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UNA PENITENZA PER CHI MANDA LA SANITÀ IN ROSSO

Oggi sono sostanzialmente i cittadini a pagare quando una Regione viene commissariata per il suo deficit sanitario, attraverso l’incremento automatico dei tributi e delle tariffe regionali. Mentre al governatore vengono addirittura attribuiti poteri speciali. Per incentivare i partiti a scegliere meglio i loro candidati si dovrebbe invece prevedere in questi casi l’interruzione del finanziamento pubblico dei partiti di maggioranza e la sospensione degli emolumenti per il governatore e i componenti della giunta regionale per tutto il periodo del commissariamento.

In un intervento alla trasmissione televisiva Ballarò del 2 febbraio 2010, Tito Boeri ha ripreso una proposta da noi avanzata in un articolo pubblicato su Il Sole 24Ore del 5 dicembre 2009.

DEFICIT REGIONALI E FINANZIAMENTI AI PARTITI

Nell’articolo proponevamo di interrompere il finanziamento pubblico dei partiti di maggioranza in una Regione nel caso in cui questa fosse stata commissariata per i deficit sanitari. Si bilancerebbe così l’attuale sistema dei "patti di salute" che, nella versione approvata nell’ottobre 2009, prevede invece, a seguito del commissariamento, una punizione per i cittadini (tramite l’incremento automatico dei tributi e delle tariffe regionali) e, nei fatti, un “premio” per i politici (tramite i poteri speciali attribuiti al governatore della Regione, che diventa “commissario” di se stesso). Proponevamo anche la sospensione degli emolumenti per il governatore e i componenti della giunta regionale per il periodo del commissariamento.
L’obiettivo della proposta non era tanto di recuperare risorse, comunque marginali rispetto ai deficit sanitari, quanto quello di migliorare gli incentivi per i partiti nella scelta dei candidati e nella gestione del bilancio pubblico, che risponde spesso più a logiche clientelari che a criteri di competenza effettiva. Allo stesso modo, la sospensione degli emolumenti intendeva introdurre un maggior incentivo per il governatore e gli altri membri della giunta, una volta eletti, a ben operare.
La proposta non è piaciuta all’onorevole Ignazio La Russa, presente alla puntata di Ballarò: il ministro della Difesa ha infatti affermato che il finanziamento pubblico dei partiti non esiste più, ed è stato sostituito da un semplice rimborso dei costi elettorali (ha anche fatto bizzarre osservazioni sul taglio di capelli di Boeri, ma di questo ci sia consentito non parlare). Il ministro ha invece convenuto su un altro suggerimento di Boeri, sempre ripreso dal nostro articolo: introdurre una separazione tra il commissario e il presidente in caso di commissariamento della regione. La Russa ha sostenuto che finora questo non è stato fatto in quanto “tutte le regioni commissariate erano governate dal centrosinistra” e si temevano dunque le polemiche che sarebbero seguite a una sostituzione del presidente democraticamente eletto con un funzionario governativo. Su questi punti è opportuna qualche precisazione.

