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La giustizia distributiva non va all’università

La manovra prevede che nel triennio 2011-13 non vi saranno rinnovi contrattuali per tutti i dipendenti pubblici e, per il personale docente (istruzione e università), anche il blocco degli automatismi stipendiali legati all’anzianità di servizio. Quando si fanno tagli lineari su strutture retributive che progrediscono con l’anzianità si determinano effetti regressivi che ricadono sulle classi di stipendio più basse, determinando forti iniquità. Se invece si recuperasse il valore della capacità contributiva si potrebbero ripartire le perdite secondo proporzionalità. Meglio ancora, secondo progressività.

La manovra sul pubblico impiego di cui all’’articolo 9 del decreto legge 78 del 31 maggio 2010 vale in termini di miglioramento sul saldo del conto della pubblica amministrazione complessivamente 11,3 miliardi nel triennio 2011-2013.

AUTOMATISMI BLOCCATI

Al netto delle misure sul pensionamento, il miglioramento si riduce a 4,3 miliardi, di cui 274 milioni, il 6,4 per cento, riguardano il blocco degli automatismi stipendiali del personale non contrattualizzato di diritto pubblico – – docenti universitari, magistratura e dirigenti delle forze di polizia e delle forze armate -– per i quali la retribuzione aumenta con l’’età, e le classi stipendiali sono di diritto annualmente ancorate all’’incremento medio delle retribuzioni dei dipendenti pubblici contrattualizzati, il che dovrebbe avvenire ogni anno entro il 30 aprile con dpcm.
In questa sede ci concentriamo sui soli docenti universitari, per motivi di disponibilità di dati, ma il discorso generale vale per tutto il sistema educativo italiano.
La manovra in sintesi dispone: 1) il blocco degli incrementi retributivi a titolo di adeguamento automatico per gli anni 2011-13 senza possibilità di recupero; 2) la non validità nel triennio 2011-13 degli automatismi stipendiali (classi e scatti) correlati all’’anzianità di servizio. Misura, questa, non prevista per i magistrati per i quali è stato indicato fin dall’’inizio il semplice differimento al 2014 del valore economico maturato nel triennio senza dar luogo a competenze arretrate.
Fatto sta che allo stato attuale di discussione in commissione bilancio al Senato, la seconda misura permane solo per il personale docente universitario. Per esso la manovra produce economie di spesa stimabili in 299 milioni nel triennio 2011-2013 e, cancellando tre anni dalla carriera dei ricercatori e dei professori, economie di spesa strutturali valutabili in 543 milioni nel triennio 2014-2016.
Detto in altri termini, ogni docente si troverà nel 2014 nella classe di stipendio in cui si trova oggi al 2010 come se tre anni non esistessero.

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DISCRIMINAZIONI SENZA GIUSTIZIA

Un punto merita particolare attenzione: un taglio lineare su una struttura retributiva che progredisce con l’’anzianità produce effetti regressivi che ricadono sulle classi di stipendio più basse e ciò è tanto più vero quanto maggiore è la curvatura della distribuzione dei redditi, determinando forti iniquità.
Ipotizzando che in assenza della manovra le retribuzioni lorde dei ricercatori e dei professori sarebbero cresciute a un tasso pari all’’incremento medio degli ultimi tre anni, la figura 1 mostra le perdite percentuali sui redditi netti nel 2014 derivanti dalla combinazione delle due misure (blocco incrementi retributivi e blocco classi e scatti). È evidente che il prezzo più elevato viene pagato dai ricercatori non confermati, per i quali la manovra assume un peso che va dal 26 per cento al 34 per cento sul reddito netto. Per tutti gli altri, la manovra penalizza maggiormente chi ha da pochi anni ha ottenuto una promozione e ha poca anzianità nel ruolo.

