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  1. paolo Rispondi

    Mi domando come ci si possa ancora stupire della situazione di degrado nella quale versano le Università. Non solo degrado culturale, ma anche e soprattutto morale. Ai vecchi baroni si sono sostituiti nuovi baroni, che avevano preso la laurea con il voto collettivo, figli di, parenti di, amici di, iscritti a. Una serie di riforme ha poi loro consentito di accedere direttamente alle cattedre degli Istituti, nel frattempo organizzati in Dipartimenti. Fondi qui, fondi là, da dividersi e inguattarsi a piacimento, non secondo le regole di diritto e meno che mai quelle di merito, ma secondo le regole del più forte, del più amico, del più iscritto. Oggi siamo arrivati agli sgoccioli. La riforma delle lauree 3+2 ha dato il colpo di grazia. Corsi di laurea inutili quanto dannosi con un numero di cattedre triplicate per consentire ai 50enni portaborse di accedere finalmente al ruolo quantomeno di associato, con gli studenti costretti a sobbarcarsi 8-9 esami l’anno in una corsa a ostacoli infinita. Mancanza di preparazione, di studio, di assimilazione. Ah quelle braccia rubate all’aratro! Uno spreco enorme di risorse umane ed economiche. Rimedi? Bloccare il turn-over e introdurre i contratti

  2. grish Rispondi

    Il numero di docenti ordinari è stato poi conteggiato da eurispes (il rapporto è datato 30 gennaio 2009) in 18282 invece del circa 20mila, con un calo del 3.6% rispetto al 2007. Forse bisognerebbe pensare al come sia successo che l'età sia così alta. A spanne si potrebbe dire cattiva programmazione nelle assunzioni. D'altronde nella incertezza del domani mi pare si tenda ad assumere tutto l'assumibile. Come risolvere? Prepensionare? Beh allora uno cerca di farsi assumere nel mucchio per poi scucire una superprepensione? Io direi fissando dei parametri di produttività oggettivi: se uno decide di fare il professore fino a a tarda età sappia che dovrà produrre e faticare.

  3. Ucle Rispondi
    L'Ucle ha creato il Comitato per stabilire quanto costa allo Stato e alla meritocrazia la Parentopoli. Eventuali abusi e segnalazioni di sperequazioni possono essere inoltrati a consumerdepartment@libero.it
  4. am Rispondi

    La proposta di un limite del 5% per i professori emeriti rispetto agli ordinari di ogni facoltà mi sembra ingiusta. In tutti i paesi vi sono atenei prestigiosi, punto di arrivo per le carriere dei docenti migliori, e atenei periferici, spesso di recente istituzione, che sono considerati tappe di transito e che accolgono docenti giovani e quindi lontani dal pensionamento. Se si adottassero criteri oggettivi a livello nazionale per selezionare gli "emeriti" la maggioranza degli emeriti si collocherebbe presso le grandi università contro una percentuale minima nelle università periferiche.

  5. Piergiorgio Strata Rispondi

    In USA, Canada e Australia è illegale la discriminazione in base a sesso, colore della pelle ed età. Ma in questi paesi il numero di ricercatori anziani è molto basso. Perché? Perché la pensione diventa conveniente quando non si ottengono più finanziamenti per la ricerca; operazione meritocratica. In un articolo apparso su Nature (Retire retirement 453:588-590, 2008) si fa rilevare che l’Europa, grazie al pensionamento tra i 60 ed i 70 anni, fa perdere ingenti risorse intellettuali che utilizzano soprattutto gli americani. In molti paesi europei si concede di continuare a lavorare dopo la pensione, ma conservando i diritti di accesso ai finanziamenti ed all’utilizzo delle infrastrutture. La proposta di un 5% di Emeriti mi sembra un buon compromesso data l’attuale situazione italiana, purché la selezione sia meritocratica. La nomina non deve essere un Premio per quanto fatto, ma basata sulle potenzialità di pubblicare ad alto livello ed ottenere finanziamenti soprattutto dall’estero. Inoltre all’Emerito va concesso di conservare pieni diritti come negli altri paesi europei.

