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  1. gianmario tondato Rispondi

    Se estendiamo il concetto di "migranti" presentato nell'articolo ai non nati nel paese di orgine il fenomeno è ancora più rilevante. Per esempio mi pare che nessuno dei primi 5 avanti titolari dell'Australia sia nativo del paese, la Nuova Zelanda è piena di Immigrati dalle Isole vicine, Lomu è stato il più illustre, e anche la Francia ha Betsen, il capitano che è nato in Africa. Complimenti per l'articolo.

  2. Francesco Laccetti Rispondi
    L’indice sorpresa, questo è il vero problema. Il vero problema è l’interesse di una partita. L’interesse di una partita è legato alla equivalenza dei contendenti, delle squadre e quindi all’incertezza del risultato. Se l’indice sorpresa. é diminuito in molti campionati europei si deve fare qualcosa. La proposta di "decommercializzare" il calcio e consentire la trasmissione delle partite in chiaro non ha alcun collegamento con l’indice sorpresa. Abbassare i ricavi del calcio, o degli altri sport non porta ad un miglioramento dello spettacolo o dell’interesse. Il miglioramento dell’indice, l’aumento dell’incertezza dei risultati delle partite di calcio si ottiene diminuendo il divario tra le squadre. Per ottenere questo si potrebbe attenuare la differenza economico/finanziaria tra le società sportive. Per raggiungere questo obiettivo sarebbe sufficiente dividere gli incassi [botteghino e televisione] al 50% tra le due squadre che giocano il match. Costantino Rozzi, il simpatico presidente dell’Ascoli, tanti anni fa, proponeva qualcosa del genere e concludeva, rivolgendosi alle “grandi società”: «altrimenti i punti ve li mando per posta». Semplice soluzione: senza vendita collettiva dei diritti, senza solidarietà, solo per garantire, nel tempo, l’interesse delle gare. Se si usasse una regola del genere le squadre “piccole” del campionato italiano di calcio di serie A incasserebbero circa un terzo delle “grandi”. Le differenze rimarrebbero, ma i budget delle società sarebbero meno distanti. Se la regola fosse europea cadrebbero molte obiezioni. Obbligare i club delle migliori leghe europee a riversare parte dei diritti televisivi alle squadre che hanno formato coloro che, lo spettacolo, lo producono, da Kakà a Ronaldinho, passando per Eto’o e Adebayor. Laproposta mi sembra alquanto originale e fantasiosa. Come si fa a stabilire chi ha “formato” un giocatore? Come si misura il peso di un giocatore nel risultato di una squadra? Al calcio si gioca in 11, al rugby in 15. Come si valuta il miglioramento successivo alla cessione? Se il giocatore non gioca bene la società che lo ha acquistato avrebbe diritto ad avere la restituzione di quanto pagato? L’esempio attuale è Pato, pagato una barca di soldi. Pato dimostra che il club di provenienza ha già ricevuto una cifra considerevole. Se Pato non giocasse bene che cosa succederebbe? Il Milan dovrebbe richiedere la restituzione di quanto pagato? Oltretutto si incrementerebbe il concetto che un giocatore è di “proprietà” di un club. Sono i calciatori, gli allenatori e le società nel loro complesso che fanno lo spettacolo, non solo le società dove i campioni hanno tirato gli ultimi calci, prima di passare ad un club europeo. Porre un limite ai giocatori stranieri? Certamente si sta parlando di extra-comunitari perché se si vogliono porre dei vincoli alla libera circolazione dei “lavoratori” europei, si devono cambiare tutti i trattati esistenti. Tempo due anni e le stesse persone che suggeriscono il vincolo, parlerebbero di insensibilità coloniale, di ghettizzazione, di mancanza di libertà, ecc. Ma non esiste già un vincolo di numero per gli extra-comunitari?