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  1. Maurizio d'Este Rispondi

    La prima azione necessaria è una presa di consapevolezza da parte delle donne del loro valore e dell'insostituibilità del loro contributo. Premesso questo, l'attuale approccio più spesso proposto per affrontare i problemi di genere consiste in una politica di scelte riguardanti principalmente l'aspetto quantitativo, che cerca di garantire una presenza percentuale significativa delle donne nelle realtà importanti, senza preoccuparsi di altro. Queste scelte contribuiscono, ad esempio nel settore della politica, alla triste (ma definirei tragicomica) presenza di figure (ma le definirei caricature) di donne che svolgono il compito di "belle presenze", visibilmente vuote di motivazioni e contenuti. Apprezzo quindi molto l'impostazione di womenomics che mette la qualità davanti.

  2. BOLLI PASQUALE Rispondi

    A livello caratteriale le donne sono: pragmatiche perchè concrete, meno portate a corrompere e a farsi corrompere, determinate, più rispettose della morale e dei doveri imposti dal ruolo pubblico e contrariamente agli uomini hanno più spina dorsale. La nostra società, però, è maschilista per tradizione e per opportunismo. Le donne, considerando la loro importante ed onerosa funzione nella famiglia, dovrebbero essere aiutate nell'inserimento sociale, ma ciò non avviene perchè vengono emarginate e non tollerate in quanto pericolose concorrenti. Nella ricerca, nella cultura, nelle governance aziendali, in modo particolare quelle private, sono molto brave e percorrono la loro strada con molta determinazione. In politica, però, si lasciano scegliere più per l'apparire che per l'essere e i mediocri colleghi politici le strumentalizzano più per cornice che per bravura. Il ruolo delle donne al governo di molti paesi è stato importante e determinato per il progresso economico e sociale. Un Premier donna nel nostro Paese sarebbe una cosa seria, con meno arroganza, presunzione, barzellette e comizi esoterici a base di amore, odio e sconfitta del cancro.

  3. stefania sidoli Rispondi

    Sono tra coloro che già negli anni passati sosteneva-in luoghi che avrebbero dovuto essere deputati a ragionarne-la necessità che il lavoro delle donne non fosse affrontato semplicemente nel quadro delle pari opportunità, bensì nell'ambito degli interventi utili a favorire lo sviluppo economico del Paese.Già allora-e non parlo poi di un tempo remoto- l'ascolto era educato e distratto. Oggi le cose non sono migliorate, anzi. Oggi non se ne parla, se non tra pochi. Oggi non si analizzano neppure gli effetti della crisi sull'occupazione femminile oggi e su quella che potrà essere quando dalla crisi si comincerà davvero ad uscirne. Eppure ragioni per riflettere ce ne sono tante, se in una regione come l'Emilia Romagna le occupate dal I al III trimestre del 2009 sono calate di 5mila unità, il tasso di occupazione è passato dal 62,7% al 61,5% e il tasso di disoccupazione dal 4,2%al5,6%.Nel resto d'Italia non va meglio.Ed ecco che parlare di womenomics e di tutti gli interventi possibili a questo connessi rischia di essere solo utopia.

  4. Laura Leonardi Rispondi

    Queste tesi non sono affatto nuove e la loro popolarità, in un momento critico per l’occupazione e per i diritti delle donne, genera qualche dubbio: sembra che si stabilisca una priorità degli obiettivi economici rispetto a quelli di equità. Già nel 1998 l’analisi preliminare al lancio della Strategia Europea per l’Occupazione metteva in evidenza che la mancanza di competitività dell’ economia europea rispetto a quella americana era dovuta all’incapacità strutturale di includere le donne nel mercato del lavoro da parte dei paesi con maggiore peso demografico, come Italia, Spagna, Germania e Francia. Sono state adottate dall’UE linee guida per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro proprio in funzione della maggiore crescita economica. Il problema è che l’inclusione nel mercato non accompagnata da politiche per l’equità accresce le diseguaglianze di genere nella società. Negli ultimi anni l’occupazione femminile è aumentata in quasi tutti i paesi europei ma sono anche cresciute la segregazione, il gap salariale e l’incertezza delle posizioni lavorative delle donne laddove non si sono adottate politiche per una distribuzione equa delle chance di vita.

  5. Laura Benigni Rispondi

    Forse sia in Italia che in Giappone il processo di socializzazione favorisce ancora nelle donne una identità collettivistica e questo le porta, nonostante l'innalzamento del livello di istruzione e della qualità della vita a considerare i traguardi della autorealizzazione in modo molto differente dagli uomini. La parità è prima di tutto un problema etico, ma se, nonostante le leggi, non si riesce a valutare ciò che succede a livello politico, amministrativo e non si riesce a pretendere tale valutazione, che fare? Doparie, bilanci di genere, bilanci sociali, monitoraggio del sessismo nei media. Ma questi sono percorsi da ricercatori, non fanno parte nè del lessico, nè dell'immaginario quotidiano. Ma da dove dovrebbe ripartire la rivoluzione womenomics? Soprattutto, chi dovrebbe farla ripartire, se le donne non votano per le donne?