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DALLE PERSONE ALLE COSE (CHE INQUINANO)

Le imposte ambientali sono un terreno ideale se si tratta di spostare una parte non marginale del gettito dalla tassazione sul lavoro ad altre forme di prelievo. Tanto più che molte di queste imposte si prestano a essere prelevate in sede locale, adatte dunque a un fisco più federale. L’impatto potenzialmente regressivo potrebbe essere compensato costruendole in maniera tale da sfruttarne il potenziale incentivante. Una seria riforma fiscale verde potrebbe partire da un aumento delle aliquote dell’ecotassa, il tributo per il conferimento di rifiuti in discarica.

 

Dalle persone alle cose, dal complesso al semplice, dal centro alla periferia: sono i tre slogan su cui è costruito il Libro bianco del ministro Tremonti, recentemente rispolverato dalla naftalina. Nel dibattito che ne è seguito, è singolare quanto poco spazio sia stato dedicato a quelle che potrebbero rappresentare un eccellente mezzo per attuare gli obiettivi, e che da tempo anche a sinistra si guardano con favore: le imposte ambientali.
L’opportunità di spostare una parte non marginale del gettito dalle imposte che colpiscono il lavoro a quelle che – in senso lato – riguardano il prelievo di risorse naturali è da tempo auspicata sia a livello teorico che istituzionale. L’Oecd ha istituito negli anni Novanta un programma finalizzato a promuovere il trasferimento di almeno il 10 per cento del gettito, sostenendo che in questo modo si potrebbe ridurre in modo significativo l’impatto distorsivo del sistema tributario e insieme incentivare comportamenti più virtuosi da un punto di vista ambientale.

UNA RIFORMA FISCALE VERDE

Fra le “100 tasse” degli italiani, quelle assimilabili a imposte ambientali sono molte in numero, ma se si escludono quelle sui carburanti, determinano gettiti trascurabili o poco più che simbolici. Dei circa 41 miliardi annui di gettito totale (circa il 7 per cento del carico fiscale complessivo), il 77 per cento proviene dal settore energetico, il 22 per cento dal trasporto automobilistico, e solo l’1 per cento da “inquinamento e risorse”, pari allo 0,02 per cento del Pil. Per di più, in buona parte, sono “ambientali” solo di nome, avendo un presupposto correlato con il tema ambientale, ma non essendo poi strutturate in modo da incentivare comportamenti virtuosi. Nel resto d’Europa, dove in media l’incidenza delle imposte ambientali è analoga alla nostra, il peso di quest’ultima voce sul totale è tre volte superiore, e corrisponde allo 0,12 per cento del Pil. Ma in alcuni paesi questo rapporto raggiunge valori ben più ragguardevoli. In Danimarca e Olanda, le tasse ambientali raggiungono rispettivamente il 5,8 e il 4 per cento del Pil, e quelle sull’inquinamento rappresentano circa l’1,2 e lo 0,4 per cento. (1)
C’è insomma margine per attuare anche in Italia una “green tax reform” che, a parità di gettito, potrebbe spostare almeno 1 punto di Pil (e 2 punti di pressione fiscale) dalle imposte distorsive su lavoro e imprese alle esternalità ambientali: dalle persone che producono alle cose che inquinano, appunto. Rifiuti, scarichi nell’acqua, prelievi di materiali inerti, rumore, traffico, smog, attività pericolose: la lista è lunga.
Un serio programma in questa direzione potrebbe rappresentare un passo in avanti, non solo perché si aumenterebbe l’efficienza complessiva del sistema (da imposte distorsive a imposte non distorsive o distorsive “in senso buono”), ma anche perché molte imposte ambientali si prestano a essere prelevate in sede locale, e rappresentano perciò un cespite ideale per un fisco più federale. L’impatto potenzialmente regressivo potrebbe essere compensato costruendole in maniera intelligente e tale da sfruttarne il potenziale incentivante. Le imposte ambientali potrebbero prestarsi anche a un impiego incentivante all’interno di schemi bastone-carota, con il fine di disincentivare certi comportamenti e utilizzare il gettito per promuoverne altri.

