una dose stupefacente di retorica e superficialità  e disinformazione, e motivata dal Ministro con una dose altrettanto stupefacente di retorica e superficialità  e disinformazione.(1)
I commenti all’’articolo sul comunicato del Ministro apparsi sul sito di La Repubblica il 17 luglio sono in buona parte di docenti, presumibilmente di sinistra. Ebbene, praticamente nessuno di questi commenti rivela una visione matura del problema: quello che si trova nei commenti è solo il malcostume di commentare le decisioni insultando il decisore ed evitando accuratamente di entrare nel merito delle questioni.

QUELLO CHE I TEST NON FANNO

Ma veniamo al merito della questione. Innanzitutto, non ha senso definire i test Invalsi “oggettivi”. Non sono oggettivi, sono solo standardizzati, cioè uguali per tutti. Questa è la loro forza. Possono essere discutibili nei contenuti, limitati nello spettro di competenze che coprono, possono contenere errori o inesattezze, ma sono utili perché consentono confronti, nel tempo, tra scuole e aree geografiche, tra gruppi sociali.
Non ha neanche senso affermare che i test permettono di “rilevare le carenze di ogni singolo studente”. È evidente che queste vengono rilevate giorno dopo giorno dagli insegnanti: sarebbe molto grave se la scuola aspettasse un test una volta o due all’’anno per scoprirle.
Né ha senso parlare di “valutare oggettivamente i rendimenti delle singole classi”. Quello che un test standardizzato può fare è rivelare anomalie nei risultati ottenuti da una singola classe (e più realisticamente da una singola scuola) quando è confrontata con le altre classi (o scuole).
Ma occorre essere molto cauti nell’’interpretare questi confronti. La scuola A può dare nei test risultati peggiori della scuola B  per almeno tre ordini di motivi: a) perché ha studenti più scadenti in partenza; b) perché ha docenti più scadenti; c) perché ha avuto dirigenti più scadenti. Purtroppo tende ad esserci correlazione positiva tra questi tre fattori, il che rende ancora più difficile ricavare dal confronto una diagnosi precisa per il singolo caso, tantomeno l’’attribuzione di precise responsabilità.
Occorre un’’accurata analisi statistica per isolare l’’effetto “studente” dall’’effetto “docenti” e dall’’effetto “dirigente”: è un’operazione fondamentale per poter valutare la performance dei diversi soggetti, ma per farla c’’è bisogno di un robusto quadro informativo, di cui i punteggi nei test sono solo un elemento. E per quanto accurata e onesta, l’analisi darà indicazioni di massima, su cui è possibile basare azioni di rinforzo e stimolo, non certo decisioni impegnative e delicate quali la retribuzione del singolo docente o la sua carriera.

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SONO SOLO UNA DIAGNOSI, NON LA CURA

Ha ancora meno senso affidare interamente ai test l’obiettivo di migliorare la qualità della didattica e per giunta attraverso meccanismi di tipo premio-punizione. Il problema non è se una tale visione della scuola sia è di “destra” o di “sinistra”, il problema è che semplicemente non funziona, come dimostra l’’abbondante esperienza internazionale e la connessa letteratura scientifica.
A cosa servono dunque i test standardizzati? I test scolastici sono come quelli clinici, servono a identificare patologie, debolezze, carenze. Ancora di più assomigliano agli studi epidemiologici perché identificano problemi a livello collettivo, e non a livello del singolo paziente, pur richiedendo dati sui singoli pazienti.
Test clinici e scolastici condividono un’’altra caratteristica: hanno senso se c’è la volontà di curare il paziente una volta individuato un problema, non di colpevolizzarlo o peggio di punirlo.  (2)
“Lei ha la glicemia a 150”. Cento euro di multa! “Lei ha la minima a 120”. Si vergogni!
Questo è il cuore del problema, che né il Ministro né i suoi detrattori di sinistra sembrano capaci di riconoscere.  I test nella scuola sono un modo di capire e tentare di risolvere  i problemi sulla base di evidenza empirica su cosa funziona e cosa non funziona.  E non invece sulla base di interessi corporativi o esigenze di bilancio, entrambi mascherati in modo più o meno maldestro con ideologismi vecchi (“bisogna cambiare il “sistema”) o nuovi  (“il merito è il motore della crescita”).

