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La Repubblica della terza età

In Italia, quando la quasi totalità delle carriere lavorative si esaurisce, in politica si raggiunge l’apice: basta guardare l’età degli ultimi due presidenti del Consiglio. Un’anomalia in Europa. E’ possibile che la nostra classe dirigente abbia conoscenze più datate, e perciò sia meno adatta a interpretare i rapidi processi di cambiamento della società contemporanea. E purtroppo, il mondo politico italiano è lo specchio fedele del mondo del lavoro: la mobilità sociale è bassissima e la carriera professionale si sviluppa soprattutto per anzianità.

In Italia, a 65 anni si va in pensione. Ma non in politica. Quando la quasi totalità delle carriere lavorative si esaurisce, quella politica raggiunge l’apice: se ne va un presidente del Consiglio di quasi 70 anni e ne subentra uno di 67. Carlo Azeglio Ciampi termina il suo mandato di Presidente della Repubblica a 86 anni e Giorgio Napolitano inizia il proprio a 81 anni.
Meglio non soffermarsi sul fatto che una metà del Senato della Repubblica ha tentato di instaurare, in ruolo delicato e logorante come quello di presidente, un senatore di 87 anni.

Giovani alla meta

Questa peculiarità è ancora più evidente se ci si confronta con il resto d’Europa.
Tra i presidenti del Consiglio, in Francia, Villepin fu nominato nel 2005 a 51 anni; anche Angela Merkel (Germania) ha 51 anni. Persson (Svezia), Socrates (Portogallo), Karamanlis (Grecia), e Vanhanen (Finlandia) furono eletti a 47 anni. Balkenende (Olanda) e Verhofstadt (Belgio) entrarono in carica a 46 anni. Stoltenberg (Norvegia) fu eletto a 45 anni e Zapatero (Spagna) a 44. In Inghilterra, Blair iniziò il suo lungo mandato nel 1997, a 43 anni di età. Alla Repubblica Ceca spetta il primato del primo ministro più giovane:nelle penultime elezioni, tenutesi nel 2004, Stanislav Gross fu eletto a 35 anni.
La differenza di età tra il nostro primo ministro e quello “mediano” europeo è scioccante: venti anni, quasi una generazione. Da una rapida occhiata agli archivi appare un altro dato piuttosto sconcertante. In Italia, l’ultimo presidente del Consiglio di 47 anni, a parte la fugace apparizione di Giovanni Goria, fu Aldo Moro nel 1963.
Il gap anagrafico con il resto d’Europa è simile per il presidente della Repubblica. Silva, presidente del Portogallo fu eletto a 66 anni; Chirac (Francia) assunse l’incarico nel 1995 a 63 anni, e Kohler (Germania) fu nominato nel 2004 a 61 anni; Klaus, presidente della Repubblica Ceca iniziò il suo mandato a 62 anni; Tarja Halonen, finlandese, fu eletta nel 2000, all’età di 57 anni. E così via.

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La politica come la bocciofila

È opportuno chiedersi quali siano le radici storiche di questo fenomeno, ma non è questa la sede per un’analisi approfondita, che lasciamo ai politologi. Ci limitiamo a due semplici osservazioni.
Primo, nell’ultima campagna elettorale, si sono confrontati gli stessi candidati di dieci anni fa, un’eccezione assoluta nel panorama politico europeo. Secondo, negli anni di Tangentopoli, ci fu un profondo ricambio della classe politica. Nuovi protagonisti, come lo stesso Silvio Berlusconi da una parte, e Antonio Di Pietro dall’altra, emersero sul palcoscenico politico. Però, al pari del ricambio, non sembra esserci stato uno svecchiamento della classe dirigente.
È importante, invece, soffermarsi sulle possibili implicazioni del primato della terza età nella politica italiana. La prima, e più ovvia, questione è quella della “rappresentanza”.
Per capirci, in Italia meno di un quinto della popolazione ha più di 65 anni. Si parla tanto di “quote rosa” e dell’importanza di avere donne che ricoprano alcuni posti chiave della politica. Ma la “questione anagrafica” è sistematicamente ignorata. Se prendiamo i cinque Ministeri chiave, Interni, Esteri, Economia, Giustizia e Difesa, l’eta’ media e’ 63 anni. Una squadra di sessantenni al vertice della classe politica di certo non promuove il coinvolgimento dei giovani nella vita politica attiva. Semmai, li allontana ulteriormente, rischiando di far apparire la carriera politica come un’attività in mano a un’altra generazione. Un po’ come le bocce.
Poi c’è la questione delle competenze. Una visione ottimistica può far concludere che i politici italiani abbiano più “esperienza” dei loro colleghi europei, quindi commettano meno errori. È possibile. Ma è anche possibile che la nostra classe dirigente abbia conoscenze più datate, e perciò sia meno adatta a “gestire” e interpretare i rapidi processi di cambiamento della società contemporanea.
La politica è un’attività produttiva. E purtroppo, il mondo politico italiano è lo specchio fedele del mondo del lavoro. In Italia, la mobilità sociale è bassissima, e il merito è premiato troppo poco. La carriera professionale si sviluppa soprattutto per anzianità, aspettando pazientemente il proprio turno per la promozione, e la politica non sembra essere un’eccezione.
Sarebbe ingiusto, però, dipingere i giovani solo come “vittime del sistema”. Come potrebbe, chi sceglie di vivere a casa di mamma e papà sino a 35 anni, diventare presidente del Consiglio a 45?

