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CHI HA PAURA DEI SUSSIDI DI DISOCCUPAZIONE?

Governo e Regioni hanno trovato un accordo per il finanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga: 8 miliardi di euro per i prossimi due anni. Ne saranno comunque esclusi i lavoratori più deboli. Una riforma strutturale è dunque necessaria e ancora più urgente per l’aggravarsi della crisi. Ecco tre proposte ispirate al principio secondo cui il mantenimento del reddito in caso di perdita o assenza di lavoro dovrebbe essere un diritto di tutti. Le stime di spesa e le indicazioni per recuperare le risorse necessarie al finanziamento delle misure.

 

Governo e Regioni hanno trovato l’accordo per il finanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga: 8 miliardi di euro per i prossimi due anni. A chi andranno? Lo deciderà la contrattazione, e quindi probabilmente non ai lavoratori più deboli. In una nota il ministro Sacconi si prende gioco di chi auspica una riforma strutturale degli ammortizzatori sociali, spiegando che questa dovrà essere rinviata a tempi migliori. (1) D’altra parte, è almeno dal 1988 che la formula “in attesa della riforma organica degli ammortizzatori sociali” viene usata per giustificare l’adozione di provvedimenti soltanto contingenti. Nel frattempo, però, l’occupazione atipica è cresciuta, fino a rappresentare oltre il 20 per cento degli occupati. Molti di loro non hanno accesso all’indennità di disoccupazione, per non parlare poi di Cig, Cigs e mobilità. Gli 8 miliardi dell’accordo potrebbero essere spesi meglio: sono maturi i tempi per una riforma organica degli ammortizzatori, tanto più necessaria e urgente quanto più profonda si farà la crisi.
Ma come dovrebbe essere articolata? Quanto costerebbe? Presentiamo qui tre proposte di riforma delle indennità di disoccupazione (agricole e non agricole) e mobilità. (2) Sono ispirate al principio per cui il mantenimento del reddito in caso di perdita o assenza di lavoro dovrebbe essere un diritto di tutti e non il risultato della contrattazione tra governo e parti sociali per i soli lavoratori dei settori forti. Nelle nostre proposte restano in piedi Cig e Cigs, anche se riteniamo che la prima debba essere lasciata agli enti bilaterali, mentre la seconda debba essere ricondotta agli intenti originari, eliminando drasticamente le possibilità di proroghe, per poi essere eventualmente lasciata agli enti bilaterali.

PRIMA PROPOSTA

La prima proposta prende le mosse dalla constatazione che molti lavoratori dipendenti non hanno accesso all’indennità di disoccupazione a causa dell’esistenza del cosiddetto requisito assicurativo: almeno due anni di iscrizione alla cassa. I parasubordinati, invece, ne sono completamente esclusi. Andrebbe quindi eliminato il requisito assicurativo per i dipendenti e introdotta un’indennità di disoccupazione per i lavoratori parasubordinati. Per i dipendenti, i requisiti contributivi, la durata e la misura delle prestazioni resterebbero quelli attuali. Per i parasubordinati, i requisiti sarebbero quelli ora previsti per l’ottenimento dell’indennità di malattia e di maternità: tre mesi di contributi effettivi negli ultimi dodici. L’indennità sarebbe pari al 60 per cento della retribuzione precedente per una durata massima di sei mesi. Come nell’attuale sistema, la contribuzione figurativa ai fini pensionistici sarebbe per tutti calcolata sulla retribuzione precedente. Il costo di questa proposta, includendo i lavoratori agricoli, sarebbe stato nel 2008 di circa 11 miliardi di euro: 4 in più dei 7 miliardi della spesa per indennità di disoccupazione nel sistema vigente. (3) Le misure di questa proposta sarebbero interamente finanziate con un’aliquota del 3,36 per cento su dipendenti e parasubordinati, e i loro datori e committenti, cioè circa un punto percentuale in più dell’aliquota che garantirebbe l’equilibrio del sistema attuale. Il suo limite è che continuerebbe a escludere dall’accesso all’indennità il 10 per cento degli apprendisti, il 20 per cento degli interinali e dei lavoratori a tempo determinato e quasi il 40 per cento dei parasubordinati.

