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La mobilità sociale resta al palo

I dati mostrano che la cosiddetta riforma del “3+2” ha avuto un effetto di “democratizzazione” dell’entrata all’università, ma non dell’uscita. Nelle facoltà sono aumentati del 9 per cento gli iscritti i cui genitori non hanno una laurea, tuttavia non è cresciuto il numero di laureati che proviene da tali famiglie. Sale infatti il tasso di abbandono. Passato per gli studenti con padre e madre meno istruiti dal 10,5 del 1998 al 12,3 del 2001. E se non si riduce il differenziale nei tassi di abbandono, non può esserci crescita della mobilità sociale.

L’Istat ha appena pubblicato i dati sulle iscrizioni all’università per il 2005-2006. Pur molto interessanti, non danno conto di una delle questioni più importanti: il ruolo dell’istruzione universitaria nel promuovere la mobilità sociale. Più utili sotto questo profilo sono i microdati dell’Istat che contengono informazioni sul grado di istruzione della famiglia di origine.

Prima e dopo il “3+2”

La riforma dell’università del “3+2” ha fatto sì che molte più persone si iscrivano all’università e molte più si laureino. Ma quanto è aumentata la mobilità sociale? In altre parole, quanti fra i laureati in un anno, hanno un’istruzione superiore ai loro genitori e sono quindi persone che si muovono socialmente verso l’alto? (1)
Il confronto tra gli esiti formativi pre e post-riforma è difficile da realizzare. In primo luogo, perché la riforma è ancora in fase di transizione con la graduale scomparsa del vecchio ordinamento, in secondo luogo per l’incompletezza dei dati a disposizione. Tuttavia, riteniamo che l’esercizio preliminare di valutazione metta in luce aspetti interessanti, benché ancora incerti, della riforma.
La nostra prima fonte di dati, l’indagine Istat sui “Percorsi di studio e di lavoro dei diplomati”, ci permette di determinare qual è la probabilità di iscriversi all’università a seconda dell’istruzione della famiglia di provenienza. La seconda fonte è la banca dati di Almalaurea, un consorzio di trentotto atenei, che consente di determinare la composizione dei laureati per famiglia d’origine. (2) Unendo le due informazioni, confrontiamo la composizione degli iscritti e dei laureati in base al grado di istruzione della famiglia d’origine.
La tabella 1 mostra la probabilità di iscriversi all’università a seconda della famiglia d’origine in base alle indagini Istat del 2001 e 2004, relative rispettivamente ai diplomati del 1998 e del 2001. La prima si riferisce quindi agli iscritti all’università pre-riforma, mentre la seconda agli iscritti post-riforma. Nel 2001 si iscrive all’università l’89 per cento dei figli di almeno un genitore laureato e solo il 47 per cento dei figli di genitori non laureati. Mentre nel 2004 i due dati salgono rispettivamente al 91 per cento e al 56 per cento.(3)
La tabella 1 mostra che la probabilità di iscriversi all’università per gli individui provenienti da famiglie con genitori laureati è rimasta pressoché inalterata (+2 per cento), mentre è evidente l’aumento di iscrizioni (+9 per cento) tra quelli provenienti da famiglie con basso grado di istruzione. Quest’ultimo dato ci fa ritenere che la riforma del “3+2” abbia ottenuto un effetto che possiamo chiamare di “democratizzazione” dell’entrata all’università.

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Tabella 1. Percentuale iscritti all’università per istruzione dei genitori

Fonte: Nostre elaborazioni su dati indagine sui diplomati Istat, con pesi campionari.

