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IL TABU’ DEL VALORE LEGALE DELLA LAUREA

Un provvedimento sarebbe cruciale per l’università italiana: l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Vi ruotano attorno aspetti finanziari, reclutamento dei meritevoli ed efficienza complessiva del sistema. Eppure, né il decreto governativo né la proposta dell’opposizione lo affrontano. Anche perché, si dice, non esiste nessuna norma che lo preveda per le lauree e quindi non vi è niente da abrogare. Non è proprio così, ma non c’è alcun serio problema tecnico né alcun costo per la sua eliminazione. Solo un formidabile ostacolo, di natura politica.

Qualche piccola buona notizia per l’università italiana. Nel decreto legge n. 180/2008 è stato, tra l’altro, finalmente previsto che una quota del fondo di finanziamento ordinario venga distribuito non più a pioggia su tutti gli atenei, bensì sulla base del merito di ciascuna università. Vale a dire in considerazione “della qualità dell’offerta formativa e dei risultati dei processi formativi’ nonché ‘della qualità della ricerca scientifica”, come si dice all’articolo 5. La cautela è d’obbligo perché per verificare se e come la norma sarà applicata occorre attendere i decreti ministeriali di attuazione. Va inoltre segnalato che la quota prevista non deve essere inferiore al 7 per cento dell’Ffo, ma è improbabile che sia fissata a un livello di molto superiore.    
Sotto questo profilo, assai più coraggiosa appare la proposta di disegno di legge presentato per il Partito democratico la scorsa settimana a firma di Vassallo e Vitali. Prevede infatti che il Ffo venga ripartito per un 30 per cento in base al numero degli iscritti di ciascuna università, per un altro 30 per cento in base ai risultati della formazione, un ulteriore 30 per cento in base ai risultati relativi alla ricerca scientifica e il restante 10 per cento in base a incentivi specifici. In quest’ultima proposta è altrettanto importante che si preveda un graduale riavvicinamento della spesa per la ricerca e l’università, oggi pari al 0,9 per cento del Pil alla media dei paesi Ocse, pari a 1,4 per cento del Pil. Per quanto infatti sia imperativo cominciare a spendere meglio, promuovendo il merito, è altresì improcrastinabile ricominciare a spendere di più.

IL GRANDE TABÙ ANCORA INVIOLATO

Tuttavia, sia nel decreto legge governativo, sia nel progetto dell’opposizione non vi è alcun passo verso quel provvedimento che sarebbe cruciale per l’università italiana, quello intorno al quale ruotano l’aspetto finanziario, le possibilità di reclutamento dei meritevoli, l’efficienza complessiva del sistema: l’abolizione del valore legale del titolo di studio.
Per quanto bizzarro possa sembrare, una delle critiche più spesso portate nei confronti di tale provvedimento è che non esiste nessuna norma che prevede tale valore delle lauree e pertanto non vi è niente da abrogare. (1)
È vero che la norma non è esiste, ma è altrettanto vero che la realtà non si ferma lì.
Per valore legale della laurea, ci si riferisce a due diverse discipline, una abilitativa e l’altra concorsuale. Ciascuna università italiana, senza distinzione alcuna, può rilasciare una laurea che è un presupposto per accedere a talune professioni, in genere liberali: ingegnere, avvocato, medico, insegnante, eccetera. (2)E nei concorsi pubblici per i quali è richiesta la laurea, ciascun titolo di studio, qualunque sia l’università che lo ha rilasciato, ha lo stesso identico valore: ad esempio, la laurea in legge presa nell’università X “vale” esattamente come la laurea in legge presa nell’università Y
Il problema sta soprattutto nel secondo profilo. Le università preparano in maniera diversa, ma la legge afferma che tutti sono preparati in maniera eguale. La forzata parificazione del titolo rilasciato dalle diverse università, a prescindere dal contenuto formativo che sta dietro quel titolo, ha effetti esiziali su tutto il sistema. Ne indicherò tre, ma altri sono facilmente individuabili. 
Primo, le università sono deresponsabilizzate nella scelta dei docenti e dei ricercatori: dato che non vi è alcuna differenza se un corso è insegnato da un premio Nobel o dal figlio impreparato del “barone” locale, perché quest’ultimo dovrebbe cercare di cooptare il premio Nobel? Una ormai trentennale esperienza dimostra che nessuna formula concorsuale è in grado di curare completamente le distorsioni provocate dalla mancanza di incentivi delle università all’arruolamento dei più meritevoli.
Secondo, nei concorsi pubblici, la Pa, costretta a far finta che ogni laureato abbia uguale preparazione, non riesce a selezionare i migliori. Ma se la Pa è forzatamente cieca, il settore privato ci vede benissimo. Ad esempio, ogni grande studio legale sa molto bene quali sono le università che preparano e quali no, basta consultare i ranking internazionali. Dunque, sceglie tra i laureati delle università migliori e lascia quelli provenienti dalle peggiori al settore pubblico. L’inefficienza e i costi della Pa italiana sono anche dovuti a questa “selezione all’inverso” che dura ormai da decenni.
Infine, gli studenti e le loro famiglie sono indotti a pensare che in qualunque università investano le loro risorse, le possibilità di impiego successivo sono le medesime. Ciò è (artificialmente) vero solo per la Pa, ma è falso per il settore privato, che mediante canali informali o ranking internazionali, conosce il valore delle diverse università. Nel privato, nazionale o straniero, chi ottiene il titolo di studio dell’università sbagliata ha possibilità di lavoro molto basse o nulle.

COME SI CANCELLA IL VALORE LEGALE?

Per eliminare il valore legale non serve abrogare nessuna disposizione di legge. (3)Occorre invece adottare una disciplina semplice e senza costi: posta una graduatoria di atenei riconosciuta, quella dell’Anvur, per esempio, ma si potrebbe pensare addirittura a quelle straniere, l’amministrazione che bandisce il concorso deve ‘pesare’ in maniera diversa le lauree a seconda del ranking dell’università di provenienza dei candidati. Ad esempio, la Pa che bandisce il concorso attribuirà un certo punteggio, diciamo 100, alla laurea dell’università X, prima nel ranking di riferimento, e un punteggio inferiore, diciamo 50, alla laurea dell’università Y, decima nello stesso ranking.
Certo, distorsioni e aggiramenti saranno sempre possibili. La Pa potrebbe stabilire un differenza di punteggio molto ridotta tra la prima e l’ultima università del ranking, in modo che la posizione in classifica non condizioni eccessivamente l’esito del concorso. Ma, per il fatto che in taluni casi possano essere banditi concorsi dolosamente “aggiustati”, peraltro facilmente individuabili, dobbiamo rinunciare a questo strumento?  
A seguito dell’abolizione del valore legale, si innescherebbe automaticamente una concorrenza virtuosa che riguarderebbe ogni aspetto saliente del sistema formativo universitario. Il ranking determinerebbe l’ammontare delle risorse di ciascun ateneo, sia quelle provenienti dal Ffo, e dovrebbe cominciare ad accadere già con il nuovo decreto legge, sia quelle provenienti dagli studenti. Per non scendere, o per risalire nel ranking, le università dovrebbero cooptare ricercatori e docenti preparati, scartando i “figli di” o gli “amici di”. L’amministrazione potrebbe cominciare a selezionare effettivamente i migliori a beneficio delle sue performance, e così via.
L’eliminazione del valore legale della laurea non presenta alcun serio problema tecnico né alcun costo. C’è solo un ostacolo, ma formidabile, di natura politica. Gli interessi delle università che prevedibilmente si collocheranno il fondo al ranking. Cioè, gli interessi di chi non ha interesse a promuovere il merito.