(1) In realtà c’’è già una legge, la 276 del 2007, che richiede la misurazione dei progressi sottoponendo a test gli studenti di II e V elementare, I e III media, II e V superiore. L’’Invalsi già lavora su questi test: ad esempio, il 17 giugno 2010 si è svolta la prova standardizzata per la terza media. Il comunicato del ministro tace del tutto su questo fatto.
(2) Un rischio del nuovo corso ministeriale è passare da nessun test a troppi test. Già quelli individuati dalla legge 276 forse sono troppi. A scopo diagnostico, ne basterebbero tre ben fatti: V elementare, III media e V superiore, con l’’aggiunta di una anagrafe degli studenti funzionante. L’’esempio della Polonia da questo punto di vista è da imitare.

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21 commenti

  1. alberto

    Condivido i contenuti dell’ articolo. Tuttavia poichè senza diagnosi non c’è cura o peggio si prescrivono cure sbagliate con dispendio di risorse per fare male anzichè bene, ben venga finalmente in Italia la cultura della verifica, dopo l’ubriacatura dei programmi.

  2. vincenzo

    Credo si debba sottolineare che elementi fondamentali per un apprendimento proficuo siano le risorse di cui la scuola può disporre. La scuola in cui io ho studiato, in Calabria, era sottofnanziata e per tale ragione era carente sia da un punto di vista infrastrutturale sia di organico (e.g. era privo di un laboratorio funzionante per lo studio della chimica o della biologia, non aveva una sala attrezzata per lo studio delle lingue straniere o dell’informatica, non disponeva di insegnanti madrelingua straniera nè di informatici e non aveva una palestra). Giunto a Milano per compiere i miei studi universitari ho dovuto parecchio faticare per dare un contenuto pratico alla preparazione esclusivamente teorica che avevo, mentre un collega universitario del nord-est, con un percorso di studi simile al mio, aveva potuto dare un contenuto anche pratico alle nozioni teoriche studiate sui libri poichè la sua scuola, parimenti pubblica, era sia da un punto di vista infrastrutturale che di organico eccellente. Un test standard ha senso solo se tutti gli studenti hanno realmente strumenti ed opportunità simili.

  3. salvatore

    Le variabili in gioco sono tante ed è quindi necessario disporre di software adatto.
    Ma se manca la carta igienica nei bagni e i muri sono sporchi e scrostati e magari qualche soffitto crolla che punteggio diamo?

  4. Fabio Colasanti

    Penso anch’io che l’introduzione di test standardizzati sia un passo nella buona direzione. Dal 2000 l’Ocse effettua un test standardizzato di questo tipo su scala internazionale che da risultati che meritano un’analisi seria. In molti paesi i risultati dei test Pisa del 2000 e 2003 hanno provocato grossi dibattiti. In Germania ci sono stati talk show e supplementi nei principali giornali per discutere il fatto che gli studenti polacchi avevano dei risultati migliori di quelli tedeschi. In Belgio, la Fiandra non manca occasione di far notare che i risultati dei suoi studenti sono migliori di quelli della Wallonia. In Italia, invece, i risultati non hanno provocato nulla di paragonabile. Nel 2005 la Repubblica ha pubblicato un articolo su tutta una pagina su quello che Federico Rampini aveva individuato come risultato più importante dei risultati di Pisa 2003 : il fatto che gli studenti cinesi avevano ottenuto risultati migliori di quelli degli studenti degli Stati Uniti. Non una parola però nell’articolo sul fatto, evidente dalle tre tabelle pubblicate nell’articolo, che gli studenti italiani avevano ottenuto risultati ancora peggiori di quelli degli studenti americani.

