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LO STATO DELLE BANCHE

Lo Stato ha assunto un ruolo da protagonista negli assetti proprietari degli intermediari. Ciò comporta molti rischi e incognite. I recenti decreti salva-banche varati dal governo prevedono correttamente che a tutela del contribuente le azioni pubbliche siano privilegiate nella distribuzione dei dividenti. Manca però un esplicito divieto del diritto di voto. Né si dice niente sulla durata della presenza statale, che dovrebbe essere temporanea e rigidamente delimitata. E le banche dovranno difendere la loro autonomia costruendo una governance virtuosa.

 

Prima che la crisi sia definitivamente alle spalle dovrà trascorrere ancora molto tempo, ma alcune certezze per il futuro delle banche già ci sono.

LE CERTEZZE

La prima è che la regolamentazione sarà più stringente e la vigilanza più occhiuta: non solo la solidità patrimoniale diventerà uno dei pilastri della supervisione, ma anche una attenta disciplina della liquidità, decisamente trascurata negli ultimi tempi, rappresenterà un terreno sul quale i regolatori si dovranno necessariamente misurare.
Le maglie dei controlli si stringeranno e in fin dei conti la crisi, con tutte le sue dolorosissime conseguenze, sarà almeno servita a qualcosa.
Ma questi sono gli effetti probabilmente più visibili dei nuovi scenari che si aprono sui mercati finanziari. C’è qualcosa, invece, forse meno immediatamente percepibile, ma molto più profondo e che potrà cambiare alla radice gli assetti del sistema bancario e dei  suoi rapporti con le istituzioni.
Il fatto che lo Stato stia assumendo, insieme a quello di regolatore, un ruolo da protagonista negli assetti proprietari degli intermediari, segna un momento di svolta  con grandi rischi e incognite.

I SOSPETTI

L’emergenza non lasciava probabilmente alternative e la garanzia pubblica anche della solidità patrimoniale, oltre che dei depositi, è diventato il tratto comune di tutti i piani per fermare il panico: la partecipazione dello Stato al capitale delle banche è condizionata a politiche virtuose dei dividenti, a rigide delimitazioni delle retribuzioni dei manager e alla continuità nel sostegno finanziario alle imprese. Obiettivi nobili, così come nobili sono i proclami sul rispetto dell’autonomia gestionale delle banche. Questo però è un terreno scivoloso dove un po’ di diffidenza è salutare.
È immaginabile che l’azionista pubblico non subisca la tentazione di condizionare le scelte strategiche nella allocazione del credito, è immaginabile un azionista silenzioso rispetto alla selezione del management? E ancora: è immaginabile un regolatore pubblico che chiude un occhio quando cambia vestito e si mette quello dell’azionista?
Insomma, la ventata di statalismo che sta attraversando i mercati, qualche dubbio lo fa sorgere, soprattutto poi quando gli statalisti – azionisti nostrani hanno dato da poco tempo la dimostrazione con gli aerei di come si possa fare letteralmente a polpette, nel compiaciuto silenzio della maggior parte dell’opinione pubblica, qualsiasi regola di mercato. E le banche sono un po’ più delicate degli aerei.
Se si guarda ai recenti decreti salva-banche varati dal governo, qualche sospetto è legittimo: ad esempio c’è scritto che le azioni pubbliche sono privilegiate nella distribuzione dei dividenti, e questo è giusto per tutelare i contribuenti, ma non c’è alcun riferimento a un esplicito divieto del diritto di voto. Inoltre, l’intervento statale è condizionato a un piano di stabilizzazione e rafforzamento della banca, valutato dalla Banca d’Italia, ma una volta approvato, per modificarlo ci vuole il beneplacito del ministero del Tesoro e la Banca d’Italia retrocede di ruolo perché viene soltanto “sentita”. Questo può significare che qualsiasi variazione di linea strategica è sottoposta a un condizionamento politico.
Ancora, il piano di ristrutturazione deve durare minimo trentasei mesi, ma non si dice quanto, invece, dura la presenza della Stato: se veramente risponde a esigenze di stabilizzazione, deve essere temporanea e rigidamente delimitata nei tempi. Il Banking Act del 2008, utilizzato da Gordon Brown per nazionalizzare prima  Northern Rock e poi Bradford & Bingley, prevede un intervento della durata di un anno per poi ricollocare le azioni sul mercato.