  6. Lunobi Rispondi

    Il valore dell'esperienza è certo importante, ma non lo è meno quello della capacità di innovare. E l'università italiana è molto esperta, ma poco innovativa. Si sa che le idee veramente nuove vengono fuori tra i 25 e i 35 anni, quando il cervello è ancora giovane. Ma a quell'età i ricercatori italiani, quasi tutti precari, sono trattati come degli adolescenti, e spesso asserviti ai capricci senili di settentenni che non sanno nemmeno usare un computer. Ogni giorno devono rinunciare a idee forti e innovative per ossequiare idiosincrasie del secolo scorso. Se e quando poi, verso i cinquanta, diventano a loro volta professori, allora sono talmente disillusi che hanno perfino dimenticato perché si erano messi a fare ricerca. Il loro scopo diventa lavorare il meno possibile per maturare una pensione dignitosa. Questa è l'università italiana, degna di un Paese che, ovunque si volga lo sguardo, suscita sincera compassione. Difenderla per maturare i propri contributi, o per far sentire socialmente utili dei vecchietti (come se queste esigenze, pur legittime, valessero l'affossamento dell'intelligenza di un Paese), mi sembra da irresponsabili, per non dire da idioti. Con tutto il rispetto.

  7. carmelo calì Rispondi

    E' possibile studiare gli effetti dello tsunami e della distribuzione delle classi d'età per fasce in termini di equità intergenerazionale? Lo si dovrebbe fare secondo due parametri: quelli promossi dal 1980 ricopriranno, date le attuali norme di pensionamento, un ruolo molto più a lungo di chi è costretto a entrare dopo; quelli che entrano dopo avranno una situazione pensionistica in prospettiva potenzialmente peggiore. Ciò a fronte anche del fatto che (a) le selezioni basate sul merito della produttività scientifica in passato sono state inesistenti, (b) le barriere in entrata per chi aspetta sono disincentivanti con effetti perversi sui modi in cui si è disposti a venir cooptati nel sistema. Un'idea ulteriore: al posto del tetto per il titolo di emerito bisognerebbe forse limitare l'ingresso in commissioni concorsuali.

  8. Marco Reale Rispondi

    Il vero problema è che in Italia, per via della ampiamente discussa mancanza di meritocrazia, ci sono docenti bravi e docenti meno bravi in tutte le fasce di età. L'ideale sarebbe di togliere i docenti meno bravi (vecchi e non) per far posto ai giovani bravi, ma questo non è possibile. E' invece possibile rendere meno frequente in futuro che gente meno capace finisca in cattedra. Questo cambiando le regole di assunzione. Personalmete la vedo come Perotti: abolizione concorsi, valutazione ricerca etc. Una riforma del sistema universitario di tipo anglosassone risolverebbe anche i problemi dell'età. Anticipo dell'entrata (meritocrazia piuttosto che fila d'attesa) e mancanza di incentivo a restare in servizio quando in eta' avanzata poiché non c'è nessun potere da gestire se non la produzione scientifica, che si puo' fare meglio se non si hanno obblighi didattici e amministrativi. Nei paesi anglosassoni spesso i docenti se ne vanno in pensione anticipatamente se se lo possono permettere proprio per poter avere piu' tempo per fare ricerca. L'età dei docenti Italiani e' un effetto e non una causa.