L’ECOTASSA

Tra queste imposte ve ne è in particolare una che si presta a una seria riforma, attuabile in breve tempo trattandosi di un tributo già esistente: la cosiddetta “ecotassa”, vale a dire il tributo per il conferimento di rifiuti in discarica. Attualmente questo prelievo è stato fissato in un valore massimo di 25 €/t, ma produce per le casse delle Regioni un gettito piuttosto risicato, pari a 233 milioni di euro nel 2007. Diviso per i circa 40 milioni di tonnellate che finiscono in discarica (tra urbani e speciali), ne risulta una media di circa 6 €/t, ma è la solita “media del pollo” all’italiana, con alcune regioni (Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Lombardia, Piemonte in particolare) che la applicano in modo più incisivo, e altre che fingono di applicarla o non la applicano del tutto, come molte regioni del Sud.
In Olanda e in Danimarca, la tassa sulla discarica raggiunge per certe categorie di rifiuti rispettivamente gli 85 e 50 €/t. In Gran Bretagna, a un’aliquota massima non lontana dalla nostra (21 €/t) corrisponde un’applicazione molto più incisiva e applicata alla totalità dei rifiuti; ciò porta a circa 800 milioni/anno il gettito complessivo, tre volte e mezzo quello italiano.
In Italia, ancor oggi, oltre la metà dei rifiuti urbani finisce in discarica, e di questi oltre la metà sono rifiuti non trattati e putrescibili. Per i rifiuti speciali la situazione è un po’ migliore, ma si tratta pur sempre di oltre 20 milioni di t/anno, in gran parte inerti da costruzione e demolizione – materiali per i quali, ai sensi della recente direttiva quadro sui rifiuti, si dovrebbe puntare sul recupero. Gli spazi per realizzare discariche si riducono, generando tipiche situazioni di rendita di scarsità. La gestione industriale di un impianto moderno ha un costo che si può stimare nell’ordine di 45 €/t, ma i prezzi di mercato possono arrivare tranquillamente a 100-150 euro, e a valori anche superiori nelle aree congestionate.
Così com’è, l’ecotassa italiana serve a poco, sia in termini di gettito che di potenziale incentivante. Una proposta che avanziamo è pertanto quella di aumentare sensibilmente il prelievo sulla discarica, portandolo a un valore che sia almeno doppio o triplo rispetto a quello attuale, non solo nei valori massimi ma anche in quelli minimi. Alle Regioni dovrebbe essere garantita una certa flessibilità nell’applicazione, ma introducendo delle penalizzazioni sui trasferimenti dallo Stato centrale nel caso in cui non le sfruttassero a dovere.
Le aliquote potrebbero essere differenziate in senso incentivante, ad esempio prevedendo maggiorazioni in funzione del tipo di rifiuti conferiti, per esempio, stabilizzati o putrescibili, pericolosi o non pericolosi. Oppure in funzione del rispetto degli obiettivi di prossimità e autosufficienza: la tassazione potrebbe cioè penalizzare chi conferisce i rifiuti al di fuori del proprio ambito territoriale, e in misura ulteriormente maggiorata chi dovesse ricorrere a soluzioni al di fuori del territorio regionale. L’effetto incentivante potrebbe essere ulteriormente migliorato limitando la possibilità di traslare l’importo della tassa sulla tariffa pagata dai cittadini, oppure utilizzandone il gettito per premiare chi si impegna nella raccolta differenziata.
Quote del gettito potrebbero essere utilizzate, analogamente con quanto si fa con successo negli Usa, per finanziare un fondo statale, gestito dalla Protezione civile o dal ministero dell’Ambiente, destinato sia a far fronte a situazioni di emergenza, sia alla bonifica dei siti contaminati.
Insomma, le possibilità sono molte, anche se non tutte attuabili contemporaneamente; le controindicazioni sono poche e facilmente superabili. Aliquote maggiori potrebbero incentivare la riduzione della discarica a favore di altre soluzioni; aliquote più contenute ma applicate in modo più ampio potrebbero, in compenso, favorire un obiettivo di gettito più costante, eventualmente destinandolo al finanziamento di politiche attive nel campo dei rifiuti. Il consenso potrebbe essere ampio e bipartisan. Perché non avviare da subito una riflessione volta ad approfittare già della prossima Finanziaria?