La struttura dei tagli è quindi regressiva: a parità di inquadramento (ricercatore, associato o ordinario) pagano di più in termini percentuali i giovani, che hanno minore anzianità. Se tuttavia si escludesse dalla manovra il blocco degli scatti, si recupererebbe equità e le perdite si livellerebbero tra il 10 e il 13 per cento (figure 1, barre nere) per tutte le categorie dei docenti universitari.
Di fatto, invece, ferma restando la struttura delle retribuzioni a legislazione vigente 2010, il blocco degli scatti produce perdite nel triennio che, in percentuale della retribuzione, si riducono man mano che si procede nella carriera per anzianità.

RECUPERARE IL SENSO DELLA GIUSTIZIA DISTRIBUTIVA

Se escludiamo le classi di anzianità più basse, le perdite per gli altri non sono molto lontane dalla proporzionalità. Ma è giusto togliere sia a un ricercatore che a un ordinario la stessa quota del reddito, considerato che il secondo ha un reddito molto più alto? In termini assoluti ci rimette di più proprio l’’ordinario, ma l’’imposta sul reddito che oggi abbiamo in Italia stabilisce che all’’aumentare del reddito l’’imposta debba crescere più che proporzionalmente. Per essere coerente con la logica dell’’Irpef, quindi, la manovra sui redditi dei docenti universitari dovrebbe stabilire per ordinari e associati perdite percentualmente superiori rispetto a quelle imposte ai ricercatori, e a parità di inquadramento perdite maggiori per gli anziani rispetto ai docenti con pochi scatti già maturati.
Se anziché continuare a insistere su tagli lineari della spesa, soprattutto in tempi di crisi, si recuperasse il valore della capacità contributiva si potrebbero ripartire le perdite secondo proporzionalità (modificando quindi in profondità i tagli oggi previsti per i ricercatori non confermati) o meglio ancora secondo progressività.
La manovra è regressiva anche se consideriamo un orizzonte temporale più ampio. Di fronte a una struttura retributiva non lineare, che nei ruoli cresce dapprima con scatti biennali dell’’8 per cento e successivamente (dalla settima classe) con scatti biennali del 6 per cento, il blocco lineare non rende equivalenti le posizioni nel tempo: i giovani sono più penalizzati anche in termini di valore attuale del reddito che percepiranno nell’’intero ciclo di vita.
Non si tratta però solo di recuperare il senso della giustizia distributiva. Una maggiore equità nel riparto delle perdite avvantaggerebbe soprattutto le università dove è maggiore la presenza di ordinari anziani, oggi sofferenti nel contenere la spesa entro il limiti (e i tagli) del fondo di finanziamento ordinario (Ffo). Con la miopia dei tagli lineari, si sceglie invece la strada della regressività, facendo cadere il peso della manovra soprattutto sugli ultimi.

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A governatori e sindaci la patata bollente dei tagli

25 commenti

  1. Ivano Mosconi

    A quanto mi risulta il blocco degli scatti di anzianità riguarda tutto il personale della scuola, compresi bidelli e maestri elementari, con retribuzioni ben più basse di quelle dei docenti universitari. L’autore presenta considerazioni giuste e condivisibili, ma io penso che questa misura sia stata presa semplicemente tenendo conto delle preferenze elettorali delle varie classi sociali e che quindi sia tempo sprecato cercare di applicare ad essa le categorie della logica.

  2. carm

    Si parla sempre e solo di stipendi del personale docente universitario e e dei magistrati.Vorrei ricordare agli autori che tutto il personale pubblico subirà il blocco dei rinnovi contrattuali e degli scatti di anzianità e che queste manovre colpiranno in termini percentuali in misura maggiore i giovani. Se le misure sono inique lo sono per tutti e bisognerebbe smetterla di quardare solo al proprio orticello.

    • La redazione

      Giusto, l’effetto a danno soprattutto dei giovani c’è per tutto il personale della scuola, lo abbiamo precisato in una correzione al testo.

