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  1. angela padrone Rispondi
    I commenti a questo articolo andrebbero conservati e analizzati, sono una straordinaria raccolta di tutte le possibili posizioni sul lavoro delle donne. Che comunque, in generale, sono da noi appena tollerate. Credo siamo d'accordo che, di tutti i sistemi, l'unico veramente da non prendere in considerazione è il quoziente di reddito familiare, che spingerebbe di nuovo l'Italia verso il patriarcato. Sul mio sito ho messo insieme 30 dati statistici sulla discriminazione delle donne e la bassa natalità. Chi vuole li può trovare su www.angelapadrone.blogspot.com
  2. Lorenzo Lusignoli Rispondi
    Pienamente condivisibili i 4 punti critici elencati da Boeri-Del Boca sulla proposta Alesina-Ichino di ridurre le aliquote Irpef per le donne a scapito degli uomini. In particolare il punto 3: possibile mai che gli autori (Alesina e Ichino) ritengano che l'offerta di lavoro sia indipendente dalla struttura della tassazione? Come punto 5 aggiungerei i rischi di ripercussione sul mercato del lavoro. Siccome ciò che conta nella contrattazione è il salario netto, non sarebbe infatti lecito attendersi accanto ad una maggiore domanda di lavoro per le donne anche inquadramenti a livelli inferiori (o se preferite più bassi salari lordi)? Questo potrebbe trasferire in parte se non in toto il vantaggio dalle donne alle imprese. Non so se Alesina e Andrea Ichino avessero in mente questa possibile evoluzione ... Sembra che nel loro articolo gli effetti comportamentali della loro proposta su domanda e offerta di lavoro non vengano tenuti in conto. Mi sembra invece assai interessante e condivisibile la proposta Boeri-del Boca poiché parte dal presupposto di facilitare il lavoro delle donne senza porre differenze di genere. Mi chiedo se però l'effetto di disincentivo del sommerso, probabilmente lieve, è sufficiente a far propendere per l'uso del credito d'imposta invece del trasferimento. L'irpef oggi è già complicata da plurime detrazioni. Introdurne un'altra con in più (giustamente per gli incapienti) un'imposta negativa mi pare una complicazione eccessiva. La strada dei trasferimenti sembra più lineare. Questi potrebbero ridursi in progressione anziché scomparire dopo una certa soglia per evitare una trappola di povertà. Infine una battuta: se siamo arrivati (come ci racconta di aver fatto Andrea Ichino nella replica) ad analizzare gli effetti del ciclo mestruale sull'assenteismo ciclico, con relativa proposta di trasferirne i costi economici agli uomini, forse è meglio che facciamo un passo indietro e rivolgiamo la mente per un po’ ad altre interessanti attività invece che all’economia
    • La redazione Rispondi
      Riguardo al punto 3 di Boeri e Del Boca, non abbiamo mai sostenuto che l'offerta di lavoro sia indipendente dalla struttura della tassazione. Non si capisce in base a cosa Lusignoli (cosi' come Boeri e Del Boca) debba attribuirci una tale affermazione. Su questo punto non posso che ripetere quanto gia' abbiamo scritto: " Poiché le differenze nell'offerta di lavoro maschile e femminile non sono esogene e immutabili, nel lungo periodo la tassazione differenziata per genere contribuirà a cambiare la tradizionale divisione del lavoro all'interno della famiglia che attualmente vede gli uomini lavorare di più nel mercato e le donne di più a casa. Se e quando questo accadrà (come molti auspicano) le elasticità dell'offerta di lavoro maschile e femminile diventeranno più simili. Nella misura in cui questo accada, si potrà ridurre gradualmente la differenziazione per genere delle aliquote, come suggerito dalla teoria della tassazione ottimale e come spieghiamo nel nostro articolo scientifico. Ecco perché la nostra proposta non richiede come presupposto che le differenze di elasticità tra