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  1. Nunzio Leone Rispondi

    La nota è bel appropriata. Ma il 286 è figlio di una cultura che per un giurista diventa una sorta di tormentone: basta una legge per imporre il cambiamento o è necessario metabolizzarlo culturalmente? Se non ci fossero stati i Ccnl che obbligavano a riconoscere le retribuzioni di risultato solo con la valutazione dei Nuclei, sarebbero sorti i Nuclei? E chi li nomina? Quando parlavo di performance i puristi dicevano che i termini anglosassoni sono espressione snobistica, oggi il 150 reca il termine per circa 90 volte. E la I dell'organismo, l'indipendenza chi la rassicura. Ma alla fine non possiamo crogiolarci nelle critiche, ma legare valutazione che vuol dire differenzazione a progetti, esiti, obeittivi, risultati e indicatori. E confrontarci in un momento ampio e unitario, in tutto il territorio nazionale, dove ci sono luci e ombre.

  2. umberto carneglia Rispondi

    Il cattivo funzionamento della cosa pubblica centrale e periferica e' a mio avviso il principale problema del nostro Paese. La riforma Brunetta introduce dei principi e dei meccanismi interessanti, ma suscita forti dubbi. Accesso alla dirigenza (art.43 e seg.): avviene per il 50% per concorso pubblico. E la parte restante? Per appartenenza politica? Ci saranno quindi dirigenti di serie A e di serie B? Commissione per la valutazione ( art. 13 e 30): chi selezione e nomina i suoi membri? La politica? Comitato dei garanti (art.42): e' nominato dal Presidente del Consiglio. Ispettorato per la funzione pubblica (art.71): opera all'interno della Presidenza del Consiglio. Organismi indipendenti di valutazione (art.14 e 30): sono nominati dall'organo di indirizzo politico amministrativo, verosimilmente di nomina politica. Appare evidente che gli organi di valutazione e controllo non sono indipendenti ma rispondono al Governo cioe' alla politica. Quindi saranno "molto cauti" nel sanzionare comportamenti negativi qualora questi siano ispirati dalla politica. Se cosi' fosse, avremmo fatto pochi passi avanti.

  3. attilio tollis Rispondi

    Ritengo che sia ormai ampiamente diffusa la consapevolezza che tutte le riforme realizzate ex-lege, in particolare nell'ambito della P.A., corrano spesso il rischio di essere implementate alla stregua di meri adempimenti normativi. Ciò detto credo che la questione della (ennesima) riforma del lavoro pubblico si ponga banalmente in questi termini: come attivare processi virtuosi senza ricorrere alla "scorciatoia" rappresentata dall'intervento normativo? Se però non si vuole ricorrere alla forzatura rappresentata dalla legge, l'autrice ha in mente strumenti efficaci e concreti che consentano di diffondere la cultura della valutazione, della meritocrazia e dell'innovazione organizzativa? Credo che sia ora di avanzare anche proposte concrete oltre a formulare osservazioni sul decreto Brunetta per quanto condivisibili. Ad esempio vogliamo dare premi alle amministrazioni che realizzano best practice e/o penalizzare quelle che continuano a perseverare con comportamenti opportunistici? In caso contrario con il solito riferimento all'autonomia organizzativa degli enti locali si fa poca strada e si formulano soltanto meri auspici destinati a restare tali.

  4. Andrea Garbin Rispondi

    Per sei lunghi anni ho provato a fare sindacato in una Amministrazione Comunale, dal basso, in una lista formata da dipendenti pubblici senza partito e senza sindacato di riferimento. Non è una garanzia di buone pratiche, ma di indipendenza sicuramente, ho provato a spiegare ad altri sindacalisti e all'Amministrazione proprio questo concetto del coinvolgimento dei dipendenti nella formulazione di proposte per la valutazione e nella comunicazione dei contenuti, nell'esplicitazione e condivisione degli obiettivi. Se non si punta su una cultura della responsabilità e della condivisione non funzionerà mai, tantomeno per decreto.