I PALETTI: NON SOLO LO STATO

I decreti del governo lasciano, in sostanza, troppi varchi a un intervento che potrebbe trasformare la morfologia del nostro sistema bancario ritornando indietro a tempi di invasiva presenza pubblica che, a parole, nessuno vuole rinverdire. Se questi sono solo maliziosi sospetti lo dimostreranno i decreti attuativi, dove c’è ancora la possibilità di mettere rigidi paletti che spazzino via ogni dubbio.  
Ma ai paletti dovranno pensare anche le banche, che, in un contesto di mercato instabile e oggettivamente più rischioso per un’autonoma ed efficiente gestione aziendale, dovranno adeguatamente attrezzarsi sul terreno della governance.
Controlli interni indipendenti e dotati di adeguate risorse, organi di amministrazione sobri e basati su competenza e professionalità, limiti al numero degli incarichi degli amministratori per consentire un reale e costante impegno, adeguati flussi informativi: sono tutti aspetti richiamati dalle recenti istruzioni di Banca d’Italia sul governo societario e che le banche recepiranno nei propri statuti. Èun’occasione importante e irripetibile per dimostrare che l’autonomia si difende non solo limitando lo Stato, ma anche costruendo una governance virtuosa per affrontare le tante sfide che attendono la banca del futuro.    

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15 commenti

  1. d.a.

    Capisco e condivido la preoccupazione per un possibile ritorno delle banche in mano pubblica. Non si può però ignorare la necessità che gli interventi di capitalizzazione pubblica – che comportano impegno di risorse a carico dei taxpayers – si accompagnino a un ricambio del management nei casi in cui la situazione di difficoltà della banca sia riconducibile proprio al comportamento degli amministratori e dei manager. E poi: se dissociamo troppo proprietà e controllo gli shareholders privati finiscono per avere più potere che rischio, contravvenendo a un fndamentale principio di governance. Perciò preferirei che qualche diritto di voto – magari solo in assemblea straordinaria, sul modello preference shares – lo Stato se lo assicuri. Altrimenti rischiamo di tornare alla vecchia regola del capitalismo italiano: socializzare le perdite, privatizzare controllo e profitti.

  2. Jefferson

    Come disse il Presidente Jefferson: “Bisogna temere di più le istituzioni finanziarie che gli eserciti che ci marciano contro”.

  3. Armando Pasquali

    Leggo su un forum di finanza il seguente commento riguardo all’operazione di long term facility promossa dalla Bce in cui verranno accettati dalle banche titoli con un rating da BBB in su, mentre gli altri, di rating inferiore, potranno essere assorbiti dalle Banche Centrali nazionali: "direi di catalogarlo sotto la voce ‘efficiente funzionamento dei mercati’. Funziona così: ti presenti alla più vicina banca centrale, versi soldi del monopoli e ritiri soldi buoni. Poi vai in televisione e dici che lo stato è parassitario, fatto di spreconi e fannulloni, che bisogna privatizzare tutto e torni a casa felice e contento." Roubini lo ha definito qualche giorno fa in modo ancora più sintetico: socialismo per ricchi.

  4. luigi zoppoli

    Alcuni elementi di scenario ed alcuni accadimenti rendono plausibili sospetti di ingerenze. Intanto, non si capisce a che titolo ad una riunione di Consiglio dei Ministri sia stato convocato Geronzi, che quanto ad opportunità c’entrava come i cavoli a merenda. Alitalia è l’altro elemento, l’approccio di paura e paura e paure con una speranzella evocata da Tremonti e le reiterata affermazioni circa aiuti alle imprese. In Italia abbiamo una lunga, corposa e poco invidiabile storia di infame gestione di banche ed aziende pubbliche utili a finanziare "riservatamente"i partiti ed a crearsi clientele e posizioni di potere. Non va sottaciuta la manifesta insofferenza a regole e controlli che questi governanti hanno ripetutamente dimostrato. la soglia di allarme va tenuta alta.

  5. Paolo Rosa

    Il fine è nobile ma le modalità molto discutibili, per non dire pericolose. Parliamo del fine: non si tratta di salvare il sistema bancario bensi’ i risparmiatori. Il mezzo è garantire la stabilità del sistema bancario che attraverso la finanza innovativa ha deragliato dalla sua mission. Per fare questo non è indispensabile entrare nel capitale sociale delle banche perchè siffatto accesso apre poi problemi di governance pericolosamente esposti al vento politico. Basterebbe che lo Stato , magari attraverso la Cassa Depositi e Prestiti proprio in questi giorni rinnovata , costituisse un FONDO DI GARANZIA a tutela del risparmiatore. Cosi’ facendo il risparmiatore avrebbe una garanzia in più e nello stesso tempo anche il sistema bancario ne trarrebbe giovamento. Costituito il Fondo…lo stesso andrebbe implementato deviando utili dal sistema bancario in proporzione alle relative esposizioni. La miscellanea , sia pure temporale, tra sistema bancario e Stato apre la strada a commistioni difficilmente governabili. Tanto in base ad una considerazione banale : lo Stato faccia lo Stato e la banca la banca.