  3. LeM

    In questo governo c’e’ qualcosa che segue criteri di giustizia ed equita’? Non mi sembra che questa manovra mostri alcunche’ di nuovo…

  4. decio

    Mi scuso con gli autori, ma urge porre una domanda: qualcuno conosce i tempi di approvazione (se mai verrà approvato del DDL Gelmini)? E’ ferma al senato dal 1 novembre 2009. Non capisco, ormai dopo diversi passaggi in 7 commissione dovrebbe essere pronta. Secondo me, a questo punto, non la approveranno mai più! Grazie.

  5. Giovanni Atzori

    Nella stragrande maggiorparte (90% circa), ricercatori, associati ed ordinari di università italiane sono persone che occupano posti fissi da dipendenti pubblici sulla base di criteri di assunzione che esulano completamente dal merito per proporre invece logiche di fidelizzazione e protezione della casta mascherate dall’assolutismo del principio di autonomia. Pensateci bene, colpire di più gli stipendi dei docenti universitari non rappresenta in questo senso una grande operazione di giustizia distributiva? Soprattutto penalizzando la retribuzione dei ricercatori, allo scopo di disincentivare ulteriormente alcuni di questi alla carriera universitaria per non reiterare condizioni già ampiamente diffuse di mafiosità e illegalità. Il profondo malcostume che impera tra i docenti universitari italiani nei vari settori scientifici e ai vari gradi rende il sistema attuale chiaramente irriformabile, perciò è da portarlo all’esaurimento quanto prima. Agire allo scopo di logorare l’attuale sistema è l’unica via per contrapporsi all’assoluta impermeabilità e l’autoreferenzialità della casta, e poter iniziare finalmente a ragionare in termini di equità anche in questo settore strategico.

    • La redazione

      Nell’Università italiana accanto a molti figli di papà e raccomandati ci sono -soprattutto- tante persone che contribuiscono con passione e dedizione alla ricerca di questo Paese, e che da questa manvora vengono bastonate. Un sistema più giusto, efficace ed efficiente deve dare centralità agli studenti e alla ricerca. È una strada impegnativa (diversamente da quella che lei propone), ma solo valorizzando il bene comune della conoscenza possiamo pensare di essere persone libere e non serve.

  6. Andrea

    Secondo i tagli della manovra sono iniqui per chi lavora tanto e produce ricerca di alta qualita’. E’ fuorviante guardare alle fasce di reddito ed all’eta’. I tagli dovrebbero colpire maggiormente coloro che hanno una bassa produttivita’ e premiare coloro che fanno ricerca seriamente siano essi vecchi, giovani, alti, bassi, ricchi o poveri. Lo stesso dovrebbe valere per i salari.

    • La redazione

      Siamo d’accordo, fatto sta che i tagli decisi dal governo non prendono in nessuna considerazione la quantità e qualità dell’impegno individuale. Nel testo ci siamo limitati a considerare un aspetto difficilmente comprensibile del provvedimento: colpisce di più i più giovani.

  7. kelby

    Nella stragrande maggior parte (90% circa),i politici italiani sono persone che occupano posti fissi i sulla base di criteri di assunzione che esulano completamente dal merito per proporre invece logiche di fidelizzazione e protezione della casta mascherate dall’assolutismo del principio di autonomia. Pensateci bene, colpire di più gli stipendi dei politici non rappresenta in questo senso una grande operazione di giustizia distributiva? Soprattutto penalizzando la retribuzione dei politici allo scopo di disincentivare ulteriormente alcuni di questi alla carriera politica per non reiterare condizioni già ampiamente diffuse di mafiosità e illegalità. Il profondo malcostume che impera tra i politici italiani nei vari partiti e ai vari gradi rende il sistema attuale chiaramente irriformabile, perciò è da portarlo all’esaurimento quanto prima. Agire allo scopo di logorare l’attuale sistema è l’unica via per contrapporsi all’assoluta impermeabilità e l’autoreferenzialità della casta, e poter iniziare finalmente a ragionare in termini di equità anche in questo settore strategico.

