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QUANDO L’IMMIGRATO VA IN CITTA’

Il tema dell’immigrazione promette di essere uno dei temi più controversi del ventunesimo secolo. Recenti ricerche su dati americani mostrano che città ad alta immigrazione registrano anche elevata crescita di salari e del valore delle case. In media l’immigrazione ha un effetto positivo sulla produttività dei lavoratori nazionali ma al tempo stesso ha rilevanti effetti sulla distribuzione del reddito. I lavoratori con maggiore istruzione godono dei maggiori benefici, mentre quelli poco istruiti non guadagnano, ma neppure perdono molto, dall’immigrazione.

Il tema dell’immigrazione promette di essere uno dei temi più controversi del ventunesimo secolo. Che si parli di romeni a Milano o di messicani a Los Angeles, la preoccupazione e il dibattito pubblico si sono notevolmente intensificati. Ciò accade perché l’immigrazione in Europa e Stati Uniti è cresciuta sensibilmente nell’ultimo decennio e si è diretta in modo prevalente verso le città. Il 27 per cento dei residenti di Londra è costituito da immigrati e così il 28 per cento dei residenti di New York e il 17 per cento di quelli a Parigi.

Ma quali sono gli effetti dell’immigrazione sul mercato del lavoro e della casa? Gli immigrati “sottraggono lavoro” e allontanano i nativi? O viceversa creano opportunità e attraggono imprese?

Minori opportunità per i nativi?

Una interessante linea di ricerca, riassunta in un recente lavoro da David Card (1), considera dati di città statunitensi, e utilizza le grandi differenze tra queste in termini di immigrati per analizzare la risposta delle economie locali ai flussi di immigrazione. In una serie di lavori con Gianmarco Ottaviano abbiamo contribuito a tale letteratura. (2)La nostra ricerca identifica un effetto positivo e significativo, in media, degli immigrati sulla produttività e sul valore delle case. L’effetto non è omogeneo: la produttività e i salari dei lavoratori con alto livello di istruzione sono aumentati, mentre i salari di lavoratori a bassa istruzione non sono aumentati, ma neppure diminuiti significativamente, in città ad alta immigrazione.
Come ha risposto la popolazione locale ai grandi flussi di immigrati nelle città Usa? Analizzando la variazione di popolazione e di occupazione dei nativi nel periodo 1970-2005 troviamo che le città ad alta immigrazione non sono associate ad alcuna riduzione nella crescita della popolazione di nativi bensì sono state quelle con maggiore crescita della popolazione nazionale. Parte di tale correlazione è dovuta al fatto che immigrati e cittadini sono entrambi attratti da città in espansione economica. Tuttavia, anche isolando fattori di attrazione specifici agli immigrati, come la presenza di precedenti immigrati, e non correlati con la espansione economica di una città, troviamo che i flussi di immigrati stimolati da tali fattori non hanno generato alcuna “fuga” o riduzione di occupazione per i lavoratori nazionali.

Effetti sui salari e sui prezzi delle case

Un secondo risultato della nostra analisi è che il salario medio dei lavoratori nativi e il prezzo medio delle case è aumentato nelle città ad alta immigrazione più che in città a bassa immigrazione nel periodo 1970-2005. Controllando per altri fattori, un aumento dell’1 per cento di immigrati nella popolazione aumenta dello 0,3-0,4 per cento il salario medio dei nativi e dell’1 per cento i prezzi delle case.
La spiegazione di tale effetto positivo sui salari è basata sull’idea che gli immigrati negli Stati Uniti sono “complementari” piuttosto che “competitori” dei nativi sul mercato del lavoro. La loro presenza è infatti maggiore tra lavoratori con qualifiche piuttosto basse (senza diploma di scuola superiore) oppure molto alte (con laurea e master). Mentre sono relativamente poco rappresentati tra i lavoratori con diploma superiore o con alcuni anni di educazione universitaria. Viceversa la maggior parte dei lavoratori nati in Usa (70 per cento) ha tali qualifiche intermedie. Così tra lavoratori con livelli medio-bassi di istruzione troviamo che gli immigrati si specializzano in funzioni produttive prevalentemente manuali (cucinare, guidare, costruire) mentre i nativi nelle stesse imprese si specializzano in funzioni che utilizzano abilità di interazione e conoscenza della lingua (coordinare, fare da supervisore, tenere contatti). Allo stesso modo a livelli medio-alti di istruzione gli “stranieri” si specializzano in occupazioni analitico-matematiche mentre i nativi in occupazioni manageriali e gestionali. Questo genera maggiore domanda per i “servizi produttivi” dei nativi in economie dove l’offerta di immigrati aumenta. Poiché tali complementarietà operano con maggiore intensità tra lavoratori con diverso livello di istruzione, i maggiori benefici sono goduti dai nativi con medio-alto livello di istruzione che non competono ma beneficiano dei servizi produttivi di immigrati a bassa educazione.
Gli accresciuti salari e la maggiore popolazione hanno prodotto l’aumento di domanda di case nelle città ad alta immigrazione. Mentre nelle periferie l’offerta di case si è aggiustata, nelle zone altamente richieste (Manhattan, Santa Monica, Downtown San Francisco) il limite di spazio lo ha impedito e i prezzi sono aumentati. Parte del beneficio dovuto agli immigrati è andato così ai proprietari di case.

Altri effetti

Gli effetti economici mediati dal mercato (della casa e del lavoro) degli immigrati sui nativi in Usa sono stati per lo più positivi. Da dove nasce, dunque, la forte reazione negativa agli immigrati? Due importanti canali rimangono da analizzare. Il primo è relativo al costo “fiscale” degli immigrati. Questi infatti utilizzano servizi pubblici, come ospedali e scuole, più dei nativi e pagano meno tasse per il loro inferiore reddito medio. Il secondo è che i nativi sembrano attribuire elevato valore alla possibilità di vivere in un quartiere etnicamente uniforme e frequentare scuole etnicamente e socialmente uniformi. Sondaggi di opinione sembrano evidenziare che tali effetti fiscali e “di vicinato” sono cruciali nello spiegare l’atteggiamento negativo dei nativi verso l’immigrazione.

(1) David Card (2007) “How Immigration Affect U.S. Cities” CReAM Discussion Paper #11/07, Giugno 2007.
(2) G.I.P. Ottaviano and G. Peri (2007) “The Effects of Immigration on U.S. wages and rents: a general equilibrium Approach” CEPR Discussion Paper # 6551. G.I.P. Ottaviano and G. Peri (2006) “The Economic Value of Cultural Diversity: Evidence from U.S. cities” Journal of Economic Geography, Vol. 6, Issue 1, Pages 9-44. G.I.P. Ottaviano and G. Peri (2005) “Cities and Cultures”Journal of Urban Economics, Volume 58, Issue 2, Pages 304-307.

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Così disse Einaudi

  1. carmine granato

    Che l’emigrazione sia un fenomeno tanto inarrestabile quanto difficile da governare lo sappiamo tutti. Ma non avere una politica governativa chiara e condivisa su questo argomento rischia di complicare enormemente il problema. L’immigrato che va in città può mettere in crisi il sindaco; il sindaco a volte prende iniziative strane perché non ha precise norme a cui attenersi. Invece di sbranarsi fra loro in una incessante campagna elettorale invece di fare affermazioni forti e apocalittiche i politici di maggioranza e di opposizione farebbero bene a collaborare per creare un clima di convivenza civile serio e duraturo. Questo impegno non è alle viste e quindi le baruffe aumenteranno anche perché si sente odore di…elezioni.

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