  9. Paolo Marcotti Rispondi

    In effetti, caro Caputo, un ordinario a fine carriera costa 150-160.000 euro. Io sono contrario al pensionamento anticipato per tutti a 65 anni, perché molte persone hanno sicuramente ancora molto da dare. Ma che ci sia un limite rigoroso a 70 anni lo ritengo fortemente auspicabile, e il fatto che la normativa vada in questa direzione lo trovo salutare. Un ateneo di medie dimensioni (io lavoro in uno grande con numeri superiori), potrebbe, trattenendo per 3 anni in meno una cinquantina di questi signori, "risparmiare" oltre 20 milioni di euro. E' una cifra enorme, soprattutto in vista di tagli molto ingenti al FFO, a fronte di una "perdita" tutto sommato limitata. Tuttavia, la creazione di forme originali (e che esulano dal lavoro dipendente) per trattanere "in servizio" le personalità (realmente!) più brillanti, soprattutto al fine di mettere il loro bagaglio al servizio dei giovani (e senza incarichi negli organi), sarebbe un ulteriore segnale di un sistema che non perde buone occasioni per migliorarsi.

  10. am Rispondi

    E' molto difficile valutare quando un docente non può dare più nulla all'università. La soglia non solo varia da disciplina a disciplina, ma anche da persona a persona (anche a motivo delle condizioni di salute ed in particolar modo della funzionalità cerebrale). Ho conosciuto docenti e manager che alla soglia dei 70 anni erano ancora lucidi e più attivi di molti trentenni. Sotto l'apetto di onere per le finanze pubbliche è solo una partita di giro: si passa dallo stipendio alla pensione; nel mio caso la pensione è superiore all'ultimo stipendio. Rimane l'aspetto del "potere" nell'università, un aspetto che può essere regolato in altro modo senza mandare in pensione docenti ancora in piena forma con spreco di esperienze, conoscenze e contatti personali maturati in tanti anni. Questi docenti andando in pensione possono tuttavia - se lo vogliono - continuare a prestare las loro opera disinteressatamente. Esiste infatti la figura del Professore emerito, ma le varie università e facoltà seguono politiche diverse e spesso procedono in base a simpatie personali e non in base a regole precise. Contrariamente all'autore, sarei favorevole ad un allargamento della fascia degli "emeriti".

  11. Ivano Gregorini Rispondi

    Lo snodo cruciale della questione, a mio avviso, è quello di creare un trade off fra anzianità, intesa come saggezza, profondità del sapere, bagaglio culturale ed esperienziale accumulato ed efficienza, ossia sulla capacità di mantenere, da parte di un docente anziano, le stesse capacità di brillantezza e di "uso" delle risorse di esperienza e del sapere accumulate. Problematica sicuramente non facile. Si cominci con mettere dei paletti, per principiare: oltre i sessantacinque anni esclusione del professore dalla docenza e pensionamento obbligatorio. Dopo tale età è evidente come le capacità dell'uomo vadano abbassandosi: un ordinario di 70 anni, lo si stabilisca, non è più in grado di reggere la vita accademica. Salvaguardia dei cervelli (quelli veri) mediante figure professionali ad hoc, magari nel ruolo di consulenti esterni agli atenei, oppure di emeriti: ruolo a creazione democratica, accesso alla figura professionale mendiante voto dei colleghi ordinari. Il punto è prolungare la carriera alle persone cui sia utile farlo e non c'è metro migliore che quello di una valutazione dei colleghi: i giovani hanno uno strumento per silurare gli anziani.

  12. Giovanni Rispondi

    Difficile credere che un professore a 65 anni sia la massimo della sua produttività. Ciò che doveva fare lo ha già fatto direi.Valgono però importanti distinguo: sia da persona a persona, sia da disciplina a disciplina. Se nelle materie umanistiche è facile che l'esperienza conti molto, nelle materie scientifiche (diciamo matematica) un prof. di 65 anni non ha più molto da dare. Il paragone con l'estero funziona se si tiene conto che non esistono sistemi "perfetti", ma solo gente che fa funzionare i sistemi. Chi merita una cattedra perché vale, è difficile che venga pensionato, in Italia come altrove. Il punto è far selezione, e dar spazio al rinnovamento. Il fatto che tutto ciò costi allo Stato è un falso problema, perché chi ha maturato la sua pensione ha il diritto di riscuoterla (son soldi suoi, no?).

