La relazione Covip documenta come circa 900mila lavoratori abbiamo espressamente deciso di destinare almeno parte del Tfr ai fondi pensione nel semestre in cui erano chiamati a farlo. Con un tasso di adesione di circa il 21 per cento. Ma il dato deludente si è trasformato in un successo nella presentazione del presidente, quando sono apparsi nuovi numeri, volti artatamente a portare il tasso di adesione assai vicino alla soglia del 40 per cento. Che tutti ci auguriamo sia raggiunta quanto prima. Ma i potenziali aderenti devono poter contare su di un’Autorità di vigilanza efficiente e non subalterna né a chi deve essere vigilato, né al potere politico.

La relazione annuale di un’autorità indipendente è un documento importante. Deve presentare, nel modo più neutrale possibile, dati approfonditi e analisi sul mercato oggetto della sua attività regolatoria, in virtù della quale possiede più informazioni di singoli operatori e, spesso anche dello stesso ufficio di statistica. Normalmente la stesura di queste relazioni impegna diversi mesi nell’attività delle autorità. Quando si finisce una relazione, si comincia subito a metter mano a quella successiva, e questo lavoro coinvolge l’autorità nel suo complesso.

La relazione Covip

La relazione annuale della Covip (Commissione di vigilanza sui fondi pensione) quest’anno era molto importante: doveva tracciare un primo bilancio della riforma del Tfr, avviata a partire dal gennaio 2007 con il semestre in cui i lavoratori potevano decidere come destinare gli accantonamenti in passato destinati al Tfr. La relazione della Covip era molto attesa anche perché doveva fornire i primi dati censuari (non campionari) sul tasso di adesione ai fondi pensione dopo la riforma. La relazione consegnata alla stampa e disponibile sul sito della Covip non tradisce queste aspettative: documenta come circa 900mila lavoratori abbiamo espressamente deciso di destinare almeno parte del Tfr ai fondi pensione nel semestre in cui erano chiamati a decidere. Partendo da un livello iniziale di circa 1,8 milioni di aderenti, il numero di sottoscrittori tra i lavoratori dipendenti del settore privato è così salito a circa 2,7 milioni. Su di una popolazione di potenziali aderenti di circa 12,7 milioni di lavoratori (i dipendenti del settore privato), questo comporta un tasso di adesione di circa il 21 per cento. Si tratta dello stesso tasso di adesione da noi stimato a partire da una indagine condotta da Eurisko per conto di AnimaFinLab su di un campione rappresentativo dei lavori dipendenti italiani. Nel commentare i risultati martedì 18 settembre sul Sole24Ore e LaStampa avevamo sostenuto che si trattava di un dato nettamente al di sotto dell’obiettivo minimo fissato dal governo a inizio riforma, vale a dire al 40 per cento di aderenti. Anche aggiungendo agli aderenti "espliciti" i cosiddetti aderenti "silenti" (quelli che, non avendo espresso alcuna scelta, avrebbero visto il loro Tfr finire ai fondi di pensione) stimavamo un tasso di adesione del 32 per cento. Di qui il nostro giudizio di sostanziale fallimento della riforma, e il nostro sforzo di trovarne ragioni e rimedi, alla luce dei dati disponibili.

E i numeri del presidente

Tra lo stupore degli intervenuti, e, immaginiamo, degli stessi commissari, il presidente della Covip, Luigi Scimia, con un coup de theatre, ha voluto aggiungere all’ultimo minuto alcune tabelle alla sua presentazione, sostenendo che le aggiunte gli servivano per confutare le tesi di "alcuni accademici su alcuni organi di stampa" (per trasparenza e completezza di informazione avrebbe fatto bene a citarli espressamente). Ecco dunque apparire nuovi numeri, del tutto estranei alla relazione, volti artatamente ad aumentare il tasso di adesione per portarlo il più vicino possibile alla soglia del 40 per cento. Primo maquillage, si riduce arbitrariamente la platea dei potenziali aderenti, portandola da 12,7 a 8 milioni. Come? Semplice. Si tolgono 500mila lavoratori domestici (che potevano destinare il Tfr ai fondi pensione, ma solo espressamente), 1,7 milioni di lavoratori "non coperti da fondi negoziali" (ma da fondi aperti e piani pensionistici individuali) e altri 2,5 milioni di lavoratori che non avevano ancora un fondo negoziale all’atto d’avvio della riforma (il cui fondo negoziale è stato istituito nel semestre). Poco importa che il tasso di adesione sia calcolato prendendo gli aderenti espliciti a tutti i fondi pensione. Quello che conta è ridurre il denominatore del tasso di adesione portando quest’ultimo al 33-34 per cento. E sono questi i dati sui tassi di adesione poi attribuiti alla relazione del presidente nei flash battuti da molte agenzie di stampa. Altra operazione: si aggiungono nelle tabelle (poi non fornite alla stampa, né disponibili sul sito della Covip) anche stime degli aderenti dopo la fine del semestre e aderenti a Pip e fondi aperti provenienti dalle fila del lavoro autonomo, quindi esclusi dal denominatore. Insomma, l’obiettivo è uno solo: documentare il "grande successo" della riforma di fronte al ministro Damiano che soddisfatto commenta "sono stati smentiti i profeti di sventura. Sono stati smentiti soprattutto quelli che hanno costruito ipotesi su dati inesistenti. Bastava aspettare la relazione di oggi per sapere che le cose andavano nella giusta direzione".

