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QUEI CITTADINI CHE VOTANO MA NON PAGANO TASSE

Torna agli onori della cronaca la Circoscrizione estero. Per facilitare l’esercizio di un diritto dei connazionali che risiedono in altri paesi sarebbe bastato il voto per corrispondenza. Invece la legge sul voto degli italiani all’estero finisce per garantire una rappresentanza senza tassazione: cittadini che non pagano tasse in Italia e non usufruiscono dei servizi influenzano con il loro voto le tasse che gli italiani residenti pagano e i servizi che ricevono. Viceversa, gli immigrati regolari nel nostro paese sono soggetti a una tassazione senza rappresentanza.

 

Le cronache sono piene in questi giorni delle mirabolanti avventure di Nicola Di Girolamo, senatore del Pdl, accusato di essere stato eletto al Parlamento italiano nella Circoscrizione estero, ripartizione Europa, grazie ai voti della ‘ndrangheta. Ma accuse di brogli e contestazioni sono state avanzate anche nei confronti di altri deputati e senatori eletti in quella Circoscrizione. Chi sono dunque gli italiani all’estero e come votano? Ed è giusto che votino? Perché le contestazioni?

IL VOTO DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO 

La legge 459 del 27 dicembre 2001 riconosce il diritto di voto per i referendum e le elezioni dei due rami dal Parlamento a tutti gli italiani residenti all’estero, iscritti all’Aire (Agenzia per gli italiani residenti all’estero, gestita dal ministero dell’Interno) o iscritti agli schedari consolari (gestiti dal ministero degli Affari esteri; i consolati dovrebbero automaticamente aggiornare i dati dell’Aire). Alla data dell’ultima elezione, il referendum del 2009, gli aventi diritto al voto in questa categoria erano 3.024.879. Si noti che secondo la legge sulla cittadinanza del nostro paese (legge 91/1992, articolo 1), per essere italiani, e dunque per godere dei diritti politici, basta nascere da almeno un genitore italiano. Ciò assicura la cittadinanza anche a coloro che, nati all’estero ma avendo subito optato per la cittadinanza italiana, non hanno poi mai risieduto sul territorio italiano, né ne hanno mai imparato la lingua. (1)
È a questi cittadini che si rivolge la legge 459/2001. La norma segue e completa una riforma costituzionale (legge costituzionale 1/2001) che introduce, agli articoli 56 e 57, la Circoscrizione estero e ne definisce la rappresentanza parlamentare: dodici deputati e sei senatori.
Sono due le sostanziali novità introdotte della legge ordinaria. La prima è rendere più semplice l’esercizio del diritto di voto per gli italiani che risiedono all’estero, prevedendo il voto per corrispondenza. In alternativa, l’elettore può decidere di votare in Italia nella circoscrizione del territorio nazionale in cui risulta iscritto; e se non ha mai risieduto in Italia, ma è italiano per discendenza diretta, la sua circoscrizione è quella del genitore, del nonno o di altro antenato. In secondo luogo, rende operativa la Circoscrizione estero: stabilisce infatti la sua ripartizione in quattro aree – Europa, America meridionale, America settentrionale e centrale, e Africa, Asia, Oceania e Antartide. Ma stabilisce anche che i candidati stessi (e di conseguenza gli eletti) debbano essere residenti all’estero.
Se l’obiettivo della legge fosse stato solo quello di rendere più facile l’esercizio del voto da parte degli italiani residenti all’estero, sarebbe stato sufficiente il voto per corrispondenza o qualunque altra forma di voto a distanza. Con la Circoscrizione estero si fa di più: si consente agli italiani all’estero di diventare elettorato passivo.
È possibile che l’intenzione del legislatore, con l’introduzione della Circoscrizione estero, fosse solo quella di offrire una funzione di rappresentanza. Ma nonostante il numero esiguo, questi parlamentari hanno acquisito un’importanza superiore alle previsioni. Durante la XV legislatura, hanno di fatto garantito al governo Prodi la fiducia al Senato, condizionandone l’azione di governo. Nell’attuale legislatura, invece, le vicende del senatore Pdl Nicola Di Girolamo, e le contestazioni su altri eletti all’estero, stanno mettendo in serio imbarazzo il Parlamento.

