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  1. gigu Rispondi
    Uno stanziamento per il sostegno delle politiche per la prima infanzia, per quanto importante, rischia di non esplicare pienamente i suoi effetti positivi se non accompagnato da riflessioni più articolate che aiutino a "spendere meglio". E' opportuno che si affronti il paradosso che vede i Comuni che hanno strutture (o servizi) per la prima infanzia sostenere spese consistenti, senza, però, soddisfare pienamente l'utenza (che vorrebbe maggiore flessibilità e costi più contenuti) e senza coprire il sempre crescente fabbisogno. Sarebbe necessario investire denaro, oltre che per mantenere (e ampliare) l'esistente, anche per rispondere ad alcuni interrogativi, come per esempio: su che livelli è la spesa dei servizi per l'infanzia in Italia rispetto agli altri paesi europei? Quali servizi integrativi/alternativi al nido potrebbero essere immaginati per rispondere meglio alle esigenze delle famiglie? Come si trova il punto di equlibrio nel trade-off fra flessibilità e sostenibilità finanziaria? Come si valuta la "qualità" di un servizio all'infanzia (qualità per il bambino, qualità per la famiglia, ecc.)?
  2. Bruto Rispondi
    A Milano si è oramai creata una forbice tra asili pubblici (costi bassi, disponibilità limitata) e privati (costi alti, disponibilità capiente): a cadere senza rete in questa situazione è la classe media che puo' permettersi a stento gli asili privati e non e' compresa nelle fasce reddituali per quelli pubblici. Credo che non vada sottovalutata la possibilità di incentivare i nidi aziendali, soprattutto nel caso delle grandi città. Chi scrive è al momento decisamente entusiasta di questa iniziativa: i costi sono contenuti (sussidiati dall'amministrazione pubblica), la responsabilizzazione del gestore è elevata ed essi permettono di intercettare in parte questa (enorme) fascia intermedia di utenti.
    • La redazione Rispondi
      Ha ragione sul fatto che una soluzione al problema della scarsità dei nidi pubblici potrebbe essere rappresentata dall'offerta di nidi aziendali. Basti pensare che l’offerta di asili sul posto di lavoro in Italia e’ molto più bassa che in altri paesi europei (2.6% in Italia mentre e’ il 15% in Olanda, e il 6% in Francia e Belgio) (Fonte: European Community Household Panel). Tuttavia bisognerebbe capire le ragioni per cui molti datori di lavoro ancora non hanno sfruttato questa opportunità e quali sono le inefficienze eventualmente presenti nel sistema attuali di incentivi per la costruzione dei nidi aziendali.
  3. MGrazia Rispondi
    Assolutamente si ai nidi sopprattutto se comunali. Il max della qualità didattica i miei figli (ora alle elementari) l'hanno trovata proprio all'interno del nido sia in termini di rapporto "docenti" utenti che in rapporto alla copertura dell'orario di lavoro Per migliorare la situazione oltre ad aumentare il numero dei nidi va modificata anche la legislazione che permette l'accesso ai nidi spesso favorendo realtà che non ne hanno realmente bisogno (ad esempio i gemelli i figli adottati o i figli con un genitore che lavora fuori dalla regione hanno punteggio di accesso maggiore anche con redditi elevati) Non sono d'accordo nel ritenere che sia solo il nido a tenere la mamma fuori dal mondo lavorativo, ma anche i servizi offerti nel seguito. Dopo i tre anni (finita per altro anche la possibilità di usufruire della malattia per il bambino) per le mamme che lavorano non resta altro che la baby sitter e l'eterno senso di colpa per essere sempre e comunque inadeguate.
  4. patrizia sepich Rispondi
    Lavoro da più di 20 anni nei/per i nidi pubblici: i nidi sono cresciuti in quantità ed in qualità. Le liste d'attesa sempre crescenti, soprattutto là dove il servizio è aumentato, denotano interesse, necessità ed una fiducia crescente. Già da anni non noto più paura per il nido, ma la convinzione di una reale opportunità in più per il bambino ed il riconoscimento di un reale aiuto per la giovane famiglia, soprattutto per la donna che lavora. Anche con gli orari così come sono. Ciò che manca è il posto per tutti quelli che lo chiedono. Le famiglie, inserite nelle lunghe liste d'attesa, hanno già chiaramente espresso la loro domanda di servizio. Mancano evidentemente le risorse per rispondere a tutti. La strada non può essere che una sinergia: pubblico, privato, famiglie. La valutazione, gli studi longitudinali, i confronti con altri Paesi: bene, benissimo. Ma la lettura dei dati presenti, indica già chiaramente la direzione. L'Agenda di Lisbona lo conferma.