donne e uomini siano esogene e immutabili. È vero però, come illustrato recentemente da Alberto Alesina e Paola Giuliano, che la riduzione delle differenze sarà lenta. La nostra proposta può accelerare questa evoluzione " Il punto 5 sollevato da Lusignoli e' interessanti (ed e' cosa di cui non ci siamo dimenticati ). Cio' che dovrebbe importare alle lavoratrici e' il salario al netto delle tasse (post-tax), che aumenterebbe grazie alla nostra proposta, non il salario lordo (pre-tax). Se la domanda di lavoro fosse perfettamente elastica, il salario pre-tax (e il costo del lavoro per le imprese) non avrebbe motivo di modificarsi. Nella misura in cui la domanda di lavoro non sia perfettamente elastica, la nostra proposta potrebbe indurre una diminuzione del costo del lavoro "femminile" per le imprese e un aumento del salario post-tax per le lavoratrici. In altri termini le imprese e le lavoratorici si dividerebbero l'incentivo fiscale, finanziato dagli uomini. Esiste un solo altro modo per far si' che le imprese assumano piu' donne: obbligarle a farlo, ad esempio con le quote rosa. Lusignoli pensa che questa soluzione sia preferibile? Noi no perche' avrebbe costi molto maggiori, incluso il rischio di chiusura delle imprese che si rifiuterebbero di ottemperare all'obbligo. Tra l'altro Lusignoli non sembra realilzzare che anche la proposta di Boeri e Del Boca per funzionare deve produrre un vantaggio economico per le imprese, oltre che ovviamente per le lavoratrici (ma solo quelle con figli). Pero' qualcuno deve pagare questo vantaggio. Se lo pagassero solo le donne con figli ovviamente sarebbe una inutile partita di giro. Perche' la cosa stia in piedi in equilibrio generale chi lo paga devono essere gli uomini e le donne senza figli. Davvero non si capisce come Lusignoli possa affermare che la proposta di Boeri e Del Boca aiuta le donne senza porre diifferenze di genere, se avesse la bonta' di riflettere su chi alla fin della fiera finanzia quella proposta. Segnalo infine a Lusignoli, che esiste una sconfinata letteratura medica sulle conseguenze della Pre-Menstrual Sindrome (PMS) che include anche la valutazione delle conseguenze economiche. Se Lusignoli volesse leggere l'articolo "Biological gender differences, absenteeism and the gender gap" (scaricabile dal mio sito) scoprirebbe che l'assenteismo ciclico indotto dal ciclo mestruale spiega un terzo del differenziale di assenteismo breve tra donne e uomini e circa il 12 per cento del differenziale salariale (almeno nei dati da noi considerati). Beato lui che da maschio considera queste cose irrilevanti! Andrea Ichino
  3. Salvatore Rispondi
    Il Vostro intervento chiarisce molto bene perchè l'applicazione del quoziente familiare potrebbe arrecare uno svantaggio, rispetto alla situazione attuale, al soggetto con il reddito più basso.Allora, poichè tutti - almeno a parole - dichiarano di voler aiutare la famiglia, potrebbe trovarsi una soluzione nella quale convivano aliquote individuali e quoziente familiare, lasciando ai contribuenti la scelta in base a quale criterio pagare le imposte sul reddito (in fondo già adesso con la clausola di salvaguardia viene applicata una certa discrezionalità). In questo modo si potrebbe attuare quella politica di equità fiscale a favore delle famiglie monoreddito più volte sollecitata dai giudici costituzionali e rimasta lettera morta. Voi cosa ne pensate?
    • La redazione Rispondi
      L'equità e il sostegno alle famiglie numerose di reddito basso possono essere perseguite con politiche di assistenza a ciò mirate, come un reddito minimo garantito. Lasciare alla famiglia la scelta fra i due regimi può esporre ancora di più la parte più debole alle pressioni dell'altra. Le famiglie non sono monolitiche, sono composte da persone che hanno valori e obiettivi diversi fra di loro.
