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  1. Gianluca Cocco Rispondi
    Se è cosi sicuro che l'art. 18 rende difficilissimo licenziare perchè non ci fornisce dei dati che rendano inconfutabile quanto lei asserisce? Saluti
  2. luca amendola Rispondi
    Credo non ci sia dubbio che le motivazioni principali per cui le aziende praticano i contratti a tempo determinato siano due: l'art. 18 che rende difficilissimo il licenziamento e l'enorme convenienza fiscale. Per alleviare i problemi mi sembra quindi che si dovrebbe da una parte rendere piu' accettabile il "posto fisso" per le aziende (e quindi abrogare l'art. 18 e ridurre la convenienza fiscale dei contratti a tempo determinato) e dall'altra rendere piu' accettabile il "precariato" ai lavoratori istituendo una qualche forma di salario di disoccupazione per tutti. Abolire l'Art. 18 in cambio del salario di disoccupazione: questo è il negoziato che un sindacato intelligente dovrebbe avviare.
  3. Gianluca Cocco Rispondi
    Vorrei rispondere al Sig. Eugenio La Mesa. Per dirgli che è sempre una brutta abitudine considerare la propria piccola realtà circostante rappresentativa della realtà complessiva. Che serie analisi empiriche dimostrano che non c’è alcuna relazione tra nanismo imprenditoriale e art. 18. Che negli anni 90 solo 2 lavoratori su 100 hanno fatto ricorso invocando la tutela reale contro un licenziamento e più della metà di essi ha perso la causa. Che negli stessi anni ci sono stati 2 milioni e mezzo di licenziamenti. Che, per questo motivo, la relativa disciplina non può essere considerata rigida, salvo includere nell’accezione di rigidità l’impossibilità di disfarsi dei lavoratori per motivi non disciplinari soppiantandoli con altri lavoratori. In quest’ultimo caso la differenza tra persone e merci sarebbe infinitesima! Che una volta tanto dovrebbero essere gli altri Paesi ad ispirarsi al nostro e che l’Italia dovrebbe sbandierare la tutela reale (una volta estesa a tutti) in tutta Europa, proprio perché introduce un elemento di distinzione tra lavoratore/merce e lavoratore/persona, conferendo a quest’ultimo una dignità non indifferente. Saluti Gianluca Cocco
  4. Gianluca Cocco Rispondi
    La proposta è interessante e alcuni passaggi sono sacrosanti (ad es. abolizione di contratti inutili), ma 9 anni di precariato rischiano di dilungare i tempi di stabilizzazione per molti lavoratori rispetto alla situazione attuale. Inoltre la possibilità di derogare mediante la “libera contrattazione” delle parti rischia di compromettere il percorso di stabilizzazione, perché la contrattazione non è mai libera se una delle parti si trova in posizione di forte disparità rispetto all’altra. Considerata la situazione di precarietà che si è venuta a creare, ogni proposta volta a ridurla ben venga, anche se andrebbe inquadrata in una riforma complessiva della legislazione del mercato del lavoro. Penso al problema dell’esercizio dei diritti sindacali e del diritto alla tutela reale, sottratti a milioni di lavoratori, che riveste un’importanza non minore del problema precarietà. In entrambi i casi andrebbero estesi a tutti i lavoratori a prescindere dall’organico in cui essi lavorano. Saluti Gianluca Cocco
  5. Eugenio La Mesa Rispondi
    Interessante la proposta, ma anche lo osservazioni fatte da altri lettori sollevano degli interrogativi. Nella mia esperienza la questione fra le piu' importanti per le aziende è la liberta' di licenziare. So di affrontare un tema delicato, ma se non si affronta questa cosa le varie proposte che voi fate avranno un impatto limitato, sopratutto nelle aziende con piu' di 15 dipendenti. In particolare c'e' da ridiscutere l'art 18 dello Statuto dei lavoratori e l'obbligo del reintegro per il licenziamento senza giusta causa. Mi risulta che in nessun paese europeo ci sia questa cosa, e inoltre, come documentato da Pietro Ichino, sono circa 9.500.000 i lavoratori che hanno le tutele dell'art. 18, mentre circa 12.500.000 non lo hanno (fra i quali i dipendenti dei partiti e dei sindacati, grazie ad apposita legge degli anni 90, fatto molto curioso). Bisogna avere il coraggio politico di affrontare questa questione, altrimenti condanniamo le aziende italiane al nanismo (conosco piu' di una persona che di proposito non fa crescere l'azienda per non superare la fatidica soglia dei 15). Se ci fosse liberta' di licenziare (previo indennizo economico prestabilito) ci sarebbe meno bisogno dei contratti a tempo determinato.