(1) Sul tema vedi S. Cassese, “Il valore legale dei titoli di studio”, in Annali di storia delle università italiane – Vol. 6, 2002. In effetti conferma che nel nostro ordinamento non esiste un valore legale generale dei titoli di studio, che hanno solo un valore accademico. Tuttavia merita di essere ricordato che l’art. 4. par. 3 del Dm 270/04 (in Gu 12 novembre 2004, n. 266) stabilisce che i titoli conseguiti al termine dei corsi di studio dello stesso livello, appartenenti alla stessa classe, “hanno identico valore legale”.
(2) Cassese parla in proposito di “valore legale indiretto”, ricordando che la disciplina del Rd 30 settembre 1923, n. 2102, raccolta nel Rd 31 agosto 1933, n. 1592, art. 172, stabilisce che i “titoli di studio rilasciati dalle università hanno esclusivamente valore di qualifiche accademiche, L’abilitazione all’esercizio professionale è conferita a seguito di esami di Stato, cui sono ammessi soltanto coloro che abbiano conseguito presso università i titoli accademici (…)”.
(3) Ma sicuramente occorre intervenire sul Dm 270/04, vedi nota 1.

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61 commenti

  1. Marco Trento

    Mi sembra una proposta sbagliata. Legare il "valore" di una laurea alle classifiche internazionali è una autentica follia, per due ragioni: 1. Intanto si tratterebbe di capire "quali" classifiche utilizzare, visto che sono tutte diverse. Inoltre, molte non hanno nessun valore scientifico. Come spiegato magnificamente da Yves Gingras della Université du Québec à Montréal, la più famosa delle classifiche, vale a dire quella della Shanghai Jiao Tong University (un’università assolutamente marginale e sconosciuta ai più), è fondata su una metodologia estremamente farraginosa senza alcun valore scientifico. 2. Non tutte le discipline, mettiamocelo in testa, sono come la matematica. Esistono ampi spazi di discrezionalità nella definizione di cosa è "buono" o no in tutte le discipline, in particolare in quelle umanistiche e in quelle sociali. Il meccanismo proposto da Manzini quindi è profondamente discutibile, rischia di ingessare e sclerotizzare il finanziamento alle università verso quelle di più antica storia e con i migliori uffici di marketing!

  2. Marco Cosentino

    Le tesi presentate sono insostenibili: a) "le università sono deresponsabilizzate nella scelta dei docenti e dei ricercatori" Vero, ma che c’entra con il valore del titolo? Abbiam gia’ detto che la cura e’ il finanziamento all’universita’ in base a indicatori di merito. Il resto e’ irrilevante. b) "nei concorsi pubblici, la Pa, costretta a far finta che ogni laureato abbia uguale preparazione, non riesce a selezionare i migliori." Nella Pa la valutazione avviene prevalentemente sulle prove d’esame: il problema e’ l’onesta della commissione di concorso! c) "gli studenti e le loro famiglie sono indotti a pensare che in qualunque università […] le possibilita’ di impiego successivo sono le medesime" Affermazione apodittica. Le guide alle universita’ pullulano, cosi’ come le graduatorie piu’ o meno ben fatte e condivisibili, da quelle mondiali a quelle nazionali. Continua ad essere incomprensibile l’attinenza dell’argomento con il valore legale del titolo di studio. Infine, la proposta di un "ranking" e’ pesante, burocratica e inefficace: di fatto, inapplicabile e deleteria.

  3. Von Wehrr Fenn

    Non mi è chiaro, dal punto di vista degli studenti, come sarebbero selezionati quelli che accedono agli atenei migliori, e visto che viviamo in un paese dove la promozione della mobilità sociale è al primo posto nelle priorità, dove familismo, nepotismo, clientelismo sono solo vaghi ricordi, immagino che l’accesso agli atenei migliori avvenga – nella mente degli autori – solo ed esclusivametne sulla base di criteri strettamente meritocratici. Complimenti e, a proposito, come sicuramente è noto l’abolizione del valore legale della laurea era uno dei pochi punti di Rinascita Democratica rimasti inspiegabilmente inattuati.

  4. Franco Taormina

    Se in linea di principio si può essere d’accordo con lo stabilire un peso diverso a diversi atenei, nella realtà questo può produrre effetti negativi in termini di uguaglianza. Poniamo, a titolo di esempio, l’Università statale di Milano tra i primi posti, e una siciliana tra gli ultimi. Chi sarà avvantaggiato? Sicuramente chi abita in Lombardia. Ed anche alcuni siciliani che hanno i mezzi per emigrare a Milano. E gli altri? A questo bisognerebbe allora affiancare alcuni criteri correttivi, quali ad esempio requisiti di accesso e graduatoria tra i potenziali studenti. E chi decide i criteri? Ci sarà sempre una parte lasciata alla discrezionalità.

  5. Sagliano Salvatore Antonio

    Sono profondamente d’accordo sull’intento: abolire il valore legale del titolo di studio. Un aspetto della vostra proposta, invece, mi lascia perplesso. Se l’università della mia città è di basso valore, e io non ho le possibilità economiche di studiare in un’altra città, e per le mie capacità valgo molto, non vedo motivo per il quale dovrei essere penalizzato in un concorso pubblico, visto che non è a me imputabile l’eventuale minor valore dell’istituto. Al contrario, io propongo una sincera e assoluta valutazione del merito. Ad un concorso potrà partecipare anche un non laureato, e allora uno studente saprà bene che deve puntare tutto sull’apprendimento, e meno sul pezzo di carta. Anche se, per fare un discorso più leale, sappiamo bene che il problema numero 1 dei concorsi pubblici è l’enorme quantità di raccomandazioni e pilotaggi: una questione a monte che rende quasi inutile tutto il resto.

  6. alberto

    Inutile. Verrebbe fuori una graduatoria totalmente falsata. E poi agli esami di stato si presenterebbe chiunque, cosicché si persenterebbe un milione di persone a tentare la sorte per diventare avvocato.

  7. Antonio

    Desidero esprimere una personale valutazione del problema. Piuttosto che valutare indirettamente la singola preparazione basandosi sulla provenienza d’Ateneo e dall’organico docente, bisognerebbe meglio valutare la reale preparazione. Se da un canto la presenza di eminenze fra i docenti assicura un elevato standard, chi assicura che il figlio o nipote di, non venga ugualmente aiutato? Inoltre, perche’ discriminare tout court chi proviene da un Ateneo per cosi’ dire free? Non sarebbe il caso che i concorsi valutassero asetticamente la preparazione senza alcuno stereotipo, insomma a mio dire il problema non sta a monte, basti pensare che non tutti i laureati degli Atenei maggiormente rigorosi, risultano poi essere preparati in linea, cosi’ come ho avuto modo di relazionarmi con professionisti di elevato profilo provenienti da realta’ meno qualificate o meno di moda. Mi ripeto, basterebbe maggiore trasparenza in sede concorsuale ed il problema sarebbe risolto. Ma questa e’ un’altra storia.

  8. paolo andreozzi

    Mi scuso con l’Autore ma sinceramente non ho capito. Abolire il valore legale della laurea in medicina mi porta a pensare, ad esempio, che chiunque possa qualificarsi medico, anche se non ha mai frequentato l’università, dove sbaglio? Un ranking delle università come prospettato, comporterebbe che un medico laureatosi in una cd. università di serie Z avrebbe poche – o meglio, inesistenti probabilità vista la disponibilità dei posti – probabilità di accesso lavorativo nel sistema sanitario nazionale. E’ proprio questa l’intenzione dell’Autore? Infine, che relazione esiste tra l’abolizione del valore legale della laurea e la necessità di creare una Authority che certifichi la qualità di una università? Da un lato si vuole liberalizzare e deregolamentare dall’altro si attribuiscono enormi responsabilità in capo ad organismi, troppo spesso opachi ed inefficienti. Non mi sembra una soluzione coerente.

