Lavoce.info

IMMIGRAZIONE E COMPETENZE

L’Europa accoglie troppi immigrati poco qualificati e troppo pochi sufficientemente qualificati. Ma cos’è che attira emigranti qualificati? A parte l’ovvia influenza di stimoli economici, di povertà, di legami culturali e storici, la scelta degli emigranti dipende dalla politica migratoria messa in atto dal paese ospitante. I sistemi a punti adottati in alcuni paesi sembrano dare buoni risultati. Bisogna però tener conto che la stragrande maggioranza degli immigrati arriva non per lavoro, ma in virtù del ricongiungimento familiare o dello statuto di rifugiato.

L’Europa, secondo l’opinione generale, accoglie troppi immigrati poco qualificati e troppo pochi  sufficientemente qualificati. Gran Bretagna e Francia hanno messo in opera dispositivi di selezione per immigranti qualificati e la Commissione europea ne ha seguito le orme, svelando il suo progetto di Blue Card, l’equivalente della Green Card americana.
È un buon modo di procedere?

LE SCELTE DEGLI EMIGRANTI

Nel 2001 tra i paesi dell’Ocse, Canada e Australia avevano il 40 per cento dei loro immigrati con titolo di studio superiore, mentre l’Europa ne annoverava solo il 20 per cento. Netta la differenza anche tra Canada e Stati Uniti: il primo, che ha un sistema di immigrazione a punti, può vantare un 38 per cento, mentre il secondo, che non gode di tale sistema, un modesto 25 per cento.
Ma, negli Usa, il 30 per cento degli immigrati è messicano e ha un basso livello di istruzione, mentre in Canada non ci sono messicani.
Quando parliamo di immigrazione dobbiamo considerare che sono elementi di natura geografica (vedi Messico e Stati Uniti) o storica (vedi India, Pakistan e Gran Bretagna) a svolgere un ruolo fondamentale. Se mettiamo da parte tali fattori, risulta evidente che a favore di Canada e Australia giocano le specifiche politiche applicate dai due paesi. Studi sulla materia mostrano che i lavoratori qualificati hanno meno opportunità di candidarsi per un lavoro, ma sono accettati più volentieri e che, in definitiva, con il sistema a punti canadese, gli effetti selettivi della politica di “immigrazione scelta” hanno maggior peso dei fattori economici, che invece favoriscono l’immigrazione non-qualificata.
È opportuno esaminare più da vicino cosa è all’origine della decisione di emigrare. Cos’è che attira emigranti qualificati? In una mia recente pubblicazione con Michèle Belot, ho proposto un modello utile a rappresentare le forze economiche e non-economiche che contribuiscono alle scelte degli emigranti, in funzione del loro livello d’istruzione. Sono gli incentivi economici che fungono da stimolo: se il paese ospitante offre un elevato compenso, commisurato alle competenze del lavoratore e, contemporaneamente, il paese d’origine paga la stessa prestazione a un livello minimo, ecco che, da quest’ultimo, si verificherà un forte flusso di emigranti con buon livello d’istruzione. E  se il paese d’origine è povero, emigrano i più istruiti (in rapporto alla media dei suoi abitanti). Questo è un fattore ben più strutturante di qualsiasi politica migratoria.
La nostra analisi dimostra che il fattore educazione svolge un ruolo tanto più importante, quanto maggiore è la distanza tra paese d’origine e paese ospitante. Anche il passato coloniale dei rispettivi paesi ha una certa influenza. Possedere una lingua comune, che sia ufficiale o materna, è un fattore di selezione positivo, mentre stranamente la somiglianza linguistica (tra due lingue diverse) svolge un ruolo negativo.
Ma, a parte l’ovvia influenza di stimoli economici, di povertà, di legami culturali e storici, ciò che determina la scelta degli emigranti verso un paese piuttosto che un altro dipende dalla politica migratoria messa in atto da quel paese. Ma questi fattori residuali, che incidono sulle scelte, non coincidono esattamente con ciò che conosciamo delle diverse politiche migratorie. Sembrano piuttosto riflettere tendenze e scelte del passato, non facilmente identificabili dalle variabili collettive. Il semplice fatto che tali effetti delle politiche migratorie non siano ben “leggibili”, quando si effettuano comparazioni internazionali, suggerisce che non debbano essere molto forti.