  5. gaetano Rispondi
    Possibile che non avete considerato il vero competitor degli asilo nido, visto le tariffe, naturalmente ad integrazione dei genitori? Sono le colf, preferibilmente dell'est europeo, i quali costi sono competitivi con quelli dgli asili. tenete conto che mediamente per un asilo sono necessari circa 400 €, ammesso che non si voglia in top. Saluti
    • La redazione Rispondi
      nella nostra analisi sia sull'uso del servizio che sull'offerta di lavoro teniamo conto dell'utilizzo di baby sitter (piu che colf) i cui costi complessivi pero' non sono inferiori a quello di un asilo nido a tempo pieno ma offrono certo piu flessibilita' di orario Daniela Del Boca
  6. Enrico Rispondi
    Trovo ridicolo in Italia concentrarsi sulla sperimentazione dell'asilo come strumento per la crescita. L'asilo è utilizzato perchè i genitori (ovviamente !)devono lavorare, la necessità di maggiore flessibilità e di un maggior numero di posti è certificato dalle liste di attesa. La pratica di favorire, nelle liste di attesa, bassi redditi porta paradossalmente a favorire chi non lavora a scapito di chi ha un impiego. Non so se l'asilo sia un buon modo di crescere i figli, ma è usato ovunque nel mondo e la qualità dipende in larghissima parte dalle persoce che nell'asilo lavorano, dalla realtà locale, da quello che il comune e i cittadini decidono nella loro comunità. Saluti, Enrico.
    • La redazione Rispondi
      la valutazione non serve a capire se servono gli asili nido in Italia ma a capire se servono gli asili nido pubblici cosi come sono ora,troppo costosi, con orari troppo rigidi, poco coerenti con i tempi di lavoro full time, e distribuiti in modo diseguale tra le regioni. Infatti i genitori che lavorano utilizzano poco l'asilo pubblico (circa il 12% secondo i dati ISTAT Multiscopo) ma preferiscono ricorrere ai nonni, baby sitter, e strutture private. Se dunque vogliamo rilanciare gli asili pubblici dobbiamo studiare meglio qualicaratteristiche devono avere per essere utili a chi ne ha piu bisogno cioè i genitori che lavorano. Come lei stesso afferma infatti anche la pratica di favorire, nelle liste di attesa, bassi redditi porta paradossalmente a favorire chi non lavora a scapito di chi ha un impiego. Daniela Del Boca
  7. matteo olivieri Rispondi
    L'efficacia di un'educazione precoce in asili nido è una questione che da tempo investe le famiglie. Circa 30 anni fa, quando cominciai le scuole elementari, si parlava tra i genitori della mia classe di questo aspetto e le opinioni, oltre che discordi, erano sostenute con molto vigore e pochi riscontri sia da una parte che dall'altra. In generale era il senso di colpa a farla da padrone, sia su chi aveva mandato il figlio all'asilo nido e poi alle materne, sia su chi lo aveva cresciuto in casa. I primi si difendevano dall'etichetta sociale di menefreghisti, i secondi temevano per la scarsa possibilità di intrattenere rapporti sociali offerta ai loro figli. Credo che il problema sia ancora vivo, ma non è certo coi sensi di colpa che si imposta una politica del child care. Ben venga una valutazione.
  8. Marco Solferini Rispondi
    Gli Autori toccano un tasto piuttosto scottante che ho già affrontato per conto di un privato durante una raccolta fondi svoltasi nell'anno 2006. La mia pianificazione di Fund Raising infatti ha previsto una fusione di necessità, da un lato una tecnica anglo americana di raccolta presso i dipendenti di un impresa coinvolta in un ciclo di sponsorizzazioni di un Evento socialmente utile, dall'altro la dazione per un ritorno immediato in termini di produttività per l'azienda. La realtà economica e imprenditoriale Italiana necessita disperatamente dei baby point, i centri di accoglienza su misura per i dipendenti delle imprese, sopratutto nei settori bancari e finanziari. La bibliografia di importazione anglo americana, scarsamente tradotta nel nostro Paese, la qualifica come una tecnica di Fund Raising, tuttavia non mancano sul nostro territorio esempi di sostengo, da parte delle Amministrazioni locali, specie nei centri industriali che hanno dato buoni risultati, a patto che il referente all'interno della P.A. locale sia persona capace, volenterosa e coinvolgente, altrimenti tutto si ferma alle buone intenzioni. La vecchia impostazione del genitore che lavora e della "dolce metà" casalinga, sta trapassanto con un accelerazione in termini di velocità nel cambiamento e con essa anche il rapporto con l'asilo, troppo distante dalle esigenze di tempo, di controllo e di autonomia nella crescita di cui oggi le nuove Famiglia sentono il bisogno, anche, se non sopratutto, dal punto di vista psicologico e affettivo. In questo caso, il titolo di questo articolo, fa centro, perchè l'asilo, può fare paura, sicuramente.