  5. Paolo Fasce

    Gli insegnanti italiani sono nell’ordine del milione di persone, risulta difficile pensare che siano tutti contrari. Lo scrivente ha difeso Invalsi e le opportunità professionali legate al contesto della valutazione nell’ambito del movimento dei precari della scuola e delle mobilitazioni avverse ai tagli di Tremonti sulla scuola. Né possiamo considerare significativo un campione autoselezionato di commentatori di un sito web. Si aggiungano poi le limitazioni nella possibilità di esprimere un’opinione (su Lavoce.info sono 1200 caratteri), e all’uso impulsivo che è caratteristico dei commenti in rete. Mi pare di poter testimoniare, al contrario, una certa attenzione nell’ambito degli inseganti di matematica particolarmente coinvolti dalle verifiche effettuate con le prove standardizzate, ma lo faccio dalla mia postazione di segretario di AnimaT (Ass.ne Naz.le Insegnanti di Matematica) che rappresenta una parte di insegnanti particolarmente interessati al proprio lavoro. Detto questo, voglio esplicitare la mia piena adesione alle tesi espresse in questo articolo e, essendo lo scrivente insegnante, falsificare l’unica affermazione stucchevole.

  6. franco

    In realtà la politica scolastica di questa coalizione di governo è una politica di tagli. Solo che i tagli vengono effettuati solo sulla scuola statale pubblica e secondo la mia previsione i test standardizzati annunciati dalla Ministra? Sono solo un pretesto per giustificare altri tagli alla scuola pubblica. Mi pare che questi famigerati test non vengono proposti per le scuole private come mai? Forse che codesta scuola rappresenta il meglio della didattica e i docenti sono i migliori?

  7. Carla

    I test servono ma bisogna considerarli per il contributo che possono fornire senza caricarli di un potere taumaturgico, come fossero la medicina che risolve ogni possibile male. La valutazione dell’insegnante è insostituibile perché considera non solo le competenze dell’alunno ma anche la sua personalità e la sua storia pregressa (se l’allievo è dislessico ad esempio). I test devono essere semplicemente un ulteriore strumento che aiuta a capire, anche per il confronto che offre. Tuttavia, ed è quello che manca nei discorsi del Ministro, occorre essere pronti ad investire laddove i risultati sono peggiori altrimenti si scopre semplicemente l’acqua calda.

  8. marco

    Mi pare che l’articolo tenti di trovare a tutti i costi il pel nell’uovo. I test consentono di fotografare la situazione nel modo più oggettivo possibili. Poi si dovranno esaminare i risultati e capire le cause. Successivamente sarà possibile decidere come modificare la situazione. Mi sembra un tentativo più che serio per iniziare a porre rimedio ad una situazione scolastica disastrosa iniziate forse nel 68. Dovremmo plaudire tutti alla Gelmini che senza promettere rivoluzioni epocali come i predecessori sta di fatto riportando il merito e l’impegno al centro dell’azione del ministero.

  9. Marcello Graziano

    Vanno bene i test, però senza risorse per ricerca e scuola dell’obbligo (da sempre un fiore all’occhiello della didattica italiana, chiedere agli amici finlandesi) ci avvicineremo sempre più a modelli da terzo mondo. E’ l’ennesimo fumo negli occhi per dire che la colpa di tutto è di insegnanti e studenti, tra i quali, però, troviamo fagnani come in tutte le categorie sociali.

  10. Francesco Rocchi

    Condivido l’analisi del dott. Martini in pieno. Aggiungo un elemento che va considerato assolutamente se si vuole che questi test abbiano un qualche senso. Ad oggi, anche se fosse possibile monitorare in dettaglio le carenze di una scuola, non sarebbe possibile far nulla a livello di docenti e dirigenti. Questi sono scelti sulla base di criteri burocratici rigidi e automatici, senza riferimento ai meriti e ai curriculum. Alla diagnosi non puo’ seguire la cura, perche’ la dirigenza di una scuola non puo’ scegliere il personale. Per fare un esempio paradossale, in un istituto commerciale potrebbe andare a finire un fine conoscitore di shakespeare, mentre in un liceo classico potrebbe andarci uno che ha lavorato dieci anni nelle Poste inglesi. E non sarebbe assolutamente possibile fare a cambio! Per come e’ strutturato poi il sistema italiano, e’ praticamente escluso che ci vada un professore inglese, ad insegnare inglese…

  11. Edmont Dantes

    Evviva finalmente inventiamo i test standardizzati, ma scusate non esistevano gia’? Non basterebbe prendere i risultati del test PISA, che ci compara pure con altri paesi, insomma nulla da inventare di nuovo basta solo ragionare su quel che si fa gia’.