  9. Luigi Marengo

    Il meccanismo proposto al termine dell’articolo mi sembra assurdo: chi vive nella zona di una università con un ranking basso e non ha i mezzi per andare a studiare altrove resterà penalizzato per tutta la vita anche se bravissimo. Chi esce da una università di alta classifica ha una rendita di posizione non necessariamente meritata. Inoltre la classifica ANVUR e gran parte delle altre classifiche riguardano gli output di ricerca delle università in generale e non la capacità di formare bravi laureati nei singoli corsi di laurea. Se proprio vogliamo liberalizzare i concorsi valutiamo i candidati per le loro conoscenze e capacità, a prescindere da dove e come le hanno acquisite (laurea alla Bocconi, laurea a Messina o per corrispondenza). Ma questo richiede commissioni competenti e che lavorino a fondo.

  10. Alessandro Figà Talamanca

    Finalmente una proposta concreta. Mi sembra però una complicatissima svolta dirigista. La classifica delle università dovrebbe naturalmene riguardare le singole lauree (corsi di laurea o classi di corso di laurea?). Si dovrebbe applicare, ad esempio, per reclutare gli insegnanti di matematica. La fantomatica ANVUR dovrebbe essere in grado di stabilire se la laurea in matematica dell’Università di Parma è meglio o peggio di quella dell’università di Ferrara. Magari a Parma si dà più importanza all’analisi numerica e a Ferrara alla geometria algebrica. Come decidere? Io sono convinto che sia opportuno attenuare il valore legale delle lauree, dando più spazio al mercato, consentendo ad esempio ai laureati in fisica di contendere spazio ai laureati in chimica o in ingegneria, e ai laureati in matematica o in statistica di competere con quelli in informatica e viceversa. Questa proposta invece stabilisce ulteriori vincoli decisi centralmente da una agenzia nazionale che dovrebbe essere particolarmente occhiuta e libera da condizionamenti. Per fortuna è una proposta che ha ben poche possibilità di essere accolta. E infine, cosa fare delle lauree straniere?

  11. Fortunato Artuso

    Il mercato del lavoro sceglie e lo fa da sempre. Se il sistema di selezione nel pubblico fosse informato agli stessi criteri, si può immaginare una vera e propria rivoluzione nell’approccio e conseguenti effetti su intere categorie di laureati. Gli effetti però potrebbero andare anche oltre ed immaginare un ben più elevato impatto sociale potrebbe essere non così lontano dalla realtà. Provo ad immaginare come possa funzionare una università di serie B e mi trovo a pensare che vada ad attrarre coloro che nel suo bacino di utenza (siamo molto ancorati al territorio) sono meno preparati. I migliori vanno comunque via. Restano i meno esigenti i quali, perlopiù, sono tali fin dagli studi superiori. Ecco qui l’altro effetto negativo di una università di serie B. L’università di serie B ammette una istruzione superiore di pari livello. La rende possibile. Questo amplifica gli effetti sul sistema in modo drammatico. E’ mia sensazione che in talune aree del paese e per taluni indirizzi di studio la questione sarebbe dirompente. Il “buco nero” dell’istruzione superiore esigerebbe riforme essenziali e non più procrastinabili. Altro che quelle della scuola elementare.

  12. Alessio

    Anche in questo caso mi trovo d’accordo. Pur avendo 23 anni, è da molto tempo che sono favorevole all’abolizione del titolo di studio, da quando ne sentii parlare dapprima dall’onorevole Bonino e successivamente in qualche approfondimento del "Times" in materia che rapportava proprio il sistema italiano con quello anglosassone. Altre cose da abolire sono gli ordini delle professioni che risultano insignificanti poichè non garantiscono qualità e offrono al massimo qualche corso di formazione a costi agevolati. Corsi che a mio avviso devono essere lasciati alla concorrenza: un buon avvocato, ad esempio, deve poter essere valutato anche dal suo livello di aggiornamento rispetto a colleghi che magari hanno il "nome" o il "padre famoso" e per questo pensano di essere immuni ai cambiamenti ambientali del mercato di riferimento, come l’evoluzione delle leggi per un avvocato. In questo modo, anche per le professioni liberali, la laurea e la continua formazione volontaria diventano un mezzo per essere competitivi continuativamente e non un seggiolone su cui appoggiarsi una volta ricevuto, magari tramite scorciatoie varie, il titolo.

  13. Pier Francesco Lotito

    Qualcuno mi sa spiegare una ragione oggettiva, concreta ed evidente per abolire il valore legale del titolo di studio e della laurea? Ci si rende conto che in questo modo si apre la strada alla concorrenza non dei migliori (che già possono permettersi di selezionare i loro iscritti) ma dei perggiori "esamifici"? Provate a controllare il numero di matricole e iscritti di note università ‘facili’ e comparatelo con quello delle ‘serie’. Troverete alcune sorprese.

  14. Peppe

    L’abolizione del valore legale della laurea non era parte del programma eversivo della P2? Se si toglie il valore legale alla laurea allora qualunque pinco pallino puo’ svegliarsi una mattina e dire di avere qualcosa di simile ad una laurea?

  15. marco

    Palesemente falso! Lo Stato nella persona delle università pubbliche dovrebbe rilasciare dei titoli di studio di cui poi non riconosce il valore? Il titolo o è un certificato, avente valore legale, o è un attestato che va bene per appenderlo al muro. Piuttosto che eliminare il valore legale di titoli lo Stato dovrebbe attuare una serie di inerventi che giustifichino il mantenimento del valore legale, facendo sì che dietro al pezzo di carta ci siano delle reali competenze. Interventi di questo tipo sono il ripristino di una scuola dura e selettiva, gli investimenti nella ricerca, no di certo l’abolizione del valore legale se i laureati italiani sono malpagati e precari, e quelli bravi vanno all’estero, con l’abolizione del valore legale, delle tarife minime delle profesioni, di un inquadramento contrattuale minimo per le persone con un titolo, la situazione e gli stipendi non possono che peggiorare. Ricordiamo che i meritevoli non lavorano solo nelle università pubbliche e nel mondo delle baronie, ma anche nel privato. Se i cervelli fuggono è anche perchè le nostre aziende sembrano indifferenti alla ricerca e al merito. Il libero mercato non porta a niente.

  16. Gianluca Cocco

    La sua proposta si fonda su asserzioni tutt’altro che fondate. In primo luogo le differenze di preparazione tra laureati risentono di una miriade di fattori che vanno ben oltre il prestigio dell’ateneo. In secondo luogo la preparazione di un laureato rappresenta solo una base, ancora lontana da quella necessaria per brillare in un concorso pubblico o in un primo impiego nel privato. In un concorso non brilla chi proviene da un ateneo con alto ranking, ma chi (da solo) si dà da fare dopo la laurea. Terzo, la invito a pubblicare i dati sulle aziende private per le quali il ranking costituisce un criterio selettivo, visto che è sotto gli occhi di tutti che la scelta (anche per gli studi legali!) si basa soprattutto sulla conoscenza della persona da assumere, nell’ambito di un sistema clientelare ancora ben radicato. Infine, è noto che agli atenei prestigiosi possono accedere prevalentemente “i figli di”, per cui le sue osservazioni su questi ultimi andrebbero invertite.