LA BUFALA DEI RIMBORSI ELETTORALI

La storia del finanziamento pubblico dei partiti in Italia e dei cosiddetti rimborsi è già stata raccontata tante volte, ma vale la pena ripercorrerla rapidamente. (1)
Il finanziamento pubblico dei partiti, introdotto con la legge 195/1974, è stato formalmente abolito nel 1993, a seguito di un referendum abrogativo approvato con il 90,3 per cento di voti favorevoli. Con una celerità che normalmente non caratterizza il nostro legislatore, nel dicembre dello stesso anno il Parlamento ha però rivisto una legge preesistente sui rimborsi elettorali (legge 515/1993), ampliandone considerevolmente la dotazione. Grazie a questa norma, i partiti ricevettero, già nel 1994, 47 milioni di euro come rimborso delle spese relative alle elezioni politiche di quell’anno. La legge sui rimborsi elettorali è stata poi rivista più volte: nel 1997 (legge 2), nel 1999 (legge 157), nel 2002 (legge 156) e infine nel 2006 (legge 5122). Con il passaggio delle varie versioni, la relazione tra i “rimborsi elettorali” e le spese effettivamente sostenute diventa sempre meno stringente, fino a scomparire del tutto a partire dal 2002. Oggi, i partiti ricevono rimborsi su cinque fondi, per le elezioni alla Camera, al Senato, al Parlamento europeo, alle regionali e per i referendum. Dal 2002 il monte contributi per le elezioni politiche è determinato nella misura di 5 euro per il numero dei cittadini iscritti alle liste elettorali per la Camera. L’erogazione dei fondi, che avviene in quote annuali di uguale importo, è indipendente dai costi sostenuti, ma è in quota proporzionale ai voti ottenuti, per tutti i partiti che superano la soglia dell’1 per cento. Infine, con la legge del 2006, si prevede che l’elargizione annuale continui anche in presenza di una fine anticipata della legislatura (come è avvenuto nel 2008), consentendo così ai partiti di raddoppiare il finanziamento negli anni di sovrapposizione tra le due legislature. (2)
La tabella, ripresa dal documento della Corte dei conti, chiarisce la dimensione delle cifre in gioco.

Guardando ai rimborsi per le elezioni regionali, al cuore della nostra proposta, si osserva che per le sole elezioni regionali del 2005 il contributo riconosciuto ai partiti al netto delle spese è stato pari a 147 milioni di euro. In queste condizioni, dire che non esiste più un finanziamento pubblico dei partiti, ma solo un rimborso delle spese elettorali, è chiaramente una presa in giro. (3)

LA NOSTRA PROPOSTA

In questo scenario, la nostra proposta si spiega facilmente. Dato che i partiti ricevono contributi anche per le elezioni regionali, che questi contributi sono proporzionali al numero di voti ricevuti in ciascuna Regione e che infine i contributi vengono elargiti annualmente per tutta la durata della legislatura a seguito delle elezioni, l’idea è semplicemente quella di imporre per legge che i contributi non vengano erogati ai partiti di maggioranza regionale nel caso che la Regione venga commissariata, per tutta la durata del commissariamento. I dettagli della proposta possono essere discussi: se per esempio debba riguardare solo i rimborsi relativi alle elezioni regionali, oppure anche parte dei rimborsi per le altre elezioni, ripartiti a livello regionale sulla base del numero degli elettori. Considerata la dimensione delle cifre in gioco, è evidente però che non sarebbe difficile introdurre una sanzione sufficientemente forte sui partiti da incentivarli a una maggiore attenzione nella scelta dei candidati.
La seconda parte della nostra proposta, sulla riduzione automatica degli emolumenti per il presidente e i componenti della giunta, è ancora più semplice da applicare e non richiede commenti ulteriori. 

UNA DECISIONE TECNICA

Ma c’è un’ultima difficoltà, ben espressa dall’ultimo punto sollevato dal ministro. Chi decide se una Regione (o in un contesto analogo, un comune) è in tale difficoltà da richiedere il commissariamento? In teoria, si tratta di una decisione puramente tecnica. Un tavolo, composto da funzionari ministeriali e delle Regioni, valuta se il piano previsto da una regione in deficit è sufficiente (o sufficientemente attuato) per garantire il rientro dai disavanzi accumulati; se non lo è, la Regione viene commissariata. Ma esistono margini di discrezionalità e comunque il tavolo tecnico si limita ad avanzare una proposta al governo: è il Consiglio dei ministri che prende la decisione finale. C’è dunque il rischio che il governo, per evitare il costo politico di dichiarare inadempiente una Regione “amica”, decida piuttosto di aiutarla tramite i trasferimenti ordinari o altri mezzi – un’opzione resa più facile dal fatto che la stessa formula relativa al riparto del Fondo sanitario nazionale è soggetta a qualche discrezionalità. (4) In effetti, non si è mai capito del tutto perché la Regione Campania sia stata commissariata, mentre non lo è stata la Sicilia, che pure, come mostra la tabella acclusa, presenta deficit consistenti e persistenti. (5) E in un contesto simile, i 300 milioni dati dal governo al comune di Catania sono appunto serviti a evitare che il comune siciliano fosse costretto a dichiarare il dissesto finanziario.
Per evitare questi rischi, è dunque necessario che la decisione relativa al commissariamento venga sottratta il più possibile alla discrezionalità politica, rafforzando la componente tecnica, per esempio, includendo tecnici della Corte dei conti e della Banca d’Italia nel tavolo. E rendendo la procedura totalmente automatica, senza possibili interventi discrezionali da parte del governo. Allo stesso modo, è necessario che anche i trasferimenti iniziali alle Regioni siano basati su criteri interamente oggettivi e non manipolabili. A questo in effetti dovrebbe condurre la “standardizzazione dei costi” prevista dalla legge delega sul federalismo fiscale per la determinazione futura dei trasferimenti. È bene che ce se ne ricordi, al momento dell’approvazione dei decreti attuativi.

