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  1. elisabetta addis Rispondi

    Giustissimo e ben detto, cara Sabbadini. Ma perchè il tuo intervento sta sotto la rubrica "famiglia"? A me pare che tu parli di donne. Come mai una cosa che parla di donne va sempre a finire sotto lo heading "famiglia?"C'è forse un qualche tabù a dire che l'economia occupa anche dell'attività economica delle donne, dentro e fuori il mercato, e aprire anche una rubrica "donne e economia"? Così siamo costrette sempre a parlare di lavoro, di famiglia e di Stato sociale, col risultato di non capire più cosa sta succedendo alle donne. Perfavore fallo presente alla redazione di La Voce.

  2. Stefania Sidoli Rispondi

    Il ragionamento svolto da Sabbadini ci pone di fronte ad un problema che non da oggi è - o dovrebbe - essere di fronte a chi del tema " lavoro femminile" si occupa, sia esso politico o sindacalista o studioso della questione. Proprio perchè la individuazione di indicatori adeguati è indispensabile non solo nella ripartizione degli stanziamenti ma al fine di far sì che gli esiti prodotti da quegli stanziamenti siano positivi e duraturi nel tempo, e possibilmente con effetto moltiplicatore. Continuare a non porsi - qui come purtroppo altrove - il problema di una lettura di genere è davvero solo determinato dalle difficoltà che quella lettura pone? Francamente ne dubito. Perchè troppo spesso il tema " occupazione femminile" è stato diversamente declinato - anche se mai in modo davvero esplicito- a seconda del quadro economico-sociale del Paese. Il lavoro delle donne - da tutti definito necessario, e in particolare proprio nel Mezzogiorno - genera potenzialmente nuova occupazione: perchè necessita di un sistema capace di "supplire" a quel lavoro di cura che ancora è prerogativa femminile. Ma davvero oggi su quel sistema si vuole investire?

  3. Claudio Resentini Rispondi

    Il problema è quello di capire a cosa servono e soprattutto a chi servono gli indicatori. Se si intende nascondere la disastrosa situazione dell'occupazione ed evitare di affrontare il problema della crisi del welfare state “lavoristico” e dei relativi diritti sociali, l’evoluzione degli ultimi decenni nella definizione e nella rilevazione degli indicatori sintetici sul lavoro va benissimo. Si potrà continuare ad evitare di preoccuparsi di creare uno stato sociale per il numero crescente di disoccupati, sottoccupati, precari, irregolari, ecc. nascondendoli sotto il tappeto e continuando ad evadere allegramente il fisco, a votare per chi è più credibile nel suo proposito di tagliare le tasse, tenere sotto controllo l’inflazione e vigilare sulle rendite del nostro capitale. Per chi ce l’ha il capitale, si intende. Per gli altri: poco lavoro da contendersi con il dumping (vedi alla voce “meritocrazia”) e pochi servizi pubblici a disposizione (vedi alla voce “fannulloni”) E naturalmente si potrà continuare a pensare che le donne calabresi siano casalinghe per vocazione….