  17. Camillo Lanzinger

    Non capisco. Cosa vuol dire abolire il valore legale della laurea? Che una persona può mettersi a fare il medico senza avere una laurea in medicina? O partecipare all’esame di Stato per ingegneri senza aver fatto ingegneria? Ma perchè si continua a rovesciare i problemi della struttura educativa sugli utenti? Perchè si continua a vedere la "meritocrazia" del sistema educativo solo dal punto di vista dei docenti? Per avere una "buona" formazione accademica di base (laurea, di qualunque tipo) non occorrono premi Nobel. Bastano professori seri e dedicati, che spieghino e che non tolgano la voglia di studiare a chi ce l’ha. E un sistema di controllo che assicuri che queste "prestazioni minime" dei professori siano ad un livello decente. Ma questo dev’essere un impegno del sistema educativo (Scuola ed Università) che non può essere scaricato sugli studenti con stupidaggini tipo esame d’accesso all’Università (che delegittima la maturità) o moltiplicazione dei corsi di laurea ogni volta che un Consiglio Accademico si improvvisa indovino e si inventa una nuova professione del futuro. Se un professore non funziona, lo si manda via, che sia figlio o nipote o che sia premio Nobel.

  18. Giovanni Scorrano

    Sono d’accordo con le tesi dell’autore. Per far passare la proposta di instituire una graduatoria per il valore della laurea in base alle università di frequenza forse non si deve utilizzare il termine abolizione. In questo modo rimarrebbe l’aspetto legato alla professione, anzi ne beneficerebbe, e si eliminerebbe l’uguaglianza nei concorsi.

  19. gioegio

    Insomma il liberismo ha fallito su scala globale ed invece in Italia ci si affanna a riproporre ricette ormai fuori tempo massimo. Va bene, noi arriviamo sempre dopo, ma bisognerebbe accorgersi che il vento è cambiato. E’ un po come la faccenda del prestito d’onore. Il mercato del lavoro non c’è più e l’economia va a picco? Cosa si propone? Indebitarsi per studiare? Qualcosa di simile è avvenuto anche per i fondi pensione. Mettete i soldi nei fondi! La borsa vi porterà profitti bla bla bla (perchè il mercato è più efficiente ed alloca razionalmente le risorse ottimizzandole). Si è visto com’è andata.

  20. Biagio Vacirca

    Tutto questo parlare sull’abolizione del valore legale come panacea dei mali italiani mi sembra davvero una discussione inutile e prematura. Il presunto valore di una laurea, che sia legalmente riconosciuto o meno, credo debba essere stabilito dal "mercato" della conoscenza e della valutazione. In altre parole in un sistema di incentividisincentivi alla Perotti sarà il sistema a valutare bene i meriti e i demeriti di qualcuno, dunque che una laurea abbia un valore legale oppure no non interessa al sistema. Tuttavia in una fase attuale di forte asimmetria informativa, di orientamento al merito poco diffuso, di cooptazione inefficiente l’abolizione del valore legale aggreverebbe la confusione e aprirebbe spazio ad outsiders poco inclini al buon senso e ai meriti accademici (penso ai falsi dottori, falsi dentisti, falsi ingegneri…insomma prestazioni che l’uomo medio non acquista al supermercato e soprattutto non acquista spesso). Ci sono rivoluzioni sistemiche che non possono essere fatte a sal ma richiedono un forte coraggio politico e una tempistica di attuazione celere. I dettagli di cui si preoccupa prof. Manzini verranno meno da soli.

  21. Emanuele

    Ammesso e concesso che si riuscirà a risolvere il problema del valore legale della laurea, tutti potranno accedere in maniera indiscriminata (in base a requisiti di merito ovviamente) alle università "prime in classifica" o no? Ovvero la maggiore presenza di fondi disponibili per queste università abbasserà le rette o ci sarà solo un élite che potrà accedervi? Penso a questo proposito si debba pensare anche ad un aiuto economico a chi è capace ma meno fortunato, e alle condizioni attuali secondo me lo stato non è in grado di intervenire.

  22. Massimo D.

    Questo articolo dimostra in realtà, senza volerlo, quanto la questione dell’abolizione del valore legale sia mal posta. Infatti: ci viene spiegato che tale valore "legale" in realtà non c’è, è solo il frutto delle regole concorsuali nella pubbliche amministrazioni. Per "abolire" il valore legale, l’autore del pezzo propone un complicato sistema di regolazione delle procedure concorsuali nella P.A. in cui chi bandisce è tenuto ad attenersi a punteggi predeterminati assegnati alle università. Insomma, per abolire il valore legale della laurea, si arriva a dare valore legale ai ranking tra le università! Ancora una volta, si pensa di risolvere con regole burocratiche un problema che ha le sue radici nella mancata responsabilizzazione dei decisori.

  23. Dario Quintavalle

    Come dirigente pubblico, vorrei sottolineare tre problemi: a) la norma “laureare l’esperienza” ha creato molti pseudolaureati, tutti in funzione di uno scatto di carriera nella PA (quasi mai attraverso concorsi); b) lo scarso coordinamento della legislazione previgente – secondo la quale per l’accesso a determinate qualifiche (es: dirigente) ci vuole una non meglio definita “laurea” – con la riforma che distingue laurea triennale da laurea quinquennale. Risultato, oggi in molti concorsi per dirigente pubblico si richiede la sola laurea triennale; c) l’impossibilità per la PA di respingere candidati ‘overqualified’ per la mansione richiesta (io mi sono trovato ad avere alle dipendenze persino commessi e dattilografi laureati), col risultato che la PA si carica di laureati mediocri, che non sono stati selezionati prima dal sistema universitario. Il problema mi sembra dunque essere soprattutto nel manico: cioè nella qualità generale dell’istruzione fornita dall’università italiana, soprattutto dopo la riforma.

  24. federico

    In Italia il gap tra le migliori università e le peggiori è notevole. La visione attuale di molti è che si debba promuovere un sistema virtuoso che sostenga le università migliori, permettendo di eliminare i rami secchi. Visone condivisibile, ma la mobilità degli studenti è fortemente limitata, a mio avviso, non perchè non vi siano i fondi, ma perchè non vi è la volontà di sostenere gli studenti meritevoli o più deboli economicamente. Le sedi universitarie sul territorio sono troppe, molte hanno la mera funzione di mangiatoia, se il numero fosse ridotto la distanza qualitativa tra esse probabilmente sarebbe ridotta. Inoltre la distribuzione sul territorio manca di criterio: ottime facoltà scientifiche a Torino e Milano, nessuna al Centro Sud Italia. Abolire il valore legale della laurea così, di punto in bianco, porterebbe solo ad un incremenento nel gap tra migliori e peggiori università, rendendo la situazione ancora più iniqua. Sappiamo poi benissimo che molti concorsi della PA sono in realtà una burla, non penso che l’abolizione del valore legale della laurea possa portare ad una maggiore trasparenza. La priorità di questa misura, mi sembra quantomeno discutibile.

  25. paolo casati

    Bisogna stare attenti che l’abolizione del valore legale della laurea sia legato in modo forte al sistema previsto nell’articolo: segnatamente a un punteggio in base a un ranking di efficienza delle università e questo riferito al sistema pubblico. Non è del tutto vero che nel settore privato vinca la meritocrazia (soprattutto per le libere professioni). Nelle professioni intellettuali, salvo le eccellenze, non esiste la concorrenza e con l’abolizione tout court del valore legale, potrebbe accadere che chiunque attraverso un qualsiasi titolo universitario possa partecipare all’abilitazione nei vari ambiti professionali. Ricordo che siamo in Italia ed è praticamente strisciante il ricorso alla successione professionale da padre in figlio: ad annozero hanno fatto vedere che una laureata in lettere attraverso clientele si è aggiudicata una cattedra di medicina legale in un’università di Roma a discapito di altri concorrenti più qualificati in quanto medici. Ne è nato un ricorso alle autorità e poi si vedrà. Questa soluzione sembra interessante ma dev’essere ben regolata e senza zone grigie di significato, altrimenti potrebbe accadere che il clientelismo invece di diminuire potrebbe aumentare e portare ad es. a figli di.. laureati in scienza della comunicazione (laurea notoriamente più abbordabile rispetto ad altre) che poi acquisiscono l’abilitazione di avvocati e questo determinerebbe una scadenza ancora maggiore del merito.