L’ESEMPIO DELL’AUSTRALIA
A queste condizioni, l’idea dell’ “immigrazione scelta” resta valida? Prima di poterlo affermare abbiamo bisogno di prove più solide sugli effetti determinati dai cambiamenti di politica. Un buon esempio è quello dell’Australia che, alla fine degli anni Novanta, ha introdotto un sistema a punti. Il nuovo sistema attribuisce maggior importanza all’istruzione, alla qualificazione, alla padronanza della lingua e alle recenti esperienze professionali. I risultati di questo esperimento politico dimostrano che ha determinato un sensibile aumento di competenza tra gli immigrati. Di conseguenza, dopo la riforma, il tasso di partecipazione degli immigrati al mercato del lavoro è risultato più elevato e il loro tasso di disoccupazione più basso.
Tuttavia anche i criteri di competenza, necessari all’ammissione, incidono in misura modesta sul sistema, perché la maggior parte di coloro che entrano in un paese attraverso il canale del lavoro è già ben qualificata. Teniamo presente che questo tipo di immigrati, comunque sottoposti a test di ammissione, non rappresenta che una piccola percentuale dei flussi migratori.
In Europa e negli Stati Uniti, la stragrande maggioranza degli emigranti arriva in virtù del ricongiungimento familiare o dello statuto di rifugiato. In gran parte dei paesi, infatti, l’evoluzione verso politiche migratorie fondate sul lavoro viene ostacolata dai trattati internazionali, che impongono di proteggere le famiglie e di accogliere i rifugiati politici. Di conseguenza, per aumentare in modo significativo, sino a raggiungere il livello canadese, la percentuale di immigrati che entrano attraverso il canale del lavoro, ci vorrebbe un significativo aumento dell’immigrazione complessiva; i responsabili politici dovrebbero riflettere due volte, prima di perseguire questi obiettivi.
Adottare criteri di immigrazione maggiormente basati sulla competenza, applicandoli su un numero totale più elevato di immigrati, sembra essere un’evoluzione positiva, che va nel verso giusto. Dovrebbe ragionevolmente condurre a migliorare la qualificazione e le capacità professionali degli emigranti. A lungo andare dovrebbe anche contribuire a sdrammatizzare il problema dell’immigrazione, come avviene in Canada e in Australia, dove gli immigrati sono molto meno osteggiati, anche se presenti sul territorio in percentuale ben maggiore che da noi. Ma ciò non trasformerà il quadro generale dell’immigrazione e, soprattutto, ciò non avverrà in breve tempo: non illudiamoci.

(traduzione di Daniela Crocco)

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molte altre testate, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Leggi anche:  Sempre più soldi ai respingimenti

Precedente

I SACRIFICI DELLE BANCHE

Successivo

Alitalia in caduta libera, ma non i costi

  1. C. Finardi

    Purtroppo in Italia, la questione immigrazione è ancora ferma a livello di riconoscimento formale secondo il codice "legale-illegale", stante anche la lettura intrapresa dal nuovo governo. Ciò anche per l’elevata propensione a delinquere rispetto alla popolazione italiana degli immigrati (come ha confermato anche una approfondita indagine dell’Espresso, dello scorso anno). Il problema delle competenze sta passando in secondo piano, pure per il drammatico tasso di analfabetismo che pervade la popolazione italiana (dati Censis, LaVoceInfo sui test PISA) e l’assenza di politiche del merito prima di tutto in casa nostra. La statistica non aiuta, da questo punto di vista, perchè se è vero che il tasso di detenzione carceraria di sottogruppi nazionali stranieri è assai più elevato rispetto agli italiani, nel complesso è pur sempre vero che la maggioranza dei lavoratori stranieri, e riferiti agli stessi gruppi nazionali, è onesta. Leggere la questione da un punto di vista economico e non politico allora può essere utile: infatti, attraendo risorse umane qualificate, si riduce la possibilità che ad essere incentivati siano coloro che possono trovare remunerazione dalla malavita. saluti

