La rappresentazione pubblica dell’immigrazioneè generalmente dominata da una percezione negativa: illegalità, irregolarità, dissonanza culturale, chiusura comunitaria sono i temi più discussi. Sappiamo come queste visioni incidano pure sulla scena politica.
 
I NUMERI DELLA IMPRENDITORIA IMMIGRATA
 
Ci sono però anche altri aspetti dei processi migratori che cominciano ad attrarre attenzione e contribuiscono a disegnare un profilo più articolato della popolazione straniera e del suo rapporto con l’economia e la società dei paesi riceventi. Uno di questi è l’ingresso nel lavoro autonomo, un fenomeno in crescita in tutti i paesi occidentali. In alcuni di essi, soprattutto nell’area anglosassone, il tasso di lavoro indipendente degli immigrati ha superato quello della popolazione autoctona, in altri si sta avvicinando. Anche in Italia, malgrado la severa recessione in corso, sono sempre più numerosi gli immigrati che prendono la strada dell’auto-impiego e della micro-imprenditoria. Secondo l’ultimo Dossier immigrazione di Caritas/Migrantes, si tratta di 187.466 titolari di attività (maggio 2009), disposti in una graduatoria che vede al primo posto i marocchini (30mila), seguiti da rumeni (28mila), cinesi (25mila), albanesi (20mila). (1) 
Malgrado la crisi, il fenomeno è cresciuto del 13,5 per cento in un anno, che seguiva un incremento del 16,7 per cento nell’anno precedente (2007-2008). Quanto a distribuzione territoriale, si verifica una concentrazione nelle regioni più sviluppate, con la Lombardia al vertice (circa 44mila ditte), seguita da Emilia-Romagna (22.400), Toscana (22mila), Piemonte (21.300), Lazio e Veneto (circa 20mila in entrambi i casi).
 
TRANSNAZIONALISMO IMPRENDITORIALE
 
Va precisato che gli immigrati intraprendono soprattutto in ambiti con basse barriere all’ingresso e ridotta necessità di investimenti: i due settori dominanti sono le costruzioni (39,4 per cento delle ditte con titolare nato all’estero) e il commercio (34,1 per cento). Non mancano dunque casi di auto-impiego di rifugio, come alternativa alla disoccupazione, né forme di para-imprese, dall’autonomia meramente formale. Anche in questi settori, tuttavia, gli immigrati alimentano il ricambio del fattore imprenditoriale, prendendo il posto degli italiani che lasciano. Nel caso del commercio, contribuiscono alla persistente vitalità dei mercati rionali, delle panetterie artigianali, dei chioschi di fiori, delle pizzerie e di varie forme di street food. A partire dal settore alimentare, tra ristoranti, kebab, piccoli negozi specializzati, oltre che nella vendita di prodotti artigianali più o meno originali, gli operatori economici provenienti all’immigrazione sono protagonisti di un ampliamento dell’offerta commerciale che rende più cosmopolite e culturalmente “meticce” le nostre città. Sotto questo profilo, gli immigrati rinverdiscono antiche tradizioni di minoranze intermediarie e commerci transfrontalieri, che hanno visto nei secoli molte città contraddistinguersi come crocevia di scambi e intrecci culturali.
A queste esperienze è stata dedicata una ricerca, recentemente pubblicata, che ha indagato in modo specifico le attività economiche degli immigrati in cui si sviluppano rapporti transnazionali, materiali oppure simbolici. (2) Troviamo qui in primo luogo le attività che comportano uno spostamento fisico frequente attraverso i confini, con viaggi ripetuti tra madrepatria e luoghi di insediamento. Si può parlare in questo caso di transnazionalismo circolatorio, esemplificato in modo particolare dalle figure dei corrieri che, formalmente o informalmente, collegano i migranti con familiari e parenti lasciati in patria: in primo luogo, sulle rotte terrestri verso l’Europa dell’Est. Le loro imprese servono soprattutto i bisogni di famiglie e comunità separate dall’emigrazione, che lottano per rimanere legate attraverso lo scambio di doni e l’invio di rimesse
Una seconda forma di transnazionalismo imprenditoriale consiste nelle attività economiche che non implicano uno spostamento fisico degli operatori, ma fanno viaggiare denaro o messaggi. Si tratta di servizi come i phone center o gli sportelli di money transfer. Si può parlare in questo caso di transnazionalismo connettivo: è transnazionale il servizio che rendono, dissociato dalla mobilità geografica degli attori.
In terzo luogo, l’attività economica transnazionale può passare attraverso le merci comprate e vendute. Siamo allora in presenza di un transnazionalismo mercantile. Di nuovo, non è strettamente necessario uno spostamento fisico degli operatori per dare forma a questi commerci, mentre quasi sempre, affinché la dimensione culturale dello scambio acquisti autenticità, è richiesto che l’operatore provenga dai luoghi da cui importa le merci. I legami transnazionali consentono di realizzare in modo efficiente e vantaggioso le transazioni, che riguardano sia merci ricercate dai consumatori italiani attratti dall’esotico, sia prodotti richiesti dagli immigrati per sentirsi meno lontani da casa, per riprodurre sapori, profumi, usanze dei luoghi di origine, attivando quello che è stato definito “nostalgic trade”.
Possiamo infine individuare un transnazionalismo simbolico, che non importa merci, o lo fa soltanto in modo accessorio, al fine di ricostruire atmosfere, ambienti, significati. Offre un repertorio di consumi culturali e di rappresentazioni di identità nazionali, etniche, religiose. Forma e anima luoghi di incontro e di aggregazione, specialmente nel settore del loisir (per esempio, locali e scuole di ballo latino-americano; centri di meditazione yoga; bagni turchi, eccetera), prestandosi anche all’ibridazione e all’imitazione. In tal modo, gli scambi transnazionali si incontrano con le domande dei consumatori post-moderni, contribuendo a forgiare nuove pratiche sociali, nuove modalità di identificazione e nuovi sincretismi culturali.
 
(1) D. Erminio, Immigrati e imprenditoria, in Caritas-Migrantes, Immigrazione. Dossier statistico 2009, Roma, Idos ed.
(2) M. Ambrosini (a cura di), Intraprendere tra due mondi, Bologna, Il mulino.

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