  26. gianci

    E’ incredibile: per risolvere il problema dei baroni e dei loro figli (asini), invece di abolire i baroni stessi e il modo in cui vengono reclutati, aboliamo il valore della laurea. E poi qualcuno deve dimostare che la laurea presa (per esempio) alla Luiss sia migliore di quella presa (per esempio) alla Statale. Anzi quando ero studente, sapevo che era vero esattamente l’opposto; e laurearsi alla statale era molto più difficile che laurearsi sui quadernini della Luiss.

  27. francesco

    Sono d’accordo con il contenuto dell’articolo, ma mi preme sottolineare una cosa che, da quando il dibattito sull’università è divenuto quotidiano, non ricordo di avere sentito: la scarsa mobilità che caratterizza gli studenti universitari italiani. Il meccanismo di concorrenza virtuosa,infatti,funziona solo se gli studenti hanno la possibilità di "punire" le università "cattive" spostandosi verso le migliori. Mi chiedo come ciò possa accadere alla luce delle attuali condizioni del mercato delle abitazioni nelle maggiori città italiane e della irrisorietà, per numero e ammontare, delle borse di studio. Purtroppo il processo di transizione verso un sistema migliore è necessariamente lento e costoso a meno che non si voglia sacrificare almeno un’intera generazione di nuovi studenti.

  28. a.a.

    La proposta forse pecca un po’ di ingenuità, specie per la parte relativa al Pubblico Impiego. Oggi con il "valore legale" delle lauree siamo sicuri che nel pubblico impiego, per certe posizioni, devono essere assunte persone che abbiamo "almeno" una laurea (presa dove capita ma una laurea). Abolendo il valore legale delle stesse temo che avremmo una marea di assunzioni di personale con "provata esperienza e abilità nel ramo specifico documentata da.." senza nemmeno un diploma di scuola superiore (lascio ai maligni il pensare male, un certo Andreotti nel millennio scorso ha congetturato che è un peccato ma…).

  29. carlo iannello

    1) Oggi tutti i laureati, proprio perché in possesso di un titolo fornito di valore legale, possono accedere all’esame di stato per l’esercizio della professione (avvocato, ingegnere, ecc.), anche se non tutti diventeranno professionisti. Se non ci fosse il valore legale con quali criteri si ammetterebbero i giovani agli esami di stato? 2) L’Europa garantisce i titoli di studio conseguiti in ciascuno dei paesi membri, al fine di consentire ai cittadini europei di svolgere ovunque la loro professione. In mancanza di valore legale in Italia come potremmo chiedere all’Europa il riconoscimento dei nostri titoli? 3) Oggi se una pubblica amministrazione vuole assumere è costretta a bandire un concorso al quale possono partecipare tutti i laureati (se poi il concorso non è truccato, come ad esempio quello in magistratura, solo i più bravi saranno assunti, indipendentemente dalla facoltà in cui hanno studiato). In assenza di valore legale ogni amm.ne sceglierebbe da quale università e da quale facoltà devono provenire i concorrenti? Siamo proprio sicuri che le amministrazioni premieranno il merito e non i ‘loro’ identificati in base alla facoltà di provenienza?

  30. Antonino Barbera Mazzola

    Vorrei segnalare il mio caso perché mi sembra indicativo delle conseguenze grottesche del dare al titolo di studio un valore legale. Ho conseguito laurea triennale in Italia ed un Master of Science di 120 ECTS (quindi perfettamente equivalente ad una laurea specialistica italiana) in Danimarca. Adesso lavoro nel settore pubblico inglese e l’aver studiato in un paese diverso dal Regno Unito non ha creato nessun problema durante il processo di selezione. Se invece volessi lavorare, per esempio, per la Banca d’Italia dovrei ottenere l’equipollenza del mio titolo di studio, tramite un processo burocratico non semplice e sostenendo anche alcuni costi.

  31. carlo giulio lorenzetti

    .."l’abolizione del valore legale del titolo di studio universitario introdurrebbe un principio dinamico e di competizionenella realtà universitaria italiana, capace di mutarne la fisionomia nel volgere di pochi anni. Essa permetterebbe un confronto libero e stimolante tra facoltà e facoltà, tra sede e sede; il formarsi spontaneo di vere e proprie scuole universitarie sulla base di affinità culturali e di interessi scientifici; permetterebbe di far emergere sui dati formali i contenuti e i valori reali della preparazione e delle competenze acquisite frequentando l’una piuttosto che l’altra università, consentendo una più libera e benefica valutazione delle persone da parte delle varie istanze interessate ( mi riferisco non solo all’industria che questo già fa, ma soprattutto alle amministrazioni pubbliche). Con l’abolizione del valore legale del titolo di studio acquisterebbero un significato concreto termini come autonomia, libertà di insegnamento, rinnovamento dei contenuti." Parte di un intervento da me pronunciato il 13 gennaio 1971 al convegno sulla riforma universitaria organizzato a Roma dall’Ufficio programma della DC (Edizioni 5 lune)

  32. Luciano Greco

    Mi trovo in pieno accordo con l’articolo del Prof. Manzini, che affronta il problema degli effetti sui concorsi per l’accesso alla pubblica amministrazione dell’eliminazione dell’eguaglianza formale dei titoli di studio. Tuttavia, ma ammetto che si tratta di intendersi sull’uso dei termini, la proposta mi sembra che (correttamente) sia volta a rafforzare il valore legale dei titoli di studio nelle procedure concorsuali più che eliminarlo.

  33. luigi zoppoli

    Ineccepibile l’articolo. Non aver considerato questo aspetto in alcuno dei provvedimenti finora assunti dal governo per l’Università, appare incoerente con quanto previsto in materia di Fondazioni Universitarie oltre che con la timidezza nell’attribuzione meritocratica dei finanziamenti. Eppure nessuno dovrebbe aver dubbi: i risultati del sistema sono evidenti a tutti.

  34. Adriano Gianturco Gulisano

    Concordo e soprattutto ribadirei che senza prima abolire il valore legale del titolo di studio, qualsiasi tentativo di innestare criteri di merito è destinato al fallimento totale e certo. Inoltre sulla questione dei fondi, direi che la soluzione non è lo Stato che destina denaro in base al ranking ma il "buono-scuola" o al peggio il credito d’imposta.

  35. Giovanni Gellera

    Articolo interessante, che tocca un grande problema dell’università italiana. Il problema in Italia non è solo spendere di più per la ricerca (come per la sanità, i soldi nella ricerca non sono mai soldi buttati. E’ miope e, diciamo, tipico di una mentalità attenta solo ai conti più che alle prospettive di lungo termine, pensarla così.) Conta anche come i soldi vengono spesi. Conta anche in quali forme i soldi vengono accentrati nei poli universitari che possono per dimensioni, numero di studenti, tradizione, garantire livelli di ricerca migliori. Abolire, o per lo meno non "fare come se esistesse", il valore legale della laurea sarebbe una soluzione. Penso però che il molto spiegabile ostacolo di natura politica sia ancora duro da superare, come anche per i vari albi profesionali.