  6. Eugenia Scandellari Rispondi
    La sua proposta prevede solo due tipi di contratto, quello a tempo indeterminato e quello temporaneo limitato. Ma questo rischia di creare le condizioni perché le aziende, se non vogliono o non possono inserire personale con contratti di dipendenza, cerchino altre vie (ad esempio collaborazioni con partita IVA), oppure rinuncino del tutto a nuovi inserimenti lavorativi. Ad esempio quale azienda assumerebbe un tecnico informatico o un formatore specializzato che ha utilizzato finora per 1 o 2 mesi l’anno? Si rischierebbe di creare un enorme numero di disoccupati fra persone di 30-40-50 anni che difficilmente potrebbero trovare un lavoro adeguato come dipendenti. Inoltre, affermare che il lavoro dipendente a tempo indeterminato è l’unico che dà sicurezza vuol dire non aver compreso la natura delle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro in generale: il lavoratore dipendente nei settori dei servizi e in quelli industriali in crisi (soprattutto entro le piccole imprese) vive nel terrore di perdere il proprio lavoro. In particolare i lavoratori dei servizi hanno vissuto sulla propria pelle una flessibilizzazione del lavoro (cambiamento di mansioni e delle competenze richieste) che ha creato un forte senso di frustrazione e di insicurezza; sostenere che l’unico lavoro accettabile sia quello dipendente e a tempo indeterminato aumenta la paura e l’incertezza di trovarsi da un momento all’altro esclusi da tutto questo. Si dimentica spesso che esiste una parte di lavoratori atipici che tende in realtà al lavoro autonomo in generale, piuttosto che al lavoro dipendente. Occorrerebbe pensare a come incentivarli, non a come riportarli entro i confini del lavoro dipendente di stampo fordista.
  7. Luca A. Marcenò Rispondi
    Concordo in pieno su quanto affermato da Andrea Moro, ritenendo che il vero limite della Proposta Ichino stia proprio nel rischio, quasi concreto, di provocare nei fatti uno spostamento in avanti della ricerca di una proficua allocazione delle risorse umane. uno spostamento che risulterebbe deleterio sia socialmente che umanamente per il povero 35-40enne che dopo avere trascorso 9 anni in tre aziende diverse, magari svolgendo mansioni non proprio uguali nelle 3 esperienze pregresse, si ritrova, in un'età in cui magari ha già una famiglia a carico, a dovere rimettersi sul mercato del lavoro nella speranza di essere assunto ormai soltanto a tempo indeterminato. Non è forse questa la peggiore delle precarizzazioni del mercato del lavoro? allora meglio una flessibilità di strumenti e tipi contrattuali.
  8. Andrea Moro Rispondi
    Dato il limite di spazio imposto dai vostri commenti, riassumo qui il mio parere: Nella proposta nulla vieta alle aziende di impiegare continuamente lavoratori con contratti a tempo determinato assumendo un giovane diverso ogni tre anni. L'onere della riduzione della precarieta' quindi sta tutto sulle spalle dei giovani lavoratori, che devono cercare di trovare al piu' presto possibile un'azienda disposta a (e capace di) rinnovare il contratto; esaurite le tre possibilita' il giovane si trovera' letteralmente sulla strada, visto che nessuna azienda sara' disposta ad assumerlo direttamente a tempo indeterminato. In questo modo ci troveremmo nel 2015 con un esercito di quarantenni disoccupati e non impiegabili. In un'ottica di equilibrio generale, l'unica speranza e' che questa limitazione alzi il prezzo del contratto limitato (e cioe' il salario minimo richiesto) al punto tale che diventi poco conveniente alle aziende il loro utilizzo. Ma questo avrebbe conseguenze poco desiderabili sulla domanda di lavoro: se i contratti diventano troppo costosi, allora poche aziende saranno disposte ad utilizzarli. A me pare che se la precarieta' fosse davvero un male (il che e' discutibile), l'unico modo per limitarla sarebbe di imporre alle aziende di non abusare dei contratti a tempo determinato, per esempio impedendo in qualche modo la possibilita' di rinnovo di tali contratti, o limitandone l'utilizzo in certi settori della produzione, o imponendo una percentuale massima di lavoratori a tempo determinato.