logo


  1. Carlo Rispondi
    Ritengo che una delle principali conseguenze nefaste della riforma del 3+2 sia stata la proliferazione di atenei e corsi di laurea (storia delle donne, gestione dei conflitti interculturali, pubbliche relazioni e altre amenità...) dal dubbio valore, che hanno avuto una duplice funzione: da un lato hanno creato moltissimi posti di lavoro in cui piazzare i soliti amici degli amici, e dall'altro hanno demagogicamente accontentato elettori che volevano atenei sotto casa. Peccato che ciò abbia portato ad un'esplosione della spesa pubblica e alla creazione di ulteriori disoccupati, non al miglioramento né dell'offerta formativa né delle prospettive di questi nuovi laureati... Se penso che i migliori medici, biologici e fisici italiani sono costretti ad emigrare all'estero per fare ricerca di qualità, mentre noi spendiamo miliardi per finanziare atenei e corsi di laurea inutili, schiumo di rabbia!
  2. Carlo Rispondi
    Ritengo che sempre più raramente la laurea possa promuovere la mobilità sociale, anzi, ormai spendere tempo e denaro ( si pensi non solo alle rette e all'eventuale costo di vivere fuori sede, ma anche al mancato guadagno durante gli studi) in una laurea è un investimento che per la maggior parte delle persone non vale più la pena fare. L'ufficio carriere della Bocconi riporta che, a due anni dalla laurea, il 57% dei suoi laureati guadagna meno di 1200 euro al mese. Certamente, in altre facoltà e in altri atenei le statistiche sono ancora peggiori. Guardando l'elevatissimo numero di laureati con contratti miseri e precari, mi chiedo: ma non sarebbe stato meglio, per loro, iniziare a lavorare subito dopo le superiori? Vedranno mai il ritorno dell'investimento laurea?
  3. Marco Solferini Rispondi
    Io ritengo che l'iscrizione all'Università sia una sorta di passaggio obbligato generazionale, somatizzato in una assenza di cultura del lavoro. I benefici di carriera non sono pariteticamente insegnati ai giovani che sentono un impulso implicito a proseguire negli studi. Una parte del prolungamento è dovuto a una fondamentale incertezza di contenuti circa il post lauream, pessimismo serpeggiante nel ceto medio e medio basso laddove sopratutto all'Università lo studente impara la sperequazione fra chi proviene da ambienti agiati, con alle spalle già una certezza lavorativa o un cognome eccellente e chi invece non ha questa garanzia. Lo studio è cultura del sapere, valorizzazione della conoscenza e competitività dell'individuo che diventa esploratore, al contrario l'assenza di una democratizzazione nella mobilità sociale dimostra che la nostra competitività come sistema-paese è ai minimi. Vengono a crearsi personalità sterili, spesso timorose di un potere d'imperio, sempre alla ricerca di uno stimolo paternalista e buonista cui dedicare attenzione. Non meraviglia il fatto che l'Italia sia fanalino di coda nelle materie scientifiche. Certamente le Università non devono essere influenzate da agenti interni o esterni che non siano la meritocrazia e la valorizzazione delle menti e della personalità.
  4. LS Rispondi
    Grazie dell'articolo che finalmente mette al centro il tema della mobilità sociale, una variabile che dovrebbe stare a cuore a tutti, a prescindere dall'ideologia più o meno palesemente professata. Come uscirne? Forse sarebbe utile un po' di benchmark con gli altri paesi. L'economia mainstream (e quindi la maggior parte degli interventi su lavoce.info) come risposta a tutte le ingessature italiane ed europee di norma indica i modelli USA e UK. Ho ora in mente un paper della London School dal significativo titolo "Disturbing finding from LSE study - social mobility in Britain lower than other advanced countries and declining" da cui risulta che sia UK che USA hanno una mobilità sociale bassa rispetto ad altri paesi (Canada, Germany, Sweden, Norway, Denmark and Finland). Risulta anche a voi? Cordiali saluti http://www.lse.ac.uk/collections/pressAndInformationOffice/newsAndEvents/archives/2005/LSE_SuttonTrust_report.htm
    • La redazione Rispondi
      Il libro GENERATIONAL INCOME MOBILITY IN NORTH AMERICA AND EUROPE edito a cura di Miles Corak, Cambridge University Press 2004, sostiene la tesi che la mobilità sociale e’ bassa in UK e US rispetto ad atri paesi. Tuttavia il confronto tra paesi è difficile. Ci risulta anche che nel Regno Unito l'espansione dell'istruzione terziaria abbiano beneficiato soprattutto le classi agiate. Veda a proposito l'articolo "EDUCATIONAL INEQUALITYAND THE EXPANSION OF UK HIGHER EDUCATION" di Jo Blanden and Stephen Machin, pubblicato su Scottish Journal of Political Economy, Vol. 51, No. 2, May 2004. L'abstract recita: “Il risultato principale (dell’articolo) ha una elevata rilevanza di policy: l’espansione del sistema di istruzione terziaria non è stata distribuita in maniera eguale tra individui ricchi e poveri. Al contrario, ha avvantaggiato in maniera sproporzionata i figli provenienti da famiglie relativamente più ricche. Nonostante il fatto che molti figli provenienti da famiglie ad alto reddito partecipassero all’istruzione terziaria prima della recente espansione del sistema, l’espansione ha ampliato il gap di partecipazione tra gli individui ricchi e quelli poveri” (nostra traduzione). Infatti, gli autori considerano due coorti di individui quelli nati nel 1958 e quelli nati nel 1970 e mostrano che l’effetto del reddito familiare sulla probabilità di acquisire istruzione terziaria è minore nella prima coorte che nella seconda, che ha anche beneficiato di una netta espansione dell’offerta universitaria rispetto alla prima.