  4. Gino Rispondi
    Precisazioni ai 4 punti della controreplica di Boeri-Del Boca: 1) Se le elasticità sono stimate bene, la tassazione differenziata non può essere più distorsiva. Lo dice la optimal taxation theory. 2) Il secondo punto è corretto e condivisibile. Ma non è la proposta di Alesino-Ichino ad essere sbagliata. Lo sarebbero le stime dell'elasticità. 3) Il punto 3 è fondato. Quantificare rigorosamente il taglio di aliquote per le donne è impossibile. Spetterebbe ai politici. 4) La tassazione differenziata per genere resterebbe anche differenziata per reddito. Il problema si pone perché Alesina-Ichino stimano aliquote uomo-donna troppo distanti tra loro sulla base di elasticità non affidabili.
    • La redazione Rispondi
      Grazie dell'esame. Il punto primo è che, data la loro endogeneità, le elasticità cui Alesina e Ichino si riferiscono non sono stimate correttamente. E non sempre è possibile stimarle in modo corretto. Saluti
  5. luca melindo Rispondi
    Cari Boeri e Del Boca, l'unica ragione oggettiva che trovo per giustificare la Vostra ostilità nei confronti del quoziente famigliare è la verosimile riduzione (ceteris paribus) delle imposte sui redditi delle persone fisiche con conseguente "danno" per l'Erario (e, dunque, necessità di contenere la spesa pubblica....). Se una delle preoccupazioni degli autori (e dei politici) è davvero la scarsa fertilità delle coppie italiane (non delle donne, i figli si fanno in due...), allora giusto è incentivarle indipendentemente dal fatto che nella coppia lavorino uno o due soggetti. Infatti, la famiglia è un unico centro di spesa finanziato in modo indifferenziato da tutti i redditi percepiti dai suoi componenti. Il quoziente permetterebbe, quindi, con l'aumentare del numero di figli, di non penalizzare i redditi marginali e dunque di permettere, anche alle donne, di lavorare di più senza dover fare ricorso al lavoro sommerso...
    • La redazione Rispondi
      La famiglia non è monolitica e il secondo percettore di reddito è penalizzato dal quoziente. In ogni caso i dati che ci riportiamo ci sembra che parlino chiaro. Cordialmente
  6. fabiana musicco Rispondi
    è certamente vero che siamo indietro nei servizi sociali offerti, che la donna rinuncia a lavorare dopo il primo figlio perchè, ad esempio, l'asilo nido è troppo caro, ma ci sono anche altre questioni importanti e cruciali, oltre al fattore reddituale, soprattutto in una grande città (posso parlare di roma in cui vivo). per esempio: in un mondo del lavoro che disdegna il part time, anche se si trova il posto in asilo nido, bisogna comunque prevedere un ulteriore sostegno familiare o a pagamento che si faccia carico di "ritirare" il bambino superato l'orario di chiusura dell'asilo, che quasi mai coincide con orario di termine del lavoro a tempo pieno + tempo per gli spostamenti (che non è poco). si fanno sempre meno figli non solo perchè non ci sono servizi sociali ma anche perchè non si ha il tempo di aiutarli a crescere: perchè non incentivare per le aziende la concessione del part time a chi lo richieda, soprattutto se mamma con bambino inferiore ai 5 anni (ad esempio ?)
  7. Barbara Appierto Rispondi
    Dovremo anche interrogarci sul perchè il lavoro di cura è ancora affidato alle donne e quello del sostentamento economico agli uomini. Fermarci solo ad analizzare il fenomeno sugli aspetti culturali è riduttivo ed anche pericoloso. Infatti, proseguendo per questa strada si arriva a le proposte formulate da Inchino. Forse dovremmo allargare il campo di osservazione e notare, ad esempio, che molte donne sono portate ad uscire dal mondo del lavoro o entrarci part-time, non perchè "sentano" il ruolo di cura ma perchè i servizi a supporto della genitorialità (sottolineo genitorialità e non maternità, la responsabilità non deve cadere solo su un componente) sono mal strutturati oltre ad essere scarsi. Gli asili hanno l'orario normale dalle 7.30 alle 16, ciò significa che chi termina alle 17 o alle 18 (orari full-time) hanno un grosso buco da colmare, per non parlare dei genitori che svolgono l'attività su turni (mattina-pomeriggio notte).... Indirizzando politiche di ottimizzazione dei servizi potrebbe aiutare notevolmente le cose, anche senza nuove politiche fiscali. Riflettiamoci.