I LIMITI DELLA LEGGE

I punti deboli della legge 459/2001 sono numerosi. Innanzitutto, le ripartizioni della Circoscrizione estero sono molto ampie e quindi rischiano di essere poco rappresentative; addirittura, una comprende ben tre continenti. In un contesto di tale distanza tra eletto ed elettore, anche la possibilità di esprimere preferenze sui candidati (consentito a questi elettori, a differenza di quello che succede agli italiani residenti) può non funzionare come effettivo meccanismo di selezione e controllo della classe politica. Inoltre, i candidati potrebbero essere poco conosciuti dagli elettori e, soprattutto, poco controllabili dai partiti che li selezionano. Il caso Di Girolamo è significativo: nessuno sembra più ricordare chi lo ha proposto, ed è subito cominciato all’interno del Pdl il valzer delle responsabilità tra chi avrebbe dovuto valutarne la candidatura. Infine, come illustrano le cronache recenti, il voto espresso per corrispondenza solleva dubbi sulla sua trasparenza, regolarità e gestibilità amministrativa. Le operazioni di scrutinio sono lente e facilmente imprecise. Per esempio, a quasi due anni dalle elezioni politiche del 2008, i dati sugli scrutini delle schede per la Circoscrizione estero sul sito del ministero dell’Interno risultano ancora incompleti. 
Tutti questi elementi vanno rapidamente rivisti dal legislatore e in effetti ci sono già diversi disegni di legge depositati in Parlamento. È molto probabile che a seguito del caso Di Girolamo, si arrivi a ripensarne alcuni, a cominciare dal voto per corrispondenza. Ma qualunque riforma deve tenere conto del fatto che la disciplina del voto per gli italiani all’estero si fonda su una norma della Costituzione. Senza toccare ulteriormente la Carta, il legislatore potrà al massimo modificare le modalità di espressione di voto o di selezione dell’elettorato passivo, ma non potrà eliminare la Circoscrizione estero. (2) E invece proprio su questa si dovrebbe riflettere.

RAPPRESENTANZA E TASSAZIONE

Il problema fondamentale è che il diritto di voto per gli italiani all’estero garantisce loro una effettiva “representation without taxation”: cittadini che non pagano tasse in Italia e non usufruiscono dei servizi influenzano, con il loro voto, le tasse che gli italiani residenti pagano e i servizi che ricevono. Questo è ancor più vero con la Circoscrizione estero, i cui rappresentanti parlamentari sono essi stessi cittadini non residenti in Italia. La rappresentanza senza tassazione contrasta con un principio fondamentale della democrazia, e se è in qualche modo accettabile per cittadini italiani che sono solo temporaneamente al di fuori dei confini nazionali, lo è di meno per chi ha deciso di vivere stabilmente all’estero e che in qualche caso, non conosce né le istituzioni né la lingua del paese di origine. La cosa è ancora più impressionante se si pensa che viceversa, in Italia vivono e lavorano individui che soffrono di una “tassazione senza rappresentanza”, vale a dire gli stranieri regolari. Secondo il Rapporto Caritas-Migrantes, nel 2007 gli immigrati hanno contribuito al 6,1 per cento del Pil e assicurato un gettito fiscale al nostro paese pari a 3 miliardi e 749 milioni di euro, dei quali 3,1 miliardi per i soli versamenti Irpef.
Curiosamente, il numero degli stranieri residenti in Italia, regolari e maggiorenni, è anch’esso di poco superiore ai tre milioni (dati Istat, 2009). Appare quanto meno singolare che una popolazione così ampia, che vive e lavora onestamente nel nostro paese, non possa esprimere alcun voto, neppure a livello amministrativo, pur essendo soggetta al fisco e usufruendo dei servizi offerti. Si noti che oltretutto vivono in Italia circa mezzo milione di stranieri solo di nome: sono i figli di immigrati, nati o arrivati in tenera età nel nostro paese, che hanno studiato in Italia, ne parlano perfettamente la lingua, e che sono in effetti indistinguibili dai connazionali della stessa età, eccetto che non godono degli stessi diritti. È opportuno che questa asimmetria venga risolta al più presto, accelerando il percorso per l’ottenimento della cittadinanza e dei diritti collegati.

(1) A questo numero si aggiungono i numerosissimi cittadini stranieri nati all’estero ma che possono vantare un ascendente italiano (fino al secondo grado). Questi ultimi devono però richiedere che venga riconosciuta loro la cittadinanza italiana, dopo avere risieduto sul territorio italiano per almeno tre anni (è il caso per esempio di tanti calciatori naturalizzati).
(2) L’unica strada, in questo senso, potrebbe essere quella dell’abrogazione totale della stessa legge 459/2001; ciò comporterebbe l’applicazione della disciplina precedente alle modifiche costituzionali del 2001 (così come previsto anche dall’articolo 3. comma 2 della legge cost. 1/2001: “In caso di mancata approvazione della legge di cui al comma 1, si applica la disciplina costituzionale anteriore”.