Adesso consideriamo i risultati “all’uscita”, cioè la percentuale di laureati figli di genitori non laureati forniti da Almalaurea. Con l’avvertenza che mentre i dati Istat sono rappresentativi a livello nazionale, l’adesione al consorzio è volontaria. Tuttavia, l’elevato numero di atenei che ne fanno parte, rende plausibile l’ipotesi di rappresentatività a livello nazionale. (4)
Anche in questo caso, confrontiamo i dati sui laureati pre e post-riforma. Per i dati pre-riforma riportiamo la tavola dei laureati del 2002 (tabella 2, prima colonna), circa quattro anni dopo l’indagine dei diplomati 1998. La percentuale di laureati pre-riforma provenienti da famiglie in cui nessun genitore è laureato è del 72,5 per cento, e oscilla tra il 72,2 e il 73,5 per cento nel periodo 1998-2001.
Per i dati post-riforma consideriamo il 2005, ma i dati relativi al 2003 e 2004 sono molto simili. La seconda colonna della tabella 2 indica l’origine sociale dei laureati del 2005 che ancora provengono dai corsi del vecchio ordinamento (50 per cento del totale laureati in quell’anno): la percentuale di laureati figli di genitori non laureati è del 72,1 per cento. Se si guarda ai corsi di laurea post-riforma (terza colonna) i laureati di 1° livello sono per il 74,6 per cento figli di non laureati. Ricordiamo tuttavia che la laurea di 1° livello dura tre anni, in generale uno in meno dei corsi pre-riforma. Se guardiamo alle lauree specialistiche, tipicamente di durata quinquennale, i figli di genitori non laureati sono solo il 69,5 per cento. La colonna finale della tabella che indica i totali, e quindi fa una media tra corsi pre e post-riforma, mostra che il 72,8 per cento dei laureati del 2005 proviene da una famiglia in cui nessun genitore è laureato. Una percentuale molto simile al periodo pre-riforma.

Tabella 2: Laureati Almalaurea, composizione % per istruzione dei genitori

Nota. La somma per colonna non è 100 a causa delle risposte omesse sull’istruzione dei genitori.

Cresce il tasso di abbandono

Se il risultato venisse confermato da analisi più approfondite, vorrebbe dire che la riforma universitaria non ha portato alcun miglioramento nelle probabilità di laurearsi di figli di genitori senza titolo di laurea relativamente ai figli di genitori con laurea. In altre parole, la “democratizzazione” dell’entrata all’università non si è riflessa in nessuna maggior “democratizzazione” dell’uscita e la mobilità sociale non è aumentata.
Perché? Semplicemente perché molti degli studenti di famiglie di origine sociale più bassa non finiscono gli studi o li finiscono in un numero elevato di anni. Se ne può avere conferma guardando di nuovo le indagini Istat sui diplomati e calcolando il tasso di abbandono per origine familiare. Era nel 1998 del 10,5 per cento per i figli di famiglie senza laurea, contro il 3,5 per cento dei figli di famiglie con laurea. È diventato nel 2001 del 12,3 per cento, contro il 5,4 per cento. (5)
Il differenziale nei tassi di abbandono tra studenti con genitori poco istruiti e quelli con laurea non si è ridotto dopo la riforma. Incidentalmente, facciamo anche osservare che l’aumento dei tassi di abbandono nel periodo post-riforma è probabilmente dovuto alla minore preparazione accademica, rispetto al passato, degli studenti che decidono di intraprendere ora gli studi universitari.
La crescita della mobilità sociale passa attraverso la riduzione del differenziale di abbandono tra studenti che provengono da famiglie con grado di istruzione differente. Se lo si ritiene un obiettivo di policy, esso ha implicazioni sull’opportunità di introdurre nuove tasse universitarie o test all’ingresso.