(1)Eurostat, "Taxation trends in the EU"

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20 commenti

  1. Rinaldo Sorgenti

    Interessante riflessione e proposta, che potrebbe stimolare un comportamento lineare e virtuoso, a condizione che qualcuno non ne approfitti per duplicare le imposte, lasciando quelle che già ci sono e aggiungendone una nuova condita con il presupposto indicato. Mutatis mutandi, sarebbe analogamente bello ipotizzare un sistema diverso di applicazione delle tariffe elettriche in sede regionale, dove ai cittadini della Regione si dovrebbe applicare un costo del kWh determinato in funzione del “Mix delle Fonti” esistente in sede locale regionale. Così, chi sostiene e auspica un maggiore ricorso alla Fonti Rinnovabili di nuova concezione (solare ed eolico) dovrebbe giustamente farsene carico, contribuendo in maniera diretta e mirata al finanziamento dell’attuale “Conto Energia” che, grazie alla “pubblicità ingannevole” (che nessuno sanziona!), la stragrande maggioranza della popolazione pensa che derivi da un “Pozzo di S.Patrizio” dal quale lo Stato ed il GSE attinge per finanziare gli investimenti (es. per i tetti FV) di coloro i quali vogliano farsi installare questi impianti, che poi tutti paghiamo invece in Bolletta (componente A3)! C’è speranza che avvenga?

    • La redazione

      Anche la sua proposta in teoria è perfettamente attuabile e potenzialmente utile, con l’unico inconveniente che bisognerebbe a mio avviso tenere conto anche dell’energia importata da altre regioni (altrimenti sarebbe un ulteriore incentivo alla NIMBY). Va detto tuttavia che per essere realmente incentivante dovrebbe essere applicata con aliquote molto alte. Già oggi le energie rinnovabili ricevono un incentivo cospicuo attraverso i certificati verdi e il conto energia; meccanismo, quest’ultimo, la cui sostenibilità finanziaria è in forse nel momento in cui tecniche come il solare prendessero piede sul serio, come sta avvenendo. L’imposta da lei suggerita potrebbe essere utilizzata per cofinanziare i fondi che sostengono questi incentivi.

  2. Matteo

    Perchè non aggiungere al prezzo dei prodotti un’aliquota che tiene conto delle emissioni e/o del costo energetico di un prodotto? Le basi teoriche ci sono (certificando il consumo energetico specifico di un prodotto), basterebbe uno sforzo normativo. In questo modo l’attenzione si sposterebbe dalla discarica al momento dell’acquisto. Si incentiva così il Km0, i prodotti meno elaborati, i prodotti realizzati con riciclo di materie prime. Si farebbe differenza tra un contenitore in alluminio da quello in plastica o cartone. Si incentiverebbero le filiere “Green Trade”.

    • La redazione

      La proposta è senz’altro attuabile, anche se un po’ complicata da gestire. Si potrebbe ad esempio prevedere una maggiorazione dell’Iva sui prodotti inquinanti, rendendola però indeducibile per le imprese: si trasformerebbe così in un costo di produzione, favorendo le imprese che nei loro cicli sostituiscono l’input inquinante con altri. Una possibilità forse più semplice è abbinare un’aliquota differenziata alla certificazione ambientale: es. i prodotti certificati Ecolabel potrebbero essere gravati di un’Iva inferiore rispetto a quelli che non lo sono.

  3. Mauro Zannarini

    Spostare parte della tassazione dal lavoro allo spreco, quantificato come rifiuto da conferire in discarica, rappresenterebbe il primo serio passo per qualificare e quantificare la nostra impronta sul pianeta, costringendoci ad una visione non meramente consumistica e riportando valore a tutti i beni di consumo. Non sarà semplice e si presterà a facili furbizie, controllabili solo con la massima trasparenza e coinvolgimento totale della popolazione. Solo per conoscenza, i gestori della vecchia discarica della mia città, si sono dimenticati di accantonare le somme per coprire i costi di gestione di fine vita, che ora gravano sui conferimenti della nuova discarica.

  4. valentino13

    Indubbiamente l’articolo propone delle soluzioni interessanti. Infatti, non sono molti i paesi che applicano questo tipo di tassazione. Il fatto di far pagare una tassa a chi inquina non è peregrina. Attualmente quasi tutto il costo dell’inquinamento viene "esternalizzato" nel senso che lo paga la collettività, con un’imposizione fiscale generale. In particolare con alti livelli di tassazione sul lavoro e sull’impresa. Ma perchè chi lavora si deve sobbarcare, tamite le tasse elevate, l’onere delle opere di disinquinamento. Ripeto le soluzioni proposte sono valide. Il problema è l’applicazione nel nostro Paese. Purtroppo sono convinto che con la classe dirigente che ci ritroviamo, queste eco-tasse, sarebbero solo aggiuntive a quelle esistenti. Senza un beneficio a favore del mondo produttivo, ma comporterebbero un ulteriore appesantimento fiscale complessivo. Perciò mi auguro, che l’articolo con le sue proposte, interessanti, non venga letto dai nostri poltici.