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30 commenti

  1. Bruno

    Pienamente d’accordo col resto, vorrei commentare giusto l’ultimo frase: “Come potrebbe, chi sceglie di vivere a casa di mamma e papà sino a 35 anni, diventare presidente del Consiglio a 45?”.
    Magari i giovani italiani potessero scegliere di rimanere a casa fino a 35 anni, ma finchè prendono quando va bene 1000¤ al mese di stipendio, non sapendo se il mese successivo li riprenderanno, tra cos’altro potrebbero scegliere?
    Stia tranquillo, signor Violante, che vorremmo fortissimamente andarcene via da casa, ma non lo possiamo fare, a meno che non accettiamo:
    a) di non mangiare l’ultima settimana del mese
    b) di correre il serio rischio di tornare a casa con la coda tra le gambe appena ci sparisce il lavoro da sotto il sedere.
    E riguardo al fatto che anche le precedenti generazioni si sono fatte “un mazzo così” quando avevano la nostra età, noi chiediamo solo la possibilità di potercelo fare anche noi.

  2. tropa

    Ha ragione Bruno. Questa polemica sulla terza eta’ mi sembra un po’ fuori luogo. Anche il Sole24ore si e’ esibito con un corsivetto. Ma il presidente di confindustria e’ o non e’ un sessantenne? Quindi e’ più vecchio di D’Alema che ha gia’ fatto il premier e quasi diventava presidente della repubblica. Confindustria e’ l’ultima a poter fare la predica su questo punto. Eppoi i capi delle grandi banche quanti anni hanno? E i grandi professori all’università? Il rimprovero da fare ai vecchietti in politica e’ che dall’alto delle loro eta’ dovrebbero avere più coraggio.
    Eppoi attenti ai manager troppo giovani. Guardate cosa e’ successo con il mercato del calcio e la Gea: tutti sbarbatelli ma non certo scelti a caso. Quindi largo ai giovani ma insieme alla rifondazione (non comunista) ma etica e morale del paese.

  3. riccardo boero

    Egr. collaboratore,

    non mi preoccuperei quanto lei dell’eta` dei leader italiani. In primo luogo occorre fare paragoni piu’ precisi: il ruolo di un primo ministro italiano e` piu’ simile a quello di un presidente francese o statunitense, e le eta` di Chirac e Bush non sono poi lontanissime da quelle di Prodi. In secondo luogo, non vedo perche’ limitare la disanima agli stati europei. I leader di Cina, Giappone, USA sono tradizionalmente di eta` assai avanzata. In terzo luogo in quanto quarantenne rabbrividerei al pensiero di avere un coetaneo come primo ministro: la maturita` necessaria per padroneggiare i fenomeni economici, sociali, globali da una parte, e la tecnica e il funzionamento della lotta politica dall’altra per alcuni non arriva mai e per altri solo in eta` tarda. In quarto luogo fatico non poco d afferrare il concetto da lei espresso di “idee antiquate”. Non ha senso parlare di “idee antiquate” nelle dottrine economico-sociali e politiche se non si definisce preventivamente una “direzione della storia, un’evoluzione”. Ma su questo punto, oltre a non esservi alcuna unanimita` sul piano teorico, non mi sembra aver visto neanche alcuna evidente dimostrazione nella pratica. Certo nel tempo vengono introdotte nuove tecniche, (di cui certo non si occupa un primo ministro) ma i concetti base dell’economia e della politica non cambiano certo ogni generazione.