SECONDA PROPOSTA

La seconda proposta mira a superare questo limite, introducendo un’indennità generalizzata di stampo universalistico rivolta a tutti i disoccupati (esclusi quanti in cerca di prima occupazione), a prescindere dalla loro occupazione precedente e senza alcun requisito, se non l’immediata disponibilità al lavoro. (4) Misura e durata ricalcano quelle dell’attuale indennità ordinaria di disoccupazione, con contribuzione figurativa calcolata sulla retribuzione precedente. (5) La spesa totale sarebbe stata nel 2008 pari a circa 18 miliardi di euro, 9 in più della spesa attuale includendo l’indennità di mobilità, che verrebbe in questa proposta abolita. Lo schema verrebbe interamente finanziato con un’aliquota del 3,54 per cento, in questo caso applicata a tutti i lavoratori.

TERZA PROPOSTA

La terza proposta prevede una completa riforma del sistema di sostegno al reddito, ispirata all’esperienza di alcuni paesi europei: Austria, Francia, Spagna, Portogallo e, seppur con alcune differenze, Germania. Si articola su tre livelli.
Il primo livello è di tipo assicurativo, riservato solo a quei lavoratori che hanno guadagnato, nei due anni che precedono la disoccupazione, una retribuzione imponibile media di almeno 1.000 euro mensili. La prestazione mensile è pari al 70 per cento di tale retribuzione, sulla quale viene calcolata anche la contribuzione figurativa. La durata massima è di 9 mesi, un periodo che dai dati in nostro possesso risulta in media sufficiente ai lavoratori che accedono a questo livello per trovare una nuova occupazione.
Il secondo livello è di tipo assistenziale, soggetto alla prova dei mezzi e rivolto a tutti i lavoratori che diventano disoccupati e non riescono a qualificarsi per l’indennità di primo livello e a quanti la esauriscono senza avere trovato una nuova occupazione. L’ammontare massimo del beneficio, sul quale è calcolata la contribuzione figurativa, è di 700 euro mensili, e comunque non superiore al 90 per cento della retribuzione precedente. La durata massima è di 18 mesi (9 per chi proviene dal primo livello).
Il terzo livello fornisce una prestazione di reddito minimo garantito per i residenti. I contorni potrebbero ricalcare quelli del reddito minimo di inserimento sperimentato in Italia tra il 1998 e il 2002, con prestazioni massime di circa 800 euro al mese per una famiglia di quattro persone, 320 euro al mese per un single.
Il costo complessivo della proposta sarebbe stato nel 2008 di circa 15,4 miliardi di euro, così ripartiti: 6,2 miliardi per il primo livello, 5,3 per il secondo e 3,9 per il terzo. Il primo livello potrebbe essere interamente finanziato con un’aliquota contributiva dell’1,22 per cento su tutti i lavoratori (6). Il costo a carico della fiscalità generale sarebbe quindi di 9,2 miliardi l’anno. Dove recuperarli? Già oggi la spesa per indennità di disoccupazione è ampiamente ripianata dallo Stato: oltre 2 miliardi di euro all’anno nel periodo 2004-2006, con indennità inferiori a quelle attuali. Le altre risorse necessarie potrebbero venire da un migliore targeting delle prestazioni di assistenza sociale, ad esempio applicando l’Isee per le pensioni di invalidità civile, che assorbono 13 miliardi di euro all’anno. (7)

COME SPENDERE BENE OTTO MILIARDI DI EURO

Le stime proposte si riferiscono al 2008, un anno difficile, ma meno di quanto si preannuncia essere il 2009. Per i prossimi due anni i nostri schemi sicuramente costerebbero di più. Gli 8 miliardi dell’accordo potrebbero allora essere utilizzati per finanziare la maggiore spesa. Con un dettaglio, che fa la differenza: oggi sono erogati in aggiunta a un sistema inaccessibile a molti disoccupati. Nelle nostre proposte sarebbero coperti tutti. Chi ha detto che non è tempo di riforme?