  36. Alessio

    Gentile prof Manzini, sono un assessore comunale di 24 anni. Ho sempre avuto ben presente che uno degli enormi problemi che ha la PA è il fatto che i concorsi non selezionano i migliori, anche il limite minimo di punteggio di laurea non è sufficiente perchè non sono poche le università che regalano i 110, (esempio eclatante sono le masse di studenti laureati in giurisprudenza del sud italia che fanno concorsi su concorsi). Francamente ho sempre pensato che il valore legale della laurea per i concorsi pubblici fosse disciplinato da una legge dello stato. Ragioniamo per assurdo: il mio comune bandisce un concorso per funzionario direttivo (necessità della laurea quindi), un assessore un pò pazzo con il sostegno del segretario comunale decide di inserire l’attribuzione di una parte del punteggio in base alla provenienza universitaria. Ricorso al TAR: che cosa succede? Il DM di cui lei parla in fondo si occupa di norme concernenti l’autonomia didattica degli atenei; considerata l’autonomia regolamentare degli enti locali, costituirebbe a mio parere un principio da rispettare solo per i concorsi universitari.

  37. Davide Bianchini

    Il discorso sul valore legale della laurea mi sembra un po’ pretenzioso: cosa dire di colui che laureandosi nell’ultima delle università (magari solo perchè la più vicina a casa), ma preparandosi da solo passa il concorso meglio del laureato nell’università prima in classifica? Il concorso in se è l’unico metodo per distinguere i migliori dagli altri; porre il limite della laurea all’accesso è solo un modo ragionevole di non dover valutare migliaia di aspiranti per niente. Pretendere di migliorare la situazione baronistica delle università italiane attraverso una disposizione che riguarda solo i concorsi pubblici mi sempra un’azione priva di risultati. Si precarizzi il posto di professore, legandolo principalmente alla pubblicazione scientifica. Quanti professori non fanno ricerca, quanti ultra 65enni seduti al loro posto con il solo scopo di passare la giornata? Solo chi continua a contribuire con il suo studio e le sue ricerche deve rimanere nel posto di professore, gli altri vadano nel privato e vedano li se hanno qualche valore.

  38. Giuseppe P.

    Concordo appieno. Tuttavia perché questa misura sia pienamente efficace, occorre che sia accompagnata anche da altri due provvedimenti: 2) Eliminazione del meccanismo dei Concorsi pubblici per il reclutamento dei docenti universitari, e liberalizzazione dei contratti di docenza universitaria e di ricerca. 3) Fondi per la ricerca commisurati alla produttività scientifica di ciascuna università (e facoltà), non più a pioggia. Poi, ciascuna facoltà distribuirà i fondi al suo interno secondo la produttività scientifica di ciascun dipartimento e singolo docente.

  39. Antonio Cavallo

    Sebbene sia d’accordo con la necessita’ di introdurre criteri di selezione e valutazione delle lauree in base a parametri oggettivi (produzione scientifica, qualità dell’insegnamento etc.) sono in completo disaccordo con l’eliminazione del valore legale della laurea. In Italia c’è un produzione limitata di laureati rispetto ad altri paesi europei. Fino ad oggi l’incentivo migliore a laurearsi e’ stato quello di "riservare" dei posti di lavoro ai laureati rendendo cosi’ appetibile lo sforzo di terminare gli studi: questo almeno nella pubblica amministrazione. Purtroppo eliminando il valore legale del "pezzo di carta" se ne eliminerebbe una delle attrattive migliori, forzando una riduzione del livello formativo della forza lavoro in Italia: gli effetti sarebbero ad dir poco disastrosi nel medio lungo termine. Inoltre il sistema di selezione del mondo industriale italiano e’ assolutamente carente dei meccanismi altrove presenti. E’ risaputo, infatti, che in Italia si entra in azienda per conoscenze "dirette" e che che non esistono sistemi di "referenze" attendibili che sono piu’ o meno diffusi nei paesi industrializzati.

  40. Antonio Di Bartolomeo

    Giusto, giustissimo introdurre una seria graduatoria delle migliori università, secondo criteri meritocratici, alle quali andrebbero maggiori finanziamenti. Non mi sembra invece adeguata l’introduzione di un meccanismo di punteggi di partenza a seconda dell’università di provenienza. A parità di conoscenze o con un leggero vantaggio del candidato A, può terminare primo il candidato B, che ha studiato in una prestigiosa università magari perché poteva permettersi di andare lì, a differenza del candidato A di umili origini e costretto a rimanere in un ateneo secondario.

  41. jordan

    La classifica delle varie università sarà affidabile? Conterà la sostanza (la didattica) o piuttosto il vestito (il marketing, a cominciare dal presunto prestigio)? In soldoni, se le valutazioni sono in stile con quelle delle agenzie di rating (obbligazioni e derivati) stendiamo un velo pietoso. Chissà qual è la classifica più affidabile tra quelle di Repubblica e quella del Sole 24 Ore? http://download.repubblica.it/pdf/2007/universita4.pdf http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=document&file=/art/SoleOnLine4/Italia/2008/07/punteggi-universita.pdf?cmd=art Direi che in sostanza quelle del centro-nord sono migliori di quelle del centro-sud.

  42. Diego Gavagna

    Questo che propone P. Manzini mi sembra un modo molto particolare di differenziare le persone: non per le capacità effettivamente acquisite, che dovrebbe essere l’effettivo obbiettivo del concorso per le P.A., quanto per il luogo di provenienza, università di serie A che sfornano studenti di serie A contrapposte a università di serie inferiori delle quali escono studenti con preparazione (nell’ipotesi presentata) certamente inferiore. mi pare più discriminazione piuttosto che selezione. certo è, che di questi tempi, questa è la strada che viene indicata come corretta da una parte delle voci del dibattito sull’università. siamo sicuri che questo meccanismo non sclerotizzi ulteriormente, anche se in modo alternativo, il sistema universitario italiano? che non sia che dall’Africa non arrivi il futuro Einstein?!

  43. Giuseppe Esposito

    Sono completamente d’accordo con Antonio. Solo la trasparenza può risolvere tutto.
    Ma lasciatemi buttare un (altro) sasso nello stagno: qualcuno mi userebbe la cortesia di sottolineare analogie e differenze tra questo discorso e le spinte protezionistiche di chi vorrebbe rendere obbligatorio il dottorato nei concorsi per ricercatore universitario? Diciannove pesi e ventisei misure come al solito?

  44. carmelo lo piccolo

    La vera riforma dell’università non consiste nel praticare tagli indiscriminati o nella privatizzazione, ma appunto nell’abolire il valore legale del titolo di studio. Un conto è conseguire la laurea alla fine di un corso di studi lungo e serio, un conto è acchiappare un pezzo di carta sostenendo quattro esami pro – forma:il vero problema del mondo del lavoro, almeno di quello pubblico, è l’aver stabilito in maniera assoluta un legame assurdo tra titolo di studio posseduto e possibilità di accesso alla qualifica, per cui i concorsi, quei pochi che ormai si fanno, sono riservati quasi esclusivamente ai laureati, con il risultato che le università sono letteralmente ingolfate di gente che non ha un vero interesse a studiare, ma solo a prendere in qualche modo, e nel minor tempo possibile, il "passaporto" per presentarsi al concorso. Abolire il valore legale della laurea rappresenterebbe inoltre un vero colpo mortale al baronato universitario, ed alla possibilità che esso ha di distribuire a piacimento favori e privilegi. Occorrerebbe inoltre stabilire per legge che nella Pubblica Amministrazione si entra per concorso per soli esami, a prescindere dal titolo di studio posseduto.

