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RITRATTO D’ITALIA CON IMMIGRATO (*)

Il Rapporto annuale Istat certifica una forte crescita degli stranieri residenti in Italia nel 2007: sono ormai il 5,8 per cento della popolazione. Una bella fetta dell’incremento si deve all’iscrizione alle anagrafi di circa 300mila rumeni. E certo si sviluppano forme di mobilità circolare, con l’alternarsi di periodi di soggiorno nel paese d’emigrazione e in quello di immigrazione. Ma forse dovremmo chiederci se possiamo continuare ad affrontare i nostri tanti problemi strutturali facendo leva quasi esclusivamente sull’immigrazione.

Anche quest’anno l’Istat ha opportunamente dedicato uno dei capitoli del suo Rapporto annuale all’immigrazione.
Oltre all’analisi delle tendenze più recenti, il Rapporto presenta alcuni interessanti approfondimenti su aspetti chiave del fenomeno: dalle specifiche dinamiche che caratterizzano le diverse comunità alla stabilizzazione dei regolarizzati del 2002, dalla situazione delle seconde generazioni al rapporto tra stranieri e sicurezza. Tutti contributi che migliorano sicuramente la nostra conoscenza del fenomeno migratorio ma che, almeno a una prima lettura , sono destinati a passare in secondo piano di fronte alla forte crescita che la presenza straniera regolare ha fatto registrare durante il 2007.

IL BOOM DEGLI IMMIGRATI

Secondo le stime ancora provvisorie dell’Istat, all’inizio del 2008 il numero di stranieri residenti era ormai prossimo ai 3,5 milioni, pari al 5,8 per cento dell’intera popolazione. L’aumento rispetto all’anno precedente è stato di 523mila unità, a cui ha contribuito per 60mila unità il saldo naturale e per 516mila quello migratorio. Il saldo migratorio del 2007 è quindi persino superiore a quelli del 2003 e del 2004 (412 mila e 381 mila unità), gli anni in cui il dato anagrafico ha registrato gli effetti della grande regolarizzazione seguita all’approvazione della legge 189/2002, la Bossi-Fini.
Le stime dell’Eurostat, anch’esse provvisorie, danno per il nostro paese nel 2007 un saldo migratorio complessivo (italiani e stranieri) di 455mila unità. Un valore che, alla luce dei dati dell’Istat, appare destinato quasi sicuramente ad aumentare nel passaggio da provvisorio a definitivo, ma che già ora ci colloca al secondo posto nell’Unione Europea, subito dietro la Spagna con le sue 685mila unità. (1)
Se consideriamo, invece, le dimensioni relative della crescita (figura 1) l’Italia si trova al quinto posto con un tasso del 7,7 per mille, preceduta oltre che dal paese iberico (15,3 per mille), anche da Cipro (18,5), dall’Irlanda (14,3) e dal Lussemburgo (9,0). Anche altri paesi dell’Unione mostrano, comunque, tassi di migrazione tra il 4 e il 6 per mille, a dimostrazione dell’elevata capacità attrattiva che caratterizza buona parte di questa area del continente.

Fonte: stime Eurostat in Istat, Rapporto 2007.

Sono però Spagna e Italia a fare la parte del leone, arrivando insieme in un solo anno a un saldo migratorio di 1.140.000 unità. A rigore, i due dati non sono completamente assimilabili, perché quello spagnolo comprende anche gli irregolari, che, in quel paese, possono iscriversi nei registri di popolazione. Colpisce, però, che insieme i due paesi abbiano un saldo migratorio di sole 126mila unità inferiore non al saldo, ma addirittura al numero di ingressi regolari registrato negli Stati Uniti nel 2006, un paese che oltre a vantare una tradizione secolare di immigrazione è per numero di abitanti tre volte più grande di Italia e Spagna messe insieme.

NUOVE FORME DI IMMIGRAZIONE

Una bella fetta dell’incremento degli stranieri residenti è attribuibile all’iscrizione nelle anagrafi comunali di circa 300mila rumeni, per effetto dell’ingresso del paese balcanico nell’Unione e anche della semplificazione della normativa in tema di circolazione dei cittadini comunitari tra i paesi membri. Èpossibile che una parte dei nuovi iscritti sia costituito dai 161mila cittadini rumeni che avevano presentato domanda di prima assunzione nel 2006 e che, con ogni probabilità, erano già in Italia.
Bisogna poi considerare che la maggiore facilità di ingresso tende a favorire l’affermarsi di modelli migratori articolati che, come nota il Rapporto dell’Istat, potrebbero dar vita a forme di mobilità circolare, con l’alternarsi di periodi di soggiorno nel paese d’emigrazione e in quello di immigrazione. Uno sviluppo che renderebbe meno significativo il dato sugli stranieri residenti, in quanto l’iscrizione anagrafica potrebbe non comportare la presenza (continuativa) sul territorio nazionale, rendendo ancora più marcata la distanza tra dato anagrafico e situazione reale che già oggi sconta la tendenza di questa fonte statistica a sovrastimare la presenza straniera. Proprio per questi motivi sarebbe opportuno che, in prospettiva, la rilevazione degli stranieri iscritti in anagrafe, unica fonte rimasta per misurare la mobilità interna all’Unione, fosse potenziata e adeguata in modo da poter contabilizzare nel modo migliore i diversi flussi migratori.