  13. enrico Rispondi

    Ma basta con questo accanito attaccamento allo status quo che si legge in alcuni commenti! Quando succedera' in Italia che per migliorare le cose una piccola frazione di cittadini (gli ordinari vecchi in questo caso) si prenda l'onere di un piccolo sacrificio (cioe' andare in pensione e godersi la vita che rimane loro...). Qualcuno dice che a 65 non si e' affatto vecchi. Qualcuno dice: sono entrato di ruolo a 40 anni, fatemi godere la scalata al potere (e poter pagare i contributi). Ma vogliamo confrontare il numero di pubblicazioni dei 50-60-70 enni con quello dei giovani ricercatori? Il sistema universitario italiano fa vergogna se paragonato al resto dell'Europa. E l'unico modo per migliorare e' con manovre forti, che scontentino molti. Non bisogna inventarsi proprio nessun marchingegno macchiavelico per far funzionare l'universita'. Basta copiare i sistemi in vigore nel resto d'Europa. Abolire i concorsi, dare i finanziamenti ai meritevoli, ecc. ecc. Lo so, queste cose le sanno e le dicono tutti. Ma nulla cambiera' mai...

  14. un ultravecchio Rispondi

    Più che ringiovanire l'università, sarebbe necessario elevarne la qualità, il che si potrebbe forse ottenere introducendo più concorrenza e abolendo valore legale dei titoli. Ma soprattutto prima di ridurre l'età pensionabile dei professori occorrerebbe rammentare che con l'aumento della vita media: tutti devono andare in pensione più tardi. Mi sembra un pò demagogico citare il costo dei professori, senza considerare quello che costa la loro andata in pensione prematura.

  15. Alessandro Figà Talamanca Rispondi

    Un fattore importante nell'aumento del numero degli ordinari è stata l'abolizione (1994) dell'organico nazionale. E' difficile pensare ad un ritorno all'organico nazionale e credo difficile e potenzialmente dannosa una riforma legislativa in questo ambito. Tuttavia la tendenza già in atto alla diminuzione del numero degli ordinari potrebbe essere incoraggiata attraverso una riforma della scala stipendiale che renda costosa da subito, e non solo dopo tre anni, la promozione di un associato anziano ad ordinario, e attraverso l'applicazione seria della previsione di concorsi con una sola idoneità, applicata finora a singhiozzo. Si tornerebbe alla scelta tra mancata promozione in una sede gradita e promozione in una sede disagiata.

  16. decio Rispondi

    Il professore ordinario deve andare in pensione tardi, piaccia o no, fa parte delle regole del gioco. Lo deve fare per mantenere il potere. All'estero c'è il sistema basato sul principio "Io sono il direttore del dipartimento e per ricevere tanti soldi o pochi soldi dallo Stato, e quindi essere responsabilizzato e giudicato per la ricerca che il mio dipartimento produce, devo essere libero di assumere chi voglio io!". Siccome in Italia vige ancora il sistema dei concorsi pubblici, l'ordinario anziano deve "esserci". Semplice no?

  17. marcello Rispondi

    Siamo certi che l'età è un indicatore per valutare un docente o ricercatore universitario? Bisogna fare spazio ai giovani? Senza dubbio, ma quanto li paghiamo i giovani brillanti che scelgono di fare università'? Un Ordinario appena confermato è pagato 2.300€ (netti). In effetti si tratta di un patto sociale: fino a 40 anni guadagni poco ma rimani al lavoro fino a 70. Il problema dell’università non è quantitativa (età pensionabile, ore di lavoro) ma qualitativo. Per migliorare l’università ci vogliono più risorse finanziarie. La domanda chiave è: come distribuirle? E come motivare chi dedica la propria vita allo studio ed ha la responsabilità di formare la classe media e, si spera, la classe dirigente del paese? Chi si ricorda in Italia della strategia di Lisbona (anno 2000): "diventare l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale." I confronti con l’Europa non reggono se non si contestualizzano i dati all’interno di modelli diversi. Quante risorse pubbliche e private si investono negli altri paesi europei nell’Università?