  5. Alessandro Figa'Talamanca Rispondi
    Non credo che sia ragionevole misurare gli effetti della riforma cosiddetta del 3+2 sulla mobilita' sociale in termini di percentuali di laureati di oggi provenienti da famiglie di non laureati. Prima di tutto perche' attualmente il campione dei laureati è distorto da due fattori, in competizione: rappresenta, per quasi tutte le discipline, un gruppo di studenti in grado di laurearsi entro tempi ragionevoli, quindi presumibilmente liberi da impegni lavorativi e provenienti da famiglie piu' in alto nella scala sociale, rappresenta anche per le discipline paramediche un forte contingente di "laureati ope legis" cioè infermieri professionali, vigili sanitari e quant'altro, ai quali per ragioni "di equita' sindacale" è stato offerto di laurearsi pagando le tasse per un anno, ascoltando qualche conferenza, e continuando a lavorare. Ma è sbagliato anche per un'altra ragione: la riforma ha prodotto un incremento delle matricole (che ha compensato il decremento demografico). E' irragionevole aspettarsi che i "newcomers" dal punto di vista sociale, abbiano un successo paragonabile a chi proveniva da classi sociali più elevato. Penso che il successo della riforma si debba misurare, tra qualche anno, sull'incremento, in termini assoluti e non percentuali, dei laureati provenienti da famiglie di non laureati. Non ho capito poi la nota sui "test di ingresso". Dove sono stati introdotti (ad es. medicina) hanno, come ovvio, privilegiato chi provieniva da una famiglia di laureati.
    • La redazione Rispondi
      Concordiamo con alcune delle sue osservazioni. Abbiamo detto anche noi nell'articolo che è forse troppo presto per valutare appieno gli effetti della riforma dato che i laureati del 2005 si sono laureati al più un anno fuori corso (almeno quelli che si sono iscritti dopo la riforma), per cui si tratta dei più "bravi" o di quelli che probabilmente non lavoravano durante gli studi. Anche lei definisce laurearsi in corso o un anno fuori corso come un tempo "ragionevole", per cui impiegare di più per un corso generalmente triennale è forse "irragionevole". Sfortunatamente per gli studenti anche la maggior parte dei datori di lavoro sembra pensarla allo stesso modo, dato che il mercato del lavoro premia soprattutto coloro che finiscono gli studi in tempi brevi. Quindi il fatto di non osservare un'adeguata proporzione di individui provenienti da famiglie di non laureati che si laureano in corso o un anno fuori corso non è affatto un buon segnale. Crediamo infatti che il successo della riforma non debba soltanto essere misurato, fra qualche anno, in termini di numero di laureati provenienti da famiglie di non laureati ma anche in termini dei rendimenti della laurea per questi individui (a meno di considerare l'istruzione terziaria come un bene di consumo e non di investimento). Se possedere una laurea dovesse implicare per questi individui dei bassi rendimenti economici (ad esempio perché impiegano a laurearsi molti anni o perché non possono contare su adeguati social networks), non crediamo che la riforma possa essere giudicata un gran successo, a parte la forse magra consolazione che l'incremento del numero di laureati ci farà salire di qualche posizione nei ranking internazionali della proporzione della popolazione con laurea. L’intento del nostro pezzo era quello di osservare che probabilmente della riforma e della conseguente espansione dell'istruzione terziaria potrebbe avere beneficiato, e beneficiare in futuro, soprattutto le classi più agiate, così come è avvenuto nel Regno Unito (si veda la nostra risposta a LS). Il punto che volevamo fare nell’articolo è che vi sono diverse vie per aumentare la proporzione di laureati provenienti da background meno agiati e quindi la mobilita’ sociale. Quello di democratizzare fortemente l’entrata e lasciare che molti si perdano per strada non necessariamente ottiene il risultato voluto. Se si volessero introdurre esami di ammissione o incrementi nelle tasse universitarie per far fronte alla crisi finanziaria e al declino della qualità dell’università, italiana vorremmo sottolineare che e’ opportuno pensare anche agli effetti che queste misure potrebbero avere sulla mobilità. sociale.