  8. Cittadino Libero

    Bloccare gli stipendi in modo indiscriminato per tutti i docenti universitari e della scuola è controproducente. Infatti coloro che occupano un ruolo con impegno e produttività bassi lavoreranno ancora meno, perchè sono impegnati quasi sempre in altre attività private esterne di tipo lucroso. Coloro che seriamente si impegnano (e sono molto di più del 10 % come dice il sig. D’Agostino nel suo superficiale intervento), specialmente nelle facoltà scientifiche, saranno fortemente demotivati nel lavoro. Il provvedimento è puramente demagogico. Infatti il CIVR (Comitato per la Valutazione della Ricerca) sta conducendo un’analisi sulla produttività scientifica degli ultimi 5 anni classificando i docenti in attivi e non attivi. Bastava bloccare gli stipendi di quelli classificati inattivi. Quindi si tratta di un governo assolutamente incoerente!

    • La redazione

      Siamo d’accordo con lei. Ma per fare riforme sensate sono necessari tempo e – soprattutto – volontà.

  9. Francesco

    Rassicurare tutti per tre anni e poi dire che l’Italia ha necessità di una manovra urgente serve proprio a questo, a giustificare i provvedimenti iniqui, e inoltre le penose concessioni e le trattative svilenti di questa o quella categoria che si sono viste in questi giorni. Si prende poi atto come l’art. 9 della manovra rappresenti il de profundis della tanto strombazzata riforma dell’università. Ma tutta la manovra, in special modo l’emendamento sulle quote latte, fa capire che in Italia il male ha sempre la meglio sul bene: vince sempre chi evade e scuda i capitali, chi non paga le multe, chi commette abusi, chi non fa il proprio dovere, ma in particolare chi urla più forte.

  10. Antonio Lopes

    Il vostro ragionamento mi convince solo in parte dal momento che insiste sempre sull’assunto secondo il quale necessariamnete i giovani sono più produttivi degli anziani. Quando si parla di ricerca si deve tenere presente anche l’esperienza, la capacità di coordinamento del gruppo di lavoro, le relazioni con il mondo dell’impresa etc. Tutte attività nelle quali un docente più anziano può dare un contributo significativo. Infine una risposta da parte vostra andrebbe data al farneticante commento di Giovanni Atzori sulla necessità di distruggere l’università.

    • La redazione

      La struttura attuale delle retribuzioni dei docenti, che crescono (in %) più velocemente all’inizio della carriera, di fatto assume che la produttività sia maggiore da giovani. Noi però non facciamo nessun riferimento alla produttività: i giovani non sono necessariamente più produttivi, ma in rapporto alla retribuzione pagano di più il costo della manovra.

  11. Paolo Gianni

    Nulla da dire dell’analisi scientifica sui tagli lineari. Ma gli autori trattano il problema come se la cifra globale che si toglie agli universitari fosse in sè giusta e il problema fosse solo di una più equa distribuzione interna alla categoria. Avrei preferito ci fosse stata una premessa che dicesse (1) tutti dovrebbero essere chiamati a risolvere una crisi economica, e non solo i pubblici dipendenti (2) nel caso dei docenti universitari la cosa più grave è che i tagli non si limitano “una tantum” al triennio 2011-2013, bensì esercitano i loro iniqui effetti, in modo discriminatorio, su tutta la carriera futura, su pensioni e liquidazioni. Un calcolo approssimato della perdita su tutto l’arco lavorativo di un giovane si attesta su alcune centinaia di migliaia di euro! Mi chiedo : questo giovane docente, a chi sta pagando l’equivalente di un appartamento, che per sé invece forse non riuscirà a comprare?