  5. Luigi Idili

    Come contributo di conoscenza della materia, la Regione Toscana ha già utilizzato negli anni passati tutto il margine disponibile per rendere la tassa sul conferimento dei rifiuti in discarica uno strumento di tassazione ambientale un po’ più efficace. Purtroppo tali margini, definiti dalla legge quadro statale, sono ancora oggi molto stretti. Sarebbe dunque opportuno allargarli, come auspica l’autora di questa nota, in sede di redazione dei decreti delegati attuativi della legge 42/2009 (federalismo fiscale). Aggiungo che la manovra toscana fu fatta ad invarianza di gettito tributario complessivo, collegando l’aumento dell’ecotassa con la diminuzione dell’IRAP a beneficio di imprese che adottano sistemi avanzati di certificazione ambientale dei processi produttivi (come la certificazione EMAS). In applicazione del principio chi più inquina più paga, chi meno inquina meno paga.

  6. Renato Sciarrillo

    La proposta è senz’altro interessante, penso però occorra tenere presente anche il ruolo della politica comunitaria in materia ambientale che, come noto, ha stabilito la responsabilità e un ruolo attivo delle imprese in diversi settori merceologici (es. imballaggi, rifiuti elettrici, batterie ecc.). L’insieme di tutte queste normative ha infatti condotto alla creazione di numerosi consorzi.

    • La redazione

      Penso che un uso più incisivo dell’ecotassa non possa che corroborare gli effetti positivi derivanti dal principio della responsabilità estesa del produttore. Nessuno strumento è in sé risolutivo, ma un uso coordinato dei diversi strumenti può portare ad ottimi risultati.

  7. Rascy

    La modifica dell’ecotassa deve essere strettamente collegata alla Tariffa Integrata Ambientale prevista dal Codice dell’Ambiente, al momento non applicabile in quanto manca l’apposito intervento del legislatore per la sua determinazione. La nuova TIA, appena definita, sarebbe l’occasione per un intervento complessivo sulla tassazione ambientale, che dovrebbe essere integrato e cordinato, per evitare aggravi e doppie imposizioni sullo stesso soggetto. Si potrebbe prendere a modello il sistema premiante dei certificati verdi e bianchi, ideati per incentivare o penalizzare le aziende in relazione all’energia rinnovabile e all’efficienza energetica.

    • La redazione

      In realtà non è necessario: l’ecotassa potrebbe funzionare benissimo anche senza TIA. Semmai è opportuno stabilire, in sede di revisione della TIA, se e in che misura l’importo dell’ecotassa possa essere traslato sulla tariffa. Io proporrei ad esempio di consentire la traslazione solo in presenza di meccanismi individuali che incentivano la raccolta differenziata (tariffazione volumetrica e simili).

  8. enzo pace

    Il piccolo risultato di gettito (meno del 10%, forse poco più o meno del 5%) non aiuta, realisticamente, a parlare di “riforma fiscale verde”, Se ,però, noi potessimo (e, a mio avviso, dovremmo) parlare di “consumo ambientale”, la cosa muta perché, fermo il poco gettito, apporta motivi al trasferimento dalle persone (lavoro e attività produttive) alle cose (consumi). La tassazione del “consumo ambientale” fa emergere un motivo nuovo e, oggi, possibile di intervento distorsivo su quella distorsione generalizzata delle economie moderne provocata dal consumismo che non ha più nulla a che fare con i ‘consumi essenziali’ utilizzati un tempo dal fisco con gravi effetti ‘distorsivi’ per la giustizia tributaria.

    • La redazione

      Il 10% del gettito complessivo a me non sembra così poco. Ad ogni modo all’origine della proposta delle imposte ambientali, come lei correttamente nota, sta soprattutto l’idea di sfruttarne il potenziale incentivante per correggere la generazione di esternalità ambientali. Se poi possiamo cogliere due piccioni con una fava, tanto meglio – anche se le esperienze che ho citato, Inghilterra vs. Olanda e Danimarca, sembrano suggerire che o si persegue un obiettivo di gettito, oppure uno di incentivo, ma non tutti e due insieme.