    • La redazione

      Grazie per il suo commento. Mi permetto di dissentire su due cose. Primo, il fatto che lei rabbrividisca all’idea di avere un quarantenne come primo ministro dimostra che, culturalmente, ci viene piu’ naturale coniderarlo come un “pivello senza esperienza” piuttosto che come “un giovane con nuove idee e il coraggio di cambiare le cose”. Magari ci fosse una “rivoluzione dei quarantenni (capaci e onesti)” in Italia…
      Secondo, io sono un economista. Le assicuro che il dibattito sui temi economici in Italia nelle trasmissioni televisive e’ ad un livello indecoroso, sia nei contenuti che nel linguaggio, appunto antiquato. Non pretendo che si parli di “neutralita’ Ricardiana” alla TV, ma che almeno si sia capace di distinguere l’effetto di una riduzione delle tasse temporanea da una permanente! Chiedo troppo?

  4. Bruno Ugolini

    Solo per osservare che non esistono solo i politici a proseguire la loro attività in età avanzata. Esistono anche i professori universitari, i magistrati e anche i giornalisti (Bocca, Scalfari, Biagi, eccetera). Perchè non parlare anche di queste professioni? Credo, in definitiva, che sia meglio parlare della qualità delle persone e delle risoprse che ancora conservano, più che della loro età anagrafica.

    • La redazione

      L’eta’ e’ un indicatore imperfetto delle competenze, certo. E ci sono professioni, come la politica e il giornalismo, dove l’esperienza conta piu’ che in altre. Ma rimane il fatto che la societa’ italiana premia poco il merito e troppo l’anzianita’. Quindi chi arriva al top, non e’ necessariamente il migliore.

  5. Gianluca Ricozzi

    Si parla sempre di questa storia che gli italiani sono giovani mammoni. Non credo che piaccia così tanto restare con i genitori sino a 35 anni. Forse la lunga permamenza in casa è una delle conseguenze della scarsa mobilità sociale: se le carriere sono lente, gli stipedi bassi, è evidente che sia difficile essere indipendenti. Alla fine è una questione di semplice matematica.

  6. roberto cadeddu

    premetto che concordo in pieno con l’articolo..l’italia è un paese vecchio..ma è un paese vecchio perchè chi doveva cambiar le cose ai tempi(anni 80-90???) non l’ha fatto..così i “giovani” per poter aver qualcosa dalla propria vita son costretti ad emigrare..forse siamo il paese ricco al mondo che ha maggiori emigrati…

    • La redazione

      Osservazione interessante: credo anch’io che, tra i paesi europei, siamo
      quelli con la maggior percentuale di lauretai tra i 25 e i 40 anni emigrati. E dire che dovremmo attrarre noi i “cervelli” dal resto del mondo.

  7. giuseppe

    D’accordo con l’articolo e ancora di più con il commento precedente di Bruno.
    Quello che non sento in giro è però la voglia dei giovani di riuscire, di sfondare, di “combattere apertamente” la senilità imperante: che idee hanno i giovani di oggi? Cosa farebbero se potessero? Forse non si capisce che rispetto a soli 20 anni fa le cose sono cambiate: ora la concorrenza l’abbiamo nella stanza accanto alla nostra. Bisogna avere il coraggio di rischiare il tutto per tutto, bisogna uscire di casa costi quel che costi e se succede di doversi arrangiare per una settimana al mese, amen. D’altronde, se fosse questione di soldi, avremmo i giovani figli di ricchi attivi in società cosa che non si verifica (e non parlo dei figli di Benetton o BErlusconi).

