Il cuneo fiscale italiano, cioè la differenza tra il costo del lavoro per l’impresa e quanto i lavoratori percepiscono in busta paga, è di circa 35 punti percentuali (non considerando nel computo l’Irap). È certamente un valore considerevole che si colloca tra i più alti in Europa e il suo contenimento è oggi al centro di un vivo dibattito politico ed economico.

Entrambe le coalizioni di centrodestra e di centrosinistra avevano recepito nei loro programmi elettorali l’obiettivo della riduzione del cuneo fiscale: 3 punti per il centrodestra e 5 per il centrosinistra. La Confindustria si era spinta oltre, individuando in 10 punti l’abbattimento necessario per il rilancio dell’economia nazionale, unitamente alla riduzione dell’Irap.

Finanziamento

Per ridurre il cuneo fiscale occorre tuttavia individuare le risorse necessarie alla copertura del suo costo, in termini di minore gettito: secondo la valutazione più accreditata, potrebbe aggirarsi in 10 miliardi di euro per una riduzione di 5 punti.

Nel programma di Governo, il centrosinistra si proponeva di attingere le risorse necessarie da: i) lotta all’evasione fiscale; ii) contenimento della spesa pubblica al livello della crescita nominale del Pil; iii) aumento delle aliquote contributive dei lavoratori parasubordinati e autonomi; iv) tassazione delle rendite finanziarie.

L’aumento delle aliquote contributive dei lavoratori parasubordinati e autonomi, come correttamente evidenziato da Elsa Fornero, “equivale a promesse pensionistiche più elevate e quindi, prima o poi, ad incrementi di spesa”. (1) Pertanto, assumendo la costanza della spesa pubblica in termini reali, la copertura della manovra non può che basarsi sulla tassazione delle rendite finanziarie e sulla lotta all’evasione.

Silvia Giannini e Maria Cecilia Guerra hanno stimato il gettito che si potrebbe ottenere dalla riforma della tassazione delle rendite finanziarie, pur sottolineandone l’aleatorietà, tra i 2,5 e i 4,2 miliardi. La lotta all’evasione sembrerebbe quindi la conditio sine qua non per l’implementazione della politica di riduzione del cuneo fiscale.

Analisi in equilibrio economico generale

Lo studio di ipotesi di manovre fiscali richiede però l’analisi degli effetti da queste generati nel sistema economico. L’utilizzo di un modello computabile di equilibrio economico generale calibrato sui dati dell’economia nazionale italiana rappresenta lo strumento più idoneo.

Se nel modello elaborato presso il dipartimento di Scienze economiche e finanziarie dell’università di Genova, simuliamo la riduzione delle aliquote degli oneri sociali del solo lavoro dipendente (proporzionalmente) di 3, 5 e 10 punti percentuali, con il vincolo del bilancio in pareggio, (2) emerge un risultato molto interessante. Infatti, se prendiamo come benchmark la stima di 10 miliardi di euro quale costo per la copertura della riduzione del cuneo fiscale di 5 punti, allora, secondo il modello, possiamo valutare rispettivamente in 4,7 e 23 miliardi la copertura richiesta per un abbassamento del cuneo fiscale di 3 e 10 punti. Queste stime possono essere riviste al ribasso tenendo in debito conto l’andamento generale del sistema economico e in particolare dei prezzi. Dalla simulazione condotta in equilibrio economico generale emerge infatti un costo di copertura notevolmente inferiore se visto in termini spesa pubblica reale: 3,16 miliardi per una riduzione del 3 per cento, 7,98 per il 5 per cento e 20,4 per il 10 per cento.

La riduzione del cuneo fiscale è accompagnata da effetti positivi dal lato del consumo (maggior reddito disponibile per le famiglie e conseguente incremento dei consumi) e dal lato della produzione (diminuzione dei costi di produzione, diminuzione dei prezzi, recupero in competitività, aumento nei livelli di attivazione, aumento della domanda del fattore lavoro). Si innesta in altre parole un circolo virtuoso che partendo dai due lati opposti, sebbene strettamente interconnessi, produzione e consumo, si propaga nel sistema economico generando favorevoli effetti moltiplicativi. Inoltre non va sottovalutato il fatto che l’abbattimento del cuneo fiscale determina, sia per il lavoratore che per il datore di lavoro, un minor onere deducibile e quindi un maggior imponibile fiscale.

Tenendo conto di tutto questo attraverso il modello di equilibrio economico generale e focalizzando l’attenzione sull’ipotesi di una riduzione del cuneo di 5 punti percentuali (valore mediano tra quelli proposti), emerge un risultato ancora più confortante. In termini di gettito complessivo reale, il costo finale per lo Stato potrebbe essere quantificabile in un intervallo compreso tra il 41 e il 53 per cento del costo di 10 miliardi di euro inizialmente stimato. Questo valore risulta dalla differenza in termini reali per lo Stato italiano del reddito prima e dopo la manovra fiscale. (3)

Si può quindi ipotizzare un costo di copertura finanziaria decisamente inferiore a quanto previsto anche se gli effetti di eventuali manovre per il suo finanziamento, lotta all’evasione o tassazione delle rendite finanziarie, andrebbero ancora analizzate in termini di equilibrio economico generale.

L’evasione fiscale

L’evasione fiscale in Italia è stimata dalla Agenzia delle Entrate in 200 miliardi di euro l’anno, equivalente a un minor gettito per l’erario di 80-100 miliardi di euro, pari circa al 6-7 per cento del Pil. A copertura totale della manovra, almeno secondo la nostra simulazione, basterebbe un valore inferiore allo 0,38 per cento del Pil. Attenzione, però: la lotta all’evasione nasconde insidie dal punto di vista del benessere generale.

L’evasione è in certa misura configurabile come un contributo, sebbene non voluto, alla produzione e al lavoro. Se, per ipotesi, lo Stato fosse in grado di eliminare tout court il fenomeno, senza tuttavia dar seguito ad una riforma del sistema fiscale (in particolare, alla diminuzione delle aliquote), allora si assisterebbe a una perdita di benessere: i prezzi aumenterebbero, molte imprese perderebbero in competitività ed altre sarebbero spinte fuori dal mercato. Gli effetti a catena che verrebbero a generarsi sarebbero simmetrici ma di segno contrario a quelli attesi nel caso di riduzione del cuneo fiscale.

Se invece il finanziamento avvenisse attraverso l’introduzione di nuove imposte o l’aumento di imposte già esistenti, come per la tassazione delle rendite finanziarie, si potrebbero creare, anche in questo caso, indesiderabili effetti distorsivi, con conseguente eccesso di pressione e perdita di benessere: attraverso le inevitabili ripercussioni sul sistema economico, andrebbero ad alterare sensibilmente le stime prodotte aumentando più che proporzionalmente il costo di copertura della riduzione del cuneo fiscale.

(1) Il Sole-24Ore 31/3/2006.

(2) Il minor gettito per lo Stato conseguente alla riduzione del cuneo fiscale non è coperto da altre entrate ma semplicemente gestito attraverso una riduzione di spesa pubblica.

(3) La definizione di “reddito reale” qui utilizzata comprende il gettito di tutte le imposte dirette e indirette, a qualsiasi titolo introitate dalla Pubblica amministrazione con riferimento quindi sia al Governo centrale che a quelli locali.

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