 

(1) Nel frattempo il Partito democratico ha proposto una riforma degli ammortizzatori sociali, ma senza specificarne i contenuti.
(2) Per una discussione più approfondita delle tre proposte e della metodologia utilizzata per le stime rimandiamo a Berton, Richiardi e Sacchi, Flex-insecurity. Perché in Italia la flessibilità diventa precarietà, in uscita per il Mulino
(3) In questa proposta l’indennità di mobilità non viene toccata.
(4) La nostra proposta si differenzia quindi dal sussidio unico di disoccupazione proposto da Boeri e Garibaldi, nel quale è mantenuto un periodo contributivo minimo.
(5) Abbiamo inoltre immaginato l’unificazione delle aliquote pensionistiche per tutti i lavoratori al livello attualmente previsto per i dipendenti.
(6) Poiché il livello dell’aliquota di equilibrio è piuttosto modesto, si può pensare di aumentare la durata massima dell’indennità, a fronte ovviamente di un aumento dell’aliquota. La proposta sul primo livello costituisce allora una pietra di paragone: proposte più generose costerebbero di più.
(7) Vedi M. Baldini, P. Bosi e S. Toso, “Targeting Welfare in Italy: Old Problems and Perspectives on Reform”, Fiscal Studies, 2002

Foto: da internet

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IL COMPENSO DELL’ A.D. DI UNICREDIT

  1. Mario Giaccone

    Le tre proposte rispondono a due filosofie, con alcune varianti: la prima e la terza guardano "al passato", e cioè allo status precedente, la seconda è di tipo "scandinavo": viste le performances dei diversi paesi, mi sembra naturale accordare la preferenza alla seconda. Sarebbe inoltre opportuno generalizzarla per ogni tipo di congedi (parentali, oggi compensati al 30%, formativi, ecc.) e sospensioni temporanee dal lavoro. C’è il problema delle "vecchie" CIG(s) e indennità di mobilità, sulle quali si gioca il consenso sociale necessario: una modesta proposta è introdurre una mutualizzazione settoriale, com’è oggi presente negli enti bilaterali per alcuni settori scoperti (artigianato), rovesciandone la funzione da supplettiva a integrativa, allungando cioè i periodi e/o alzando l’indennità con contribuzione diretta congiunta di imprese e lavoratori, erogata da enti bilaterali, spesso attivi nella formazione continua. Non c’è dubbio che per i settori oggi coperti da Cigs/mobilità il costo aumenterebbe molto, ma potrebbe modificare le scelte degli attori se diventa un elemento del contratto nazionale.

  2. GIANLUCA COCCO

    Condivido la vostra indignazione per il modo in cui si strumentalizza la disperazione di coloro ai quali si cerca di riempire la pancia solamente con degli slogan. Le vostre proposte sono condivisibili quasi in toto, perchè conferiscono maggiore dignità a coloro che si ritrovano senza lavoro, a prescindere dalla tipologia contrattuale. Tuttavia, personalmente, prenderei a riferimento le prestazioni erogate nei paesi scandinavi, dai quali importerei l’intero modello di stato sociale.

  3. domenico

    Io non credo che siano efficaci e applicabili tali proposte e imposterei tutto il discorso tenendo conto dei nostri principi costituzionali dove non si parla di assistenzialismo ma di diritto al lavoro e un salario dignitoso e del famoso principio di sussidiarietà orizzontale. ebbene invece di aumentare i contributi e pagare i sussidi con ingenti risorse mediate dallo stato e quindi dalla politica con le inefficienze che conosciamo, farei così. In linea generale l’impresa che licenzia un lavoratore gli paga un sussidio per tot mesi in base alla sua anzianità lavorativa. l’impresa può accantonare ogni anno i soldi e quindi autofinanziarsi e farli propri se non licenzia. lo stato interviene solo dopo in via sussidiaria con Lsu o corsi di formazione obbligatori. Così si può diminuire la tassazione e responsabilizzare le imprese. I fondi accantonati devono essere muniti di idonea e forte garanzia.. con il sitema attuale conviene al datore e al lavoratore licenziarsi e prendere il sussidio e poi riempigarsi in nero magari nella stessa azienda e tutto a spesa dello stato. Diceva Keynes, scavare e iriempire le buche…, quindi farli lavorare, non pagarli senza nessuna contropartita.