  9. DIEGO, M. MIELE

    Gli aumenti della tariffa per il Servizio Idrico Integrato sono spesso demonizzati dai sostenitori della "acqua del sindaco", salvo poi accorgersi che una tariffa bassa è un incentivo (politico) allo spreco. Come ogni fondamentalismo, anche la lotta cieca alla tariffa SII è errata. Essa però ha un fondo di verità che risalta nei celeberrimi casi di Cochabamba, Mexico City e altri, nei quali la privatizzazione del servizio si è tradotta in un aumento verticale e (soprattutto) indiscriminato della tariffa (e nel fallimento della privatizzazione). Il consumo di acqua è vitale: solo lo spreco è consumo dell’Ambiente. Nel caso di servizi essenziali come quello idrico, allora, lo stimolo ecologico che viene da una tariffa progressiva per consumo potrebbe trovare una buona sinergia con l’ulteriore esigenza di trattare situazioni diverse in modo diverso e quindi di aumentare il costo dell’acqua solo a chi può permetterselo (artt. 3 e 53 Cost.). A questo punto, mi chiedo, non sarebbe ipotizzabile un nuovo modello di tariffa "tributarizzata" progressiva sia per reddito (pur trattandosi – in ipotesi – di un’imposta sul consumo), sia per consumi familiari?

  10. Bruno Cipolla

    All’acquisto, Iniziando dai generi di consumo: imballo X cent al chilo, secondo il suo impatto ambientale. Imballo di materiale composito (non differenziabile) il doppio, carta (stampa periodica) idem, libri esclusi, tutti gli oggetti usa e getta un tot al chilo sempre secondo impatto, vuoti a perdere non riutilizzabili: tartassati, riutilizzabili: non tassati, cauzione obbligatoria, riciclabili (e.g. lattine): cauzione come si fa da decenni nei paesi civili. Si può poi passare ai beni (poco) durevoli cioè quelli che durano fino a 10 anni (ma già ci sono RaEE e simili) potenziandole, secondo me sono troppo basse. Si può poi spostare fiscalità da un settore ad un’altro eliminando per esempio la tassa di possesso dei veicoli e le tasse sui trasferimenti di proprietà trasferendone gli importi (maggiorati assai) sui carburanti. Calerebbero sicuramente i KM percorsi, i consumi, migliorerebbe la salute, (Rubbia sostiene che per ogni 1000 lire spese per carburanti se ne spendono altrettante per medicine e cure varie) e la bilancia dei pagamenti.

  11. Bruno Cipolla

    Obbligare le concessionarie autostradali, i gestori elettrici e in generale i fornitori di servizi a differenziare le tariffe sulla base dell’effettivo costo/consumo di risorse e anche su base oraria. Qualcosa di piccolo piccolo si sta già facendo (tariffe biorarie enel fra poco) Un esempio può essere la differenziazione drastica dei pedaggi autostradali, in base al peso (medio) del veicolo. L’attuale teconolgia telepass può leggere la targa del veicolo ed associarvi una tariffa basata sul suo peso medio (peso max carico più peso a vuoto diviso due, come da carta di circolazione) Un camion da 30 tonnellate pagherebbe 20 volte di più di una vettura da 1500Kg (giustamente, poichè consuma il manto stradale 20 volte di più ed inquina molto di più) Una motocicletta da 300 Kg pagherebbe un quinto dell’auto. Per evitare il riversamento del traffico pesante sulle statali, i mezzi pesanti sarebbero *obbligati* a transitare su autostrada (dove c’è) e tutti dotati per legge di localizzatore GPS/GSM quindi tracciabili in tempo reale (fine dei furti) Inoltre differenziando drasticamente le tariffe su base oraria/giornaliera si ridurrebbero di molto i picchi di traffico e le inefficienze.

