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  1. Gianluca Cocco Rispondi
    Gent.mi Professori Boeri e Garibaldi, Il vostro articolo, incentrato sulla necessità di creare un percorso verso la stabilizzazione, si sofferma sulle rigidità della legislazione dei licenziamenti, ritenuta evidentemente un ostacolo alla crescita dimensionale delle imprese. Questo fa pensare che attorno alla soglia dei 15 dipendenti si concentri un cospicuo numero di posizioni lavorative, che, tuttavia, non cresce a causa del timore dei datori di lavoro di ritrovarsi impossibilitati a licenziare in caso di esigenze produttive o per motivi disciplinari. E' cosi? Sono tanti i lavoratori che dipendono da imprese con un organico prossimo ai 15 dipendenti? Inoltre, se ritenete cruciale riformare la normativa sui licenziamenti, immagino che sul piano giudiziario la tutela reale abbia dimostrato di costituire un bavaglio per i datori di lavoro e che questi siano costretti a reintegrare sul posto di lavoro tutti i lavoratori che si rivolgono ai giudici. E cosi? Sono tanti i lavoratori che fanno causa? E tra questi ottengono quasi tutti il riconoscimento dell'assenza di una giusta causa o di un giustificato motivo? Potete fornire a noi lettori un quadro più esauriente, con i dati sulla composizione delle imprese in termini di organico? Su quanti denunciano i datori di lavoro in caso di licenziamento? Su quanti licenziamenti ci sono stati negli ultimi anni?
  2. Giuseppe Chimento Rispondi
    Mi sembra di notare una certa reticenza a rispondere ad una domanda ricorrente: non sarebbe corretto pagare il lavoratore precario "più" di quello garantito? Preciso di non essere un esperto in merito e quindi non escludo di non avere considerato tutte le conseguenze (o anche l'attuabilità) di una simile scelta, ma a me questo pare il nocciolo della questione. Penso fra l'altro che questo sia l'unico sistema per giungere veramente alla previdenza integrativa, considerato che sarebbe interesse del precario - se avesse i soldi per farlo - di impegnare in essa parte dei suoi guadagni.
    • La redazione Rispondi
      La paga di un precario rispetto a quella di un garantito non puo' essere fissata per legge. Viene determinata dal potere contrattuale delle parti. Certo, se i lavoratori temporanei avessero lo stesso potere contrattuale dei permanenti, si farebbero pagare di piu' per compensare la minore sicurezza dell'impiego.
  3. Carlo Rispondi
    A proposito del costo (per le aziende) del lavoro temporaneo, a mio avviso la convenienza principale delle aziende nell'impiegare lavoro temporaneo non sta tanto negli stipendi inferiori, ma nella possibilita' di disfarsene a piacimento in futuro, senza vincoli o quasi. In altre parole: anche se per le aziende il lavoratore temporaneo dovesse costare un po' in piu' di quello a tempo indeterminato, credo che continuerebbe ad essere preferito il primo, proprio per questo motivo.
  4. Carlo Rispondi
    Credo che le osservazioni di Giovanni Morozzo valgano per lavoratori particolarmente preziosi e difficili da sostituire. Se un lavoratore svolge compiti non estremamente complessi o tecnici, e' facilmente rimpiazzabile e formare un sostituto e' relativamente rapido, all'azienda converra' sempre e comunque mandarlo a casa e sostituirlo con un altro schiavo, ehm, pardon, lavoratore flessibile. E temo proprio che i lavoratori in questa condizione siano la maggioranza. La vedo proprio nera... Gli autori cosa pensano del contratto italiano di inserimento, che da' dei benfici fiscali ma obbliga l'azienda a convertirne una certa percentuale (mi pare il 60%) in tempo indeterminato? Ritenete verosimile incentivare soluzioni di questo stampo?
  5. Alberto Lusiani Rispondi
    Nell'articolo si accenna ma non si elabora un punto a mio parere fondamentale: il costo di conversione tra contratto temporaneo e a tempo indeterminato. Invece proprio li' occorre agire, a mio parere. Per un'impresa e' conveniente, a parita' di costo totale del lavoratore, assumere a tempo determinato, perche' tale assunzione e' molto meno vincolata, specificamente per quanto riguarda costi e possibilita' di risoluzione del contratto. Un legislatore intelligente (e un sindacato intelligente) avrebbero fatto in modo che il costo totale del lavoratore temporaneo sia maggiore del costo di un lavoratore dipendente, per esempio caricandolo di maggiori costi contributivi. Invece in Italia si e' fatto addirittura l'opposto, dando due vantaggi per le imprese e due svantaggi ai lavoratori "outsider", e su questo sono stati complici tutti: destra, sinistra e sindacati. Il maggiore carico contributivo e' oltretutto giustificato perche' uno Stato decente dovrebbe pagare i periodi di disoccupazione dei temporanei e garantire loro pensioni paragonabili a quelle degli "insider" pur a fronte di una contribuzione non continua perche' intermezzata da disoccupazione. Il motivo di tutto questo peraltro e' chiarissimo: si sono scaricati sui giovani e lavoratori che spesso non per colpa loro hanno perso il lavoro i costi dell'inefficenza generale del sistema Italia, gravato da troppi handicap (dalla politica meglio pagate e meno qualificata d'Europa, a vasti settori di lavoratori improduttivi ma garantiti, sia nello Stato sia nelle industrie assistite. Saluti, Alberto Lusiani
  6. Giovanni Morozzo Rispondi
    Sono pienamente d'accordo con il commento precedente. Nessun imprenditore serio ha interesse a licenziare persone valide e formate all'interno dell'azienda (giovani o anziani che siano). La flessibilità del mondo del lavoro rispecchia i rapidi mutamenti del mondo globalizzato, le aziende sono costrette a mutare rapidamente (e spesso) la propria organizzazione e struttura produttiva (che ci piaccia o no). La flessibilità richiesta dalle aziende serve per rimanere sul mercato, non per poter licenziare chi gli pare.