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22 commenti

  1. Simone Roberti

    Sono un cittadino italiano residente all’estero da 4 anni. Trovo che l’articolo faccia un’ottima fotografia del problema. Anche quando vivevo in Italia ho trovato la legge ingiusta. Una delle soluzioni sarebbe di fare come in Inghilterra dove per poter votare all’estero bisogna essere stati iscritti una volta nelle liste elettorali (e quindi essere stati residenti in Inghilterra da adulti) e che non siano passati 20 anni da quest’iscrizione. La norma permette quindi di far votare gli inglesi che si trovano temporaneamente all’estero e non tutti (voto tramite procura).

  2. mariella fanelli

    Pur rispettando i nostri connazionali residenti all’estero, non vedo nessuna ragione per cui essi che hanno scelto di andare fuori del nostro Stato debbano poter influire sulle vicende politiche ed economiche di noi cittadini residenti. E ciò è gravemente discriminatorio, se pensiamo che a un cittadino residente è negata la possibilità di esprimere il proprio voto se nel giorno delle consultazioni si trova temporaneamente fuori sede, in Italia o all’estero.

  3. stefania sidoli

    Se in Italia un pensiero logico facesse da fondamento alle scelte, le considerazioni svolte dagli autori sarebbero non semplicemente condivisibili ma del tutto superflue. Dovrebbe infatti appartenere alla logica la valutazione che appare quantomeno improbabile affidare il governo del Paese in ogni sua espressione – e quindi a partire dai Comuni – a chi in alcun modo contribuisce al suo buon andamento: e quindi a chi non paga le tasse, non interviene nel buon andamento dei bilanci degli Istituti di Previdenza Sociale (aspetto purtroppo sempre troppo sottovalutato), non contribuiscono alla crescita sociale e culturale del nostro Paese (e anche questo non è un aspetto marginale!) e così via.. Ma poichè la cifra logica evidentemente è altro da noi, allora mi spiace dover dire che purtroppo i contenuti dell’articolo sono in toto condivisibili ma si collocano nel campo dell’utopia. Perchè in Italia i diritti e i doveri di ciascuno e della collettività sono per troppi ormai una res nullius, di cui non curarsi. Se non marginalmente.

  4. federico

    Si tratta di una vera assurdità.

  5. GIORGIO PELLEGATTI

    Forse che tra gli italiani non ci sono i ladri che non pagano le tasse? Chiedete ad una compagnia di assicurazione cosa esibire per ottenere un risarcimento. Risponderanno che basta un preventivo! Non occorre la fattura! Chiedete al Comune cosa occorre per ottenere l’agibilità di un immobile ristrutturato in economia. Risponderanno: che sia fornito di impianti igienici e che la scala che porta in cantina (taverna) sia fornita di corrimano. Non occorrono fatture dei materiali e mano d’opera impiegati! Chiedete a uno studente di scuola media a che cosa serve lo scontrino fiscale: non saprà cosa rispondere o dirà delle stupidaggini, dato che nessuno gliel’ha insegnato. Chiedete ad un funzionario delle Finanze se ha mai pensato che colpendo l’evasione a valle, per effetto domino si induce una regolarità fiscale a monte. Non capirà la domanda (o fingerà di non capire magari perché gli va meglio così, per ragioni che non sto a dire perché non sono sicuro di parlare con persone intelligenti). E poi chi è stato il cretino (a dir poco) che ha deciso di abolire gli elenchi clienti/fornitori dopo che erano diventati lavoretto di routine?

  6. Hans Suter

    La Svizzera si regola così (adesso in via sperimentale anche col voto elettronico): una volta immatricolati presso una rappresentanza svizzera, potete annunciarvi anche per l’esercizio dei vostri diritti politici. In questo caso, dovete rinnovare il vostro annuncio ogni quattro anni, sia per iscritto usando il modulo che il vostro comune di voto vi manda regolarmente, sia presentandovi di persona presso il comune di voto. Se non agite in questo senso, il vostro comune di voto si vedrà obbligato a radiarvi dal catalogo elettorale. Tuttavia, potrete annunciarvi nuovamente in qualsiasi momento.

