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Il lavoro tra Tavolo e mercato

La luna di miele del mercato del lavoro italiano sembra finita. Cresce sì l’occupazione, ma molto meno che in passato se si considera l’andamento dell’economia nel suo complesso. Dopo molti anni, non aumenta il tasso di occupazione. Si approfondisce il divario Nord-Sud: nel Mezzogiorno calano sia gli occupati che i disoccupati, mentre al Nord diminuiscono gli inattivi. Ecco di che cosa dovrebbero discutere governo e parti sociali per evitare il rischio di un confronto lontano anni luce dai problemi di chi presta lavoro e di chi offre opportunità di impiego in Italia.

La luna di miele del mercato del lavoro italiano sembra finita. Cresce sì l’occupazione, ma molto meno che in passato quando si tiene in considerazione l’andamento dell’economia nel suo complesso. Da sei anni ci eravamo abituati a una straordinaria creazione di posti di lavoro anche con un paese fermo. Adesso siamo tornati alla normalità. Tra il primo trimestre del 2006 e il primo trimestre del 2007, l’occupazione è cresciuta dello 0,4 per cento, mentre il prodotto interno lordo è aumentato del 2,2 per cento.

Le brutte notizie

Non tragga in inganno il dato sulla forte riduzione della disoccupazione, che si assesta ormai appena sopra al 6 per cento. È soprattutto il risultato di una diminuzione dell’offerta di lavoro: più persone che non lavorano, né cercano attivamente lavoro. In Italia, date anche le dimensioni dell’economia sommersa, i confini fra disoccupazione e inattività sono molto labili. Meglio guardare, anziché al tasso di disoccupazione, al rapporto fra occupati e popolazione in età lavorativa. Questo indicatore, il tasso di occupazione, non aumenta dopo molti anni in cui ci eravamo avvicinati agli obiettivi di Lisbona. Ci fermiamo a ridosso del 58 per cento. Per centrare quegli obiettivi, il tasso di occupazione dovrebbe salire al 70 per cento entro il 2010. Sembra una chimera.
Si approfondisce il divario Nord-Sud, dato che nel Mezzogiorno calano sia gli occupati che i disoccupati, mentre al Nord diminuiscono gli inattivi. Nelle regioni settentrionali ormai c’è una carenza strutturale di manodopera. Le imprese, non solo nei servizi, ma anche nella manifattura hanno bisogno di reclutare fra gli inattivi, altrimenti sono costrette a delocalizzare intere fasi del processo produttivo: la riduzione dei lavoratori dipendenti nel manifatturiero potrebbe essere il portato di un fenomeno di questo tipo.

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Al Tavolo. Per discutere di che cosa?

Questo andamento del mercato del lavoro suggerisce anche quanto il confronto in atto tra governo e parti sociali rischi di essere lontano anni luce dai problemi di chi presta lavoro e di chi offre opportunità di impiego in Italia. Il tavolo sul lavoro deve tenere conto di quanto succede al nostro mercato del lavoro, guardare alle nostre forze lavoro, anziché al lavoro delle forze politiche e sindacali.
Bisognerebbe, innanzitutto, occuparsi delle pensioni future dei giovani. Invece, ci si preoccupa solo di quelle dei cinquantasettenni. Da notare, a questo proposito, che l’abolizione dello scalone, senza interventi che stimolino l’allungamento della vita lavorativa, metterebbe molte imprese del centro-nord in gravi difficoltà, date le crescenti carenze di organici.
Anacronistico sembra essere anche il piano di detassazione del lavoro straordinario di cui si parla al tavolo. Tre occupati su quattro in Italia lavorano più di 30 ore alla settimana mentre diminuisce il part-time. Il problema è che 42 persone in età lavorativa su 100 non lavorano del tutto. Ci dobbiamo preoccupare di questa vasta inattività anziché di quanto lavora chi un impiego ce l’ha già.
Se le parti sociali e il governo volessero scendere coi piedi per terra dovrebbero occuparsi anche della riforma della contrattazione. Il suo decentramento a livello territoriale contribuirebbe a ridurre il crescente dualismo Nord-Sud nelle condizioni del mercato del lavoro e il fatto che gli assetti attuali non funzionino è ampiamente documentato dal grande numero di contratti scaduti ormai da tempo.
E i piani di “manutenzione” della Legge Biagi, con l’abolizione dello staff leasing e del job on call, non offrono risposta alcuna al persistente dualismo del nostro mercato del lavoro. Lo abbiamo scritto più volte, ma non ci stanchiamo di ripeterlo. Esiste un modo per mantenere la flessibilità in entrata e garantire ai lavoratori un sentiero verso la stabilità. È sufficiente introdurre un contratto a tempo indeterminato con tutele che crescono con la durata del rapporto di lavoro. Sembra sia una delle prima cose che la Francia di Sarkozy vorrà fare in termini di riforma del mercato del lavoro. Perché non possiamo farlo anche noi?