Poco rispetto per i numeri

È triste notare come non ci sia alcun rispetto per i dati da parte di chi ha tra i suoi compiti istituzionali quello di "curare la raccolta e la diffusione delle informazioni utili alla conoscenza dei problemi previdenziali e del settore della previdenza complementare". Ci auguriamo che l’obiettivo di un 40 per cento di aderenti ai fondi pensione venga raggiunto il più presto possibile soprattutto coinvolgendo la platea oggi maggiormente esclusa, quella dei lavoratori più giovani. Non a caso, nelle nostre analisi abbiamo proposto alcuni correttivi, a partire dall’apertura dei fondi chiusi. Ma se si vuole davvero che l’operazione decollo della previdenza integrativa sia un successo, occorre che tutti i potenziali aderenti sappiano di poter contare su di un’autorità di vigilanza efficiente e non subalterna né a chi deve essere vigilato, né al potere politico. Il comportamento del presidente Scimia in occasione della relazione annuale non offre un segnale incoraggiante a tale riguardo. Più che l’autorità sono i numeri a essere indipendenti, da qualsiasi riscontro obiettivo.

L’impegno di Covip per lo sviluppo della previdenza complementare. La risposta di Luigi Scimìa*

Mi spiace dover constatare che Tito Boeri e Luigi Zingales nell’articolo su lavoce.info del 20 settembre scorso, abbiano voluto commentare in modo aspro la rappresentazione dei dati sull’andamento delle adesioni alla previdenza complementare da me effettuata nel corso della presentazione della relazione annuale della Covip.
Si sostiene che, in tale sede, avrei presentato "nuovi numeri, del tutto estranei alla relazione, volti artatamente ad aumentare il tasso di adesione per portarlo il più vicino possibile alla soglia del 40 per cento". Ciò al fine di documentare il grande successo della riforma in linea con gli obiettivi indicati dal ministro Damiano.
In primo luogo, tengo a ribadire la serietà e l’impegno con il quale, anche quest’anno, la Covip ha posto mano al compito istituzionale di rappresentare lo stato della previdenza complementare con una relazione che è il frutto di un lavoro collegiale, cui si sono dedicate numerose e diverse professionalità, e che credo costituisca un punto fermo nell’acquisizione dei dati e delle informazioni sul reale andamento del settore.
Il mio compito, in sede di presentazione della relazione annuale, è di offrire, nella maniera più completa e rigorosa possibile, considerazioni volte ad evidenziare i profili di maggior rilievo che emergono dalle analisi compiute.

