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  1. Eleonia Bindi Rispondi

    La prima selezione avviene nella famiglia potente di appartenenza, tranne eccezioni, le femmine sono ancora viste come sottoprodotti capaci solo di sposare e fare figli e perdere il cognome. La salvaguardia dei patrimoni avviene solo di padre in figlio ecco che, anche se inetti, si ritrovano nei CDA, in virtù di un familismo patriarcale che con la santa benedizione della chiesa continua a garantire il potere ai maschi.

  2. Roberto Ertola Rispondi

    Ho avuto per 4 anni un Direttore Generale donna, abbiamo perso decine di milioni di euro e ciò nonostante non abbiamo mai fatto un'ora di cassa integrazione e non abbiamo mai tagliato i costi se non i panettoni per i dipendenti a Natale. Sarà un eccezione che conferma la regola, ma anche stavolta non sono d'accordo con voi.

  3. mdamore Rispondi

    In realtá, non é affatto chiaro che una presenza piú alta di donne nel board facciano aumentare la performance aziendale. Il problema nell´identificare questo effetto é che esiste un evidente problema di endogeneity. Gli unici (pochi) studi basati su una identitication strategy credibile non trovano alcun impatto significativo delle donne nella performance. Tuttavia, ci sono altri effetti interessanti che vanno tenuti in conto; ad esempio Adams, Ferreira (2008) dimostrano che le donne tendono ad assentarsi di meno e quindi fanno piú monitoring al CEO.

  4. Diego Rispondi
    Lo scorso anno ad Oslo è stata introdotta per legge una quota obbligatoria di almeno il 40% di management femminile nelle aziende pubbliche.
  5. Michele Castelli Rispondi

    Negli ultimi anni si sono susseguiti con sempre maggiore frequenza gli interventi a favore di una composizione dei CDA delle imprese più aperta alle donne, agli stranieri e in genere a competenze plurali. Non c'è dubbio che contribuiscano a migliorare il livello della discussione e ad approcciare i problemi con punti di vista originali. Ma nella maggior parte delle imprese italiane è proprio quello che non si vuole. I rappresentanti dei soci di riferimento delle imprese non vogliono che il manovratore sia disturbato, non vogliono intralci nella strategia che mettono a punto fuori dal CDA, che deve solo ratificare. Ecco quindi che in Italia ci sono pochi consiglieri stranieri e di personalità perché altrimenti andrebbero in qualche modo ascoltati e ciò potrebbe diventare pericoloso. Quelli che ci sono, inoltre, in alcuni casi, limitano i loro interventi perché più interessati ad esibire l'incarico nel proprio curriculum piuttosto che cercare di contribuire alla gestione d'impresa. Se si riuscisse a superare il provincialismo del c.d. capitalismo di relazione, allora sì che nel nostro paese l'economia potrebbe svilupparsi a tassi in linea con quelli europei.

  6. Marco Giovanniello Rispondi

    Se è ancora valida la premessa che una società per azioni debba avere per obiettivo i profitti e non il politically correct, sarei felice se l' autore mi spiegasse in che modo posso aspettarmi un aumento dei profitti e dei dividendi dall' introduzione di quote rosa nel cda. Vorrei anche che mi spiegasse il diverso effetto di peni e vagine all' interno di un cda. La mia compagna ha una posizione di rilievo in un' importante società quotata e personalmente sono orgoglioso che non l' abbia ottenuta perché di sesso femminile. Nell' azienda è anche a capo del progetto per promuovere le carriere femminili, cioè per rimuovere i non pochi ostacoli residui. Tuttavia le quote rosa sono ripugnanti e minano il requisito indispensabile della meritocrazia, già tanto labile in Italia.

  7. AM Rispondi

    Se si allarga il campione, pur includendo imprese di notevoli dimensioni, il risultato cambia, almeno per quanto riguarda la presenza straniera nei CdA. Conosco il campo bancario dove gli stranieri abbondano nei CdA. Anzi ci vorrebbe un auspicio per la reciprocità: avere cioè italiani come consiglieri indipendenti nei CdA bancari all'estero. Diversa è la posizione delle donne nei CdA bancari. Quì si sente la carenza del gentil sesso. Oggi però abbiamo una donna di alto valore in uno dei posti più ambiti del settore bancario, membro del Consiglio Superiore della Banca d'Italia. Speriamo che questa nomina apra la strada alla presenza femminile nei CdA bancari.