    • La redazione Rispondi
      Il suo punto e' molto importante. L'offerta di servizi riflette un modello di famiglia che non c'e' piu e rende difficile lo sviluppo di modelli piu' moderni (in cui entrambi i coniugi lavorano).In Italia sono pochissime le imprese che offrono asili sul posto di lavoro (o altri tipi di sostegno). In una recente ricerca da me curata (Dual Careers: Public Policies and Companies Strategies" European Commission, Brussels ,WIST 2006) ho intervistato un numero elevato di uffici del personale di grandi imprese multinazionali e ne è emerso che l'asilo o baby point sul posto di lavoro e' una delle caratteristiche più apprezzate dalle donne che lavorano. Daniela Del Boca
  9. Luca Milanetto Rispondi
    L'esigenza di nuovi asili nido è dimostrata molto semplicemente dalle liste di attesa che esistono in tutte le grandi città del nord Italia, dove è praticamente impossibile accedere in condizioni di redito medie ad un posto al nido prima di 1 anno. Questo comporta di conseguenza un'attesa al reiserimento lavorativo della madre che in genere può usifruire, sempre che abbia un contratto di lavoro subordinato, di maggiori tutele. Le liste di attesa sono lunghe, anche a fronte dei costi proibitivi delle strutture, sia pubbliche che private. La costruzioni di nuovi asili mi sembra quindi una risposta a una domanda reale. Al sud tale problema è meno sentito in quanto la struttura sociale può contare ancora su un basso livello di partecipazione femminile al mondo del lavoro e quindi un maggior carico di lavoro domestico. Quindi quanto meno al nord mi sembra che le domande poste in capo all'articolo possano essere fornite di una risposta autoevidente. Grazie Luca M.
    • La redazione Rispondi
      Sono d'accordo.Tuttavia per sapere quanto le famiglie utilizzerebbe i "nuovi" posti nido offerti e' necessaria una sperimentazione della politica. (sopratutto nelle regioni del sud) Daniela Del Boca
  10. mario giaccone Rispondi
    concordo pienamente con le auttricisulla necessità di innalzare il sussidio pubblico ai nidi. Per esperienza diretta la quota pubblica mi risulta più bassa, e credo che valga la pena indagare la varianza del sussidio: che è più basso laddove il servizio è di più recente istituzione (contesti non urbani) ma la domanda latente (il più delle volte scoraggiata) più alta. è vero che orari dei nidi più estesi sarebbero graditi, ma comparando con i tempi del sistema scolastico, dalle materne in poi, i nidi offrono gli orari più estesi tanto sull'arco della giornata quanto sull'arco dell'anno (10,5 mesi su 12, se va male, contro i neanche 9 di materne ed elementari): ed è sugli orari di materne ed elementari (ma anche medie) che si modella l'offerta di lavoro delle famiglie: ed è questa la vera priorità. infine: il nido fa paura perchè si crede che i bimbi siano abbandonati. ma nonostante il rapporto comparativamente alto (mio figlio ha un rapporto 1:8) il vero abbandono sta dopo, con un corpo docente che non è disponibile a un vero confronto di merito sul piano educativo e, laddove conosce le metodologie di comunicazione, gestione d'aula e gruppi ecc., le usa alla rovescia per recuperare una legittimazione di status che invece, così facendo, contribuisce ad aggravare. cordiali saluti Mario Giaccone
    • La redazione Rispondi
      Sono d'accordo sul fatto che un problema di orari esiste anche per le scuole materne ed elementari e non solo per gli asili nido, ma recenti studi dimostrano che le donne che escono dal mercato del lavoro nei primi tre anni dopo la nascita del primo figlio difficilmente riescono a rientrare. E' importante quindi inizialmente pensare a come aiutare queste donne a non lasciare il lavoro durante i primi anni di vita di un figlio. Daniela Vuri