    • La redazione

      La distorsione del taglio lineare sulle retribuzioni di istruzione e università è prodotta dal blocco degli scatti e come sottolineato nessuno di noi sarà più come il collega che sta un gradino sopra di noi o sotto di noi. È l’intero ciclo di vita ad essere messo in discussione e gli effetti del blocco degli scatti sono irreversibili. La questione è: si può fare? La risposta è si poiché si agisce sulla spesa e non sulle entrate (nel qual caso sarebbe incostituzionale). Ci sembra ci sia una generale avversione in direzione dell’aumento della pressione fiscale, e la crescita esponenziale delle spese per il personale nei bilanci della pubblica amministrazione è il problema principale in sede di qualsiasi manovra finanziaria. Pensare che manovre simili non si riproporranno in futuro è illusorio.
      Per questo sosteniamo la necessità di recuperare il principio dell’art. 53 della Costituzione all’interno della spesa pubblica che dal 2003 subisce tagli inevitabili e irrazionali per esigenze di bilancio. Il nostro punto di vista, sul piano dell’Università, parte non solo da presupposti di equità (nella società delle perdite, chi più ha meno contribuisce) ma anche di efficienza (la possibilità di liberare risorse per la ricerca).
      Oltre alla progressività, una seria riforma dei meccanismi retributivi dovrebbe anche introdurre criteri di merito. Si continua invece con provvedimenti che non riformano in realtà nulla, e puniscono maggiormente chi ha meno, e a parità di reddito colpiscono allo stesso modo chi si impegna e chi non lavora.

  12. Emanuele Fossati

    Non mi stupisce affatto che i danni maggiori siano sulle spalle dei più giovani, perché a ben analizzare tutte le politiche attuali portano al medesimo effetto. Una seria politica di austerità dovrebbe partire dal principio che dovrebbe pagare soprattutto chi in passato ha avuto di più, e che quindi più ha causato i danni attuali. Altrimenti i sessantenni di oggi continueranno a lamentersi al bar perchè perdendo 100 euro all’anno non potranno più fare il regalo di Natale al figlio della filippina che custodisce la loro terza casa al mare…

  13. alessio

    La manovra sembra punitiva per i docenti universitari (e per qualche altra categoria). La manovra dovrebbe recuperare ossigeno per il triennio 2011-2013, mentre l’effetto del blocco degli scatti nel triennio durerà anche per gli anni successivi. Non mi sembra risponda a criteri di equità imporre questo taglio a una categoria (meglio, a poche categorie) di dipendenti pubblici. Vorrei sapere dai legislatori in base a quale principio sia stata operata questa scelta. In sede di conversione in legge al Senato, la categoria (L. 27/1981) esclusa dal perdurare degli effetti del blocco degli scatti oltre il triennio ha ottenuto un alleggerimento anche durante il triennio stesso; buon per loro: secondo me, hanno fatto bene a farsi sentire e a ottenere quello che hanno ottenuto, ma i legislatori dovrebbero spiegare su quale principio di equità questo sia avvenuto). Secondo me, la cosa è ancora più preoccupante se pensiamo che già da un po’ era stata ventilata l’ipotesi di rendere gli scatti non più automatici, ma condizionati a valutazioni di merito. A mio avviso, sarebbe auspicabile intrdurre criteri di merito: se, però, non c’è nulla da dare, come si fa ad applicare criteri di merito?

  14. Paolo G.

    E’ veramente questo il problema dell’Università italiana? Mi sembra che troppi articoli e opinionisti insistano su un falso problema: che i giovani siano “esclusi” e i “vecchi” siano dentro. Riscordiamoci che i “vecchi” di oggi sono i “giovani” di ieri e i tagli ai loro stipendi-cariere-pensioni non sono altro che tagli ai giovani di oggi quando saranno vecchi. Insomma: ragioniamo da economistoi veri e non da ragionieri! Il Prof. Baldini ha studiato i modelli a generazioni sovrapposte?