  18. Nadia Rispondi

    Non posso che condividere l'analisi presentata in questo contributo. Mi permetto di aggiungere un ulteriore elemento e cioe' che la stragrande maggioranza dei "baroni", qui intesi come coloro che prendono decisioni per la quasi totalita' del corpo docente, sono proprio gli ordinari ultrasessantenni (forse anche ultrasessantacinquenni). Se veramente il nostro attuale governo volesse dare un colpo alle "baronie" con tutte le relative denegerazioni piu' volte (ma solo a parole) stigmatizzate, sarebbe quasi sufficiente imporre come eta' pensionabile i 65 anni. E una buona dose di baroni/baronie scomparirebbe dal sistema universitario! Per inciso mi permetto di notare che negli anni passati, i "baroni" promuovevano in genere i loro studenti migliori. Ora, essenzialmente parenti e opachi portaborse.

  19. MORSELLI ELIO Rispondi

    Si vuol chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. E' stato sbagliato il sistema del reclutamento dei professori (a partire dal 1980) ed ora rimediare non è più possibile. I docenti di scarso valore nominati in nome della mediocrazia, al posto della meritocrazia, sono ormai troppi e ci rimangono. Si vuole mandarne via anticipando l'età del pensionamento, e in tal modo far posto ad ulteriore reclutamento con lo stesso sistema? A parte il fatto che l'anticipato pensionamento non fa che aumentare le spese dello Stato (se non sbaglio, le pensioni "costano") - tanto è vero che questa è la principale ragione per cui si era consentita l'andata in pensione fino ai 72 anni - come si fa a sostenere che la percentuale dei professori degni di essere dichiarati "professori emeriti" sia soltanto del 5% degli ordinari di ogni Facoltà? In una Facoltà di 30 professori ordinari, solo uno lo meriterebbe, mentre gli altri 29 sarebbero da dichiarare superflui per decadimento mentale dovuto all' età?

  20. amsicora Rispondi

    E' paradossale che, mentre l'aspettativa di vita aumenta di anno in anno (e l'italia è proprio uno dei paesi al mondo in cui si vive di più e meglio!) si voglia mandare in pensione un professore universitario a soli 65 anni, ovvero quando è ancora al massimo delle sue capacità lavorative ed intellettuali. Inoltre, sostenendo che un professore settantenne "costi di più" all'università in cui insegna e perciò sarebbe proficuo pensionarlo, non si tiene conto del fatto che si tratta di una partita di giro, in quanto sia le università che paga lo stipendio che l'Inpdap che eroga la pensione sono finanziati attraverso la fiscalità generale. Infatti, assecondando la proposta di "rottamare" il sessantenne per assumere un "giovane", il contribuente dovrebbe pagare il doppio, cioè sia lo stipendio al neo assunto che la pensione al "baby pensionato" (a 65 anni non si è affatto vecchi!).

  21. giorgio sacerdoti Rispondi

    Pur essendo un ordinario di 65 anni condivido di massima l'articolo. Faccio presente però che la permanenza in servizio fino a 72 anni (se non a 75) è stata riconosciuta non molti anni fa anche ai magistrati (pare per nascondere un provvedimento ad personam), pure essa una categoria da svecchiare. Valga la par condicio!

