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Non solo greggio

Nell’ultimo anno i prezzi dei carburanti sono notevolmente aumentati. All’origine dei rincari vi sono l’aumento delle quotazioni del greggio e le strozzature nella raffinazione. Ma sui prezzi alla pompa del gasolio si è scaricato anche un sensibile aumento del margine di distribuzione, destinato a remunerare la compagnia petrolifera e la distribuzione al dettaglio. E’ cresciuto di circa il 30 per cento. Le compagnie e i distributori finali potrebbero aver compensato la discesa dei volumi di vendita di benzina con un aumento dei margini unitari sul gasolio.

Nell’ultimo anno i prezzi alla pompa dei carburanti sono notevolmente aumentati.
Sullo sfondo c’è la forte ascesa delle quotazioni del greggio. Ma in molti casi, i prezzi internazionali dei derivati del petrolio hanno sperimentato aumenti di intensità addirittura superiore a quelli della materia prima.

Lo scenario

La crescita della domanda di benzine, gasoli e jet fuel si è infatti scontrata con le rigidità nella capacità di raffinazione: il tasso di utilizzo degli impianti è arrivato ai massimi storici e il livello delle scorte si è sensibilmente ridotto. La prima conseguenza è stata l’apertura dei differenziali di prezzo tra le varietà più pregiate di greggio, come il Brent del mare del Nord, e le quotazioni internazionali di carburanti e combustibili.
Il 1° gennaio del 2005, in Europa, sono poi entrati in vigore standard più restrittivi sul contenuto massimo di zolfo nei carburanti, circostanza che ha contribuito ad alimentare ulteriormente la corsa dei prezzi. (1)
Secondo le rilevazioni raccolte dal ministero dell’Economia e delle finanze, nell’ultimo anno la quotazione del gasolio di riferimento per il mercato italiano (media dei contratti Spot – Cif), espressa in euro, è rincarata del 48 per cento, quella della benzina senza piombo del 67 per cento. (2)

Gasolio rincarato il doppio della benzina

Il prezzo alla pompa del gasolio da autotrazione è però aumentato di quasi il doppio della benzina: in media nel 2005 i prezzi del gasolio auto sono rincarati del 19 per cento, quelli della benzina di circa il 10 per cento. Il prezzo industriale del gasolio da autotrazione è anche divenuto il più elevato dell’Unione Europea, nonostante l’Italia continui a esserne il principale raffinatore ed esportatore.
È importante sottolineare che questa apertura si è prodotta sullo sfondo di consumi di benzina sulla rete italiana in diminuzione (-7,5 per cento nei primi dieci mesi del 2005) e vendite di gasolio in crescita (+4,3 per cento sullo stesso periodo).
L’aumento dei consumi di gasolio da autotrazione è dovuto alla sua maggiore resa e al vantaggio fiscale legato a una più bassa imposta di fabbricazione, che negli ultimi anni ha condotto a una forte crescita delle immatricolazioni di veicoli diesel.
Il differenziale di prezzo alla pompa tra benzina e gasolio si è pressoché dimezzato, scendendo dai 18-19 centesimi/litro del triennio 2002-2004 a 11 centesimi/litro del 2005. Di conseguenza anche il beneficio economico dell’alimentazione a gasolio si è sensibilmente ridotto.
Stando alle rilevazioni Istat, tutto ciò è avvenuto tra dicembre 2004 e gennaio 2005, quando a una diminuzione del 5 per cento dei prezzi alla pompa della benzina si è contrapposto un aumento dell’1,4 per cento dei prezzi del gasolio auto.
L’andamento non ha radici in mutamenti nella fiscalità sui carburanti: l’imposta di consumo è, infatti, aumentata, ma solo successivamente, alla fine del mese di febbraio (di circa un centesimo/litro per il gasolio auto e mezzo centesimo/litro per la benzina). La ragioni vanno dunque ricercate altrove.

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Il gap tra prezzi italiani ed europei

Se all’origine dei rincari vi sono questi fenomeni, per una valutazione della congruità o meno degli aumenti alla pompa osservati sul mercato italiano è utile analizzare l’evoluzione comparata dei prezzi rispetto alla media europea. Gli shock, tanto quello legato al greggio e alla capacità raffinazione quanto quello sugli standard di qualità, sono per loro natura simmetrici, dunque dovrebbero produrre effetti simili in tutti i mercati europei.
Rispetto alla media europea il mercato italiano è storicamente caratterizzato da prezzi alla pompa più elevati sia del gasolio auto che della benzina; essenzialmente per via di un maggiore carico fiscale.
Le figure 1 e 2 descrivono l’andamento del differenziale di prezzo alla pompa Italia-Unione Europea nell’ultimo quinquennio. Nel caso nel gasolio la figura 1 documenta una sensibile apertura tra i prezzi italiani ed europei a partire dal mese di dicembre dello scorso anno, con prezzi sul mercato italiano che divengono in media superiori di 5 centesimi/litro, rispetto a una media di 2 centesimi/litro del quadriennio 2001-2004. Nel caso della benzina il differenziale oscilla intorno ai  4 centesimi/litro, ma non evidenzia una chiara tendenza ascendente.