  8. Gianluca Rispondi
    Ho avuto la fortuna di avere una moglie che è riuscita a trasformare un lavoro a tempo pieno in uno a 24 ore settimanali. La trasformazione ha voluto il suo dazio: lasciare il precedente impiego dove il part-time non è contemplato (settore grande distribuzione con occupazione prevalentemente femminile che dava una maggiore garanzia) per un altro (nella piccola ristorazione certamente meno sicuro) dove il sacrificio è perdere un livello retributivo oltre alla conseguente riduzione di reddito. Mi sento comunque fortunato perché la differenza di stipendio è compensata dal risparmio della retta per l'asilo nido che, confermando i dati degli autori, anche per i figli di due lavoratori è inferiore ai 600 € mensili (almeno per quello comunale e senza estensioni di orario pre/post). Ed inoltre, perché dove vivo (Lombardia) esistono molte strutture per i bambini, ed il lavoro anche per le donne si trova (con qualche sacrificio e adattamento). Quello che mi chiedo è perché molte aziende non attuano estesamente il part-time che aiuterebbe le famiglie a sostenere il carico famigliare senza costringere le donne a lasciare il proprio impiego. Una domanda agli autori: premesso che sono convinto che la civiltà di un Paese si misura anche e soprattutto nella libertà per le donne di lavorare e di non essere discriminate dalla scelta di generare figli, è corretto impostare l'azione di un governo nella direzione di trasformare ogni azione umana come la cura di famigliari in qualcosa di misurabile economicamente? Il suggerimento degli autori sotto il profilo economico è stimabile e, dal mio punto di vista, corretto, ma l'aspetto sociale conta ancora qualcosa? Mi spiego meglio: misurare in termini d’aumento di pil queste attività non fa diventare il Paese più ricco e gli italiani meno stressati e con più tempo libero a disposizione, semplicemente gonfia un numero e dà l’illusione che siamo ricchi come gli altri.
  9. antonella cordeschi Rispondi
    La mia è una proposta, se vogliamo banale, che darebbe, però, alle mamme-lavoratrici - almeno a quelle tra loro che "beneficiano", come me, del part-time orizzontale" - il senso che questo loro superlavorare viene apprezzato! Come vi è senz'altro noto le 52 settimane che un part-time orizzontale lavora, non sono tutte utili ai fini del calcolo della futura pensione (già così tanto messa in discussione). Non è già molto, lavorando come e forse più dei colleghi a tempo pieno (il part-time si vive come un regalo ....) rinunciare a parte della propria retribuzione? Perchè anche all'atto del pensionamento dover scontare il fatto che avendo dei figli (tre nel mio caso) si debba ridurre il proprio impegno lavorativo per occuparsi di loro, per aiutarli a diventare buoni cittadini del domani? se questo ruolo viene riconosciuto come socialmente utile, perchè non evitare almeno le penalizzazioni che anche dal punto di vista pensionistico il part-time prevede? anche piccoli incentivi, come questo, potrebbero contribuire a rendere meno difficile la scelta di diventare madri.
  10. Ettore Navoe Rispondi
    Ho molto apprezzato l'attenzione e il dettagli con cui si è risposto al mio commento. Grazie. Sono d'accordo con voi, se si assumono scelte economiche indipendenti o competitive tra coniugi (cosa che - per il bene della famiglia - non dovrebbe accadere anche in regime di separazione dei beni) . Con queste ipotesi -tipiche dei modelli economici- il vostro ragionamento fila. Sottolineare la rilevanza dell'aliquota marginale e non media come costo fiscale di ogni euro guadagnato in più è corretto. Non sono convinto però -come commenta anche un altro lettore- che le scelte in materia di lavoro dipendano in modo così elastico dall'aliquota marginale, ma assumendo che sia così, perchè allora non scaricare -a parità di beneficio fiscale complessivo (riduzione aliquota media) per la famiglia- tutto il beneficio induviduale sul reddito meno capiente dal punto di vista fiscale (di norma -purtroppo- quello femminile). Se è come voi dite dovremmo vedere esplodere il lavoro femminile delle madri con figli (lavori con redditi medi ad esempio part time sarebbero praticamente non tassati!). Se anche non fosse così, la famiglia godrebbe comunque di un beneficio fiscale pieno. Da marito e padre non mi sentirei affatto penalizzato.
  11. Marco Di Marco Rispondi
    Proposta importante, che affronta un nodo cruciale. Sono d'accordo a introdurre forme di credito d'imposta rimborsabile (imposta negativa) applicate ai redditi familiari. Infatti, non è possibile utilizzare l'attuale irpef individuale come strumento anti-povertà (nella no-tax area non si possono percepire trasferimenti). Le forme di imposta negativa superano questa grave limitazione. Se ai redditi familiari si applica una scala di equivalenza, come nella vostra proposta, si può anche notare una certa affinità 'formale' con il quoziente familiare, almeno al di sotto della soglia minima, dove l'imposta netta varierebbe in funzione della composizione della famiglia e del numero di figli (lo dico sperando in un accoglimento bi-partisan della vostra proposta). Se capisco bene, escludete le famiglie monoreddito. Se è così, temo che gli effetti redistributivi siano perversi: a parità di figli, le coppie monoreddito riceverebbero meno delle bireddito, anche quando queste ultime fossero meno povere. Condivido il timore che la tassazione a livello familiare possa provocare effetti di incentivo al tempo libero del secondo percettore. Tuttavia sospetto che, al di sotto di una soglia minima di reddito familiare, quando non sono pienamente soddisfatti bisogni molto più importanti del tempo libero, l'offerta di lavoro delle donne con figli sia scoraggiata più dall'assenza di asili nido e dalle scarse opportunità di occupazione che dall'assenza di incentivi all'offerta di lavoro femminile (come quello che voi volete introdurre). Inoltre, vedo una difficoltà tecnica a gestire l'esclusione delle coppie monoreddito: dovendo infatti erogare il beneficio ai monogenitori, si rischia di incentivare separazioni fittizie, mancati matrimoni etc... Secondo me sarebbe preferibile introdurre un'imposta negativa sui redditi familiari equivalenti di tipo universale (cioè, una specie di quoziente familiare per i più poveri).
  12. Barbar Bondavalli Rispondi
    Sono un imprenditrice e vorrei sottolineare che c'è solo un motivo per cui le aziende non assumono donne che sono quasi sempre più brave degli uomini. Il costo della maternità. Es: nel maggio 2006 una mia operaia (ex 3 liv. ccnl metalmeccanica artigiani) è entrata in maternità anticipata. Il costo per la mia azienda comprensivo di: 20% di lordo, rateri ferie, rol, tfr tredicesima, festività per 11 mesi + tfr per il congedo parentale di 1 mese è stato di quasi 6000 euro al netto degli sgravi per l'assunzione in sostituzione di maternità. Si tratta del 10% del mio utile annuo. Nell'azienda lavora anche mio marito, abbiamo due figlie e vorremmo mangiare anche noi e non lavorare per pagare i figli delle altre. La maternità deve essere una responsabilità collettiva, fino a quando rimarrà a carico delle aziende in maniera così pesante io non assumerò più donne e tanti fanno già come me. Quindi, invece di parlare di sgravi fiscali per le donne che lavorano e di quote rosa, provate a pensare al modo di rendere la maternità a carico dell'INPS, magari cercando di punire in maniera seria e scoraggiare le malattie finte (altre grave problema per le aziende di cui nessuno parla).
  13. Filippo Proietti Rispondi
    E se a lavorare in famiglia fosse anche l'uomo? Sempre, in Italia, quando si parla di “pari opportunità” e di problemi per le donne a reinserirsi nel mondo del lavoro dopo la gravidanza, si permane nell’ottica unilaterale “famiglia = donna”. Se però, oltre alla madre, come parte attiva nella famiglia, si considerasse anche il padre, allora si otterrebbero risultati migliori insieme a un notevole cambio di prospettiva. E questa non è un’utopia. Nei paesi scandinavi - e di recente anche in Germania – entrambe i partner sono impegnati nella cura del neonato. In Svezia il padre, continuando a percepire l’80% dell’ultimo stipendio, è obbligato a rimanere a casa col figlio. In Germania i genitori possono allevare il proprio bambino per 14 mesi, e il papà può scegliere di prendere congedo dal lavoro per un periodo dai due ai sette mesi mantenendo il 67% della propria retribuzione. A questo si aggiunge una forte diffusione degli asili nido per i bambini sotto i tre anni. In Germania, grazie all’impegno del ministro della Famiglia Ursula von der Leyen, i kindergarten entro il 2013 saranno triplicati. In Italia esiste un’agevolazione per il padre a rimanere a casa col figlio, ma è esigua e poco allettante. Incentivi di tipo “scandinavo” permettono un più veloce reinserimento delle donne nel mercato lavorativo, un aumento dei figli - e di giovani genitori - nonché un vero e proprio cambio di marcia nelle politiche di genere. Cosa che delle reali politiche delle pari opportunità dovrebbero avere almeno come sfondo.
  14. stefano guidoni Rispondi
    la proposta esposta nell'articolo è sicuramente degna di attenzione, mentre quella di alesina e ichino mi sembra onestamente impraticabile e, come è stato messo in luce, possibile fonte di effetti perversi. non mi convince molto, invece (ma è probabile che mi sbagli) l'attribuzione della causa dell'aumento del tasso di partecipazione e di occupazione femminile (solo) alla riforma del '74, perché si sottostimano i cambiamenti culturali avutisi nel corso degli anni '70, secondo me in buona parte dipendenti da ragioni economico-sociali più "profonde" e di lungo termine.
  15. Giuseppe Caffo Rispondi
    Una donna che mette al mondo dei figli si fa carico di un evidente grosso impegno fisico,economico,esistenziale. Ovviamente viene penalizzata ad ogni livello sul piano lavorativo.Il punto a mio avviso è aiutare veramente MOLTO le donne che crescono figli e lavorano o vogliono lavorare.Sono persone da rispettare e ammirare particolarmente in un paese che pullula di scansafatiche.Gli aiuti proposti nell'articolo mi sembrano blandi.Il problema è veramente centrale.
  16. Ettore Navone Rispondi
    L'osservazione relativa al quoziente famigliare non mi convince perchè * la tassazione del reddito famigliare (cumulo del reddito) aumentando l'aliquota media sul reddito famigliare (oltre ad essere incostituzionale, come fu dimostrato) faceva "costare" di più in termini fiscali ogni lira (di allora) di reddito addizionale (tipicamente il lavoro femminile) * la proposta di quoziente famigliare diminuendo l'aliquota media sui reddito (famigliare o individuale, i componenti della famiglia possono essere tutti a carico di un genitore o 50/50 in caso di genitori che lavorano) fa "costare" di meno in termini fiscali ogni euro di reddito addizionale (incentivando il lavoro femminile e maschile)
    • La redazione Rispondi
      Il quoziente familiare comporta l'applicazione all'intero reddito familiare dell'aliquota media che sarebbe dovuta sul reddito procapite dei componenti della famiglia (reddito ottenuto dividendo il reddito familiare per il numero dei componenti) corretto e cioè aumentato per tenere conto che il vivere insieme comporta dei risparmi sui costi fissi (abitazione, riscaldamento, ecc.) e cioè delle economie di scala. L'aliquota media che si ottiene è quindi sicuramente più bassa rispetto a quella che si avrebbe sempre con riferimetno al reddito familiare (inteso come cumulo di tutti i redditi dei familiari), nel caso di applicazione dell'imposta individuale. Ma se si considerano i singoli redditi individuali questa aliquota media può essere più bassa di quella individuale (e lo è sicuramente nel caso dell'unico percettore in una famiglia monoreddito) e può essere anche più alta, con riferimento al reddito