Una rappresentazione articolata delle adesioni

Quest’anno, come è logico che sia, vi era una notevole attesa per conoscere i dati relativi all’andamento delle adesioni a seguito dell’entrata in vigore della riforma e ciò ha determinato un impegno particolare nella ricerca e acquisizione dei dati più aggiornati possibili, impegno che è continuato sino all’immediata vigilia della presentazione della relazione. Si tratta di dati che naturalmente richiedono grande attenzione nell’elaborazione e nella rappresentazione.
Proprio per questo, non già per un estemporaneo "coup de theatre", ho ritenuto doveroso, con l’ausilio dei miei collaboratori, proporre all’attenzione dell’uditorio alcune tavole di sintesi che non solo – a differenza di quanto sostenuto nell’articolo che ho sopra richiamato – non espongono numeri "del tutto estranei alla relazione", ma, al contrario, sono volti a esplicitare in forma più immediatamente e direttamente percepibile proprio quei numeri e quelle informazioni che nel testo della relazione sono riportati in modo discorsivo.
Nessun intento artatamente distorsivo, dunque, bensì, esattamente al contrario, esplicativo.
Confermo ancora una volta che, nell’analisi dell’andamento delle adesioni, se si vuole fornire un’esposizione veritiera e anche utile a riflessioni, considerazioni e proposte, è necessario articolare adeguatamente la rappresentazione avendo riguardo, non solo al generale numero dei lavoratori dipendenti privati interessati alla riforma, ma anche alle diverse condizioni in cui si sono trovati e si trovano tali lavoratori per effetto dell’appartenenza all’una o all’altra categoria produttiva, all’uno o all’altro segmento imprenditoriale dal punto di vista dimensionale, all’uno o all’altro comparto con riguardo all’esistenza di specifiche iniziative di previdenza complementare di carattere collettivo. Solo così il dato generale può acquistare una significatività adeguata. Questo è stato il mio scopo e su tale strada intendo proseguire anche nel futuro.
Ma ciò che più mi duole e intendo in questa sede decisamente contestare è l’affermazione che i dati da me esposti siano del tutto estranei alla relazione, perché ciò è offensivo sia nei confronti del ruolo istituzionale che ricopro, sia per la mia stessa dignità personale. E, dunque, assolutamente inaccettabile.
I dati relativi alle adesioni dei lavoratori dipendenti proiettati nel corso della presentazione sono invece del tutto coerenti con quelli riportati nel corpo della stessa, nell’apposito paragrafo dedicato alle adesioni realizzate nel corso del semestre di avvio alla riforma (cfr. tavole 1.5, 1.6 e 1.7 del paragrafo 1.7).
Nel suddetto paragrafo viene chiaramente spiegato che "è utile procedere a un’analisi che in prima istanza consideri le forme pensionistiche sulle quali si può ritenere che la riforma abbia influito in modo maggiormente incisivo, in quanto destinate a categorie di lavoratori per i quali la contrattazione collettiva prevede, oltre alla possibilità di versare il Tfr, anche un contributo del datore di lavoro in aggiunta a quello del lavoratore. Ciò anche al fine di apprezzare gli effetti della riforma sulle forme pensionistiche che, in quanto promosse dalle organizzazioni rappresentative delle parti sociali nonché direttamente dalle stesse imprese, è presumibile siano state raggiunte con più facilità dalla campagna di informazione sull’argomento, in molti casi svolta direttamente sui luoghi di lavoro".
È per questo motivo che la platea considerata nell’analisi fa riferimento ai fondi pensione negoziali, limitatamente alle forme che risultavano già autorizzate alla data del 31 dicembre 2006, e ai fondi pensione preesistenti destinati ai lavoratori dipendenti del settore privato.
Il bacino di potenziali aderenti di riferimento di queste forme è di poco meno di 8 milioni di lavoratori. Sia la relazione generale, sia il documento contenente le mie considerazioni, sia le tavole proiettate, rapportano a tale bacino unicamente i lavoratori iscritti (per effetto delle adesioni esplicite) al corrispondente aggregato di fondi, pari nel complesso a 2,2 milioni di dipendenti (e non a 2,7 milioni, come erroneamente riportato nell’articolo in questione). Il relativo tasso di adesione rappresentato è quindi del 28 per cento, e non del 33-34 per cento. Questo è quanto scritto nella relazione (pagine 54-55) ed è quanto riportato nella presentazione effettuata.
È chiaro quindi che il "numeratore" non solo non contiene dati relativi a lavoratori autonomi, ma è coerente con il "denominatore", facendo appunto riferimento ai soli lavoratori dipendenti potenzialmente aderenti allo stesso aggregato di fondi.
Non è peraltro vero che le tavole proiettate siano state oggetto di secretazione, al contrario esse sono state inserite nella cartella appositamente predisposta per i giornalisti presenti, in una versione con maggiori note di dettaglio per chiarire i summenzionati passaggi.
Tengo, infine, a ribadire che nell’attività dell’Istituzione da me presieduta e mia personale sono sempre stati e sempre saranno massimi l’impegno e l’attenzione a diffondere le informazioni utili alla conoscenza del settore della previdenza complementare nel modo più corretto e veritiero possibile.
Lo scopo di queste mie precisazioni non è quello di replicare in tono polemico, bensì di stabilire un quadro conoscitivo comune che ci consenta di lavorare, come in passato, in favore dello sviluppo della previdenza complementare.

* Presidente Covip

La replica degli autori

Ringraziamo il Presidente Scimia per la sua lettera. Per completezza riportiamo le tabelle da lui presentate in quella occasione e commentate parlando un "bilancio eccezionale" dell’operazione TFR ai fondi e con un "siamo sicuri che entro la fine dell’anno, l’incremento sarà molto sensibile e si avvicinerà a quel 38-40 per cento che è l’obiettivo del governo". Accanto a queste tabelle forniamo anche i dati riportati da lavoce in agosto sulle adesioni ai fondi negoziali. I lettori potranno autonomamente farsi un’opinione a riguardo.
Il tasso di adesione ai fondi pensione non può che essere misurato prendendo, al numeratore, il numero di lavoratori che hanno aderito esplicitamente ad almeno una delle forme di previdenza complementare previste dalla normativa e, al denominatore, il numero di lavoratori che avevano l’opportunità di scegliere circa la destinazione del proprio Tfr. Non è appropriato contare al numeratore il numero di adesioni (essendo che un lavoratore può aderire a più di un fondo e che le adesioni ai cosiddetti pip provengono anche dalle fila del lavoro autonomo) nè considerare al denominatore solo i lavoratori che avevano l’offerta previdenziale più completa. Leciti, anzi auspicabili, ulteriori approfondimenti e misure del tasso di adesione per categorie più specifiche (ad esempio per i giovani o i lavoratori delle imprese con più o meno di 50 addetti), ma è doveroso fornire un’informazione puntuale ai lavoratori e a tutti sul tasso di adesione complessivo, che non può che essere calcolato prendendo il rapporto fra aderenti espliciti e potenziali aderenti.

Cordialmente

tb lz

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