    • La redazione

      Un modello a generazioni sovrapposte mostrerebbe che le varie generazioni non sono trattate allo stesso modo da questa manovra. Chi ha detto poi che questo sia IL problema dell’Università italiana?
      Seguendo il suo ragionamento, non ha tanto senso concentrarsi sui diversi trattamenti subiti da generazioni diverse, perché tutti noi le attraversiamo tutte nel ciclo di vita, e i giovani di oggi sono i vecchi di domani. Ci sembra un approccio un po’ estremo e conservatore, ma il punto da noi sottolineato non riguarda il conflitto giovani-vecchi, ma il fatto che il blocco degli stipendi non solo non discrimina tra chi si impegna e chi no, ma ha anche forti effetti regressivi sui redditi correnti.

  15. Hank

    Ma quanta demagogia sul fatto che il blocco stipendiale pluriennale colpisca soprattutto la fascia dei “ricercatori più giovani”. In realtá questo provvedimento è inopinatamente generoso (praticamente non li sfiora nemmeno) nei confronti dei professori ordinari over 60 – che hanno esaurito gli scatti biennali dell’8% e del 6% e andranno in pensione con il sistema retributivo – e assurdamente punitivo nei confronti dei Professori ordinari della fascia di etá compresa tra i 35 e i 50 anni, che rappresentano la componente migliore (hanno completato la carriera vincendo, salvo prova contraria, regolari concorsi) e piú produttiva (sono, in ogni area, largamente internazionalizzati) degli Atenei italiani. Questa componente, che si vedrá falcidiare la retribuzione e andrá in pensione con il sistema contributivo, é la certezza per l’oggi e il domani. Un intervento cosí strampalato ne alimenterá la fuga (stavolta senza ritorno, vista l’etá e il fatto che molti andranno ad occupare posizioni lautamente retribuite in sedi prestigiose), alla quale non si potrá certo porre rimedio con il reclutamento in massa di giovani ricercatori e associati di belle (?) speranze.

    • La redazione

      Siamo d’accordo, non crediamo assolutamente che la soluzione ope-legis sia la strada da perseguire per giovani ricercatori e associati. Crediamo invece che questo Paese debba investire fortemente in conoscenza e ricerca al pari di quanto fanno gli altri Paesi. Altrove, manovre ben più corpose di risposta alla crisi non hanno intaccato le risorse investite nel sistema educativo.

  16. Stefania Rossi

    Tutto questa vicenda non muove di un millimetro la situazione drammatica di moltissimi docenti – in alcune sedi italiane la maggioranza – ovvero i docenti a contratto. Come è possibile che un docente che in un semestre può sostenere il carico didattico di non più di due corsi non riesca a sopravvivere con il solo stipendio da docente, mentre facendo le stesse ore come collaboratrice domestica ciò è ampiamente possibile?

  17. Kutuzov

    Ma quanta demagogia sul fatto che il blocco stipendiale pluriennale colpisca soprattutto la fascia dei "ricercatori più giovani". Con tutto il rispetto, "gli ordinari trentacinquenni" più che una categoria è un ossimoro: se va bene a quell’età, in Italia si è "ricercatori giovani" – stipendio d’ingresso 1200 euro -, ovvero (senza tanti infingimenti) parte di quella legione di "docenti di terza fascia" di fatto, che regge in piedi il 40% circa della didattica ordinaria. Non solo, ma chi anagraficamente è capitato in questa fase di vacche magre e bilanci in rosso, innanzitutto deve ringraziare il cielo se non è più precario, e poi rassegnarsi a rimanere a lungo ricercatore, a prescindere da titoli e blasoni. Naturalmente chi sceglie questo mestiere, piuttosto che il fruttivendolo o il tabaccaio, lo fa per passione, ma credete che un "ricercatore giovane" campi d’aria? Non paghi il mutuo o l’affitto? Non abbia figli da mandare a scuola? Non paghi l’acqua, il bollo o il riscaldamento? Perché se anche voi riconosce che nessuno campa d’aria, dovrà convincersi che una simile botta in testa equivale alla demotivazione totale.

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