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  1. Alfonso Cartoferr Rispondi

    Tutte ottime le proposte, ma potrammo mai essere realizzate? È sempre la stessa storia potremmo finanziare tutte le proposte del mondo: ma da dove prendere i soldi? La via maestra è quella di scovare gli evasori, fatto questo, possiamo pagarci due volte al mese i sussidi scandinavi. Ma c'è la volontà politica di fare ciò? No. Fino a quel momento a pagare saranno i lavoratori con busta paga a finanziare il nostro paese: operai, impiegati, interinali e subordinati.

  2. Antonella Moretti Rispondi

    Ho letto proprio ieri l'articolo di Boeri che denunciava la politica di questo governo tendente a favorire il lavoro sommerso con la sistematica pratica delle non ispezioni sui luoghi di lavoro, pur avendone i mezzi. Essendo questa la situazione, credo che sussidi di disoccupazione più estesi e, di fatto, garantiti a tutti andrebbero a favorire, ancora una volta, i più furbi cioè coloro che sono occupati in nero, sottraendo risorse a coloro che invece l'occupazione non l'hanno proprio. Se è vero che il lavoro sommerso è sicuramente molto diffuso nel sud, non ne è sicuramente esente il nord delle piccole imprese, particolarmente del settore edilizio dove evasione va a sommarsi a mancanza di sicurezza sul lavoro con i tragici risultati di morti bianche quasi quotidiane. Come trovare una forma di aiuto slegata dal malcostume, forse non solo italiano ma da noi oltremodo diffuso, dell'evasione? Adottare controlli più stringenti e sanzionare in maniera severissima i contravventori (colpirne uno per educarne cento)?

  3. Luigi Severini Rispondi

    Per quanto sia contraria allo spirito del nostro ordinamento costituzionale (art.117), ho una enorme diffidenza di quello che le regioni possano fare relativamente ai c.d. ammortizzatori in deroga, nel senso che ho potuto notare una profonda discriminazione tra classi di lavoratori ad opera, non tanto dei funzionari regionali preposti ad istruire le richieste per gli "accordi istituzionali", ma ad opera delle OO.SS.: "... in una azienda ci sono più iscritti che in quell'altra azienda ... per cui approviamo prima le mie domande", tali affermazioni li trovo inaccettabili, specialmente per un "portatore di interessi collettivi".

  4. Davide Borricelli Rispondi

    Trovo apprezzabile il contributo che questo articolo fornisce ad un tema certamente difficile. Vi sono però anche altri aspetti da considerare: l'urgenza dell'intervento per la situazione attuale non può consentire a nessuna amministrazione di sottrarre risorse agli investimenti per il futuro, questo non farebbe che aggravare la crisi costringendo a pagare altri sussidi anche domani. E' evidente, inoltre, che il sussidio di disoccupazione non può tradursi in un reddito di cittadinanza, se non altro per evitare di incoraggiare il lavoro nero. Occorrono forme decrescenti di sostegno al reddito per periodi di tempo flessibili che possano essere allungati in periodi di crisi come questo. A questa misura (già prevista anche se solo per alcuni) sarebbe anche utile accompagnare la garanzia di accesso gratuito a servi pubblici essenziali (ove ancora presenti) per soggetti con un basso reddito.

  5. andrea Rispondi

    Sono sempre estremamente scettico sull'utilità di sussidi erogati in modo permanente e chi non lavora. Essi mirano a sollevare il reddito minimo percepito da un residente, indipendentemente dalla propria situazione lavorativa. Tuttavia non bisogna dimenticare che esiste anche un costo minimo della vita, dato dai prezzi per alloggi (affitti), cibo, beni di prima necessità praticati nei quartieri piu' poveri, dove vivono le famiglie piu' povere e spesso senza lavoro. Innalzare il reddito minimo percepito da queste famiglie consentirà a commercianti e proprietari di alloggi di innalzare di pari misura i prezzi praticati sugli affitti e generi necessari, e l'effetto totale sulla povertà sarà nullo. Vi sarà invece un effetto sull'inflazione dei prezzi, che impoverirà quote crescenti della popolazione (i bassi salari, raggiunti dai sussidi di sopravvivenza). Questi bassi salari si porranno anche il quesito dell'utilità di lavorare per un sussidio di sopravvivenza disposnibile anche senza lavoro. Nel frattempo le risorse per questi sussidi dovranno essere reperite altrove, con impoverimento di altri o crescita del già insopportabile debito pubblico.

  6. domenico Rispondi

    Io non credo che siano efficaci e applicabili tali proposte e imposterei tutto il discorso tenendo conto dei nostri principi costituzionali dove non si parla di assistenzialismo ma di diritto al lavoro e un salario dignitoso e del famoso principio di sussidiarietà orizzontale. ebbene invece di aumentare i contributi e pagare i sussidi con ingenti risorse mediate dallo stato e quindi dalla politica con le inefficienze che conosciamo, farei così. In linea generale l'impresa che licenzia un lavoratore gli paga un sussidio per tot mesi in base alla sua anzianità lavorativa. l'impresa può accantonare ogni anno i soldi e quindi autofinanziarsi e farli propri se non licenzia. lo stato interviene solo dopo in via sussidiaria con Lsu o corsi di formazione obbligatori. Così si può diminuire la tassazione e responsabilizzare le imprese. I fondi accantonati devono essere muniti di idonea e forte garanzia.. con il sitema attuale conviene al datore e al lavoratore licenziarsi e prendere il sussidio e poi riempigarsi in nero magari nella stessa azienda e tutto a spesa dello stato. Diceva Keynes, scavare e iriempire le buche..., quindi farli lavorare, non pagarli senza nessuna contropartita.

  7. GIANLUCA COCCO Rispondi

    Condivido la vostra indignazione per il modo in cui si strumentalizza la disperazione di coloro ai quali si cerca di riempire la pancia solamente con degli slogan. Le vostre proposte sono condivisibili quasi in toto, perchè conferiscono maggiore dignità a coloro che si ritrovano senza lavoro, a prescindere dalla tipologia contrattuale. Tuttavia, personalmente, prenderei a riferimento le prestazioni erogate nei paesi scandinavi, dai quali importerei l'intero modello di stato sociale.

  8. Mario Giaccone Rispondi

    Le tre proposte rispondono a due filosofie, con alcune varianti: la prima e la terza guardano "al passato", e cioè allo status precedente, la seconda è di tipo "scandinavo": viste le performances dei diversi paesi, mi sembra naturale accordare la preferenza alla seconda. Sarebbe inoltre opportuno generalizzarla per ogni tipo di congedi (parentali, oggi compensati al 30%, formativi, ecc.) e sospensioni temporanee dal lavoro. C'è il problema delle "vecchie" CIG(s) e indennità di mobilità, sulle quali si gioca il consenso sociale necessario: una modesta proposta è introdurre una mutualizzazione settoriale, com'è oggi presente negli enti bilaterali per alcuni settori scoperti (artigianato), rovesciandone la funzione da supplettiva a integrativa, allungando cioè i periodi e/o alzando l'indennità con contribuzione diretta congiunta di imprese e lavoratori, erogata da enti bilaterali, spesso attivi nella formazione continua. Non c'è dubbio che per i settori oggi coperti da Cigs/mobilità il costo aumenterebbe molto, ma potrebbe modificare le scelte degli attori se diventa un elemento del contratto nazionale.