  7. kircherinolanda

    La legge sul voto degli italiani all’estero è sbagliata nel suo principio. Invece di permettere il voto a chi si trova momenteamente all’estero e non può rientrare in Italia per una delle frequenti elezioni, la legge mirava a mobilitare le larghe masse di italiani in America e in Australia. Se ne intendeva soprattutto il valore simbolico, non tanto quello pratico. Per questo è stata inventata questa strana cosa della circoscrizione estero. Il problema è che però la maggior parte di quelli a cui interessa votare, sono italiani che si trovano momentaneamente all’estero, mantengono la residenza in Italia e vorrebbero votare per la propria circoscrizione e spesso anche per le amministrative. Perché non permettere un semplice voto per corrispondenza?

  8. PDC

    In sostanza, la distinzione va fatta tra chi è residente all’estero su base (presumibilmente) temporanea e chi invece è ad ogni effetto un cittadino straniero residente all’estero ma di origine italiana. Faccio notare che l’argomentazione secondo cui i cittadini italiani residenti all’estero non contibuirebbero in alcun modo alla vita economica, politica e culturale dell’Italia è piuttosto dubbia: ve ne sono anzi di quelli che proprio a causa della maggior sensibilità acquisita attraverso la loro particolare esperienza, diventano cittadini particolarmente attivi, per esempio aprendo dei blog su internet. Inoltre si sa che gli emigrati tendono a mandare le proprie rimesse verso la madrepatria.

  9. Carlo

    Se i residenti all’estero non debbono votare perche’ non pagano tasse in Italia, allora non dovrebbero votare nemmeno gli studenti e i disoccupati residenti in patria! Per non dire di tutti gli evasori. Il problema di fondo, secondo me, e’ che l’Italia concede troppo facilmente la cittadinanza a chi di italiano ha solo lontane radici, e la concede troppo difficilmente a chi nasce e cresce nel belpaese. Un cinese nato e cresciuto in Italia e’ molto piu’ italiano di un argentino che aveva un trisavolo italiano ma che dell’Italia non sa nulla, nemmeno la lingua! Non ci vedo nulla di male se un italiano trasferito all’estero vota per il parlamento italiano; non capisco invece perche’ dovrebbe poter votare anche chi di italiano ho solo un lontanissimo avo. Bisognerebbe adottare un sistema simile a quello britannico: i figli di cittadini britannici acquisiscono la cittadinanza anche se non risiedono in UK, ma i loro figli la acquisiscono solo se vi risiedono. E lo dico da residente all’estero: se i miei nipoti non avranno nulla a che fare con l’Italia non dovrebbero avere il passaporto italiano.

  10. Stefania Mercuri-Schürmann

    Anch’io sono una di quei “famigerati“ italiani all’estero e sono in linea di massima d’accordo con gli autori dell’articolo, si dovrebbe permettere la partecipazione attiva alla vita politica di un paese a tutti coloro che vi risiedono legalmente. Il problema è quando si lega questo diritto alla cittadinanza. Le restrizioni inglesi di cui parla il sig. Roberti sono interessanti, ma cosa succede se una persona lavora in giro per il mondo per tanti anni? Perde la cittadinanza, rischiando di non poterne acquisire un’altra, diventa un apolide? I percorsi di vita oggi sono meno lineari di un tempo, la mobilità della forza lavoro, anche solo all’interno dell’Unione Europea, ci pone di fronte a nuovi problemi. Faccio presente che infatti non si tratta solo di un problema italiano; da circa vent’anni ormai vivo e lavoro in Germania, pago le mie tasse in questo paese, ma non posso partecipare alle elezioni politiche perché non ho la cittadinanza tedesca, di cui non ho fatto richiesta per ragioni pratiche (non ho il tempo di prepararmi all’esamino previsto!). Come cittadina europea posso però partecipare alle elezioni amministrative comunali, un “contentino“ che certo non risolve il problema.

  11. Antonio Nota

    Sono un cittadino italiano residente all’estero da 5 anni e leggendo l’articolo ho visto che ci si e’ troppo concentrati sui cittadini italiani residenti all’estero che hanno ottenuto la cittadinanza solo per discendenza senza avere un reale legame con l’Italia (studio, nascita, etc). Dal mio punto di vista non e’ vero che esiste solo una "representation without taxation" dei residenti all’estero. Come la legge italiana impone, un cittadino che si trasferisce all’estero deve iscriversi entro un anno all’ A.I.R.E. Ebbene io lo feci e me ne pento! Oggi io mi trovo nella situazione in cui continuo a pagare una parte di tasse in Italia, ma essendo residente all’estero teoricamente non ho diritto all’assistenza sanitaria gratuita. Questa a me sembra una assurdita’ in quanto sono cittadino italiano, ho frequentato tutte le scuole di ogni ordine e grado in Italia (universita’ compresa), pago una parte delle imposte in Italia ma lo stato italiano non mi riconosce i servizi (scarsi) che riconosce ai residenti. Volevo ricordare che chi e’ residente all’estero in molti casi lo ha fatto solo per vedere che effetto fa la parola "meritocrazia" sulla propria pelle.