  6. Berto Alfredo

    Controlli interni indipendenti e dotati di adeguate risorse, organi di amministrazione sobri e basati su competenza e professionalità, limiti al numero degli incarichi degli amministratori per consentire un reale e costante impegno, adeguati flussi informativi: sono tutti aspetti richiamati dalle recenti istruzioni di Banca d’Italia sul governo societario e che le banche recepiranno nei propri statuti. Èun’occasione importante e irripetibile per dimostrare che l’autonomia si difende non solo limitando lo Stato, ma anche costruendo una governance virtuosa per affrontare le tante sfide che attendono la banca del futuro. Mi vanno bene i controlli interni, limitazione degli icarichi e altri bla, bla, bla per diffendere l’auonomia delle banche, mi basterebbe poi che dei "sprovveduti" non vengano "loro" a chiedere aiuto a "noi" poveri cristi ( tramite lo stato).

  7. bellavita

    L’autore sembra così preoccupato della preziosa autonomia della casta bancaria da richiedere che se il Tesoro mette dei soldi per rimediare agli errori della casta medesima, si accontenti di poteri molto minori di quelli di un normale azionista, per esempio un grosso industriale. Per quanti guai abbiano combinato i politici nelle banche, mi sembrano oggi minori di quelli che hanno combinato i grandi tecnici bancari, fidandosi di prodotti finanziari elaborati dalle stesse teste che 10 anni fa hanno fatto saltare un grande hedge fund, LTCM, mi pare, e fatto correre un primo grande rischio a tutto il sistema. Per quanto riguarda gli azionisti non politici, la commistione banca-industria ha già portato, in Italia, alla crisi del 1929. E il modus operandi dei "capitani coraggiosi", per esempio nella scalata in Telecom, mi sembra sempre lo stesso di allora: i soldi li mettono le banche, garantite dalla piramide di azioni delle finanziarie, il cui valore aumenterà perchè siamo tanto bravi a spremere più utili da quello che compriamo. E se le azioni scendono per colpa del destino cinico e baro? Anche se affollate da super tecnici a rimetterci sarano sempre le banche.

  8. claudio cintioli

    Mi pare opportuno intervenire, anche per tutte le mail a commento dell’articolo, oltre che per i diversi commenti, quantomeno "aspri", apparsi sulla stampa nazionale, nei talk show televisivi, nelle trasmissioni satiriche (questi ormai sembrano sembrano essere i luoghi dell’informazione) in tema di decreto cd. "salva banche". Merita ricordare che a seguito della crisi finanziaria tuttora in atto, al momento, il sistema delle banche italiane e’ costato "O" euro ai contribuenti della Repubblica Italiana diversamente da quanto accaduto in sistemi tanto piu’ "evoluti" e "virtuosi" (Germania,Regno Unito,Francia, USA ecc.) del nostro.

  9. e.villa

    Preferisco il rischio di una paventata "ri-statalizzazione" che, se non altro, aveva il merito di lasciar crescere banchieri maturi e responsabili, riconosciuti in ambito internazionale. Si pensi, su tutti, a quelli della vecchia scuola della ex Comit. I giovani banchieri, dopo la privatizzazione delle tre ex BIN, si sono spaventosamente arricchiti con una sorta di effetto leva sulla futura ricchezza. E i risultati si sono visti. Ora l’eventuale intervento dello Stato dovrebbe prevedere modalità certe di dismissione, utilizzando in primis gli accumuli di riserve, ed incentivando l’ingresso di capitale privato sostitutivo attraverso oppurtuni "private placement". Inoltre: un tetto allo stipendio dei manager ed ingresso di nuove forze lavoro, ristabilendo quella "funzione sociale" di un capitalismo forse un pò antico, ma dal volto più umano.

  10. sapio

    Risposta al sig. Rosa: il fondo già c’è http://www.fondonazionaledigaranzia.it basta potenziarlo.