UNA POLITICA NON ALL’ALTEZZA?

Alla luce di questi dati appare, invece, preoccupante il passo indietro compiuto dal dibattito politico sul tema, ormai quasi esclusivamente centrato sul problema della sicurezza, certamente importante ma ben lontano dall’esaurire tutte le problematiche. Di fronte a ritmi di crescita della popolazione immigrata che si registrano ormai da qualche anno, sarebbe utile che il paese iniziasse a interrogarsi seriamente sulle cause e sugli effetti del fenomeno, cercando di predisporre canali di ingresso regolare finalmente rispondenti alle esigenze del paese. (2) E valutando, al contempo, se sia opportuno e conveniente continuare ad affrontare i nostri numerosi problemi strutturali, come invecchiamento della popolazione, welfare inadeguato, bassa partecipazione femminile al lavoro, persistente ritardo del Mezzogiorno, facendo leva quasi esclusivamente sull’immigrazione o se, invece, non sia meglio mettere in cantiere interventi di più ampia portata. Perché una cosa appare chiara: gli immigrati, anche quelli in condizione di irregolarità, rispondono in larga maggioranza a precise esigenze del nostro mercato del lavoro, come dimostra il fatto che quasi l’80 per cento dei regolarizzati dopo l’approvazione della Bossi-Fini dopo tre anni sono ancora presenti in Italia e hanno un regolare permesso di soggiorno. Sono i limiti della legislazione italiana a confinare nell’irregolarità centinaia di migliaia di persone che già stanno dando un contributo importante alla nostra economia e alla nostra società.  

* L’articolo è presente anche su www.neodemos.it

(1) Vedi “Gli ingredienti del sorpasso: immigrazione e crescita economica in Spagna” – Claudia Finotelli in www.neodemos.it
(2) Vedi “Una nuova legge sull’immigrazione” – Corrado Bonifazi e Massimo Livi Bacci in www.Neodemos.it

 

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LE CONSIDERAZIONI FINALI

  1. lorenzo

    D’accordissimo con l’articolo. Tra l’altro vorrei segnalare un caso chi mi tocca da vicino. Le nuove leggi rendono molto difficile regolarizzare chi lavora qua. Inoltre il clima che si sta venendo a creare nei confronti dei rumeni porta quelli "buoni" a migrare in quanto si sentono in pericolo e capiscono che stare in Italia non darà loro alcuno sbocco. quelli "cattivi" invece se ne fregano altamente di essere regolarizzati e del "razzismo" tanto sono ben protetti ed immischiati tra i traffici malavitosi e non hanno molto da temere. Conseguenza: quelli capaci, volenterosi sono obbligati ad andarsene lasciando i peggiori. Se ci pensate, l’America non adora gli immigrati, ma chi si prende?? I migliori cervelli del mondo (italiani per la ricerca, ingegneri indiani, ecc.)Noi invece continuando così ci terremo esperti nel furto d’auto, e spaccio dietro l’angolo. Dobbiamo attrrarre gli stranieri che valgono e non cacciarli. Sono una immensa risorsa.E tornando ai rumeni, per concludere volevo dire che quelli scolarizzati, han fatto delle scuole estremamente dure (d’altra parte col regime si studiava, altro che Italia di oggi), soprattutto ingegneri e tecnici.

  2. Roberto Orsi

    Finalmente qualcuno ha cominciato ad aprire gli occhi: il modello migratorio articolato! Per decenni abbiamo continuato a pensare all’immigrazione attuale verso l’UE come a quella europea negli USA di cento anni fa, senza afferrare la grandissime differenze tra il mondo di oggi e quello di ieri. Cento anni fa chi partiva per l’America lo faceva lasciandosi alle spalle tutto e per sempre. Viveva in un mondo dove una lettera impiegava mesi ad attraversare l’Atlantico, dove viaggiare era difficilissimo. Oggi l’immigrazione è più simile ad un moto browniano di gente che si sposta di continuo da un posto all’altro, che mantiene contatti continui ed istantanei (Internet, telefonia) con il luogo di origine, nel quale può se vuole sempre fare ritorno (i voli non sono inarrivabili per una persona che lavora con un normale stipendio). Questo ci porta anche alla considerazione che è furviante pensare che chi arriva in Italia vi rimarrà in eterno, e così le generazioni future. La gente si muove, si sposta, viaggia. È la globalizzazione. Pensare di fondare il futuro dell’Italia su tutto questo dimostra la totale incomprensione del presente da parte dei policy makers nostrani (ma esistono?).

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