    • La redazione

      Osservazione interessante: credo anch’io che, tra i paesi europei, siamo
      quelli con la maggior percentuale di lauretai tra i 25 e i 40 anni emigrati. E dire che dovremmo attrarre noi i “cervelli” dal resto del mondo

  8. Sheena

    Strano questo mondo eh? la vita media si allunga, la popolazione si invecchia, le nascite sono sotto zero, i governi allungano l’eta’ pensionabile, le aziende licenziano gli ‘over-40/45/50′ ……….. i poveri giovani sono destinati a lavorare tra i 24 – 40 anni di eta’ con contratti (e vita) precaria per poi trovarsi espulsi dal mercato di lavoro a 40 anni o peggio ancora a 35.

    Nel mondo della politica invece la situazione e’ ben diversa, hanno un lavoro ed un reddito assicurato fino alla fine, ma non e’ permesso agli ‘over-40′ partecipare ai concorsi al Senato, ai politici non importa niente del fatto che c’e’ un esercito di disoccupati over-40, molte volte senza alcun supporto economico, e’ evidente che e’ un problema talmente ‘scomodo’ che nessuno ha il coraggio di affontarlo. L’ennesima dimostrazione da parte dei politici di guardare bene il loro giardino e fregarsene completamente degli altri! E l’etica? dove e’ andato a finire? La responsabilita’ sociale????

  9. Andronico

    Il fatto che l’età media non solo dei politici, ma anche dei funzionari della p.a. e dei funzionari di aziende private sia in Italia elevata è un fatto difficilmente contestabile.
    Tuttavia le propongo due osservazioni.
    1) ad occhio all’epoca della prima repubblica i premier italiani erano più giovani rispetto a quelli più recenti. Andreotti ha iniziato a ricoprire cariche importantissime poco più che trentenne. Cossiga, De Mita, Craxi, Amato e tanti altri sono stati premier in età relativamente giovane. Il più giovane primo ministro fu Golia (quarantenne all’epoca). Hanno governato bene?
    2) Ho 40 anni e da 20 lavoro presso una p.a. e negli ultimi 10 anni c’è stato un notevole ricambio generazionale tra i funzionari. Beh le posso assicurare che i miei coetanei hanno meno capacità di gestire le persone dei precedenti e non compensano affatto questa carenza con una maggior competenza. Molto spesso sono arroganti.

  10. Lapulce

    A integrazione di quanto sostenuto nel suo articolo, faccio notare come il fatto che nell’ultima campagna elettorale si siano confrontati gli
    stessi candidati di dieci anni fa non rappresenta un’eccezione assoluta nel panorama politico europeo, trovando una analogia nell´Albania di
    Fatos Nano e Sali Berisha.

    • La redazione

      Grazie per la sua utile precisazione. Il mio riferimento era ai grandi paesi Europei, tra cui l’Italia rimane un’eccezione.

  11. Gianluca Violante

    La mia sua frase sui giovani “mammoni” e’ piu’ che altro una provocazione: sono d’accordo che la stessa rigidita’ del mercato del lavoro di cui parlo e’ una delle cause del fatto che i giovani restino a casa dei genitori a lungo. Pero’, in molti casi (non il vostro da quanto capisco), e’ una scelta un po’ di comodo, che tradisce una mancanza di ambizioni professionali e di desiderio di cercarsi un destino autonomo e un’indipendenza finanziaria e, aggiungo, di giudizio. Io vivo a NY: la maggioranza dei camerieri di caffe’ e ristoranti sono giovanissimi che hanno intrapreso una carriera ad alto rischio, come quella di attori/sceneggiatori/artisti per esempio, vivono con uno stipendio bassissimo in una stanzetta nel Queens con enormi sacrifici, ma ci provano. Ecco, a volte mi pare che in Italia manchi la voglia di provarci. E’ una mia impressione, nulla piu’. Concordo sul fatto che migliori opportunita’ professionali aiuterebbero a fare una scelta audace. Ma bisogna anche accettare i rischi annessi ad un mercato del lavoro flessibile, primo fra tutti la “precarieta’” del posto di lavoro. Non vedo, tra i giovani italiani, tutta questa voglia di flessibilita’, a me sembra che piu’che altro confidino nel posto fisso. Sono i giovani che dovrebbero esigere una societa’ flessibile, sono loro che ci guadagnano, i sessantenni sono quelli che ci perdono.
    Il sogno di un ragazzo dovrebbe essere una societa’ in cui si riescano a realizzare i propri sogni e le proprie ambizioni professionali, anche fallendo, magari, durante il proprio percorso. Fallire non e’ la fine del mondo, se si ha la possibilita’ di ricominciare e riprovarci. Una societa’ in cui un ragazzo di 30 anni trova un posto da usciere a vita e rinuncia ad ogni ambizione, secondo me, e’ una societa’ senza futuro.
    Vi segnalo, a questo proposito, un bell’articolo di Alberto Bisin (mio collega di NYU): http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/75