  12. Marco Giannone

    L’articolo fotografa una situazione grave, che a mio avviso lo è ancor di più se messa in relazione con un’altra verità della quale nessuno parla. Ebbene, non sono solo gli Stranieri "di nome" e Italiani "di fatto" a non avere diritto di voto in Italia. Anche chi ha la cittadinanza italiana spesso e volentieri non è messo in condizione di votare. Mi riferisco in particolar modo agli Studenti fuori sede (che in Italia sono svariate centinaia di migliaia) a cui viene sistematicamente negato il diritto al voto perchè spesso troppo lontani dal luogo in cui hanno la residenza. Ogni tanto sarebbe opportuno ricordarle certe cose, anche alla luce del fatto che basterebbero piccoli accorgimenti per risolvere una problema di rappresentanza enorme. Mi auguro che il problema in questione venga prima o poi sollevato in un luogo di analisi critica come lavoce.info.

  13. Cincera Gian Carlo

    Se non vado errato la base giuridica del voto e del conseguente diritto nasce dalla nazionalità e non dalla Agenzia delle Entrate. Quello che invece si deve fare è di riconoscere questo diritto solo ai cittadini italiani residenti all’estero che votano in Italia! Considerando tutti gli assenti come volontariamente rinunciatari! Fatta eccezione per i cittadini italiani residenti fuori dai paesi dell’Unione Europea fino al decimo anno dal loro espatrio.

  14. Valeria Salvo

    Io sono d’accordo chi non paga le tasse non ha diritto a votare ma anche non ha diritto alla sanità pubblica, alla scuola pubblica, a usufruire di tutti i servizi che il nostro stato finazia con i soldi pubblici. Ma questo vale per tutti italiani quelli all’estero e quelli non. Non si faccia finta di non sapere che l’italia è piena di evasori totali e parziali. In fondo la legge sarebbe facile: si esculde dalla vita pubblica del paese gli italiani che non pagano le tasse senza far alcun filtro sulla loro residenza.

  15. Ingenuo Idealista

    Poiché il voto sceglie chi amministra i denari prelevati con le tasse, mi sembra giusto che si voti in proporzione alle tasse pagate. Per esempio, un voto ogni 10.000 Euro di imponibile o di tasse pagate. Tizio ha 50.000 Euro di Imponibile, quindi 5 voti Caio 20.000 quindi due voti, Sempronio 1000 Euro: 1 voto (vabbè lasciamo almeno "un voto a tutti" dopotutto le imposte indirette le pagano un po’ tutti!) Poiché la gran parte della imposizione diretta grava sul lavoro dipendente, ed è inevadibile per via della ritenuta alla fonte, alle prime elezioni si formerebbe una maggioranza schiacciante di eletti da chi paga le tasse. Chi opera in nero o nell’illegalità non sarebbe quasi rappresentato, la compravendita di voti verrebbe quasi stroncata (forse sarebbe meglio un voto ogni 5000 euro di imponibile) Questa maggioranza ovviamente, varerebbe un sistema di tassazione più equo del precedente, facendo pagare anche chi non pagava e facendo emergere gran parte dell’enorme sommerso Italiano. Alle elezioni successive ci sarebbe un ribilanciamento elettorale poichè molti "poco-votanti" (i cittadini con 1 voto solo) diventerebbero "pluri-votanti" e il sistema si stabilizzerebbe.

  16. Roberto Casati

    Risiedo in Francia; pago le tasse in Francia; non posso votare per le politiche francesi. Forse non dovrei votare per quelle italiane dato che non pago tasse in Italia. Se avessi la facoltà di scegliere, voterei in Francia. Perché non posso scegliere? Il problema del voto estero andrebbe affrontato facendo una distinzione tra EU e resto del mondo, e cominciando a risolverlo in sede EU. Da lì costruire per affrontare casi più generali: voto degli italiani in America Latina, voto degli extracomunitari in Italia. Risolvere il problema in sede EU significa accettare che la nuova emigrazione è soprattutto mobilità. Andare a lavorare o studiare in Francia non è più veramente "emigrare". Dato che la mobilità viene richiesta nel nuovo contesto economico, questa deve essere favorita. Ci sono norme sulla cittadinanza europea che semplificano la mobilità, ma ancorare il diritto di voto alla residenza la sancirebbe definitivamente come nuova forma di emigrazione. In pratica, si tratterebbe di permettere ai residenti EU di optare, come già accade per le europee, tra voto per le politiche nel paese di origine e voto in quello di residenza.

