logo


  1. Alfonso Salemi Rispondi

    Se avessi un'impresa di costruzioni (as esempio di strade) utilizzerei una quota di immigrati presenti in Italia per costruire le nostre strade, poi, con maestranze ben formate, andrei a costruire l'autostrada della Libia (1700 km). Otterrei vari risultati positivi: 1 - costruzione delle nostre strade a minor costo 2 - un futuro migliore agli immigrati (che non dovrebbero più rischiare la vita per venire da noi) 3 - riduzione sensibile della presenza di immigrati disperati in Italia 4 - apertura di nuovi mercati in Libia (applicabile a qualunque altro paese extracomunitario) 5 - creazione di un "indotto" di enormi dimensioni 5 - Buoni guadagni per l'azienda Qualcuno ci ha gia già pensato?

  2. stefano delbene Rispondi

    Sarebbe finalmente l'ora di smetterla a parlare del problema della criminalità senza accostarlo a quello della marginalità. A quel punto si potrebbe finalmente affrontare l'immigrazione associando questi due concetti, affrontando con razionalità un fenomeno che ha sempre fatto parte della storia dell'Umanità. Ben vengano quindi questi tipi di analisi, anche se mi resta un dubbio: forse per l'Italia il fenomeno dell'immigrazione è troppo recente e quindi mancano dati di lungo periodo che ci consentano di fare veri confronti fra in i vari aspetti (marginalità, criminalità, clandestinità, regolaritaà, etc).

  3. Marco Maggi Rispondi

    Se si vuole tentare una descrizione "empirica", forse occorrono piú dati di partenza sull'effetto dei flussi migratori negli ultimi 30 anni, perché occorre tener conto di tutti i fattori. Qual'è la densità di popolazione? Quante risorse naturali procapite sono a disposizione? Con quanta intensità vengono sfruttate? Qual'è la posizione del territorio in oggetto sul mercato internazionale? Quanto è forte la moneta? Fra 40 anni quanto lavoro occorrerà per pagare la pensione anche ai nuovi arrivati? Quanto può contribuire ai consumi un lavoratore che percepisce uno stipendio del 20 o 30% inferiore alla media nazionale?

  4. Fiorenzo Rispondi

    Ringrazio Riccardo Puglisi per l'interessante rassegna. Penso però che sarebbe utile iniziare a fare, anche in Europa occidentale, studi sui rapporti tra l'immigrazione da una parte e l'occupazione ed i salari degli autoctoni dall'altra parte che non siano condizionati dal pregiudizio che l'immigrazione non nuoccia economicamente a questi ultimi. Naturalmente bisognerebbe che tali studi partissero anche da stime dell'immigrazione clandestina. La sensazione dei lavoratori autoctoni di essere loro a pagare le spese dell'immigrazione mi sembra che, dal punto di vista teorico, benefici anche del riverito teorema del pareggiamento di Stolper-Samuelson sul pareggiamento internazionale dei prezzi dei beni e dei fattori di produzione. Aggiungo che gli immigrati sono feroci competitori degli autoctoni non solo sul mercato del lavoro ma anche in sede di ripartizione dei sempre più scarsi servizi messi a disposizione dal Welfare State (penso, per esempio, agli asili-nido ed alle case popolari).

  5. Gianni Alioti Rispondi

    Mi è capitato di leggere in questi giorni un capitolo del libro di Hannah Arendt "La vita della mente" edito da Il Mulino nel lontano 1987. C'è un periodo che di seguito voglio condividere, che mi ha fatto riflettere su quanto le nostre società si stanno allontanando dai principi autentici di libertà e scivolando su un piano inclinato verso logiche autoritarie, in cui la parola libertà è usata sempre più come un surrogato dell'idea. La Arendt scrive "Secondo l'etimologia greca, cioè secondo l'autointerpretazione dei Greci, la radice della parola che designa la libertà, eleutheria, e' eleuthein hopos ero', "andare cosi' come desidero", ed è fuori di dubbio che la liberta' fondamentale venisse intesa come liberta' di movimento. Una persona era libera se poteva muoversi come desiderava; non l'Io-voglio, ma l'Io-posso costituiva il criterio discriminante".

  6. Stefania Sidoli Rispondi

    Credo sia evidente ormai in Italia una duplicità di approccio nei confronti dell'immigrazione: se è conveniente e non interferisce con le sicurezze che abbiamo acquisito va bene; se vuole inserirsi a pieno titolo nel nostro mondo allora è vista come un pericolo da combattere. La badante che ci sostituisce nell'assistenza ad un familiare non autosufficiente ed in quell'ambito circoscrive la sua presenza è necessaria ed insostituibile. L'immigrato che lavora,è inserito nella società in cui noi viviamo, manda i figli nella medesima scuola dei nostri, rivendica i suoi diritti - dalla casa al voto - rappresenta un potenziale pericolo perchè indebolisce il nostro ruolo sociale e le nostre certezze economiche. Mi rendo conto che la lettura è per necessità semplicistica, ma credo sufficientemente vicina al vero. A questo si aggiungono certa stampa e televisione che, in modo spesso strisciante,rendono questo timore sempre più reale.E più difficile e complesso l'affrontare i problemi che si frappongono alla costruzione di un'integrazione sempre più necessaria e quelli che spesso contrappongono i diritti degli immigrati a quelli della parte più debole della popolazione italiana.

  7. antonio p Rispondi

    Mi fanno piacere tanti riferimenti all'USA, ma dimentichiamo che gli italiano sono sempre" DIVERSI" dagli USA e dagli altri Europei. Ha mio avviso, in Italia, gli immigrati sono carne da cannone o schiavi dei poteri forti a cui si accodano i partiti socialmente predisposti alla chiesa bianca e rossa a cui, per motivi completamente diversi, non costa nulla il pietismo o buonismo a carico del cittadino qualunque che paga tutti i loro desiderata o almeno dovrebbe.