    Cordialmente,
    GV

  12. Ivan Montanari

    Salve, il fatto che la senilita’ paga mi pare un dato inoppugnabile. Gia’ Severgnini, su segnalazione di un suo lettore, aveva confrontato l’eta’ dei primi ministri europei sul Corriere. Prodi e Berlusconi sono superati solo dal premier lituano se non ricordo male. Per quel che riguarda la senilita’ imperante nella societa’ e relativa scarsa meritocrazia in Italia, seppur semplicisticamente, la attribuisco alla imperante cultura cattolica (che francamente non mi aspettavo ancora cosi’ in voga nel 2006 ma questo e’ un altro discorso) che al grido di “Chi sei tu per giudicare?” porta a non dare responsabilita’ a chi e’ piu’ adatto a prescindere dall’eta’ e ci costringe ad aspettare che muoia o vada in pensione chi ci sta davanti. Si guardi alle automatiche carriere universitarie di ex-assistenti mediocri e tanti impiegati del pubblico.

    Cordiali saluti,

    Ivan Montanari

    • La redazione

      Grazie per il suo commento. Non sono convinto che la cultura cattolica sia la causa di questo fenomeno. Per esempio, Spagna e Portogallo sono cattolicissimi, ma sembrano avere un processo di ricambio generazionale in politica piu’ efficace del nostro. Comunque la sua e’ un’osservazione che merita approfondimento.

  13. michele

    Siamo sicuri che, negli altri paesi di cui sono stati citati esponenti politici più giovani, far politica comporti altrettanta importanza e difficoltà che da noi?
    Gli scandali/conflitti bancari, finanziari, industriali, dell’informazione e calcistici sono lì a dimostrare che l’intreccio abnorme tra fattori economici e sociali diversi che qui esiste è di per sè tale da poter esser padroneggiato solo dopo una lunga guerra di posizione e posizionamento, più che attraverso poche battaglie campali. Per forza i leader sono vecchi, la trafila per diventarlo è lunga.
    In Italia, molto più che altrove, far politica significa imparare a delimitare il recinto, a geometria variabile, che bisogna che gli altri attraversino per concretizzare questa o quella scelta, finanziaria o industriale. La politica è, più che altro, uno dei poteri in campo, intrecciato ad essi, e si guarda bene dal coordinare gli esiti mettendo anche, eventualmente, fortemente in gioco il proprio consenso sociale, che è poi il carburante grazie al quale vive ed esercita il proprio potere.
    A me l’anzianità politica un pò oltraggiosa sembra proprio un carattere costituivo del nostro paese, dovuta al fatto che se devo tirar linee abbastanza diritte, faccio in fretta, sia a leggerle che a tracciarle, ma se devo girovagare per i meandri e i labirinti dei diversi poteri tra loro contaminati, a novant’anni sono ancora un giovinetto in fase di apprendistato.
    Anche perchè, come in altri mercati, a quel punto conta più la fidelizzazione del politico o degli altri (sotto tutti i punti di vista, interni agli apparati o esterni) di qualsiasi altra cosa.
    Il che non è bene e non c’entra con la vetusta visione, che pure molti commenti invocano, dell’anziano come saggio. E’ solo un manovratore più esperto di un ambiente con caratteristiche determinate, magari dannose per il paese ed i cittadini. Non se ne parla, perchè ai giovani si da la parola a condizione che….parlino da vecchi

  14. G Salvioli

    In Italia la Gerontocrazia è veramente rilevante: non so quali danni possa aver arrecato alla innovazione e allo sviluppo. In Italia si va in pensione in anticipo rispetto agli altri paesi europei tranne che per la classe politica; questa tempo fa concesse il pensionamento precoce (dopo appena 15 anni di attività) ad alcune categorie di dipendenti statali; non si capisce con quale logica.
    Sarebbero necessarie regole anche nel settore che decide le fortune nazionali. tenendo conto della biologia dell’invecchiamento.

