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LA SANITÀ IN ROSSO SI CURA COL FALLIMENTO POLITICO

La Regione è stata costretta a presentare un piano di rientro per i reiterati disavanzi sanitari e peraltro non brilla per la qualità dei servizi offerti, ma la giunta riconosce incrementi di stipendio ai dirigenti delle Asl. Una vicenda che mostra tutti i limiti degli attuali meccanismi di controllo sui sistemi sanitari regionali, basati sul presidente-commissario. Ma anche il voto dei cittadini non è un controllo sufficientemente forte. Ecco perché serve il fallimento politico. Magari associandolo con sanzioni finanziarie per i partiti che esprimono la giunta regionale.

Nell’agosto del 2009, con la legge n 102 (articolo 22, comma 4), il governo, di fronte ai reiterati disavanzi sanitari accumulati dalla Regione Calabria “diffida la Regione a predisporre entro settanta giorni un piano di rientro (…)”. Avverte anche che “(…) decorso inutilmente tale termine, ovvero ove il piano presentato sia valutato non congruo (…)” la Regione verrà commissariata. A seguito della minaccia, la Calabria presenta un piano di rientro, che dopo sostanziali revisioni e contrattazioni, viene finalmente sottoscritto con il governo nel dicembre 2009. Con la firma del documento, vengono anche sbloccati fondi per 700 milioni di euro a vantaggio della sanità calabrese. Il 30 dicembre 2009, il governo rafforza anche i poteri di Agazio Loiero, presidente della Regione dal 2005 e con delega alla sanità dal 2008, nominandolo commissario delegato per l’emergenza economico-sanitaria. Il 28 gennaio 2010, cioè con uno dei primissimi atti del nuovo sistema di governance della sanità calabrese, la giunta Loiero decide di riconoscere un incremento fino al 20 per cento dello stipendio dei direttori generali delle sue aziende sanitarie e ospedaliere; si tratta di una “retribuzione di risultato”, dunque (almeno sulla carta) legata al raggiungimento di obiettivi. Ma, a differenza di quel che succede in altre Regioni, questi non sono specificati nella delibera e sta ai direttori stessi predisporre una relazione che ne documenti l’avvenuto raggiungimento.

LA SANITÀ CALABRESE

Cosa si può dire sulla qualità dei servizi ora offerti dalla Regione, che potrebbero giustificare il riconoscimento di premi? Le figure che seguono, basate su indicatori Istat, offrono un’idea della situazione. Per esempio, utilizzando l’ultimo dato disponibile, risulta che la Calabria è tra le Regioni con il minor numero di cittadini molto soddisfatti dell’assistenza medica ospedaliera (figura 1). Se consideriamo la mobilità interregionale, un indicatore indiretto della qualità dei servizi, la Calabria è di nuovo nel gruppo degli ultimi. Come si nota dalla figura 2, che rappresenta il numero di cittadini che restano in regione per farsi curare, la Calabria registra una tra le più basse percentuali del paese. Si potrebbe tuttavia argomentare che questo confronto è ingiusto. La qualità dell’amministrazione andrebbe invece valutata considerando la variazione dei livelli rispetto alla situazione pregressa: se sono migliorati, ciò potrebbe giustificare il riconoscimento di premi agli amministratori, pur in presenza di una situazione finanziaria compromessa.
Ma anche questo non sembra essere vero, come mostra la tabella 1. La Calabria è la Regione italiana con il più alto dal tasso di mortalità infantile (decessi entro l’anno per 10mila nati vivi), e questo tasso è addirittura cresciuto nel periodo della giunta Loiero, in controtendenza rispetto al dato nazionale. Ed è cresciuto anche un noto indicatore di inappropriatezza, la percentuale dei cesarei sul totale dei parti. Resta invece invariato l’indice di complessità dei casi trattati (l’indice di case mix), che è inferiore alla media nazionale.