I margini di distribuzione

Un passo ulteriore è quello di esaminare l’evoluzione nel tempo dei margini di distribuzione, misurati dalla differenza tra il prezzo industriale del prodotto raffinato e la sua quotazione internazionale di riferimento. (3) Il confronto è illustrato dalle figure 3 e 4.
Per il gasolio da autotrazione si osserva un sensibile aumento del margine di distribuzione che da una media di 12 centesimi/litro del quadriennio 2001-2004 sale a 16 centesimi/litro nel 2005, in crescita di circa il 30 per cento. Anche in questo caso l’aumento dei margini è datato al dicembre del 2004, in corrispondenza del quale si osserva un salto. Per la benzina il fenomeno è meno netto, si passa dai 14 centesimi/litro del quadriennio 201-2004 ai 15 centesimi/litro del 2005, in aumento dell’8 per cento.
Questi dati suggeriscono che alle sollecitazioni provenienti dai mercati internazionali, del greggio e dei suoi derivati, sui prezzi dei carburanti nel mercato italiano, in particolare del gasolio da autotrazione, si sia scaricato anche l’effetto di un innalzamento dei margini di distribuzione. L’ipotesi più plausibile è quella secondo cui le compagnie o i distributori finali abbiano compensato la discesa dei volumi di vendita seguita ai rincari del greggio con un aumento dei margini unitari.
Il fatto poi che questo sia avvenuto con un sincronismo quasi perfetto, potrebbe sollecitare anche l’attenzione dell’Antitrust. Forse, per aprire un’indagine ci sarebbe materiale.

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(1) Direttiva 2003/17/Ce.
(2) “Quaderno dei prodotti petroliferi”, Dipartimento del Tesoro.
(3) I margini sono destinati a remunerare l’attività di distribuzione sul territorio, ossia la compagnia petrolifera e il distributore finale.

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  1. Matteo Olivieri

    Gentile autore,
    autorevoli analisti si sono spesi in previsioni pessimistiche sulle riserve mondiali di petrolio, come da numerosi contributi che compaiono regolarmente su Scientific American dal 1998.
    L’investimento in impianti di raffinazione rischia di non essere conveniente se teniamo conto degli scenari di raggiungimento del picco in una forbice che va dal 2012 al 2025, nelle analisi più serie.
    A questo è ragionevole aggiungere con Lei che, all’avvicinarsi del burrone, gli oligopoli del greggio tentino di riempire le tasche quanto più possibile.
    Le vorrei porre però questa domanda: considerando il calo dei prezzi dei prodotti agricoli e i costi per la Comunità europea in contributi che hanno martoriato il mondo verde in questi ultimi vent’anni non si poteva cominciare prima nell’addizione di bioetanolo e biodiesel nei due carburanti?
    E’ verosimile affermare quanto previsto da Raul Gardini tanti anni fa sulla convenienza di questo approccio.
    Ora parte di quegli aumenti che consideriamo ingiustificati sarebbero senz’altro calmierati da percentuali di biocombustibili, il cui prezzo beneficia anche del progresso delle tecniche e delle tecnologie.
    Aggiungo per completezza però che sempre sulla stessa rivista Scientific American sono stati frequenti gli articoli che mettono in discussione la produzione di biocombustibili, additata di essere in deficit energetico se si considerano tutti gli input e gli output di combustibili fossili immessi nel processo di produzione e trasformazione (stanti le condizioni attuali).

  2. Massimo Leonardi

    Finalmente qualcuno che presenta dei conti e fa considerazioni che chiariscono le idee e non butta cifre e percentuali a casaccio come in genere avviene nei tg e gr. Premetto che sono totalmente ignorante in materia economica e l’articolo in questione mi ha confermato con i dati quelle che erano sensazioni provate da tempo. Da ignorante pongo alcune domande. E’ lecito pensare che lo Stato (Antitrust) non interviene poiché tutto sommato torna comodo ciò che sta avvenendo soprattutto per non rimetterci nel gettito IVA? Se si allarga lo sguardo a tutto il settore energetico, si può considerare una anomalia il fatto che in un periodo di forti tensioni sui prezzi della materia prima le aziende che la commerciano e producono con esse energia scoppiano di salute come non mai? Vi sono casi analoghi nel passato? E’ verosimile che gli aumenti che l’autority per l’energia ci ha rifilato in bolletta e quelli dei distributori di carburanti alla pompa, eccedano la reale incidenza sul prezzo del prodotto finito dell’aumento del prezzo della materia prima? Quello che avviene in Italia sta avvenendo anche nel resto della Comunità europea? E’ da malpensanti supporre che la liquidità di cui dispongono, almeno a livello europeo, le aziende energetiche e che gli permette di fare shopping a colpi di opa in contanti derivi, almeno in parte, da un meccanismo come quello sopra ipotizzato?
    Sarebbe interessante se scriveste con la vostra abituale chiarezza e competenza anche su questi argomenti. Se lo avete già fatto, per cortesia, indicatemi dove posso rintracciare i vostri lavori.
    Grazie

    • La redazione

      Caro Massimo Leonardi,
      ti ringrazio per gli apprezzamenti che vanno tutti alla Redazione de lavoce.info per lo sforzo editoriale.
      Vengo alla tua prima domanda: lo Stato non interviene perché trae vantaggio dal gettito IVA? Credo ancora nelle Authority indipendenti (Antitrust), le cui prerogative e i cui poteri sanzionatori potrebbero certamente essere rafforzati.
      Seconda domanda: molta salute per l’energia in un periodo di “vacche magre”? Da sempre alle tensioni sui mercati petroliferi si accompagna un aumento dei profitti dell’industria di settore. Un esempio per tutti: quando l’uragano CATRINA distrusse le raffinerie nel golfo del Messico, nell’immediato l’unico settore industriale ad aver migliorato le proprie prospettive di redditività fu quello dell’energia (Fonte: IBES).
      Riguardo alla questione su aumenti delle bollette e impiego della liquidità generata, posso solo indicarti un precedente articolo dal titolo “Prezzi alti, concorrenza scarsa (LINK)”). Di sicuro chi ci perde sono i consumatori…almeno quelli che in portafoglio non detengono le azioni del settore!!
      Saluti
      Donato Berardi

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