  2. Stefano Bertozzi

    L’Europa non è capace di attrarre immigrati altamente qualificati per tre motivi principali (nei 27 paesi dell’Ue solo lo 0.9% della forza lavoro extracomunitaria è altamente qualificata). Il primo è imputabile ai dissimili criteri di ammissione ed al diverso riconoscimento di alcuni diritti. Il secondo allo scarso appeal del package offerto ed il terzo all’enorme difficoltà di riconoscere i diplomi accademici conseguiti in paesi terzi (competenza nazionale). La Blue Card è una prima, parziale risposta a queste problematiche. Uniformare attorno al criterio del salario l’entrata degli altamente qualificati (AQ) – la decisione di entrare rimane tuttavia nelle salde mani degli stati membri. Permette agli AQ, dopo 2 anni di lavoro, di potersi muovere da un paese all’altro (oggi è possibile solo dopo 5 anni). Favorisce la migrazione circolare – e qui è "superiore" alla Green Card – lasciando gli AQ, dopo 2 anni di lavoro, di tornare nel loro paese di origine per intraprendere un’attività – senza perdere nessun diritto acquisito. Non corrisponde al vero che la "stragande maggioranza" degli immigrati sono richiedenti asilo. Basta prendere le statistiche ACNUR per rendersene conto.

  3. Armando Rinaldi

    Buongiorno, poche righe per aggiornarvi con qualche dato recente. Nel corso del 2007 in Provincia di Milano sono stati avviati al lavoro 180.000 immigrati in gran parte provenienti dai paesi dell’Est Europa. Di questi il 40% è laureato e il 30% diplomato. Sul totale dei 180.000 il 60% è stato assunto a tempo INDETERMINATO. Per contro di tutti gli avviamenti al lavoro che hanno interessato; nello stesso periodo e nella stessa provincia, dei cittadini italiani solo il 30% è stato inserito con contratto a tempo indeterminato. Da un’indagine condotta dalla Provincia è emerso che le aziende che hanno preferito il lavoratore immigrato lo hanno fatto in quanto considerato più preparato e più motivato. Cordiali saluti Armando Rinaldi

  4. F.Francois

    Sono d’accordo che ogni paese ha delle politiche migratorie che le consentono di acoogliere tale o tale tipologia di immigrato. Parlando dell’Italia ove si dice che quasi tutti sono poco qualificati,io mi dico che le imprese stesse richiedono il lavoro non troppo qualificato a guardare il livello dello stipendio a parità di prestazione lavorativa rispetto ad un altro paese(ad esempio Il Canada) Se si applica il sistema a punti per selezionare il lavoratore per un sistema industriale fatto di piccole e medie imprese, credo che queste ultime si ritroveranno senza lavoratori. Istituire la Blue Card per un ingegnere indiano che arriva non solo per far fatica a trovare il lavoro ma anche per essere pagato a due lire per me è sbagliato.Bisogna sempre trovare qualcuno che di sicuro non è né l’igegnere indiano né l’italiano senza qualifica per lavorare nelle fabbriche e nell’agricoltura. Per prova la recente legge in inghiltera che stabilisce di poter parlare l’inglese per raccogliere i pomodori ha fatto registrare un calo di 25 per cento del fatturato nel settore. Secondo me non c’è legame tra la raccolta dei pomodori e il parlare la lingua inglese…

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén