Per i poteri che la costituzione gli attribuisce, il futuro presidente della Francia avrà una profonda influenza anche sull’Europa. Importante dunque capire la visione del mondo dei due principali candidati all’Eliseo. Si può farlo attraverso due libri scritti da economisti che di Sarkozy e Royal sono consulenti. Vi si ritrovano parole chiave come pensioni, nanismo industriale, capitalismo familiare, tassa di successione: quasi le stesse della campagna elettorale italiana dello scorso anno.

Il primo turno delle elezioni presidenziali francesi è ormai alle porte. Domenica sera sapremo quali candidati andranno al ballottaggio del 6 maggio. Secondo gli ultimi sondaggi, i favoriti sono il candidato della destra, Nicolas Sarkozy, e della sinistra, Ségolène Royal. I poteri che la costituzione della V Repubblica attribuisce al presidente consentono all’eletto di avere una profonda influenza sulla Francia e, di conseguenza, sull’Europa. È importante allora capire quali sono le visioni dei due candidati. Per farlo sceglieremo un punto di vista insolito.

Due libri per “leggere” la Francia

Sono stati recentemente pubblicati due libri di economisti francesi impegnati su fronti opposti della campagna presidenziale. David Thesmar, che insieme a Augustin Landier, ha scritto Le Grand Méchant Marché (Il grande cattivo mercato, editore Flammarion), uscito nello scorso gennaio, è uno dei consulenti di Sarkozy, mentre Thomas Philippon, che ha pubblicato all’inizio di marzo Le Capitalisme d’Héritiers (Il capitalismo degli eredi, editore Seuil), è uno degli advisor di Ségolène. È bene dire subito che i libri non sono in alcun modo strumenti di propaganda e che non esprimono il programma economico ufficiale dei candidati. D’altra parte, è ragionevole assumere che le visioni in essi contenute siano in sintonia, o influenzino, almeno parzialmente, quelle dei rispettivi candidati.

Dalla parte di Sarkozy

Secondo Landier e Thesmar uno dei problemi più rilevanti in Francia è l’ostilità che i suoi cittadini mostrano verso il mercato, la concorrenza, la finanza (1). Nei sondaggi della World Value Survey, l’approvazione dei francesi all’affermazione “la concorrenza stimola gli aspetti peggiori dell’uomo” è passata dal 20 al 30 per cento nel corso degli anni Novanta, mettendo la Francia al quarto posto tra i sessanta paesi in cui l’indagine è stata condotta, dopo Cile, Belgio e Estonia. Solo il 36 per cento dei francesi pensa che l’economia di mercato e la libera iniziativa d’impresa siano il miglior sistema economico possibile, contro il 71 per cento degli americani e il 66 per cento dei britannici. Le scelte dei governi francesi, in difesa dei campioni nazionali contro le scalate di imprese straniere e dell’eccezionalità francese riflettono questo desiderio di bloccare il funzionamento del libero mercato.
Ma da dove viene questa ostilità dei francesi verso il mercato e la concorrenza? Secondo gli autori, deriva in larga parte dalla storia francese del secondo dopoguerra, ma vi sono fattori più attuali che contribuiscono a mantenerla. La chiave interpretativa individuata dagli autori si basa sulla crisi del sistema pensionistico francese, la quale crea una forte incertezza nelle generazioni più giovani riguardo ai loro redditi futuri. Poiché devono già affrontare questo tipo di incertezza, i lavoratori francesi preferiscono investire la loro ricchezza in attività a basso rischio e, in particolare, nella casa. Scarsa è invece la ricchezza investita dalle famiglie francesi in azioni. Di conseguenza, le grandi imprese francesi sono costrette a finanziarsi in modo significativo sui mercati finanziari internazionali. Gli obiettivi di famiglie e imprese sono quindi divaricati: alle famiglie interessa più la stabilità delle imprese che la loro crescita. Di fronte a Opa di società straniere, la reazione dei francesi è quella di pensare che esse andranno a beneficiare gli azionisti stranieri e a danneggiare i lavoratori francesi. I governi francesi, sensibili ai desideri dell’elettorato si adeguano e difendono i campioni nazionali da “attacchi” esterni.
Quali soluzioni propongono Landier e Thesmar per uscire dall’impasse? La loro ricetta è il passaggio a un sistema pensionistico a capitalizzazione, associato alla creazione di fondi pensione che dovrebbero investire i soldi dei lavoratori (anche) in azioni di imprese francesi. In questo modo, i lavoratori diventerebbero anche piccoli azionisti e sarebbero più in linea con gli obiettivi delle imprese.