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  1. Gianluca Cocco

    Davvero pensate che la contrattazione decentrata possa svolgere un ruolo importante per ridurre il divario nord-sud? In che termini? Attraverso la leva del costo del lavoro? Questo è gia molto piu basso rispetto al Nord. Sapete benissimo dove andare a ricercare le ragioni dello storico dualismo. Quanto al percorso verso la stabilità ancora mi faccio le stesse domande postevi nel vostro articolo di marzo…..
    Cordiali saluti

  2. Paolo Rosa

    Condivido. Questi temi mi aspettavo fossero trattati a Trento nell’ambito del Festival dell’economia alla presenza del Presidente del Consiglio invece solo qualche accenno fugace.
    La voce ha perso , allora, una grande occasione.
    Mi rendo conto che il Presidente era già stato attaccato dalla protesta dei Dal Molin di Vicenza pero’ con garbo i problemi oggi trattati andavano sviscerati in contraddittorio con Prodi.
    Sara’ per la prossima occasione.
    Paolo Rosa

    • La redazione

      Abbiamo fatto del nostro meglio, ma il Presidente del Consiglio ha parlato per un’ora e un quarto (invece dei 20
      minuti pattuiti) e quindi c’e’ stato davvero poco tempo per le domande-risposte

  3. Claudio Resentini

    Già. Negli ultimi anni ci eravamo proprio abituati ad una crescita straordinaria dei posti di lavoro apparentemente inspiegabile. Inspiegabile soprattutto, per gli addetti ai lavori che vivevano una realtà quotidiana, dal basso, della disoccupazione e della sottoccupazione molto diversa da quella raccontata dai dati statistici. Tanto che anche chi ce l’aveva spiegata questa crescita, come il prof. Garibaldi, sembra essersi dimenticato che più che straordinaria era semplicemente “taroccata”.
    I numeri dell’occupazione si sono gonfiati a dismisura per anni e quelli della disoccupazione sono crollati soprattutto grazie alle ridefinizioni degli stessi concetti di occupazione, disoccupazione e attività e alle modificazioni nelle modalità di rilevazione che hanno visto tra l’altro anche l’inserimento di un milione e mezzo di lavoratori stranieri che prima, molto semplicemente, non venivano rilevati.
    Tenendo in considerazione che la maggior parte dell’occupazione aggiuntiva “reale” è rappresentata da occupazione precaria (per definizione “volatile”) siamo proprio tornati alla normalità di un paese dove trovare un impiego decente è sempre stato e continua ad essere un problema per moltissime persone. E lo sa bene chi, con rispetto parlando (non me ne vogliate, cari professori) non maneggia solo numeri, ma lavora con le persone reali, a stretto contatto con i loro problemi.
    Il re è sempre più nudo…

  4. Giuseppe Posca

    Condivido in pieno la vostra lucida analisi.

    Vorrei però porre un quesito. Siamo sicuri che i sindacati – come essi dicono – rappresentino realmente TUTTI i lavoratori italiani? A me sembra invece che difendano gli interessi di chi un lavoro ce l’ha e non di quanti non riescono a lavorare.