  12. pietro brunato

    La riflessione proposta è interessate ma, a mio avviso, rischia di non essere efficace a seconda di come si attua l’aumento di tassazione. Aumentare la tassazione sul conferimento in discarica in base alle quantità può avere effetti perversi che vanno nella direzione opposta a quella della salvaguardia dell’ambiente. Questo perché non si incentiva adeguatamente uno sforzo a conferire correttamente. Nel comune dove vivo, da quando si è attuata la politica di far pagare in base a quanto si conferisce, i fenomeni dell’abbandono e della combustione abusiva dei rifiuti sono lievitati. Una tariffa potrebbe essere così strutturata: una quota fissa (al limite questa può essere oggetto dell’aumento proposto) da pagare indipendentemente dalla quantità di rifiuto prodotto, calcolata intersecando i dati sui componenti il nucleo famigliare (si possono immaginare anche interventi di politica sociale andando a riconoscere delle detrazioni in casi di minori, disabili, anziani…) con i dati sugli immobili. Per le aziende dimensioni, fatturato, tipo di attività ecc.. Detrazioni in base alla quantità di rifiuti (ma sarebbe meglio chiamarli risorse) riciclabili/riutilizzabili conferiti. Se prima gettare una bottiglia di plastica nel parco, o in un fosso, e smaltirla con il servizio convenzionato rappresentava un’alternativa con lo stesso valore (zero) economico, con quest’altro metodo non più: abbandonare qualcosa di recuperabile o farlo confluire nel secco indifferenziato, comporta un costo dato dal maggior sconto che si sarebbe potuto conseguire. Si può obiettare che si incentiverebbe la produzione di rifiuti. Bisogna tenere presente però che le scelte di acquisto e di smaltimento sono slegate concettualmente oltre che temporalmente; il vantaggio dato dallo uno sconto sulla bolletta dei rifiuti non compenserà mai il maggior costo di acquisto di più prodotti o prodotti a maggior contenuto di rifiuto. Semmai va disincentivato a livello di produzione il prolificare di confezioni, incarti, contenitori ecc. Bisogna che le imprese progettino prodotti di più facile smaltimento a fine vita, ad es diminuendo la commistione nello stesso oggetto di molti materiali diversi. Si deve puntare anche sulla durabilità degli oggetti. In questo senso un intervento di incentivi/disincentivi sarebbe auspicabile.

  13. luca

    La produzione di rifiuti misura tra le altre cose, la propensione al consumo di una popolazione..ci siamo ridotti ad essere ciò che consumiamo e i rifiuti testimoniano questa triste realtà. Pur se condivisibili e realisticamente fuorvianti le tesi e contro tesi proposte, nessuno può pensare di dare soluzioni a valle senza prendere in esame le problematiche a monte!!! In un paese come il nostro dove il problema rifiuti rappresenta una congestione quasi cronica (almeno per il sud italia) è difficile trovare soluzioni efficienti senza la mediazione di una rinnovata coscienza/cultura che renda artefice e responsabile ogni singolo cittadino del benessere sociale.

  14. Sara Sanviti

    Come la mettiamo, con l’evasione fiscale? La domanda vuole essere provocatoria: mi occupo di rifiuti, acque e sicurezza sul lavoro. Se ci fossero i controlli ambientali (in senso lato) e se quei rari che ci sono fossero almeno seri, di lavoro ne avrei un sacco. Lo stesso dicasi per la sicurezza sul lavoro. Nonostante questo, anche il Friuli Venezia Giulia, terra di conquista per la scarsità e l’inefficacia dei controlli, vede le sue aziende espatriare. Con l’aggiunta di tasse ambientali, le aziende avrebbero un motivo in meno per rimanere. So che si tratterebbe di una scusa e non di un motivo vero e proprio, ma comunque per loro sarebbe valida lo stesso. Io credo che solo una politica di risparmio energetico complessivo (e, di conseguenza di risparmio anche economico), potrebbe essere risolutiva e solo su questa andrebbe discussa l’eventuale tassazione. Immaginando una spirale, al posto di andare nel verso dell’espansione della spirale (facendo quindi "girare" l’economia), ci si dovrebbe muovere in senso opposto, per convergere verso la minima mobilitazione dei capitali (e quindi verso il minimo consumo di risorse).

  15. silver

    Mi associo spontanamente a ciò che scrive valentino13. Se fossimo in Germania, persone e cose moleste non sarebbero più in circolo, in Italia invece non solo circolano, ma inquinano a tutto campo, blaterando di soluzioni forti come le centrali nucleari, tanto per dirne una. Una nuova tassa, no grazie, gli imprenditori che rimarranno qui scapperebbero sempre più! Chissà come andrà a finire… la "nostra energia" parlerà francese o lumbard?

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