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E da quella di Royal

Diversa è la visione che ci viene dal libro di Philippon, secondo cui il problema principale dell’economia francese è costituito dalle pessime relazioni tra imprese e lavoratori. La qualità percepita dai dirigenti d’impresa delle relazioni con i lavoratori, secondo il Global Competitiveness Report 1999, colloca la Francia al novantanovesimo posto su 102 paesi. Ma se i dirigenti sono insoddisfatti, i lavoratori non sembrano certo essere più contenti. Secondo un’indagine del 1999 della World Value Survey, in Europa, la Francia è ultima per libertà di prendere decisioni nel proprio lavoro e penultima (davanti solo alla Grecia) per soddisfazione sul lavoro. Le relazioni industriali in Francia sono sempre state cattive, come argomenta Philippon nel suo libro, ripercorrendo la storia economica del paese. La risposta delle imprese all’ostilità delle relazioni con la forza lavoro ha oscillato tra repressione e paternalismo. In particolare, le aziende familiari hanno tipicamente scelto la strategia del paternalismo. All’inizio del Novecento ciò ha significato una (limitata) partecipazione dei lavoratori ai profitti, la creazione di scuole tecniche, l’introduzione di forme di assicurazione contro gli incidenti sul posto di lavoro. Oggi il paternalismo prende essenzialmente la forma di una maggiore sicurezza del posto di lavoro nelle imprese familiari. In esse il tasso di sindacalizzazione della forza lavoro e la conflittualità (scioperi) sono minori che nelle imprese ad azionariato disperso. È interessante osservare come vi sia una maggiore presenza di imprese familiari nei contesti in cui le relazioni industriali sono cattive, anche a parità di quadro legislativo. Ad esempio, sono più diffuse in Québec che nel resto del Canada. Inoltre, sono più presenti nei settori ad alta intensità di lavoro. Le imprese familiari sembrano quindi essere una risposta darwiniana a un ambiente ostile, quello delle relazioni con i lavoratori.
Ma, ci ricorda Philippon, bisogna anche considerare l’effetto delle imprese familiari sull’ambiente. Esse tendono a promuovere per anzianità e, ai massimi livelli, portano molto spesso solo membri della famiglia, indipendentemente dalle loro qualità. Non solo: le imprese familiari si caratterizzano spesso per una minore capacità di delega dell’autorità. Inoltre, le famiglie tendono a privilegiare la stabilità sulla crescita. Tutto ciò ha l’effetto di ridurre le opportunità di promozione e di partecipazione all’interno dell’impresa, con il conseguente effetto demotivante sui dipendenti.
Il crescente ruolo del capitale umano nel determinare la competitività internazionale delle imprese, abbinato alla mancanza di delega e motivazione dei dipendenti, ha messo sempre più in difficoltà le imprese francesi negli ultimi venti anni. Le cattive relazioni tra imprese e lavoratori hanno anche un impatto negativo sul tasso di disoccupazione poiché tendono a far uscire più presto i lavoratori dal mondo lavorativo. Secondo l’autore, è significativo il fatto che, mentre il tasso di occupazione degli uomini francesi tra i 30 e i 50 anni è molto vicino a quello dei loro colleghi americani, se si considerano gli uomini sopra i 60 anni, quello francese è la metà di quello americano.
Dalla sua analisi Philippon deriva alcune proposte, quali il mantenimento dell’imposta di successione, per scoraggiare il passaggio a eredi incapaci di gestire le imprese familiari; un rinnovato dialogo sociale, ottenuto inserendo rappresentati dei lavoratori all’interno dei consigli di amministrazione e un’accresciuta rappresentatività dei sindacati, dando diritto di voto anche ai disoccupati e una riforma del sistema scolastico e universitario.
È interessante, infine, osservare come le parole chiave contenute nell’analisi dell’economia francese sviluppata dai tre autori (pensioni, nanismo industriale, capitalismo familiare, tassa di successione) siano quasi le stesse della campagna elettorale italiana dello scorso anno. Anche se parlano della Francia e dei suoi problemi, i due libri possono risultare stimolanti anche per i lettori italiani.

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(1) Una più dettagliata recensione del libro si può trovare in http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/480

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