RESPONSABILITÀ POLITICHE E SANZIONI

La vicenda si presta a più commenti. Primo, è del tutto evidente che gli attuali meccanismi di controllo sui sistemi sanitari regionali non funzionano. Nominare commissario lo stesso presidente della Regione, come è successo in questo caso a seguito dell’approvazione del piano di rientro e come è in generale previsto nella normativa sul commissariamento delle Regioni, non ha senso. E in particolare non ce l’ha quando il presidente è stato in carica sufficientemente a lungo da poter essere considerato egli stesso il principale responsabile politico del dissesto. (1) Invece di una sanzione, il commissariamento diventa in questo caso un premio, alimentando il senso di impunità della classe politica locale. Secondo, non funzionano evidentemente nemmeno i controlli amministrativi previsti dalla legge. Se, in una Regione non ancora commissariata, ma comunque sotto osservazione per l’attuazione di un piano di rientro (fatto che prevede l’affiancamento da parte di funzionari statali), il ministero dell’Economia “consente” che vengano approvate senza alcuna verifica delibere come quella calabrese, significa che i controlli sono insufficienti o che non sono sufficientemente applicati.
Ma la vicenda si presta anche a una riflessione più generale, che esula dal caso specifico. Se in una Regione finanziariamente dissestata e a rischio commissariamento, con una sanità che offre servizi di bassa e declinante qualità, la giunta in carica si sente del tutto legittimata a prevedere un aumento dello stipendio degli amministratori a tre mesi dalle elezioni, vuol dire che non si aspetta per questo alcuna penalizzazione da parte dei cittadini al momento del voto. Il meccanismo elettorale non sembra dunque rappresentare un sistema di controllo sufficientemente forte sul comportamento dei politici locali, almeno in alcune Regioni. Questo è ancor più preoccupante alla luce del processo di decentramento in corso che estenderà poteri e risorse delle Regioni. È necessario dunque che siano ulteriormente rafforzati i meccanismi di controllo addizionali al sistema elettorale.
Il ministro Sacconi ha rilanciato in questi giorni l’idea del “fallimento politico”, l’ineleggibilità per i politici locali che dovessero sfondare i bilanci o offrire servizi di qualità inferiore a una determinata soglia. È un’ipotesi già presente nella legge delega sul federalismo fiscale, la legge 42/2009, ed è bene che venga attuata alla svelta. Può non essere sufficiente; e allora si può pensare a un’altra ipotesi che associ all’ineleggibilità interventi diretti sul portafoglio degli agenti più direttamente responsabili, quei partiti che scelgono i candidati al consiglio e i membri della giunta stessa, attraverso una riduzione dei finanziamenti alle formazioni politiche e degli emolumenti alla giunta nel caso una Regione sia sotto tutela per i disavanzi sanitari. Come è appunto il caso della Calabria.

(1) In altri termini, può aver avuto un senso nominare commissario Piero Marrazzo nel suo primo anno di servizio come presidente della Regione Lazio: i debiti li aveva ereditati dalla precedente giunta Storace. Non ne ha alcuno nel caso di Loiero e altri presidenti nelle medesime situazioni.

Figura 1.

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10 commenti

  1. Elio Gullo

    L’ineleggibilità per i politici locali che sfondano i bilanci oppure offrono servizi di qualità inferiore a una determinata soglia è una buona ipotesi. Ne vedo però già distintamente la difficile praticabilità (soglie che diventeranno rivedibili caso per caso, difficile nascita di agenzie che certificano la qualità dei servizi, possibili "ammutinamenti" di politici locali e relativo seguito, etc.). Temo che anche la seconda ipotesi formulata dagli autori, peraltro ampiamente condivisibile, che associ all’ineleggibilità interventi sul portafoglio dei soggetti direttamente responsabili (ovvero i partiti che scelgono i candidati), attraverso una riduzione dei finanziamenti alle formazioni politiche e degli emolumenti alla giunta nel caso una Regione, sia di difficile praticabilità. Non vedo come una classe politica che non ha sentito vergogna nell’autocondonarsi per le multe da imbrattamento continuo e senza regole dovuto alle affissioni di manifesti politico-elettorali possa scegliere di vedersi ridotto l’introito per manifesta incapacità degli eletti. Sarebbe appena sensato farlo e pretenderlo in qualità di cittadini e contribuenti. Raccogliamo le firme.

  2. PDC

    Incentivo ulteriore sarebbe in teoria il federalismo fiscale (vero). Se i cittadini calabresi sapessero che quelli che i dirigenti in questione si mettono in tasca sono i LORO soldi… e non soldi comunque sfilati di tasca ad altri.

  3. enzo

    Questi episodi mostrano a mio avviso la mancata percezione dell’opinone pubblica del rapporto spesa/entrate. in altri termini i soldi malspesi vengono considerati di nessuno e non correlati alle imposte pagate. Il federalismo fiscale non sanerà questo limite fin quando ci saranno enti (soprattutto le regioni) abilitati a spendere soldi che non chiedono ai propri cittadini. Infatti, le regioni continueranno a spendere soldi raccolti dallo stato centrale esattore e le classi politiche locali continueranno a farsi vanto di spendere il più possibile risorse considerate esterne e quindi dilapidabili.

  4. aris blasetti

    Siamo in presenza di un vero scandalo, e la magistratura non interviene? Nemmeno quella contabile. L’abuso d’ufficio, il peculato, sono estinti o valevano solo, giustamente, quando il sindaco Moratti ha assunto dei consulenti a scapito del personale gia’ in servizio? Gia’ dimenticavo il colore della giunta. Loro sono onesti ed efficenti Per Definizione.

  5. Antonino Sabetta

    Mi trovo d’accordo con le osservazioni del lettore Elio Gullo. In particolare, benché le idee proposte nell’articolo risultino sensate e in linea di principio condivisibili, ritengo sia poco credibile che esse possano mai essere attuate, dal momento che servirebbero a tutelare la comunità dagli abusi della classe politica – la stessa classe politica che dovrebbe attuarle.