individuale del coniuge a più basso reddito. L'effetto di disincentivo viene generalmente misurato però non con riferimento all'aliquota media, ma all'aliquota marginale. ci si chiede cioè quanto pesa l'imposta non già su tutto il reddito ma su una variazione del reddito, variazione che si può avere, nel reddito familiare, quando un coniuge che prima non lavorava decide ora di lavorare. In quest'ottica, se si ragiona nell'ipotesi che il coniuge in questione sia la moglie, si va a vedere la variazione dell'imposta che deriva dall'aggiunta del reddito femminile a quello del marito. Se si ragiona in questi termini esattamente come nel cumulo, in presenza di progressività dell'imposta il reddito femminile aggiuntivo è colpito da un'aliquota marginale più alta con il quoziente. Speriamo che quanto sopra sia chiaro. Cordialmente
  17. Antonello Oliva Rispondi
    Condivido pienamente i contenuti e lo spirito/obiettivi della proposta, il limite che vorrei sottolineare è che spesso nelle proposte di sostegno al reddito dei meno abbienti (di qualsiasi tipo esse siano) c'è un approccio un po' troppo "neo-pauperistico". Voglio dire che, anche se è fatto solo come esempio, lo capisco, il limite di 10.000 euro (sia netti che lordi non cambierebbe) è un limite inutile ai fini dell'efficacia redistributiva/di sostegno, chi li guadagna? Un genitore single (prevalentemente donna) che vive in una grande città può aver bisogno di un sostegno anche se guadagnasse, diciamo 20-25.000 euro annui, ovvero fino a circa 2.000 euro al mese, visti i costi di affitti, carenze di asili, ecc. non è che una madre-single in queste condizioni navigherebbe nell'oro e si può stimare un costo per il bambino pari a circa 6-700 euro al mese. Lo so che il costo per l'erario sarebbe elevatissimo, ma altrimenti... cui prodest? cordiali saluti antonello oliva, roma
    • La redazione Rispondi
      Sono soprattutto le donne con redditi più bassi a faticare oggi ad entrare nel mercato del lavoro. E per le famiglie con redditi medio-bassi gli asili costano meno di 600-700 euro al mese. In ogni caso, nel momento in cui si renderessero disponibili altre risorse riducendo altra spesa corrente, la soglia potrebbe essere innalzata.
  18. riccardo boero Rispondi
    Purtroppo ancora una volta si devono leggere proposte, che seppure meno deliranti di quella di discriminare i contribuenti in base al sesso (e per i trans?), ricorrono sempre al vecchio trucco dell'elemosina statale per agire sul lato della domanda. Riflettendo sulle probabili reazioni del mercato alla forzatura statale del credito di imposta per la cura di familiari infanti o non autosufficienti, viene subito da pensare al nuovo ingresso di un gran numero di donne (o uomini naturalmente) su un mercato del lavoro gia` asfittico e assediato dall'immigrazione. Se da un lato e` proprio cio' che gli esimi Autori cercano di provocare, dall'altro non vanno dimenticate le pressioni al ribasso sui salari, conseguenti a un improvviso e rapido aumento dell'offerta di manodopera. Il provvedimento del credito d'imposta risulterebbe dunque neutro per molti soggetti e penalizzante per chi non ha la fortuna di avere figli infanti o anziani non autosufficienti. Molte manovre diventano possibili: pagare al minimo (non imponibile) un familiare per occuparsi dell'infante, beneficiando cosi' del credito d'imposta sul proprio lavoro. Ma soprattutto si introdurrebbe un altro ennesimo "entitlement", e peso per le disastrate finanze statali, che seppure di entita` modesta (ma destinata a crescere in un'eventuale crisi economica, che moltiplicherebbe il numero di redditi bassi o non imponibili), non sarebbe poi facile rimuovere senza estenuanti conflitti sociali. A tutto vantaggio del solito stantio incremento della domanda, che provoca inflazione monetaria e sostiene le varie bolle immobiliari, azionarie etc etc A tutto vantaggio altresi' di un ulteriore aumento demografico, che in un paese sovrappopolato come il nostro e` la prima causa di disoccupazione, conflitti sociali, degrado ambientale etc etc Grazie di una cortese risposta.
    • La redazione Rispondi
      L'aumento dell'offerta di lavoro formale porta ad un aumento della base contributiva. Qui c'è un effetto doppio: più donne che lavorano per un salario e più servizi di cura remunerati anzichè forniti in modo informale. Cordialmente