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  1. Gianluca Cocco Rispondi
    Anche questa proposta è interessante, se non altro perché alimenta il dibattito sulla ormai necessaria inversione di tendenza che va operata per ridurre la precarietà. Tuttavia, per quanto riguarda i CTI, appare comprensibile l’innalzamento a 6 mesi del periodo di prova e l’impossibilità di usufruirne in caso di trasformazione da contratto a termine, ma non si capisce per quali ragioni dal 6° mese al 3° anno il lavoratore debba essere coperto solo dalla tutela obbligatoria. Ciò rappresenterebbe un modo per innalzare, di fatto, il periodo di prova a 3 anni, considerato che la tutela reale non crea alcun effetto scoraggiamento per le imprese in prossimità della soglia ex art. 18. Quanto ai CTD è auspicabile che si ritorni ad un regime simile alla L. 230/62, ridefinendo i casi tassativi in funzione del “nuovo” scenario di mutevolezza della domanda e nel contempo abolendo molti degli altri strumenti contrattuali di ricorso alle assunzioni temporanee. Quanto al problema del primo ingresso e del reinserimento, ritengo auspicabile obbligare le imprese a rispettare una quota di riserva per gli inoccupati di lunga durata e una quota per i disoccupati di lunga durata, da applicare rispettivamente per le assunzioni a termine e per quelle a tempo indeterminato, in maniera simile a quanto avviene per disabili e orfani, ma a differenza di quanto stabilito per questi, attingendo da delle graduatorie formate dai centri per l’impiego su criteri previsti dalle singole regioni. Infine, quanto ai collaboratori, mi chiedo che senso ha uniformare gradualmente la relativa disciplina a quella del lavoro subordinato se il motivo principale della loro diffusione è ascrivibile all’affievolimento dei diritti degli stessi? I contratti a progetto vanno aboliti e le collaborazioni vanno riservate ai professionisti. Saluti Gianluca Cocco
  2. Eugenio La Mesa Rispondi
    Molto interessante, pragmatica e non ideologica la vostra proposta. Sottolineo la grandissima importanza del periodo di prova di 6 mesi. Uno dei motivi per i quali le aziende non propongono un contratto a tempo indeterminato come prima rapporto di lavoro e' proprio il periodo di prova, che e' troppo breve, meno di 1 mese in media. Secondo i dati OCSE, la media è 6 mesi, con punte di 12 in Inghilterra e 10,5 in Danimarca: http://www.menostato.it/fatti_Lavoratori_ProvaOcse.html L'impresa ha bisogno di tempo ( e 6 mesi è ragionevole) per valutare la persona. Sposeresti una donna conosciuta da pochi giorni, senza prima un fidanzamento? Il periodo di prova non ha costi per lo Stato ed è una di quelle cose che contribuirebbe a migliorare la situazione. Da solo non basta, ma è un dettaglio molto rilevante.
  3. andrea Rispondi
    Tutto ampiamente condivisibile, ma chi sarà disposto a implementare una riforma di questo tipo? L’elettore mediano, in Italia, non è certo un giovane. La maggior parte dei lavoratori beneficia di contratti a tempo indeterminato….per quale motivo una maggioranza politica dovrebbe impegnarsi in una riforma così costosa in termini di consenso e conflittualità sociale? Nemmeno i sindacati sarebbero disposti a sostenere questa riforma, dal momento che molti degli iscritti sono pensionati o lavoratori a tempo indeterminato. Una riforma di questi tipo, ottima nel lungo periodo, si scontra con gli incentivi di breve periodo delle forze politiche e dei sindacati, sicuramente più impegnati a difendere gli interesse di breve periodo dei propri gruppi di riferimento che a massimizzare il benessere collettivo di lungo periodo. Chiedo: come pensate di procedere a una simile (ottima!) riforma? PS. Bisognerebbe, ogni tanto, parlare anche degli stagisti e dell'uso estremamente distorto che la imprese fanno di questi contratti...
  4. Anna Soru Rispondi
    Il vostro articolo richiederebbe risposte su più punti, ma per ragioni di spazio considererò solo il tema dell’applicazione di un contributo previdenziale uniforme, particolarmente importante perché prevista anche dal programma dell’Unione come misura per scoraggiare le imprese dall’utilizzo di contratti di collaborazione coordinata, a progetto o con partita IVA. Il problema dell’innalzamento dei contributi per i contribuenti al Fondo INPS Gestione separata "lavoratori parasubordinati" riguarda almeno 1.150.000 individui tra collaboratori e partite IVA (al netto di amministratori di condominio, pensionati…secondo stime IRES- CGIL). Nessun dato permette di verificare che l’aumento dei contributi degli ultimi anni (nel solo 2004 +3,8%) sia stato sostenuto dalle imprese, ma al contrario i dati disponibili sembrano indicare che si siano riflessi in una riduzione del reddito disponibile dei lavoratori (dati INPS rielaborati da NIDIL CIGL indicano che la media dei compensi in base ai contribuenti era cresciuta tra il 99 e il 2001 da 13.000 a 16.000 euro annui, ma è poi diminuita negli anni successivi ed è inferiore agli 11.000 euro nel 2004). Aumentare i costi previdenziali per i collaboratori o le partite IVA non significa aumentare i costi per le imprese (la maggior parte di noi non ha potere contrattuale per rivalersi sulle imprese) e quindi non rappresenta un elemento di dissuasione delle imprese. Tra il 95 e oggi i contributi alla gestione separata INPS sono passati da 0 a quasi il 20% e le collaborazioni e le partite IVA, ben lungi dall’essere scoraggiate, sono notevolmente aumentate. Peraltro tutto ciò non è neppure servito a creare una protezione pensionistica adeguata, dato che le aliquote di computo per la pensione sono le più sfavorevoli nel sistema previdenziale italiano. Proprio perché conosciamo l’evoluzione dei diritti previdenziali che corrisponde ai versamenti effettuati non possiamo che assimilare i contributi a ulteriori tasse e non a risparmi!
  5. Sabatino Rispondi
    Finalmente risposte sensate ai problemi causati dalla legge Biagi ! Perchè la flessibilità deve coniugarsi con minor diritti dei lavoratori e non un riconoscimento per la flessibilità offerta ? Nei miei 33 anni di lavoro ho cambiato almeno varie società con periodi da due ad undici anni senza problemi....ma con tutti i diritti che ci riconosce la nostra Costituzione ! Oggi si vuole flessibilità unita a costi bassi di lavoro e nessun diritto nè immediato nè futuro ! La flessibilità ha bisogno di un maggior costo per l'imprenditore e la precarietà scomparirebbe automaticamente.