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(1) Un altro criterio è basato sulla classe sociale di provenienza della famiglia. Riteniamo, però, più affidabile l’informazione sul titolo di studio che sulla professione.
(2) Al consorzio aderisce circa il 61 per cento del sistema universitario italiano. Ma il Nord Ovest vi è sottorappresentato per l’assenza degli atenei lombardi.
(3) L’aumento della probabilità di iscriversi all’università provenendo da famiglie senza titolo universitario non si traduce automaticamente in una presenza in proporzione maggiore dei figli dei non laureati tra gli iscritti di un dato anno. La ragione è che il numero assoluto di genitori senza laurea diminuisce nel tempo e quindi anche percentuali maggiori di iscritti vanno applicate a valori assoluti in diminuzione.
(4) Una particolare difficoltà consiste nel fatto che il consorzio comprendeva ventidue università nel 2002 e trentacinque nel 2005. Almalaurea sostiene che i suoi dati siano rappresentativi a livello nazionale.
(5) Se aumenta la probabilità di iscriversi all’università tra i figli di famiglie senza laurea, ma il loro tasso di abbandono rimane relativamente alto rispetto a quello dei figli di laureati, può accadere che la frazione dei figli di famiglie senza laurea sul totale dei laureati addirittura diminuisca dopo la riforma.

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  1. Claudio Resentini

    Senza entrare nel merito della complessa discussione sulla riforma universitaria e limitandomi al contenuto dell’articolo, mi sembra di rilevare due gravi errori metodologici nelle argomentazioni del prof. Leonardi che ne inficerebbero la tesi:
    1) Invece di confrontare, come dichiarato, la composizione degli studenti in entrata e in uscita, confronta da una parte le percentuali di iscritti all’università per le diverse classi di istruzione dei genitori e dall’altra la composizione percentuale, per le diverse classi di istruzione dei genitori, dei laureati. Non sono ovviamente dati confrontabili essendo invertite le variabili. Anche perché, aldilà dell’aspetto metodologico, come precisato in nota anche dal prof. Leonardi, aumentando col tempo il numero dei genitori laureati, la stabilità della composizione dei laureati indicherebbe semmai il contrario della sua tesi cioè l’aumento della probabilità comparata di laurearsi per gli studenti di famiglie senza laurea.
    2) La costanza del differenziale tra i tassi di abbandono dice poco in termini comparativi (ad es. : un conto sono 7 punti percentuali tra il 5% e il 12% e un conto sono 7 punti percentuali tra 1% e 8%). Un confronto più significativo, basato ad esempio sul rapporto tra le probabilità dimostrerebbe invece che la probabilità di abbandono degli studenti delle famiglie senza laurea diminuisce comparativamente: nel 1998 era tre volte (10,5/3,5) quella degli studenti provenienti dalle famiglie con laurea, nel 2001 era 2,3 volte circa (12,3/5,4). Ancora una volta il contrario della tesi esposta.
    Cordiali saluti.