    Ho 26 anni e da un anno sono entrato nel mondo del lavoro. Mi chiedo: ma quanti giovani lavoratori sono iscritti ad un sindacato? Posso confermare che sono molto pochi, mentre i pensionati iscritti sono molti di più.

    Perchè questo non viene mai detto? E se i sindacati tutelano per lo più i pensionati (numericamente e per iscrizioni molti di più), chi difende i nostri diritti? E quelli dei giovani disoccupati o precari che in gran parte non sono iscritti ad alcun sindacato?

    Ecco dimostrata l’attuale non-rappresentatività dei sindacati. Il governo dovrebbe rendersene conto, e non ascoltare solo la loro voce: non rappresentano più la totalità del fattore Lavoro nel paese.

  5. Giacomo Dorigo

    Capisco che molti lavoratori vedano il job on call come il fumo negli occhi… ma esistono casi di imprese che hanno un disperato bisogno di collaboratori saltuari per copertura di giorni di ferie non programmati o di malattie molto brevi. Le imprese efficienti (a differenza dell’apparato statale) non hanno ridondanze nell’organico, se manca una persona è un guaio, il job on call risolve il problema. E non è sempre svantaggioso per il lavoratore, spesso per lavori di bassa specializzazione (soprattutto nel settore dei servizi) si assumono studenti universitari che hanno tutti i vantaggi a lavorare ogni tanto a seconda dell’andamento delle lezioni o degli esami.
    Senza il job on call le imprese ritorneranno al vecchio metodo delle ritenute d’acconto… è davvero meglio?

  6. giuseppe

    Mi permetto di aggiungere all’ottimo articolo che insieme alle tutele per i lavoratori che crescono nel tempo sarebbe opportuno aggiungere vantaggi per i datori di lavoro che sarebbero così incentivati ad avere lavoratori stabili e per periodi prolungati.

  7. giovanni

    Egregio Prof. Boeri, è da un pò che leggo i Suoi interventi oltre a quelli di Ichino, Giavazzi ecc… .
    Finalmente, era ora, qualcuno che ama parlar chiaro. Sono dipendente “pubblico” da 22 anni e ho maturato una certa esperienza sindacale nel settore ricoprendo varie cariche istituzionali e da poco ho definitivamente abbandonato il sindacato e le connesse attività.
    Sono arrivato alla conclusione che oggi il sindacato non rappresenta più neanche i pensionati come leggo in altro intervento ma, solamente ed esclusivamente, se stesso e la necessità di continuare ad esistere. Il sindacato ha ormai assunto in tutto e per tutto i connotati di una struttura parastatale di fatto connivente con le varie amministrazioni:
    “centri servizi” disseminati qua e là per mettere le mani in ogni dove con la compiacenza delle varie amministrazioni, ultimo prelibato boccone il fenomeno immigrazione;
    interessi finanziari; proprietà immobiliari; caf;servizi per l’impiego che servono solo per piazzare nella P.A. Coloro che da questa sono segnalati; società cooperative; agenzie profumatamente pagate per occuparsi delle esternalizzazione della P.A. ecc… .
    La rappresentanza dei lavoratori si traduce alla fine in una becera attività di “protezione ” anzichè virtuosa tutela di diritti. La quota sindacale non è che un vero e proprio “pizzo sindacale” che il lavoratore paga al “nuovo caporalato”per essere protetto e continuare a godere di privilegi di posizione.
    Unico vero interesse del sindacato è quello di prodigarsi solo per continuare ad esistere.

  8. Giuseppe Musolino

    Nei prossimi giorni, il Ministero del Lavoro definirà le nuove regole per la decontribuzione dei cosiddetti premi di risultato (gli aumenti definiti dai contratti integrativi), ai sensi del protocollo sul welfare.
    Secondo le prime indiscrezioni, il Ministero si appresta a destinare la maggior parte delle risorse ai contratti aziendali, a scapito dei contratti territoriali.
    Ancora una volta, vengono favorite le grandi fabbriche mentre risultano penalizzati i dipendenti delle piccole e medie aziende, che sono i principali destinatari della contrattazione territoriale.
    Giuseppe Musolino
    Santo Stefano d’Aspromonte (RC)

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