  12. angelo

    Sono totalmente d’accordo con quanto da Lei scritto. Aggiungerei che, per dare più forza al valore conoscitivo dei test, sarebbe utile confrontare il punteggio Invalsi con quello scolastico di ciascun allievo, classe e scuola. Ad esempio, un punteggio scolastico più alto di quello Invalsi potrebbe indicare insegnanti portati a largheggiare. Cosa non certo positiva per l’educazione degli studenti, soprattutto nel caso di test Invalsi negativi. Al contrario, valutazioni similari indicherebbero insegnanti più obiettivi e seri. Naturalmente non dobbiamo dimenticare che questa regola varrebbe a parità di condizioni, ma in ogni caso servirebbe a fare giustizia dell’orgia di dieci e lode di cui si sente parlare.

  13. lea reverberi

    Pregandovi di non annoverarmi nlla schiera dei docenti che amano crogiolarsi nella retorica, aggiungerei una riflessione che considero essenziale e che non sempre riscontra la doverosa attenzione: all’accertamento di quale livello di competenza sono mirati i test, che giustamente si definiscono standardizzati? Questo mi sembra un tema centrale, dal momento che non possiamo illuderci sul fatto che tutti i docenti, d’ora innanzi, calibreranno le loro lezioni proprio sulle prove Invalsi. Non si corre il serio rischio di abbassare il livello culturale della nostra scuola, almeno per quanto riguarda le eccellenze, senza trarne guadagni veramente apprezzabili?

  14. Andrea Garbin

    Alberto Martini offre dei buoni spunti sul senso dei test Invalsi, sopratutto quando si promette di evidenziare non solo la valutazione sugli studenti, testa anche quella degli insegnanti e dei Dirigenti Scolastici, potrebbe sembrare banale ma come si può pensare diversamente di valutare un risultato senza valutare l’intera struttura che contribuisce a produrlo? E’ anche evidente che le strutture messe in discussione non sono tutte uguali, non hanno le stesse risorse a disposizione e quindi anche di questi elementi dovremmo tenere conto, come sottolineano alcuni commenti. Concordo con l’articolista nel sottoscrivere che i test non migliorano di per sè la qualità della didattica, ma ci restituiscono una fotografia anche parziale come si diceva dell’istituzione scolastica, per questo le sparate della Gelmini sono purtroppo solo propaganda, come molte iniziative governative. Le scelte sono state di tagli indiscriminati non sorretti dalle valutazioni e tantomeno da un riequilibrio delle risorse a disposizione, anzi troppo spesso le scelte si prestano a evidenti squilibri a favore della scuola privata. Vogliamo anche dire che manca una cultura della valutazione?

  15. sandro

    L’idea di base è perfettamente condivisibile: se non si misura un fenomeno non si potrà mai sapere se gli eventuali inteventi forniscano risultati positivi o meno, per assurdo in mancanza di valutazioni non ha senso effettuare alcun intervento. Ma… temo che si tratti dell’ennesima dichiarazione di intenti che non sarà seguita da un lungo, faticoso, attento lavoro per realizzare test affidabili, gestiti in modo serio e con risultati validi dal punto di vista scientifico. L’Invalsi fino ad ora non ha fornito grandi prove al riguardo, a torto o a ragione viene considerato un Ente avulso dal mondo della scuola, composto da personale che o non ha mai insegnato o ha abbandonato da anni l’insegnamento. Purtroppo il rischio è che test poco affidabili siano usati per decidere chi premiare e chi no con ovvie conseguenze, al riguardo una leggenda metropolitana racconta che… tanto tempo fa in una scuola i risultati di un test Invalsi fossero tutti uguali (tutti con un solo errore, tutti con lo stesso errore).