  6. Claudio Resentini Rispondi
    Senza entrare nel merito della complessa discussione sulla riforma universitaria e limitandomi al contenuto dell’articolo, mi sembra di rilevare due gravi errori metodologici nelle argomentazioni del prof. Leonardi che ne inficerebbero la tesi: 1) Invece di confrontare, come dichiarato, la composizione degli studenti in entrata e in uscita, confronta da una parte le percentuali di iscritti all’università per le diverse classi di istruzione dei genitori e dall’altra la composizione percentuale, per le diverse classi di istruzione dei genitori, dei laureati. Non sono ovviamente dati confrontabili essendo invertite le variabili. Anche perché, aldilà dell’aspetto metodologico, come precisato in nota anche dal prof. Leonardi, aumentando col tempo il numero dei genitori laureati, la stabilità della composizione dei laureati indicherebbe semmai il contrario della sua tesi cioè l’aumento della probabilità comparata di laurearsi per gli studenti di famiglie senza laurea. 2) La costanza del differenziale tra i tassi di abbandono dice poco in termini comparativi (ad es. : un conto sono 7 punti percentuali tra il 5% e il 12% e un conto sono 7 punti percentuali tra 1% e 8%). Un confronto più significativo, basato ad esempio sul rapporto tra le probabilità dimostrerebbe invece che la probabilità di abbandono degli studenti delle famiglie senza laurea diminuisce comparativamente: nel 1998 era tre volte (10,5/3,5) quella degli studenti provenienti dalle famiglie con laurea, nel 2001 era 2,3 volte circa (12,3/5,4). Ancora una volta il contrario della tesi esposta. Cordiali saluti.
    • La redazione Rispondi
      A completamento dell’articolo riportiamo qui di seguito le cifre richieste dal nostro lettore. Facciamo presente che non essendo i dati ALMALAUREA pubblicamente disponibili abbiamo dovuto utilizzare le uniche informazioni pubblicate nel sito del Consorzio. Quindi abbiamo riportato in Tabella 2 la composizione percentuale dei laureati per classe di laurea dei genitori. D’altronde anche avendo a disposizione i microdati ALMALAUREA (che contiene solo informazioni sui laureati e non sugli iscritti) non sarebbe stato possibile calcolare la probabilità di laurea per classi di istruzione dei genitori che è la misura che avremmo voluto considerare. A rinforzo della nostra tesi possiamo però fornire la composizione percentuale degli iscritti per classe di istruzione dei genitori. Nel 1998 i dati ISTAT sui diplomati mostrano che il 78% dei diplomati iscritti all’università era figlio di non laureati mentre il 21% era figlio di laureati. Nel 2001 le percentuali corrispondenti erano 77% e 23% (le percentuali potrebbero non sommare a 100 per la presenza di missing; sono stati applicati i pesi campionari). Facciamo notare che questi dati sulle percentuali di iscritti sono perfettamente compatibili con i dati riportati in Tabella 1 sulle probabilità di iscrizione per classe di istruzione dei genitori. Infatti, poiché c’è stata nel tempo una diminuzione delle famiglie senza titolo di laurea, al fine di mantenere le percentuali costanti, deve essere vero che la probabilità di iscriversi e’ aumentata maggiormente per chi proviene da una famiglia senza titolo di laurea. Moltiplicando le percentuali di iscritti riportate sopra per i rispettivi tassi di abbandono (misurati a tre anni dal diploma, rispettivamente del 10.5 e del 3.5 per i figli di non laureati e i figli di laureati prima della riforma) si arriva ad una composizione percentuale di laureati pre-riforma per il 77.5% figli di non laureati e per il 22.5% figli di laureati. Moltiplicando le percentuali di iscritti post-riforma per i rispettivi tassi di abbandono (12.5 per i figli di non laureati e 5.4 per i figli di laureati) si arriva ad una composizione percentuale di laureati per il 75.6% figli di non laureati e per il 24.4% figli di laureati. La nostra tesi che la mobilità sociale (nella misura che abbiamo considerato, ovvero la frazione di laureati figli di non laureati) non è aumentata con la riforma risulta pertanto confermata, seppure in base a questi dati preliminari. Anche la composizione dei diplomati (ISTAT) confrontata con quella dei laureati risultante da ALMALAUREA (tabella 2) mostra l’esistenza di un drop-out differenziale, ovvero i figli di non laureati hanno una minore probabilità di completare gli studi (se così non fosse la composizione per titolo di studio dei genitori dovrebbe essere preservata anche all’uscita del sistema universitario tra i laureati). Questo gap nel drop-out non è stato ridotto dalla riforma. Infine riteniamo la differenza nei tassi di drop out più informativa del loro rapporto (se ad esempio il tasso di drop-out fosse dello 0.1% per i figli dei laureati e del 0.01% per quelli dei non laureati, ciò implicherebbe un rapporto di 10 a 1, ma non darebbe alcuna informazione sulla rilevanza del fenomeno, che nell’esempio fatto risulterebbe quanto meno trascurabile).