  6. Alberto Lusiani

    Le soluzioni proposte (ineleggibilita’ e sanzioni amministrative ai partiti) sono improponibili e mi chiedo se esista un solo Stato del mondo civile dove esistano e funzionino. Il vero problema e’ che i politici calabresi possono spendere e spandere il denaro pubblico perche’ proviene quasi tutto da contribuenti residenti in altre Regioni, e piu’ sprecano piu’ sono votati dai propri residenti che sopportano una piccola parte delle tasse corrispondenti agli sprechi ma ricevono complessivamente il 100% dei soldi sprecati. La soluzione e’ ovvia e sperimentata in Paesi civili e progrediti: e’ necessario un federalismo dove le spese locali sono alimentate primariamente da tasse locali (senza trucchi e senza giochi) e l’intervento dello Stato con i soldi dei contribuenti delle altre regioni e’ minimale. Solo cosi’ la democrazia locale puo’ funzionare accettabilmente.

  7. giorgio ragazzi

    Mi pare molto importante riconoscere che vi sono molti aspetti sui quali i cittadini non hanno alcuna possibilità di far sentire la loro voce col voto. Un esempio, oltre a quello del vostro articolo, è quello delle remunerazioni dei consiglieri regionali, a mio avviso esorbitanti, che vengono votate all’unanimità da tutti i partiti. Che fare? Si potrebbe introdurre un federalismo "sotto tutela", con una serie di regole imposte dallo Stato per circoscrivere la libertà di scelta delle regioni /enti locali. Ma le regioni potrebbero sollevare obiezioni di incostituzionalità. E poi, secondo la logica di "cane non mangia cane", è pensabile che i partiti a livello nazionale siano disposti a penalizzare le loro basi regionali, specie quando le regioni sono controllate dalla stessa coalizione che è maggioritaria in Parlamento? Temo si debba riconoscere che viviamo in un "regime" che non può essere corretto o limitato con il voto (vedasi il referendum sul finanziamento pubblico dei partiti). L’unica speranza è quella di una lenta maturazione culturale del paese, anche grazie ad iniziative come La Voce.

  8. G. Raffaele

    Il problema è che lo schema che voi presupponete nell’articolo, in Calabria non è applicabile. Purtroppo, da noi, lo schema tipico della democrazia, Pago le tasse, vedo il comportamento di chi amministra, giudico e alla fine voto, non esiste. Da noi la regola è la seguente. Non vedo, non posso giudicare, voto dove debbo votare. Ciò accade perché la politica è pervasivamente presente in ogni dove e controlla ogni ambito della vita dei calabresi con l’unico obiettivo di autoperpetuarsi. La mission principale degli ospedali Calabresi, con le dovute eccezioni, non è la qualità dell’assistenza ai malati, ma assicurare posti di lavoro e clientele assumendo e promuovendo gente, spesso non all’altezza della situazione, come i fatti quaotidianamente evidenziano. In questa logica l’aumento prospettato per i manager servirà sicuramente a portare altri voti.

  9. BOLLI PASQUALE

    Nelle anormalità gestionali di pubbliche amministrazioni,non dovute ad errori che potrebbe commettere anche il buon pater familias ma: a malefede,a comportamenti disonesti o di bottega,cioè di partito, non serve il fallimento politico dei responsabili.Sarebbe troppo comodo! Basta applicare la normativa penale che colpisce i sistemi criminali: accertate le sicure individuali o collettive responsabilità, condannare al carcerare ed espropriare gli eventuali patrimoni accumlati illegalmente. Quando il sistema politico si comporta come il sistema criminale dovrebbe subire inevitabilmente uguale condanna. Nella mia affermazione non mi riferisco a questa o quell’ altra amministrazione pubblica operante nel servizio sanitario, ma a tutto ciò che riguarda le gestioni pubbliche,Stato compreso. Chi ricopre pubbliche funzioni, nel suo operato, nel suo comportamento, ha compito più oneroso, più delicato del privato titolare di azienda, in quanto amministratore di denaro non suo, ma della comunità: se l’ investito di pubbliche funzioni assume decisioni" a cuor leggero " cioè senza i rigorosi canoni di condotta personale e di gestione aziendale è da condannare con aggravanti e non con attenuanti.

  10. MUSSARI FERDINANDO

    Il dramma della sanità calabrese investe i cittadini e gli operatori del settore. Gli operatori devono aspettare oltre 2 anni per aver pagate le fatture emesse, mentre i cittadini devono aspettare mesi per prenotare esami e fare visite specialistiche. La disorganizzazione è a tutti i livelli, l’informatizzazione degli uffici è ancora scarsa. Non esistono sistemi di controllo per i servizi erogati. Ci troviamo all’anno zero. Ma è molto difficile riuscire a partecipare al miglioramento della sanità calabrese, gli accessi e i concorsi sono vergognosamente strutturati. Sono d’accordo pagasse la classe politica, ma pagasse la classe manageriale messa dalla politica, sia economicamente sia penalmente.

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