    • La redazione

      A completamento dell’articolo riportiamo qui di seguito le cifre richieste dal nostro lettore.
      Facciamo presente che non essendo i dati ALMALAUREA pubblicamente disponibili abbiamo dovuto utilizzare le uniche informazioni pubblicate nel sito del Consorzio. Quindi abbiamo riportato in Tabella 2 la composizione percentuale dei laureati per classe di laurea dei genitori. D’altronde anche avendo a disposizione i microdati ALMALAUREA (che contiene solo informazioni sui laureati e non sugli iscritti) non sarebbe stato possibile calcolare la probabilità di laurea per classi di istruzione dei genitori che è la misura che avremmo voluto considerare.
      A rinforzo della nostra tesi possiamo però fornire la composizione percentuale degli iscritti per classe di istruzione dei genitori. Nel 1998 i dati ISTAT sui diplomati mostrano che il 78% dei diplomati iscritti all’università era figlio di non laureati mentre il 21% era figlio di laureati. Nel 2001 le percentuali corrispondenti erano 77% e 23% (le percentuali potrebbero non sommare a 100 per la presenza di missing; sono stati applicati i pesi campionari). Facciamo notare che questi dati sulle percentuali di iscritti sono perfettamente compatibili con i dati riportati in Tabella 1 sulle probabilità di iscrizione per classe di istruzione dei genitori. Infatti, poiché c’è stata nel tempo una diminuzione delle famiglie senza titolo di laurea, al fine di mantenere le percentuali costanti, deve essere vero che la probabilità di iscriversi e’ aumentata maggiormente per chi proviene da una famiglia senza titolo di laurea. Moltiplicando le percentuali di iscritti riportate sopra per i rispettivi tassi di abbandono (misurati a tre anni dal diploma, rispettivamente del 10.5 e del 3.5 per i figli di non laureati e i figli di laureati prima della riforma) si arriva ad una composizione percentuale di laureati pre-riforma per il 77.5% figli di non laureati e per il 22.5% figli di laureati. Moltiplicando le percentuali di iscritti post-riforma per i rispettivi tassi di abbandono (12.5 per i figli di non laureati e 5.4 per i figli di laureati) si arriva ad una composizione percentuale di laureati per il 75.6% figli di non laureati e per il 24.4% figli di laureati. La nostra tesi che la mobilità sociale (nella misura che abbiamo considerato, ovvero la frazione di laureati figli di non laureati) non è aumentata con la riforma risulta pertanto confermata, seppure in base a questi dati preliminari. Anche la composizione dei diplomati (ISTAT) confrontata con quella dei laureati risultante da ALMALAUREA (tabella 2) mostra l’esistenza di un drop-out differenziale, ovvero i figli di non laureati hanno una minore probabilità di completare gli studi (se così non fosse la composizione per titolo di studio dei genitori dovrebbe essere preservata anche all’uscita del sistema universitario tra i laureati). Questo gap nel drop-out non è stato ridotto dalla riforma.
      Infine riteniamo la differenza nei tassi di drop out più informativa del loro rapporto (se ad esempio il tasso di drop-out fosse dello 0.1% per i figli dei laureati e del 0.01% per quelli dei non laureati, ciò implicherebbe un rapporto di 10 a 1, ma non darebbe alcuna informazione sulla rilevanza del fenomeno, che nell’esempio fatto risulterebbe quanto meno trascurabile).

  2. Alessandro Figa'Talamanca

    Non credo che sia ragionevole misurare gli effetti della riforma cosiddetta del 3+2 sulla mobilita’ sociale in termini di percentuali di laureati di oggi provenienti da famiglie di non laureati. Prima di tutto perche’ attualmente il campione dei laureati è distorto da due fattori, in competizione: rappresenta, per quasi tutte le discipline, un gruppo di studenti in grado di laurearsi entro tempi ragionevoli, quindi presumibilmente liberi da impegni lavorativi e provenienti da famiglie piu’ in alto nella scala sociale, rappresenta anche per le discipline paramediche un forte contingente di “laureati ope legis” cioè infermieri professionali, vigili sanitari e quant’altro, ai quali per ragioni “di equita’ sindacale” è stato offerto di laurearsi pagando le tasse per un anno, ascoltando qualche conferenza, e continuando a lavorare. Ma è sbagliato anche per un’altra ragione: la riforma ha prodotto un incremento delle matricole (che ha compensato il decremento demografico). E’ irragionevole aspettarsi che i “newcomers” dal punto di vista sociale, abbiano un successo paragonabile a chi proveniva da classi sociali più elevato. Penso che il successo della riforma si debba misurare, tra qualche anno, sull’incremento, in termini assoluti e non percentuali, dei laureati provenienti da famiglie di non laureati.
    Non ho capito poi la nota sui “test di ingresso”. Dove sono stati introdotti (ad es. medicina) hanno, come ovvio, privilegiato chi provieniva da una famiglia di laureati.