  45. carmelo lo piccolo

    L’abolizione del valore legale della laurea non dovrebbe spaventare tutti coloro che si sono laureati con serietà e fatica, perchè chi ha studiato veramente non dovrebbe temere la concorrenza di coloro che non sono laureati, vista l’oggettiva superiorità delle cognizioni e nozioni possedute che di un corso di studi universitari permette di conseguire rispetto al diploma di scuola media superiore. Io credo invece che la laurea, in Italia, venga usata come strumento di "barriera all’ingresso" rispetto alle possibilità di accesso al mercato del lavoro, snaturando con ciò la vera funzione del titolo, che dovrebbe servire esclusivamente ad attestare un diverso e più completo e approfondito periodo di studi, da verificare poi attraverso una selezione rigorosa ed aperta anche ai non laureati. Del resto, nel mondo del lavoro attuale i laureati sono spesso impiegati in mansioni chiaramente inferiori rispetto al titolo di studio posseduto, indipendentemente dalla qualità e dal prestigio dell”Università di provenienza, proprio perchè è il mercato, e non Licio Gelli, a togliere valore (non solo legale, anche reale!) alla laurea, per il semplice gioco della domanda e dell’offerta!

  46. Enrico

    Leggendo i commenti mi é venuta in mente un potenziale metodo per pesare lauree provenienti da diverse universitá. si potrebbe valutare il voto di laurea ‘normalizzato’ rispetto alla distribuzione dei voti nell’universitá di provenienza. qui il termine ‘normalizzato’ potrebbe essere implementato in pratica secondo varie modalità. In teoria l’ideale sarebbe che la distribuzione dei voti normalizzati per ogni universitá si avvicinino ad una medesima distribuzione di Gauss (a campana per intenderci) magari se ho tempo, vedo di buttare giú qualche formula…

  47. Franco Girini

    Per il semplice fatto che neolaureati e studenti universitari in studio col vecchio sistema, sarebbero penalizzati. Questi ranking li conoscono le aziende, ma bisogna prima farli conoscere agli studenti, quindi con la dovuta gradualità passare ad un nuovo sistema di valutazione dei titoli di studio. Comunque io sono favorevole ad un abolizione più radicale del valore legale. Si deve valutare la effettiva preparazione dei laureati. Io posso essere un raccomandato che ho studiato in una importante università, uscendomene con un buon voto di laurea, e avendo delle competenze pressoché nulle. Questi casi ci sono. Totalmente in disaccordo con le fondazioni universitarie e le università private italiane. Anche la Bocconi, non si colloca bene nella graduatoria mondiale. Bisogna risolvere prima a monte altri problemi dell’Italia, ai fini di garantire veramente quanto dice la costituzione: I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

  48. giuseppe

    L’illusione: il confronto tra paesi in cui il titolo di studio viene convalidato dallo Stato (Italia) e paesi in cui il titolo di studio viene convalidato da un Autority (sulla cui imparzialità chi giura?)evidenzia inconfutabilmente quanto segue: in entrambi i modelli il titolo di studio ha valore legale. D’altra parte ogni qualvolta un titolo di studio serve per svolgere una professione o una serie di funzioni si sta parlando di valore legale. A meno che non si voglia sostenere che per fare, ad esempio, il medico non serva una laurea in medicina riconosciuta da qualsivoglia organismo (pubblico o privato che sia). Tutte le diverse soluzioni alternative proposte, infatti, finiscono (inevitabilmente) per conferire valore legale al titolo di studio. Ma sempre di valore legale si tratta. L’utopia: eliminare l’esame di stato in Italia equivale ad abolire gli ordini professionali (qualcuno pensa di poterci riuscire?). La strumentalizzazione: negare il valore legale del titolo di studio (che non c’è!) può costituire invece un formidabile grimaldello per realizzare un altro obiettivo: privatizzare l’istruzione universitaria (un buon modo per selezionare il diritto allo studio!).

  49. Dario Quintavalle

    Vorrei far presente che i concorsi pubblici servono proprio a verificare la preparazione del candidato a prescindere da quello che dice il pezzo di carta. Se il privato può scegliere meglio è: a) perché è più libero nei suoi criteri; b) perché paga di più. Comunque, che mentre la PA richiede ed impiega molti laureati, il privato italiano – fatto in gran parte di piccole e medie imprese di dimensioni familiari – spesso non richiede grosse qualificazioni professionali e premia altri fattori: fedeltà, legami familiari o conoscenze.

  50. Valerio Di Virgilio

    Concordo pienamente con l’autore. Vivo e lavoro all’estero, e la mia esperienza di riecercatore nell’universita’ italiana e di lavoro all’estero mi porta senz’altro a sostenere l’iniziativa. Togliere il valore legale alla laurea fermerebbe tutti quegli studenti che solo cercano un pezzo di carta e tutte quelle universita’ disposte a svenderlo per avere un po’ piu’ di studenti e di finanziamenti. Una corsa al ribbasso tipicamente italiana. Va bene pesare con il ranking delle universita’ anche se una seria valutazione dei candidati sarebbe sufficente. Solo suggerisco di utilizzare, in caso che si voglia davvero tener conto del ranking di universita’ una graduatoria che differenzi per facolta’ (e non per universita’) e per anno di laurea. All’interno di una universita’ le facolta’ possono avere pesi qualitativi differenti e, nel tempo, le cose possono cambiare, anche molto. Lasciamo alle nostre universita’ speranze di miglioramento! E togliamo, senza pieta’ i fondi a quelle che non vanno, a prescindere dal loro peso storico o politico. Per rimediare al disastro ci vuole coraggio.

  51. Valerio

    Leggendo l’articolo si capisce che l’autore non vuole eliminare il valore legale del titolo di studio ma semplicemente eliminare l’uguaglianza tra i vari atenei. Ritengo, invece, che un’abolizione totale del valore legale sortirebbe effetti più radicali. L’abolizione potrebbe avvenire tramite una norma di legge che imponga, ogni volta, di verificare la preparazione richiesta per un determinato incarico. Penso che un buon questionario a risposta multipla possa fare giustizia di tanta falsa preparazione. Una volta superato sbarramento si passerebbe alle prove concorsuali. Tale norma, inoltre, toglierebbe alle Università, nel loro complesso, il monopolio della formazione superiore.

  52. giuseppe

    Anzichè discutere della (presunta) necessità di negare il valore legale del titolo di studio, perchè non abolire invece -per legge- il titolo di Dottore e di Dottore Magistrale (sic!) oggi conferito a tutti i laureati e laureati magistrali/specialistici? Perchè non limitare -per legge- tale titolo accademico solo ed esclusivamente a coloro che hanno conseguito il Dottorato di ricerca? Sul piano culturale, questa modifica -solo apparentemente formale- "rischierebbe" di produrre effetti veri di cambiamento (in un paese molto attaccato alle apparenze e molto meno attento ai contenuti). Mentre infatti la negazione del valore legale del titolo di studio rischia di essere facilemente strumentalizzata per "minare" in radice il diritto allo studio [le lauree più "quotate" sarebbero quelle dispensate dalle Università meno accessibili economicamente, ma naturalmente più qualificanti!] l’abolizione del titolo accademico di dottore "rischierebbe" di attribuire il giusto peso alla laurea (per considerarla semplicemente l’inizio di un percorso professionale/lavorativo dove il valore vero deve tutto essere dimostrato sul campo, in competizione con gli altri, anche non laureati).

  53. marco di vice

    Francamente, fermo restando che concordo sull’erogazione dei finanziamenti sulla base di valutazione sul merito delle univerisità, eliminerei proprio il requisito laurea per poter accedere ai concorsi. La laurea deve esser vista come preparazione personale, quindi è interesse dello studente andarsi a scegliere le univerisità che forniscono una preparazione migliore, in maniera da esser messo nelle migliori condizioni per superare un concorso o esser assunto da un privato.