(1) Un utile riferimento è il volume della Corte dei conti, Collegio di controllo delle spese elettorali, Roma 2009, da cui sono tratti i dati ripresi nell’articolo. Si rimanda in particolare all’Appendice in allegato.
(2) Cumulando i vari contributi, la Corte dei conti per esempio calcola che nel solo 2008 i partiti italiani si siano spartiti 292 milioni di euro.
(3) Come osserva la stessa Corte “…quello che viene normativamente definito contributo per il rimborso delle spese elettorali è, in realtà, un vero e proprio finanziamento” Op.cit. p. 179.
(4) Per esempio, nell’ultimo riparto del Fsn si è deciso di depotenziare l’indicatore relativo all’età della popolazione e questo ha condotto ad un incremento del finanziamento delle Regioni del Sud a scapito di quelle del Nord.
(5) Ripresa da un lavoro in fase di elaborazione di Enza Caruso e Nerina Dirindin che ringraziamo.

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14 commenti

  1. stefano monni

    La proposta che desidero avanzare consiste nel prevedere l’impossibilità, stabilita per legge, di rielezione per la Giunta che ha causato il deficit sanitario, magari prevedendo dei paramatri che definiscano l’ammontare di deficit oltre il quale tale impossibilità si possa verificare. Inoltre, per chi si fosse macchiato di illeciti che hanno causato tale deficit basterebbe una giustizia certa ed efficace. Non penso con questo di eliminare del tutto il problema della sasnità in Italia ma credo che rafforzando il senso di responsabilità degli amministratori si possano senza dubbio contenere i danni.

  2. Antonio Aghilar

    Ragazzi, sapete quante probabilità ci sono che venga accolta dalla Casta, vero? Tuttavia, per rendere davvero inappuantabile la vostra proposta, bisognerebbe solo stabilire in maniera oggettiva se e perchè una Regione va "in rosso" (posto che in Italia la sanità è, e spero resti, un servizio pubblico). Quello del finanziamento della Sanità e relativi deficit, è infatti un capitolo, uno dei tanti, della spesa pubblica italiana, che andrebbe analizzato a fondo. A me per esempio, a tutt’oggi non risultano chiari i parametri sulla base dei quali viene ripartito l’ammontare del FSN per Regione o, meglio, i parametri mi sarebbero pure chiari, (spesa storica, popolazione, etc…). Come però si faccia a definire "oggettivi" dei paramentri che in molti casi non fanno che sottostimare il reale fabbisogno finanziario della sanità regionale mi è molto meno chiaro…

  3. moreno

    Credo che l’attribuzione di competenze (e fondi) alle regioni con il corollario di poteri di nomina, indirizzo e spesa, vada bilanciato fortemente con efficaci misure di responsabilizzazione. Le proposte dell’articolo precedente sono un esempio valido. E’ un mito da sfatare l’idea che poteri più vicini al territorio e alle realtà locali siano in qualche modo più efficenti perchè più "controllabili dal basso". L’esperienza dice invece che il "localismo" in Italia assume contorni di maggiore vischiosità e irresponsabilità politico-amministrativa con le peggiori pratiche clientelari. Questo è, a mio avviso, uno dei motivi per cui anche il Federalismo sia fiscale che amministrativo, porta con se’ rischi di degenerazione particolarista e populista della politica sul territorio. I cittadini non hanno al momento alcun strumento di controllo e punizione verso atti "raffinati" di cattiva gestione della cosa pubblica, figuriamoci domani quando gli stessi saranno anche beneficiari di "diritti" non dovuti ed elargiti… (vedi regione siciliana etc.).