  4. andrea

    Sono sempre estremamente scettico sull’utilità di sussidi erogati in modo permanente e chi non lavora. Essi mirano a sollevare il reddito minimo percepito da un residente, indipendentemente dalla propria situazione lavorativa. Tuttavia non bisogna dimenticare che esiste anche un costo minimo della vita, dato dai prezzi per alloggi (affitti), cibo, beni di prima necessità praticati nei quartieri piu’ poveri, dove vivono le famiglie piu’ povere e spesso senza lavoro. Innalzare il reddito minimo percepito da queste famiglie consentirà a commercianti e proprietari di alloggi di innalzare di pari misura i prezzi praticati sugli affitti e generi necessari, e l’effetto totale sulla povertà sarà nullo. Vi sarà invece un effetto sull’inflazione dei prezzi, che impoverirà quote crescenti della popolazione (i bassi salari, raggiunti dai sussidi di sopravvivenza). Questi bassi salari si porranno anche il quesito dell’utilità di lavorare per un sussidio di sopravvivenza disposnibile anche senza lavoro. Nel frattempo le risorse per questi sussidi dovranno essere reperite altrove, con impoverimento di altri o crescita del già insopportabile debito pubblico.

  5. Davide Borricelli

    Trovo apprezzabile il contributo che questo articolo fornisce ad un tema certamente difficile. Vi sono però anche altri aspetti da considerare: l’urgenza dell’intervento per la situazione attuale non può consentire a nessuna amministrazione di sottrarre risorse agli investimenti per il futuro, questo non farebbe che aggravare la crisi costringendo a pagare altri sussidi anche domani. E’ evidente, inoltre, che il sussidio di disoccupazione non può tradursi in un reddito di cittadinanza, se non altro per evitare di incoraggiare il lavoro nero. Occorrono forme decrescenti di sostegno al reddito per periodi di tempo flessibili che possano essere allungati in periodi di crisi come questo. A questa misura (già prevista anche se solo per alcuni) sarebbe anche utile accompagnare la garanzia di accesso gratuito a servi pubblici essenziali (ove ancora presenti) per soggetti con un basso reddito.

  6. Luigi Severini

    Per quanto sia contraria allo spirito del nostro ordinamento costituzionale (art.117), ho una enorme diffidenza di quello che le regioni possano fare relativamente ai c.d. ammortizzatori in deroga, nel senso che ho potuto notare una profonda discriminazione tra classi di lavoratori ad opera, non tanto dei funzionari regionali preposti ad istruire le richieste per gli "accordi istituzionali", ma ad opera delle OO.SS.: "… in una azienda ci sono più iscritti che in quell’altra azienda … per cui approviamo prima le mie domande", tali affermazioni li trovo inaccettabili, specialmente per un "portatore di interessi collettivi".

  7. Antonella Moretti

    Ho letto proprio ieri l’articolo di Boeri che denunciava la politica di questo governo tendente a favorire il lavoro sommerso con la sistematica pratica delle non ispezioni sui luoghi di lavoro, pur avendone i mezzi. Essendo questa la situazione, credo che sussidi di disoccupazione più estesi e, di fatto, garantiti a tutti andrebbero a favorire, ancora una volta, i più furbi cioè coloro che sono occupati in nero, sottraendo risorse a coloro che invece l’occupazione non l’hanno proprio. Se è vero che il lavoro sommerso è sicuramente molto diffuso nel sud, non ne è sicuramente esente il nord delle piccole imprese, particolarmente del settore edilizio dove evasione va a sommarsi a mancanza di sicurezza sul lavoro con i tragici risultati di morti bianche quasi quotidiane. Come trovare una forma di aiuto slegata dal malcostume, forse non solo italiano ma da noi oltremodo diffuso, dell’evasione? Adottare controlli più stringenti e sanzionare in maniera severissima i contravventori (colpirne uno per educarne cento)?

  8. Alfonso Cartoferr

    Tutte ottime le proposte, ma potrammo mai essere realizzate? È sempre la stessa storia potremmo finanziare tutte le proposte del mondo: ma da dove prendere i soldi? La via maestra è quella di scovare gli evasori, fatto questo, possiamo pagarci due volte al mese i sussidi scandinavi. Ma c’è la volontà politica di fare ciò? No. Fino a quel momento a pagare saranno i lavoratori con busta paga a finanziare il nostro paese: operai, impiegati, interinali e subordinati.

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