  54. Pasquale Barrella

    Nessun dubbio in merito alla necessità di riformare i metodi di selezione mediante concorso per accedere alla Pa. Ma, eliminando il valore legale della laurea, vorrei che qualcuno mi spiegasse quale sarebbe la prospettiva per i ragazzi che non provengono da famiglie che possono permettersi di mandarli nelle più prestigiose università, magari molto distanti da casa. Si genererebbe una selezione preventiva basata sul censo. Non sarebbe più giusto valutare l’effettiva preparazione del candidato, quale che sia l’università di provenienza? L’abolizione del valore legale così come prospettata sarebbe equa soltanto se vi fosse la garanzia che anche il figlio del poveraccio possa frequentare nella Harvard italiana…

  55. Andrea

    Ho apprezzato molto l’articolo di Manzini e leggendo i vari commenti non capisco perchè si sia diffusa automaticamente la certezza che migliori università voglia dire università private a pagamento (e quindi accessibili a pochi ricchi). Penso che l’autore con questo meccanismo intenda ricercare a regime la razionalizzazione delle sedi fino a farle diventare di eccellenza. Riducendone il numero e aumentandone la qualità ci sarebbe anche i soldi per il sostegno di tutti quegli studenti che per distanza o reddito familiare non potrebbero "permettersi" di frequentarle anche se meritevoli. E poi come tutti i modelli, questo deve essere testato e di base la logica c’è, ma vedo che molto spesso serpeggia il solito scetticismo di chi non vuole far cambiare le cose. Concludo dicendo che non è scritto da nessuna parte che si debba frequentare l’università, e questo lo dico perchè ormai nel nostro paese i 30-40 enni di oggi per svariati motivi si sono visti "veicolati" dalle famiglie a prendere per forza il famoso pezzo di carta (una cosa è il numero di laureati italiani rispetto agli altri paesi un’altra è il vedere l’università come la scuola dell’obbligo). Firmato: un emerito ignorante

  56. franco selmin

    Il valore legale è una tutela per la società,ed in specie per gli utenti cioè i cittadini. Di fronte allo sfascio statisticamente accertato della scuola superiore e della università la risposta deve essere il ritorno alla serietà compresi drastici interventi sul fronte del licenziamento di inetti,incapaci e di chiusura di strutture nate per collocare personale e non produrre o trasmettere conoscenza. Siamo il paese in cui un imperatore fece senatore il proprio cavallo ma da ciò non si può trarre la conclusione che il senato non serve o non produce occorre,casomai trarre la conclusione che il senato deve essere riportato alle sue funzioni e alla sua dignità. Per cui valore legale al titolo di studio (laurea o maturità tecnica) intervenendo drasticamente sulle strutture che devono preparare laureati o tecnici al servizio e a tutela della società .

  57. giovanni

    Riservare dei posti di lavoro a chi possiede una certa laurea, nelle professioni o nel pubblico impiego, non è sicuramente un problema. è logico che uno si iscriva all’università se ha delel prospettive ocupazionali per il suo futuro. Questo obiettivo personale deve essere indirizzato dallo Stato verso l’interesse comune. va impedito che ci sia gente che si iscrive a facoltà dove non si studia niente e si regalano i voti, per fare poi un mestiere dove si guadagna tanto e lavora nulla. questo problema non si risove abolendo il valore legale, permettendo a chiunque di eserciatar eun professione o a un concorso pubblico. si risolve eliminando i corsi di laurea dove si regalano i voti, le professioni parassitarie e i posti nel pubblico impiego dove non si fa niente.

  58. armando plaia

    L’idea è buona. specie se alla classifica non si attribuisce eccessivo peso in termini numerici. Non so se in un grosso ateneo ciò realmente inciderebbe sulle assunzioni: pochi in un grande ateneo sanno che sta per entrare un ricercatore scarso ma raccomandato, e poi spesso questo ricercatore è blindato da unaproduzione scientifica formalmente ineccepibile. E allora? Chi e come si muove per dire che quel ricercatore non deve entrare? Pochi e con argomenti non sempre comprensibili alla comunità degli altri settori disciplinari. Ancora: se io non do un peso eccessivo al ranking come pare preferibile. E’ meglio iscriversi in una facoltà 60° che mi garantisce il 110 o in una 50° meno larga nelle votazioni?

  59. carmelo lo piccolo

    Chi si dichiara contrario all’abolizione del valore legale della laurea difende in realtà una rendita di posizione ingiustificata. Se io fossi un imprenditore, dovendo scegliere tra il non laureato che si impegna, si aggiorna, e garantisce risultati e prestazioni e il laureato che pretende di essere retribuito solo per il fatto di avere il pezzo di carta, la cui preparazione non è all’altezza della laurea posseduta, che non è disposto a mettersi in discussione professionalmente, sceglierei senz’altro il primo, e al primo farei fare carriera in azienda. Purtroppo occorre ammettere una volta per tutte che i modi per conseguire una laurea sono molti e non necessariamente correlati al merito e all’impegno negli studi, per cui è veramente inammissibile che si discriminino le possibilità di assunzione e carriera delle persone in base al solo possesso del titolo di studio, come per esempio fa la Pubblica Amministrazione, che si ritrova piena di gente mediocre e inadeguata soprattutto nelle qualifiche dirigenziali, dove il semplice fatto di avere la laurea sostituisce ogni reale verifica di capacità e competenze, che invece andrebbero dimostrate nel lavoro quotidiano.

  60. Alberto Castelnuovo

    Almeno per quanto riguarda le carriere "amministrative", il requisito del possesso della laurea è già oggi insignificante, rispetto alla difficoltà (data più che altro dall’elevatissimo numero dei candidati rispetto ai posti banditi) di superare un concorso pubblico. Ho conseguito la laurea presso un’università considerata tra quelle eccellenti, successivamente il Dottorato (e pure una specialistica), entrambi in discipline incentrate sul settore pubblico: per avere successo nei concorsi ai quali ho partecipato ho dovuto studiare praticamente tutto da zero. Il triste è che le materie e gli argomenti sui quali è misurata la preparazione dei candidati sono a dir poco obsolete od inutili, spesso perfino contro-producenti per le mansioni e i ruoli che si andranno a ricoprire. Basterebbe individuare in modo sensato il profilo del candidato ideale e operare la selezione di conseguenza. Abolire il titolo legale della laurea avrebbe l’unico effetto di consentire l’accesso a consulenti e dirigenti a contratto privi perfino di quel "pezzo di carta". Così, amici di politici e figli di "baroni" non dovrebbero neppure soffrire la seccatura di iscriversi ad una università.

  61. Stefano Slataper

    La faccenda della abolizione del "valore legale" dei titoli di studio è meravigliosa perché, essenzialmente, è l’abolizione del nulla. Mi piacerebbe che qualcuno mi spiegasse esattamente cos’é il "valore legale". L’unico valore legale è che se non sei laureato in una università riconosciuta e ti fregi del titolo di "dott." commetti un illecito amministrativo (una volta era reato, ma adesso è come un parcheggio in sosta vietata). Allora. Nel privato assumo chi mi pare e piace. La P.A., dovendo fare un concorso ed essendo troppo costoso verificare tutte le competenze di un candidato si richeide una qualche certificazione di competenza in un certo settore così potendo limitare il concorso alle sole competenze aggiuntive richieste per quel determinato tipo di mansioni. Ambeh? Dov’é il problema? Se mi salta lo sghiribizzo di fare un corso, che so, di kayak da mare, sarò tranquillizzato dal fatto che l’istruttore ha un brevetto FICK che mi dà qualche garanzia che l’istruttore sappia la differenza tra un remo e una pagaia. E perché la P.A. dovrebbe onerarsi di verificare tutte le competenze dei candidati e non potrebbe semplificare le procedue selettive?

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