    • La redazione

      Concordiamo con alcune delle sue osservazioni. Abbiamo detto anche noi nell’articolo che è forse troppo
      presto per valutare appieno gli effetti della riforma dato che i laureati del 2005 si sono laureati al più un anno fuori corso (almeno quelli che si sono iscritti dopo la riforma), per cui si tratta dei più “bravi” o di quelli che probabilmente non lavoravano durante gli studi.
      Anche lei definisce laurearsi in corso o un anno fuori corso come un tempo “ragionevole”, per cui impiegare di più per un corso generalmente triennale è forse “irragionevole”. Sfortunatamente per gli studenti anche la maggior parte dei datori di lavoro sembra pensarla allo stesso modo, dato
      che il mercato del lavoro premia soprattutto coloro che finiscono gli studi in
      tempi brevi. Quindi il fatto
      di non osservare un’adeguata proporzione di individui provenienti da famiglie di non
      laureati che si laureano in corso o un anno fuori corso non è affatto un buon segnale. Crediamo infatti che il successo della riforma non debba soltanto essere misurato, fra qualche anno, in termini di numero di laureati provenienti da famiglie di non laureati ma anche in termini dei rendimenti della laurea per questi individui (a meno di considerare l’istruzione terziaria come un bene di consumo e non di investimento).
      Se possedere una laurea dovesse implicare per questi individui dei bassi rendimenti economici (ad esempio perché impiegano a laurearsi molti anni o perché non possono contare su adeguati social networks), non crediamo che la riforma possa essere giudicata un gran successo, a parte la forse magra consolazione che l’incremento del numero di laureati ci farà salire di qualche posizione nei ranking internazionali della proporzione della popolazione con laurea. L’intento del nostro pezzo era quello di osservare che probabilmente della riforma e della conseguente espansione dell’istruzione terziaria potrebbe avere beneficiato, e beneficiare in futuro, soprattutto le classi più agiate, così come è avvenuto nel Regno Unito (si veda la nostra risposta a LS).

      Il punto che volevamo fare nell’articolo è che vi sono diverse vie per aumentare la proporzione di laureati provenienti da background meno agiati e quindi la mobilita’ sociale. Quello di democratizzare fortemente l’entrata e lasciare che molti si perdano per strada non necessariamente ottiene il risultato voluto. Se si volessero introdurre esami di ammissione o incrementi nelle tasse universitarie per far fronte alla crisi finanziaria e al declino della qualità dell’università, italiana vorremmo sottolineare che e’ opportuno pensare anche agli effetti che queste misure potrebbero avere sulla mobilità. sociale.

  3. LS

    Grazie dell’articolo che finalmente mette al centro il tema della mobilità sociale, una variabile che dovrebbe stare a cuore a tutti, a prescindere dall’ideologia più o meno palesemente professata.
    Come uscirne? Forse sarebbe utile un po’ di benchmark con gli altri paesi. L’economia mainstream (e quindi la maggior parte degli interventi su lavoce.info) come risposta a tutte le ingessature italiane ed europee di norma indica i modelli USA e UK. Ho ora in mente un paper della London School dal significativo titolo “Disturbing finding from LSE study – social mobility in Britain lower than other advanced countries and declining” da cui risulta che sia UK che USA hanno una mobilità sociale bassa rispetto ad altri paesi (Canada, Germany, Sweden, Norway, Denmark and Finland). Risulta anche a voi? Cordiali saluti

    http://www.lse.ac.uk/collections/pressAndInformationOffice/newsAndEvents/archives/2005/LSE_SuttonTrust_report.htm