  7. Stefano Parravicini Rispondi
    Non credo possibile arrivare ad una riforma equa del mercato del lavoro lasciando inalterate le protezioni di chi oggi è inserito a tempo indeterminato. Senza la possibilità reale di licenziamento non ci potrà essere una vera riforma del mercato del lavoro e si crcherà per forza a scaricare la flessibilità sui più deboli, cioè i giovani. Anche nel caso francese non credo che un imprenditore normale voglia licenziare un giovane addestrato per due anni se questo si dimostrasse capace e valido. Avrebbe interesse a licenziare solo chi non avesse dimostrato qualità sufficienti.
  8. Paolo Dall'Aglio Rispondi
    Vorrei porre una domanda, visto che non sono un esperto. Mi sembra evidente che i questo momento c'e` uno squilibrio enorme tra contratti precari e contratti stabili. I primi sono molto comodi per il datore di lavoro e costano anche molto meno. Insomma hanno tutti i vantaggi. E hanno tutti gli svantaggi per il lavoratore. Non sarebbe giusto che il costo (e il guadagno per il lavoratore) fosse inversamente proporzionale alle garanzie? Se voglio assumere un lavoratore senza dargli garanzie posso farlo, ma lo devo pagare molto di piu` (anche come contributi) - a parita` di masioni - rispetto ad uno garantito. Qui sia per il lavoratore che per il datore di lavoro ci sarebbe una possibilita` di scelta che di volta in volta privilegia l'uno o l'altro aspetto. Vorrei sapere se la mia idea ha senso grazie mille e buon lavoro
  9. riccardo boero Rispondi
    Egregio prof. Boeri, ritengo che la sua proposta pecchi di un'inadeguata analisi della geografia dell'impiego, che sottovaluta sia in Italia che in Francia il ruolo delle imprese piccole o piccolissime. Un percorso verso la stabilita` in tali casi e` inconcepibile. Il piccolo business ha bisogno di manodopera ora, e forse non piu' fra 2 o 3 anni, e un'estrema flessibilita` e` conditio sine qua non di ogni assunzione. Non vi e` quindi errore nella politica di entrambi i paesi, ma paghiamo invece le conseguenze della fondamentale perdita di importanza della grande impresa, handicappata sia in Italia che in Francia da alti costi, rapaci fiscalita`, e eccessiva regolamentazione, e che cede vieppiu' alla concorrenza internazionale. Questa non insidia che marginalmente le microimprese italiane e francesi, che sostanzialmente assicurano la maggior parte dell'impiego, ma richiedono per l'appunto estrema flessibilita`, e non possono certamente garantire il "corporate welfare" nel senso di Drucker. Le agitazioni anti-CPE sono dunque paradossalmente conseguenza ultima proprio della sconfitta della grande impresa italiana e francese di fronte alle superiori performance di sistemi produttivi piu' flessibili e liberisti. Distinti saluti
  10. antonio Rispondi
    Voglio farmi una domanda. Che gli obbiettivi da perseguire sono quelli di aiutare le imprese a competere e garantire livelli di reddito accettabili ai lavoratori siamo tutti d’accordo. Che le 2 variabili su cui intervanire nel breve periodo (perché nel lungo bisogna puntare sull’innovazione) siano flessibilità del lavoro e riduzione del costo del lavoro siamo altrettanto d’accordo. La flessibilità implica costi dovuti agli ammortizzatori sociali, la riduzione delle tasse sulle imprese costa anch’essa. Ma se tutto non si può ottenere, estremizzando mi chiedo per l’economia di un paese, per le imprese e per i lavoratori su cosa è meglio puntare: flessibilità (con costi ovviamente più alti del lavoro per finanziare gli ammortizzatori, e stipendi più alti), oppure riduzione tasse e riduzione di stipendi dei lavoratori con assenza di flessibilità? Grazie per l’attenzione.