  22. Aram Megighian Rispondi

    Come al solito in Italia non si applica il buon senso. In Germania i Professori anziani sono il 25% del corpo docente, e, a dire il vero, la presenza dei giovani è massiccia non solo nell'Università, ma in tutta la società (nei media, nelle imprese, nella scuola, nei servizi). Insomma, quella tedesca è una sociatà in cui gli anziani, ben volentieri si tirano indietro e lasciano ai giovani la responsabilità di gestire le cose. I giovani escono di casa presto e si costruiscono la loro vita, mentre gli anziani, liberi da impegni (anche dal fare la balia ai nipotini tutto il giorno come qui) si dedicano ai loro hobby e ai loro interessi. Un Professore in pensione può richiedere di stare in laboratorio, e tale richiesta è accettata (una sedia ed un tavolino in un angolo) se la sua esperienza può essere utile. Qui, sta la differenza: in Italia il "sistema" università (e tutto il resto) si poggia sul mantenimento del controllo del potere da parte dei più anziani. Hanno faticato tanto per arrivare ed ora non si fanno da parte, generando inevitabili frizioni. Di nuovo, introducendo una valutazione reale della ricerca e soprattutto della didattica non se ne esce.

  23. Luciano M.Barone Rispondi

    Complimenti. Anche un sito come il vostro si accoda nel tiro al piccione contro l'università. Andiamo con ordine. Le cifre sono esatte ma, dato che l'invecchiamento è un processo lento, e qui si va sempre per ondate di demagogia e non per seria programmazione pluriennale, i rimedi sono risibili. Se infatti oggi uccidessimo gli ordinari con più di 65 anni e immettessimo 28 ricercatori/(ordinario ucciso), il problema si porrebbe 28 volte peggio tra 30 anni. Non so chi sia Caputo e se sia intervenuto in tempi non sospetti ma i rimedi andavano presi 20 anni fa. E ovviamente ci sono ordinari settantenni validissimi e ordinari cinquantenni, magari a Medicina o Giurisprudenza, di cui si farebbe volentieri a meno. In conclusione accorciare l'età pensionabile oggi da 70 a 65 per i 20000 ordinari, con un'onda di pensionamenti, risolverebbe il problema finanziario del reclutamento solo a breve termine, creerebbe una nuova onda di ricercatori, futuri professori tutti della stessa fascia d'età, e bloccherebbe di nuovo gli accessi per anni. La soluzione è programmare per anno il numero di ingressi nella docenza su scala almeno decennale e creare una articolazione anagrafica.

  24. Paolo Manzini Rispondi

    Trovo antipatico il titolo e l’uso di “privilegio” e “normativa troppo generosa” ma la simpatia uno o ce l’ha o no, pazienza. Il presunto privilegio è quanto valeva al momento dell'assunzione: cambiare le carte a metà partita può essere legale, ma è disonesto. Da chi scrive su LaVoce, che non è certo un blog qualsiasi, anzi, ci si aspetta competenza sul quanto scrive, cosa che qui non vedo. Leggo: “un ordinario a fine carriera costa al proprio ateneo circa 120mila euro all'anno”, ma è noto che questa cifra corrisponde alla IX classe del PO, con 18 anni di servizio dalla conferma in ruolo. L’affermazione sui 28 ricercatori : per onestà intellettuale si usi non la retribuzione del RU al 1° anno, ma la media dei 7 anni di cui si tratta. Quindi la retribuzione non corrisposta ad un PO permetterebbe di assumere (e retribuire) circa 3,5 ricercatori per i 7 anni. Ma la legge 1/2009 consente il 50%, quindi oggi mandi via un PO e assumi 1,75 ricercatori. Alla collettività il PO continua a costare quasi lo stesso (pensione + TFS), aggiungi la retribuzione dei quasi 2 RU. Conviene o vale la pena? Anche il CNVSU ritiene di no (pag. 120 del 9° Rapporto sul sistema universitario, dic. 2008)