  15. Luigi Proia

    Sta diventando un tormentone quello che i “vecchi” hanno invaso tutte le cariche istituzionali; credo che dovremmo tenere presente che per certi “lavori” quello che conta è la competenza=conoscenza + esperienza. Cordiali saluti Luigi Proia.

  16. filippo

    il signor Boero dice cose molto sensate, che aiutano ad affrontare meglio il problema … che pero’ rimane grande come una casa. vogliamo parlare dei 75 anni di Guido Rossi … tra l’altro non dimentichiamoci che in Italia abbiamo pure il Vaticano … personalmente penso che le persone anziane siano una grandissima risorsa, purche’ non comandino ne’ governino – si “limitino” a consigliare, servire da esempio, passando piu’ tempo con gli infanti e gli adolescenti, arricchendone la crescita. saluti

  17. Mauro

    Sono pienamente d’accordo sull’articolo e ritengo che questo problema sia esteso a tutta la nostra società civile: politica, aziende e associazioni. Ovviamente nessuno vuole solo giovani in posti di responsabilità, ma il fatto che non ce ne siano è grave. Questo credo sia dovuto alla smania di potere, che più del denaro, attanaglia le persone. Nessuno, nemmeno se anziano, è disposto a perderne una parte. Solo alcuni, poche mosche bianche, che hanno assunto cariche di responsabilità, per spirito di servizio o passione politica, saranno disponibili a cedere il posto quando si rendono conto di avere esaurito il proprio compito. Non è vero che tutti i quarantenni o cinquantenni sono irresponsabili, è vero invece che per posti di responsabilità in politica, come in azienda o altro, sono necessari due semplici qualità: onestà e competenza. Queste due cose non si conquistano con l’età.

  18. francesco

    Nella p.a. invece grazie allo spoil sistem si sta verificando ben altro e cioè gente che spesso non solo non ha l’esperienza ma non vanta titoli e curriculum buoni e che comunque riesce a fare carriera ben presto grazie al sistema che lo spoil sistem all’italiana ha attivato e cioè la carriera legata all’appartenenza politica e al merito politico in danno agli interessi generali della comunità.
    Occorre allora legare il sistema delle carriere nella p.a. e nelle istituzioni ad un sistema di avanzamento basato sull’esperienza,sui titoli ,sui risultati e sul merito a garanzia della comunità statale.

  19. venturoli massimiliano

    Sono un elettore di centro sinistra, deluso della ” squadra di governo “, ma sicuro che il centro destra non avrebbe fatto molto meglio.
    La mia sfiducia deriva dalla considerazione che in Italia l’ alternanza di governo, si concretizza, con ” un cambio della guardia ” al governo, che non cioncide mai, con un cambio generazzionale della classe politica.
    Nessuna coalizione, dopo una sconfitta elettorale, propone una dirigenza nuova, anzi, si ripresentano sempre le stesse persone con programmi politici modificati. Insomma si adeguano “gl’ intenti politici ” ma non i candidati.
    Nessun candidato ( di qualsiasi coalizione sia) ” trombato ” ritiene di doversi mettere in “pensione definitivamente”!!! Questo modo d’ intendere una sconfitta elettora produce dei ” politici nonni “.
    Proprio grazie, a tutto ciò, Prodi e Berlusconi si sono di nuovo confrontati dopo dieci anni come candidati premier, ed il Governo Prodi ha riproposto ( nel 2006 ), per il 60%, la stessa ” squadrta di governo ” proposta nel 1996.
    Per avere un ricambio generazionale dobbiamo ( Noi Elettori ) far valere il pricipio cardine dell’ alternanza: LA CLASSE DIRIGENTE ( DI QUASIASI COALIZIONE SIA ) SCONFITTA ALLE ELEZIONI HA IL COMPITO DELL’ OPPOSIZIONE, MA NON PUO’ RIPRESENTARSI ( SENZA RICAMBIO DIRIGENZIALE ) ALLE SUCESSIVE ELEZIONI.
    Se non facciamo valere ( Noi elettori, che siamo l’ oppinione pubblica del nostro paese ) questo principio il ricambio generazionale non averrà mai. Il Paese sarà sempre guidato da dei Nonni!!!
    In sintesi il PRINCIPIO E’:
    chi perde torna a casa per sempre!!! Senza ma e senza se!!!!!
    Ed è compito degl’ Italiani, far capire a tutti i politici, che non vogliamo vedere sempre le stesse persone in prlamento. Siamo stanchi di sapere che De Mita occupa un seggio in Parlamenta, tanto quanto, lo occupa Tremaglia dallo stesso tempo!!!
    Venturoli Massimiliano