  4. Carlo Cipiciani

    Caro Prof. Bordignon e caro Prof. Brusco, la vostra proposta non fa una piega, ma ha purtroppo un difetto temo ineliminabile nel breve, nel medio e forse anche nel lungo periodo (dove comunque, facendo i debiti scongiuri, saremo tutti morti): sarebbe perfetta in un paese normale. Ma questa è l’Italia, che si conferma, giorno dopo giorno, un paese straordinario :-). Una sola piccola osservazione: l’attuale dotazione del Fondo Sanitario Nazionale non è del tutto in linea, in un paese che non ha tutto sommato una spesa sanitaria sopra la media, con i fabbisogni (a parte i casi di cattiva gestione e di spreco). E poi le situazioni di partenza delle diverse regioni non sono omogenee. Anche questo andrebbe considerato: un periodo transitorio sarebbe forse necessario. Un caro saluto

  5. Salvatore

    Non prendiamoci in giro. Dopo aver sentito sbraitare l’On. La Russa a Ballarò di speranze non ce ne sono. Quella che ha preso il potere è una orda di sanguisughe. Qualsiasi proposta di buon senso non troverà orecchi. Quello che scrive l’autore è una cosa di buon senso ma che, proprio per questo motivo, non verrà mai presa in considerazione, è puro esercizio intellettuale. Naturalmente la responsabilità di chi mette sabbia negli ingranaggi andrebbe punita, mentre da tempo è benvenuta. Cordiali saluti

  6. nino raviotta

    Il rimedio ai guasti nell’amministrazione della sanità sta nell’eliminare la possibilità che essa cada nelle mani dei politici (trombati). La sanità nelle regioni virtuose (mi piacerebbe sapere quali poi!) e non nelle mani dei politicanti sarà sempre destinata a fallire l’obbiettivo di un’amministrazione oculata ed efficiente. Occorrono esperti ed onesti amministratori svincolati da logiche partitiche e correttamente e rapidamente controllati dalla Corte dei Conti.

  7. moreno

    A conforto del mio commento precedente cito anche l’articolo in prima pagina di oggi domenica 14/2 del "Corriere della sera" a firma F.De Bortoli (ultimo paragrafo), nella parte riguardante il federalismo.

  8. ferdinando mussari

    Il mio punto di vista parte dal primato della politica sulle decisioni in termini di sanità. Se così è la responsabilità della cattiva gestione della sanità pubblica è in capo all’assessore alla sanità e al presidente della regione. Detto questo la proposta di azzerare i compensi elettorali in caso di commissariamento della sanità regionale è un passo efficiente. Se non fosse che dovrebbe essere accompagnato da un maggior controllo del privato accreditato, che in una situazione di difficoltà per i partiti potrebbe intervenire nel sostituire il finanziamento pubblico. Ergo bisognerebbe non far ricandidare più il presidente della regione e l’assessore al ramo in modo molto più semplice.

  9. antonio

    Certo che bisognerebbe scegliere candidati che almeno non siano in odore di intrallazzi, questo per vie generali, la trasparenza individuale è importante per chi gestisce la cosa pubblica,cosi per la sanità che per tutti i lavori pubblici. Dato che pagano sempre gli stessi. I partiti hanno grosse responsabilità, vedi in Sicilia, Cuffaro incriminato diventa Senatore, in questo caso Casini da buon cristiano non se l è sentita e lo ha premiato a danno e beffa dei cittadini contribuenti, certo bisogna aspettare i tre gradi di giudizio. Mentre pantalone paga.