  11. Altromedia

    Quello che fa arrabiare (a parte l’impunità che il premier promette agli eventuali manager inadempienti) è che i soldi per detassare le 13ime non ci sono ma ci sono per detassare gli utili,bankitalia invita a lavorare alla senilità,i soldi per banche e imprese invece si trovano.

  12. Marco Solferini

    A mio avviso l’Autore definisce correttamente alcuni punti di estrema attualità, che dovranno essere valutati con attenzione, primo fra tutti la necessità di rifuggire una nazionalizzazione del sistema bancario, definendo i limiti e circoscrivendo gli effetti dell’intervento operato, ad oggi conosciuto come atto ad “aiutare” le Banche ed i risparmiatori. Devesi inoltre rilevare che la crisi potrebbe rivelarsi una forte correzione del mercato, determinata dall’implosione di alcune anomalie endemiche alla struttura finanziaria di un capitalismo che non più ruggente, soffre il mal di stomaco della sobrietà. infatti si cominciano a definire alcune responsabilità in seno alla spregiudicatezza, tipica della natura umana, quali ad es. l’operatività di alcuni Hedge Fund o l’utilizzo fatto delle Stock Options. Del resto i sistemi di controlli e di vigilanza esistono per offrire un correttivo ad alcune prassi, quando esse tendano alla scelleratezza. Ritengo anche che si possa spendere una nota di ottimismo laddove il sistema bancario Italiano, allo stato dei fatti, ha reagito in modo meno frenetico e confusionario di quanto non sia accaduto in altre nazioni dell’U.E.

  13. casaechiesa

    Pare che nessuno accenni mai a questa favola quando si parla di banche, al punto tale che mi viene il sospetto che sia una futile invenzione. Senza parlare del sistema di vigilanza. Gli azionisti della Banca d’Italia sono le maggiori assicurazioni e banche italiane, come dire che i controllori controllano loro stessi. L’usura legalizzata delle banche e il reddito da signoraggio, sono qualcosa di molto più grave delle paure espresse in questo articolo. Più che banche di stato, W la moneta di stato, W lo stato con la sua costituzionalmente leggittimata sovranità monetaria.

  14. A.Battista

    Nell’emergenza sistemica nessun principio può essere così assoluto e solido da non poter essere messo temporaneamente in discussione, per cui mentre sui "dettagli" tecnici e operativi molto ci sarà da dire, del tutto ozioso sarebbe il dibattito pro o anti liberista. Ma nei tempi "normali" – per quanto lontani questi possano apparire ora – saranno appunto i temi normali a tornare al centro dell’attualità e della rilevanza. Per questo andrà forse sottolineato nel tempo e profondamento capito che la crisi finanziaria non é maturata in un mondo privo di regolamentazione, di vigilanza, di requisiti di capitale e di spesa pubblica, ma in un contesto che ne era intriso, più o meno nei vari contesti e che i meno regolati forse sono proprio i mondi meno colpiti dalla crisi, come i nuovi attori orientali. Regole diverse dunque, globali forse ma "più regole" non potrà essere a priori assunto come uno slogan cui inchinarsi senza discutere. Quanto questo sia realistico, ce lo diranno gli eventi: ma fuori dall’emergenza in primis bisognerà tornare "ai principi".

  15. marco tesei

    Nella sua risposta lei parla molto di equilibrio nel sistema bancario come se fosse un obiettivo a cui arrivare ad ogni costo e come la storia economica ci insegna regolamentare per arrivare ad un equilibrio e’ stato sempre fallimentare. Pensiamo anche a un altro filone di persone, chi ha scommesso sul forte aumento dell’Euribor con vari strumenti finanziari come gli investiment certificates, a quella gente chi la rimborsa? E’ molto piu di un anno che il mercato bancario e’ in carenza di liquidita, lo testimoniano l’aumento delle obligazioni strutturate tier one emesse dalle grandi banche per aumentare il proprio patrimonio di vigilanza. Riflettiamo che se mettiamo le mani su un sistema e’ molto difficile ridarle fiducia, penso che la politica abbia già troppa relazione con queste ultime. La mia proposta? Non Garantire nessuno, il sistema si salverà da solo.. la soluzione e’ nel commercio internazionale. Li dobbiamo usare tutti gli strumenti per fermare lo sviluppo irregolamentato di alcuni paesi e incentivare la produzione di ricchezza sul territorio europeo. Nello stesso tempo rivedere gli accordi europei con i paesi dell’est che hanno una cultura nettamente differente alla nostra.

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