    • La redazione

      Il libro GENERATIONAL INCOME MOBILITY IN NORTH AMERICA AND EUROPE edito a cura di Miles Corak, Cambridge University Press 2004, sostiene la tesi che la mobilità sociale e’ bassa in UK e US rispetto ad atri paesi. Tuttavia il confronto tra paesi è difficile.
      Ci risulta anche che nel Regno Unito l’espansione dell’istruzione terziaria abbiano beneficiato soprattutto le classi agiate. Veda a proposito l’articolo “EDUCATIONAL INEQUALITYAND THE EXPANSION OF UK HIGHER EDUCATION” di Jo Blanden and Stephen Machin, pubblicato su Scottish Journal of Political Economy, Vol. 51, No. 2, May 2004.
      L’abstract recita: “Il risultato principale (dell’articolo) ha una elevata rilevanza di policy: l’espansione del sistema di istruzione terziaria non è stata distribuita in maniera eguale tra individui ricchi e poveri. Al contrario, ha avvantaggiato in maniera sproporzionata i figli provenienti da famiglie relativamente più ricche. Nonostante il fatto che molti figli provenienti da famiglie ad alto reddito partecipassero all’istruzione terziaria prima della recente espansione del sistema, l’espansione ha ampliato il gap di partecipazione tra gli individui ricchi e quelli poveri” (nostra traduzione). Infatti, gli autori considerano due coorti di individui quelli nati nel 1958 e quelli nati nel 1970 e mostrano che l’effetto del reddito familiare sulla probabilità di acquisire istruzione terziaria è minore nella prima coorte che nella seconda, che ha anche beneficiato di una netta espansione dell’offerta universitaria rispetto alla prima.

  4. Marco Solferini

    Io ritengo che l’iscrizione all’Università sia una sorta di passaggio obbligato generazionale, somatizzato in una assenza di cultura del lavoro. I benefici di carriera non sono pariteticamente insegnati ai giovani che sentono un impulso implicito a proseguire negli studi. Una parte del prolungamento è dovuto a una fondamentale incertezza di contenuti circa il post lauream, pessimismo serpeggiante nel ceto medio e medio basso laddove sopratutto all’Università lo studente impara la sperequazione fra chi proviene da ambienti agiati, con alle spalle già una certezza lavorativa o un cognome eccellente e chi invece non ha questa garanzia. Lo studio è cultura del sapere, valorizzazione della conoscenza e competitività dell’individuo che diventa esploratore, al contrario l’assenza di una democratizzazione nella mobilità sociale dimostra che la nostra competitività come sistema-paese è ai minimi. Vengono a crearsi personalità sterili, spesso timorose di un potere d’imperio, sempre alla ricerca di uno stimolo paternalista e buonista cui dedicare attenzione. Non meraviglia il fatto che l’Italia sia fanalino di coda nelle materie scientifiche.
    Certamente le Università non devono essere influenzate da agenti interni o esterni che non siano la meritocrazia e la valorizzazione delle menti e della personalità.

  5. Carlo

    Ritengo che sempre più raramente la laurea possa promuovere la mobilità sociale, anzi, ormai spendere tempo e denaro ( si pensi non solo alle rette e all’eventuale costo di vivere fuori sede, ma anche al mancato guadagno durante gli studi) in una laurea è un investimento che per la maggior parte delle persone non vale più la pena fare. L’ufficio carriere della Bocconi riporta che, a due anni dalla laurea, il 57% dei suoi laureati guadagna meno di 1200 euro al mese. Certamente, in altre facoltà e in altri atenei le statistiche sono ancora peggiori. Guardando l’elevatissimo numero di laureati con contratti miseri e precari, mi chiedo: ma non sarebbe stato meglio, per loro, iniziare a lavorare subito dopo le superiori? Vedranno mai il ritorno dell’investimento laurea?

  6. Carlo

    Ritengo che una delle principali conseguenze nefaste della riforma del 3+2 sia stata la proliferazione di atenei e corsi di laurea (storia delle donne, gestione dei conflitti interculturali, pubbliche relazioni e altre amenità…) dal dubbio valore, che hanno avuto una duplice funzione: da un lato hanno creato moltissimi posti di lavoro in cui piazzare i soliti amici degli amici, e dall’altro hanno demagogicamente accontentato elettori che volevano atenei sotto casa. Peccato che ciò abbia portato ad un’esplosione della spesa pubblica e alla creazione di ulteriori disoccupati, non al miglioramento né dell’offerta formativa né delle prospettive di questi nuovi laureati… Se penso che i migliori medici, biologici e fisici italiani sono costretti ad emigrare all’estero per fare ricerca di qualità, mentre noi spendiamo miliardi per finanziare atenei e corsi di laurea inutili, schiumo di rabbia!

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