  16. michele

    L’autore constata che i commenti sulla questione dei test standardizzati non vanno al cuore del problema e afferma che il sistema dei test può esser utile per rilevare le differenze tra situazioni diverse assunte, secondo parametri vari (geografici ecc.). Mentre non è utile di per sè a innescare o sostenere processi di rinnovamento dell’efficacia formativa. C’è dell’ovvio anche in queste affermazioni. Ovvio: perchè è evidente che un processo di rinnovamento è fatto di tante componenti generali e specifiche, e anche di altre cose, se si volesse esser meno asettici e analizzare il sistema della formazione/educazione nelle sue "interrelazioni e complessità". Complessità: perchè trattasi di risorse umane, economiche, organizzative, strumentali… Interrelazioni: perchè sin quando continueremo a vedere quel sistema come un sistema sostanzialmente a sè, soggetto e oggetto di scambi con altri (ideologici, culturali, economici…) di cui non studiamo a fondo le sinergie e l’intreccio, ce ne sfuggirà progressivamente persino la natura. E l’Invalsi ricaverà quattro dati poco utilizzabili, relativi peraltro a qualcosa di sostanzialmente ignoto, se non addirittura immaginario.

  17. Sand

    Davvero un bel articolo, ancora di più mi piace l’analogia con la metodologia medico-diagnostica. C’è un evidente limite. Va bene la verifica, la diagnosi; ma cosa fare una volta individuato il "malato"? E’, in generale, il dramma del pubblico impiego e non solo della pubblica istruzione: manca il protocollo d’intervento. Allora, i timori, da parte dei dipendenti, sono di essere puniti se "testati" inadeguati; ancora di più, il timore, da parte di chi dirige, è di non essere capace di implementare correttamente le procedure di valutazione e il necessario intervento correttivo. Ecco perché, il ministro, per migliorare la produttività può solo imprecare contro la percentuale di assenteismo, chiedendo una riduzione di 1, 2 punti, e contro i dipendenti reclamare la mancanza di carta, di inchiostro, di benzina, magari definendoli investimenti. Evviva la competenza! Becchiamoci un’altra riforma a metà, ma è davvero difficile in questo paese dove perfino a sinistra ci sono tanti legulei aristocratici decadenti. Potessimo misurare il Pil in chiacchiere non avremmo nessun problema. L’Europa moderna ci batte non solo nei test, ma soprattutto in praticità e maturità sociale e civica.

  18. helmut

    Grazie per il commento. Purtroppo è invalso l’uso in certe scuole di dare un aiutino im modo da non sfigurare!

  19. Vincenzo Viola

    Ottimo articolo chiaro, rigoroso, propositivo! E’ così che si deve informare. Se si cominciasse a parlare di scuola in questi termini si uscirebbe finalmente dalla palude in cui stiamo sempre più sprofondando.

  20. aris blasetti

    Grazie Ministro Gelmini per aver finalmente fatto qualche cosa contro il lassismo imperante nella scuola italiana. Questo è un primo passo speriamo bene nel futuro. Certo che ci vorrebbe l’appoggio bipartisan e non inseguire il facile consenso di studenti e professori sfaticati (minoranze ma rumorose). Perché questa riforma non l’ha fatta il centrosinistra? Il miglioramento della scuola è un bene di tutti non ha schieramenti.

  21. carmen

    Sinceramente trovo fuorviante che su questo sito a parlare di valutazione degli apprendimenti nella scuola dell’obbligo (cioè in una fascia di età dove la motivazione non è paragonabile a quella di uno studente universitario con tutte le conseguenze che ciò produce sul risultato finale del processo di insegnamento/apprendimento) siano sempre degli economisti e mai dei pedagogisti, gli unici che abbiano titolo, perché dispongono delle necessarie conoscenze e competenze, a discutere di tali problematiche. Gli studenti non sono standard, né individualmente, né come gruppo classe, né in quanto facenti parte di una realtà sociale e geografica. Allora a cosa servono i test standard!? Un piccolo esempio: ho insegnato per un mese la lingua francese a dei mocciosi bambini marocchini in Marocco. Molto più proficuamente che in Italia. Perché erano più bravi in partenza? No, semplicemente perché i bambini marocchini sono più rispettosi dell’insegnante di quanto non lo siano i mocciosi e viziatissimi bambini italiani. E questo è solo uno dei tanti fattori che condizionano il processo di insengamento/apprendimento, quindi il risultato finale. A ciascuno il suo mestiere cari economisti.

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