  17. Simone

    Cari Paolo e Massimo sono uno di quegli italiani che vivono stabilmente all’estero. E’ vero, il voto piu’ importante l’ho dato 5 hanni fa: ‘ho votato con i piedi’ scegliendo di emigrare. Emigrare spero che non sia un crimine che comporti come sanzione accessoria la perdita dei diritti politici attivi e passivi. Quanto al pagamento delle tasse beh… ma quante volte dovrei pagarle? Le pago gia’ regolarmente nel paese in cui risiedo (e nel quale non ho titolo per votare esattamente come gli immigrati in Italia: dov’e’ la discriminazione?) e in ogni caso credo che sia totalmente sbagliato stabilire una rigida correlazione fra pagamento delle tasse e diritto di voto. Agli evasori regolarmente residenti in Italia cosa proponete di fare? Se l’attuale legge ha le maglie troppo larghe e non e’ implementata correttamente giusto cambiarla, ma il principio non credo che sia sbagliato. O dobbiamo mettere in discussione il sistema elettorale in quanto tale solo perche’ nell’attuale parlamento siedono inquisiti e condannati regolarmente eletti da contribuenti ed evasori residenti in Italia i.e. da cittadini come me? Cordiali saluti da Praga Simone

  18. suela

    La situazione di italiano all’estero puo’ avere diverse forme se legata alla fiscalità: io sono un’italiana che vive all’estero ormai da diecine d’anni, per motivi di studio prima e di lavoro poi. Sono iscritta all’AIRE di Roma sulla base della mia ultima residenza in Italia. Pago tasse sia nel mio attuale paese di residenza, solo per i beni immobili e da straniera non residente (ho uno statuto di apolide legato alla mia posizione professionale) sia in Italia, per i beni mobili e per un immobile con rendita catastale superiore ai 500€, che si trova però in una provincia diversa da Roma. In Italia pago dunque Irpef, Tarsu e Ici. Non ho il diritto di votare per le elezioni politiche del paese dove vivo, ma potrei optare per il voto alle elezioni amministrative, qualora lo volessi. Ho sempre votato per le elezioni politiche italiane e lo ritengo un mio diritto irrinunciabile, anche solo per non cadere nella morte civile. Ricevo la cartolina elettorale per le amministrative italiane, ma devo votare a Roma, non posso farmi spostare nell’AIRE del comune in cui si trova la mia casa. Non è titolo sufficiente. Ovviamente sono poco interessata alle amministrative per il comune di Roma.

  19. Bruno Stucchi

    No representation without taxation. Chi non paga neanche un cent di tasse in Italia non può voler votare. Elementare.

  20. Per favore

    Prendo alla lettera la tesi sostenuta dagli autori. Secondo questa tesi, il caro signor SB non avrebbe mai dovuto votare, poichè egli è evasore dichiarato.

  21. alba

    E’ vero, quello che dite, non è giusto che votano i residenti all estero è che non pagano le tasse ma io volevo fare una domanda ma quelli che non hanno diritto di votare (per esempio gli stranieri ) hanno l’obbligo di pagare le tasse?

  22. Beraldi stefania

    Lavoro all’Ufficio di Stato civile di un Comune di undicimila abitanti, mi occupo anche della trascrizione degli atti di stato civile (nascite, matrimoni, cittadinanze e morti) relativi a cittadini italiani residenti all’estero. Posso assicurarvi che la mole di lavoro che portiamo avanti per questi cittadini è enorme, ci costringe a contatti quotidiani con i consolati italiani all’estero, sia per quanto riguarda la trascrizione degli atti (perchè vanno tutti trascritti nei nostri registri), sia per quanto riguarda la gestione dell’Anagrafe. Credo che se gli italiani (residenti in Italia) sapessero quanto ci costano gli italiani (residenti all’estero), protesterebbero vivacemente. Il problema è che queste cose sono note solo agli operatori del settore. Consideriamo poi che si tratta di persone che non sono mai state, nè, probabilmente, mai verranno, in Italia. E che, come dicevate voi, votano senza pagare le tasse.

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