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  1. Lorenzo Sandiford Rispondi
    Mi sembra una buona proposta e semplice da realizzare, al contrario di quanto sostiene uno dei commenti precedenti. E mi è già capitato di leggere "disclosures" di quel tipo in alcuni articoli di varie testate, così come ne trovo costantemente in numerose newsletter finanziarie estere. Non mi sembra ragionevole non fare nulla con la giustificazione che non si tratta di misure perfette e che non offrono garanzie assolute. Il fatto che questa misura non sia sufficiente, come riconosce lo stesso Vella, non significa che non sia utile e necessaria. Del resto non mi sembra sufficiente nemmeno lo statuto dell'impresa editoriale, se non altro perché già esistono in molte testate nette separazioni tra pubblicità e redazione giornalistica, e questo non impedisce il manifestarsi di sudditanze e faziosità. Ma anche in questo caso sarebbe una misura utile. E mi sembra altrettanto utile la proposta di un precedente commentatore di disvelare le eventuali iscrizioni a partiti e sindacati o conflitti d'interessi d'altro genere dei giornalisti. Lo so che in Italia è un tabù parlare di ciò e che l'influenza di un partito è in effetti meno forte della sudditanza verso la proprietà (da cui dipende la sopravvivenza del giornalista), ma non vedo come la trasparenza anche in questo ambito possa intaccare la libertà del giornalista. Infatti, per prima cosa, bisogna distinguere il libero orientamento politico o la partecipazione a manifestazioni dalla vera e propria iscrizione a un partito, che sono due cose completamente diverse. E, secondariamente, il dichiarare la propria appartenenza non impedisce assolutamente al giornalista di fare il proprio dovere e restare indipendente, come dimostrano alcuni grandi nomi del giornalismo italiano. Se poi un giornalista preferisce non avere etichettature, è bene che non si iscriva a partiti: nessuno per questo gli impedirà di votare e partecipare a manifestazioni politiche. Lorenzo Sandiford
  2. Antonio Bottoni Rispondi
    Credo utile rilevare che non sempre i giornalisti hanno cultura economica. Due esempi: Ferrara sulla 7 si è limitato a non commentare il cosidetto cambio a 1500 per un euro dichiarandosi non esperto in economia; Sansonetti nel confronto con Berlusconi in un recente Omnibus si è dichiarato non preparato anche lui in economia.
  3. Roberto Seghetti Rispondi
    No, non basta il chiarimento sugli interessi dell'editore. La Fnsi, Federazione della stampa, il sindacato dei giornalisti, ha per questo motivo preparato una possibile proposta di legge sullo statuto dell'impresa dell'informazione. Per questa proposta si è preso spunto anche dalla market abuse, dalla divisione obbligata tra chi produce prodotti di risparmio e chi li colloca. E ci si è chiesti: perché per il risparmio è possibile e si pensa che funzioni e per l'informazione no? Allora: separare la responsabilità della conduzione economica, della pubblicità e del marketing dell'impresa dalla conduzione della testata. Con paletti e sanzioni basate sulla pubblicità degli errori o delle forzature. Il testo è a disposizione.
    • La redazione Rispondi
      La ringrazio delle indicazioni. Non sapevo dell’esistenza di questa “possibile proposta” e cercherò di procurarmi il testo. Ho però una semplice e banale osservazione. Fermo restando che la trasparenza sugli assetti azionari non rappresenta certo, come dicevo anche nell’articolo,una panacea contro tutti i rischi di conflitto di interessi, prima di pensare a nuove leggi non si può , almeno, applicare quelle misure che già ci sono e che gli stessi giornalisti hanno adottato in via di autoregolamentazione?
  4. Guido Di Massimo Rispondi
    Il problema che Lei richiama è importante e andrebbe affrontato con decisione, ma un codice di autoregolamentazione difficilmente raggiungerebbe lo scopo. L’adeguatezza di un “adeguato standard di trasparenza sulla proprietà editoriale del giornale e sull’identità e gli eventuali interessi di cui siano portatori i suoi analisti e commentatori esterni, in relazione allo specifico argomento dell'articolo» penso sarebbe troppo soggettiva; e ricordare di volta in volta “al lettore chi è l’editore del giornale quando un articolo tratti problemi economici e finanziari che direttamente lo riguardino o possano in qualche modo favorirlo o danneggiarlo" lo trovo poco agevole. Non sarebbe molto più semplice che ogni giornale, accanto alle indicazioni di legge su chi è il direttore responsabile indicasse la composizione della proprietà? – meglio ancora se queste indicazioni fossero riportate sotto la testata, come si fa per i giornali di partito che sotto la testata riportano la dicitura “organo del partito tal dei tali”. E considerando poi che, se la proprietà può influire nella possibile autocensura di un giornalista, i suoi orientamenti politici ed i suoi eventuali legami politici e sindacali influiscono sulla propria sensibilità ai problemi che tratta, non vedrei male che ogni giornale riportasse l’elenco dei propri giornalisti con accanto ad ognuno informazioni sulla iscrizioni a partiti, associazioni politiche e sindacati. Per la televisione una tabella simile potrebbe essere presente in una pagina del televideo. Mi rendo conto della quasi assurdità di questa seconda parte della proposta (in pratica solo provocatoria) e che essa contrasta decisamente con la riservatezza (quella che chiamano privacy), ma forse il principio della trasparenza, per chi fa certi lavori, dovrebbe essere superiore a quello della riservatezza. Ma con una tale trasparenza ne vedremmo delle belle!! Saluti cordiali. Guido Di Massimo
    • La redazione Rispondi
      Grazie delle osservazioni e concordo con Lei sulla utilità di una indicazione generale sugli assetti proprietari delle testate (e ribadisco, anche quelle televisive). Ho qualche perplessità, invece, sulla proposta relativa alle indicazioni sulla iscrizione ai partiti. E’, infatti, cosa completamente diversa dalla informazione sull’azionariato del giornale, e attiene alle libere scelte politiche dei giornalisti che in questo modo rischierebbero di essere limitate.
  5. dino benetollo Rispondi
    In italia è merce rarissima il giornalista indipendente.L'editore puro non quì esiste ne a dx ne a sx.I giornali cosidetti "liberi"guardacaso sono quasi tutti "orientati"verso una parte politica.Rimpiangiamo sempre più il Montanelli del Giornale.Non parliamo del Corriere di Mieli perchè,con la sua direzione ed il beneplacito della proprietà da quotidiano ,da taluni ritenuto indipendente,é ora un giornale schierato in linea con Repubblica,Unità etc...Del corriere sono ora un ex lettore ma buon per me sono ora avido lettore di Topolino(in mancanza di meglio!)Almeno a queste FAVOLE posso anche crederci.
    • La redazione Rispondi
      La ringrazio, ma non condivido il suo pensiero. Se un giornalista è “libero”, come lei dice, non trovo niente di male che dica da che parte è orientato, anzi fa un’operazione di trasparenza nei confronti dei lettori. Il senso dell’articolo è proprio quello di favorire una analoga trasparenza degli assetti azionari delle testate per prevenire il sospetto che le opinioni siano condizionate da interessi economici. E, a proposito di Topolino, a chi appartiene la testata?