  20. Berardo Guzzi

    Credo che il problema della anzianità della classe politica italiana, ormai una vera gerontocrazia, debba essere per larga parte attribuita alla mancanza di dialettica intrapartitica. Come pretendere spazio per i “giovani” nella upper-class decisionale quando all’interno dei partiti in cui militano ( tra l’altro davvero pochini i giovani militanti…) si fa di tutto per omologarli alla corrente dominante e, se proprio non ci si riesce, li si relega in giardinetti ben recintati?
    Come si vorrebbe dare spazio alle idee nuove di cui i giovani dovrebbero essere forieri, quando in realtà si tende inevitabilmente a conservare sempre e comunque lo status quo, le connivenze ed i vecchi interessi?
    Il problema è sempre lo stesso…purtroppo!L’assenza di un vero scambio di opinioni tra elettorato e partiti. Scollamento tra cittadinanza e rappresentanti. Politica vista come la gestione di affari che niente hanno a che fare con il bene comune. Per i meno sensibili: qualunquismo!
    Insomma, qui sembra che si voglia seriamente che “tutto cambi perchè nulla cambi”.
    P.S. I trentacinquenni non scelgono di vivere con mamma e papà vi sono costretti…ahimè!

  21. stefano

    A commento dell’articolo, segnalo due fenomeni presenti nelle aziende: il pensionamento anticipato di molte persone ne ha favorito il reinserimento in azienda, con contratto di collaborazione (i famosi cococo), con le stesse mansioni precedenti il pensionamento, ma ad un costo ben inferiore, il che no favorisce certo la loro sostituzione con figure più giovani !
    Il secondo fenomeno è il mancato ricambio generazionale nelle aziende cosiddette “padronali”: sia io che mia moglie operiamo in aziende di questo tipo, prealtro importanti, ed il futuro che ci attende, vista l’età degli attuali propietari presenti nella vita ziendale, è di finire nelle mani di anonimi fondi di investimento !

  22. Ombretta

    Non sono affatto d’accordo con la chiusa del Suo articolo. Nell’Italia di oggi se un giovane a 35 anni vive ancora con i genitori non è certo per scelta ma per mancanza di alternative come giustamente hanno fatto notare alcuni lettori. Mi pare assurdo fare un confronto con gli Stati Uniti: è un Paese in cui al contrario dell’Italia ad un giovane viene data la possibilità di dimostrare quanto vale.

  23. peppiniello

    complimenti innanzitutto per il sito. vorrei pero’ sottoporvi una critica: ho trovato l’articolo troppo poco “analitico”. mi sarebbero piaciute tabelle indicanti l’eta’ media dei ministri italiani e dei paesi principali dell’unione europea (non solamente quelli in cui l’eta’ media e’ bassa) e dei loro presidenti della repubblica. insomma, dati precisi. tutto qua. complimenti ancora per tutto.

  24. Gianluca Ricozzi

    Io intorno a me vedo molta voglia di rischiare, ma oggettivamente poche opportunità per farlo. Io ho vissuto, prima di diventare avvocato, per due anni fuori casa ma, una volta superato l’esame di stato, per fortuna al primo tentativo, sono stato costretto a rientrare, spero per poco, a casa dai miei, anche perchè le spese professionali sono alte, mentre nel frattempo i redditi che precedentmente avevo non sono stati confermati. Vedo molti ragazzi che non riescono a trovare lavori adeguati alla loro formazione universitaria. Non sono daccordo poi sul fatto che si debba accettare tutto, anche di vivere da soli con stipendi bassissimi. Che senso ha vivere da soli, se poi si deve vivere tra ristrettezze? Perchè lo Stato non sostiene i giovani che vanno a vivere da soli, magari integrando i loro bassi stipendi?

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