  10. marco

    Sono pienamente d’accordo con le proposte dell’articolo. I presidenti delle regioni e gli assessori alla sanità sono i responsabili della pianifinicazione sanitaria e quindi ne devono rispondere con il loro mandato. Le spese per la sanità nella regione incidono più del 60% nel bilancio, quindi sbagliare la strategia o rubare in sanità vuol dire sfasciare una regione. Si parla poco di sanità nelle regioni e spesso i cittadini non sanno cosa succede "dietro le quinte". Ci vuole più informazione e valutazione delle scelte di organizzazione e pianificazione delle regioni.

  11. BOLLI PASQUALE

    Di chi sono le colpe se l’Italia è un paese alla deriva? Il nostro paese non è alla deriva soltanto nel campo della sanità, ma in tutti gli altri campi: nella giustizia, nella pubblica istruzione, nella ricerca, nella cultura, nei comportamenti civili, nell’etica, nella morale, nelle istituzioni e nella politica a tutti livelli. Il popolo italiano ormai è assuefatto a comportamenti scorretti e disonesti che dovrebbero essere banditi dalla nostra convivenza civile. La nostra gente è così bene affondata in questo malsano pantano che non riesce nemmeno più a valutare se un comportamento è onesto o è disonesto, se è giusto o ingiusto e se è corretto o scorretto. Questi atteggiamenti sono: assuefazione, menefreghismo, rassegnazione e scarsa convinzione di essere popolo. La responsaboilità di questa situazione sono dovute prevalentemente ai nostri politici che sono i migliori esempi di questi lati negativi. Possiamo pensare, quindi, ad una penitenza per chi manda la sanità in rosso? E quali altre penitenze dovremmo immaginare per tutto quello che non funziona? Poichè le colpe di questa condizione non sono di chi ci rappresenta, ma nostre, dobbiamo: soffrire, pentirci e finalmente cambiare.

  12. marco

    Spedisco questo articolo comparso oggi, il tema è sempre l’uso "disinvolto" delle risorse pubbliche. La corte dei conti chiama l’ex giunta Illy del Friuli Venezia Giulia ad un risarcimento di 6,4 milioni di euro.

  13. Bruno Cipolla

    Credo che per affrontare correttamente il tema sanità vadano tenuti presenti due fatti molto importanti: 1) La salute è per il 90% *informazione* cioè educazione alla salute, prevenzione, conoscenza. 2) l’80% della spesa sanitaria è per il 20% degli assistiti negli ultimi due anni di vita. Dicesi anche "accanimento terapeutico". Chi ha perso parenti o amici "dopo lunga malattia" sa cosa significa. Una corretta informazione ed educazione alla salute purtroppo farebbe calare vistosamente la spesa sanitaria con gravi danni per l’occupazione, l’economia … e per la politica che divora la sanità. Basta fare due calcoli su quel 20%, 80% e quei due anni di vita per quantificare quanto influirebbe sulla spesa sanitaria il combattere (almeno un po’) l’accanimento terapeutico.

  14. puglisi chiara

    Sono una infermiera di sala operatoria a Reggio Emilia. Le sedute sono piene zeppe di interventi, i chirurghi sempre più stressati perchè devono dare liste d’attesa, seppur non lunghissime, ai pazienti che giustamente vorrebbero essere operati subito, i pazienti sono il 50% del sud, costretti a "salire" per ricevere trattamenti gratuiti e adeguati. Noi però non ce la facciamo più, non ci sono infermieri (chi vuole fare un lavoro per 1300 euro al mese con notti e festivi con rischi e responsabilità?). Molti nuovi assunti sono del sud (più del 50%9 e non appena hanno imparato qualcosa, se ne tornano (giustamente) a casa, quindi noi siamo sempre da capo. Che tristezza ascoltare i pazienti che raccontano che sono soli qui a fare la chemio perchè la famiglia è giù e a casa non li operavano. Un nostro ex collega ci ha raccontato che una volta ritornato a Locri, il primo giorno di lavoro si è presentato alle 7 (il suo orario). Fino alle 10 non è arrivato nessuno, e dopo averlo preso in giro per la puntualità, hanno fatto due degli interventi che erano in lista (erano sei) e alle 2 sono andati tutti in clinica privata, ad operare a caro prezzo i poveracci che avevano rimandato.

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