  25. Fabrizio Cerbioni Rispondi

    Penso che la "generosa concessione" sull'età pensionabile dipenda anche dall'ingeneroso trattamento riservato ai giovani, i quali in generale riescono ad entrare in ruolo (quindi a pagare contributi utili ai fini pensionistici) molto tardi. Conosco numerosi colleghi ultrasessantacinquenni in grado di dare molto al sistema universitario, senza per questo poter essere considerati emeriti. Vorrei leggere una statistica sulle pubblicazioni degli ordinari distinti per fasce di età, per capire se davvero l'età è correlata con la produttività. Come al solito si affrontano i problemi dell'Università con superficialità, pensando che tutto sia risolvibile a colpi di accetta. Certo, basta mandare in pensione a 65 anni gli ordinari, così come per risolvere il problema della disoccupazione basterebbe pensionare un milione di lavoratori. Il fatto che lo stato abbia permesso una selezione inadeguata non credo possa giustificare soluzioni scoordinate quale quella proposta. Piuttosto che procedere con provvedimenti a singhiozzo che incidono sugli effetti, sarebbe più utile mettere mano ad una riforma seria del mondo universitario, evitando il perpetrarsi di anomalie, incidendo sulle cause.

  26. G.Coletti Rispondi

    1) Apprezzo la raccolta di dati riportata nell'articolo. 2) Non apprezzo proposte di variazione dell'esistente che non tengano conto di uno scenario abbastanza completo. 3) Espongo un dubbio. 1a) dovremmo tutti rifarci a dei dati, possibilmente europei, quando discutiamo, magari citando la fonte 2a) Per esempio si parla di anticipare o meno l'eta' della pensione di docenti etc. e di possibili risparmi per i singoli atenei e/o per l'Universita' nel suo complesso. Ma non si tiene conto del fatto che liquidazioni e pensioni da pagare peseranno su un altra posta del bilancio dello stato, 3a) Il dubbio riguarda il comprovare le attivita' di docenti senior (vicini all'eta' limite). Molti seniores sono impegnati nella didattica, nella ricerca e in attivita' collaterali di vario genere (all'interno dell'istituzione): come si fa a valutare il loro apporto in quest'ultimo caso?

  27. luisa Rispondi

    Io credo che l'età media sia elevata anche perchè l'età media di entrata è elevata. Per questo motivo abbassare l'età pensionabile, oltre che essere controcorrente, creerebbe un danno a chi (come me e la maggior parte degli altri "giovani") è entrato di ruolo ben oltre i 30 anni, in questo modo non arriveremo mai non solo a 40 anni di contributi, ma nemmeno a 35 o 30 di conseguenza avremo una pensione ridicola. A meno che, non si vogliano riconoscere gratuitamente i contributi per tutti gli anni di precariato (dottorato+post dottorato+assegni vari)! Forse sarebbe più equo, mandare in pensione chi ha già maturato 40 anni di contributi e che, più o meno, corrisponde agli ordinari "vecchi". Io, personalmente, sono comunque del parere che l'esperienza degli "anziani" sia da preservare il più possibile!

  28. Adele Bianco Rispondi

    Si parla tanto di incentivare l'immissione in ruolo dei "giovani" ricercatori, ma poiché si diventa ricercatori quando ormai si iniziano ad avere i capelli bianchi, ho il dubbio che sia solo una manovra per abbassare i costi del personale docente universitario; bisognerebbe, in altri termini, fissare una soglia d'età oltre la quale non è ammissibile per un Ateneo acquisire ricercatori. Ma ciò andrebbe in contrasto con la normativa di assunzione nel pubblico impiego ... insomma è un ginepraio da cui è difficile districarsi.

  29. Marco Cosentino Rispondi

    Un lungo articolo per sostenere (con argomentazioni deboli e poco condivisibili, a partire dal "cilindro" di buona memoria...) una tesi del tutto ovvia ed evidente, ovvero che i professori universitari dovrebbero andarsene tranquillamente in pensione a 65 anni come avviene in ogni parte civilizzata del mondo. Per inciso, la figura del professore emerito gia' esiste, e dovremmo smettere con questa mania tutta italiana di porre quote predefinite. E' gia' abbastanza insensata la norma 60/10/30 della L. 1/09. Sembriamo trenini che senza rotaia non riescono a camminare ... ma forse e' vero.