L’Unione europea è uno dei principali produttori ed esportatori mondiali di prodotti tessili e dell’abbigliamento. Preoccupa perciò l’aumento delle importazioni dalla Cina. Nel lungo periodo la liberalizzazione del commercio aumenterà il benessere mondiale, ma resta il problema di come governare la transizione. Negli Stati Uniti, una clausola speciale permette di sussidiare le aziende in crisi a causa dell’improvviso aumento della concorrenza internazionale. L’Europa potrebbe studiare una misura di sostegno simile, fruibile anche dalle piccole imprese.

A gennaio e febbraio le importazioni per l’Unione Europea di prodotti tessili e dell’abbigliamento dalla Cina hanno mostrato incrementi anno su anno a due cifre, che hanno conquistato le prime pagine dei giornali, non solo economici.
I paesi dell’Unione europea sono tra i principali produttori ed esportatori mondiali di prodotti tessili e dell’abbigliamento, con oltre il 4 per cento del valore aggiunto manifatturiero totale, circa 177mila imprese, 2,7 milioni di lavoratori, di cui il 74 per cento donne. In Italia, in particolare, il settore del tessile e abbigliamento ha un ruolo di primo piano, con circa 70-80mila imprese che occupano 600mila addetti, e un peso di oltre il 9 per cento sul valore aggiunto manifatturiero nazionale. L’aumento delle importazioni dalla Cina quindi preoccupa, anche perché questo settore ha già perso molti occupati negli ultimi anni (le stime per l’Unione Europea parlano di un milione di posti lavoro nel decennio 1990-2000).

Una liberalizzazione attesa

In realtà, si tratta di risultati in buona parte attesi a causa della programmata, e pressoché piena, liberalizzazione degli scambi mondiali nel settore a partire dal primo gennaio 2005. L’opinione pubblica italiana è però abituata a prestare poca attenzione alle dispute commerciali dell’Unione Europea anche perché in genere non riguardano i nostri “campioni nazionali”, ma sono in settori come l’acciaio o gli apparecchi civili di grandi dimensioni (per tutti il caso Airbus-Boeing) che non ci vedono protagonisti.  Recentemente, però, l’antico dibattito tra libero commercio e protezionismo è assurto agli onori della cronaca e, come ci siamo abituati a vedere, la discussione porta spesso a schieramenti rigidi (talvolta faziosi) e non si riesce più a capire quale sia la vera questione.
Occorre innanzitutto ricordare che il sistema di quote sul settore tessile-abbigliamento – noto come accordo multifibre fino ai primi anni Novanta, poi tramutatosi nel 1995 in “Accordo su tessile e abbigliamento” (Agreement on Textile and Clothing, Atc) – prevedeva fin dal suo inizio la piena liberalizzazione nel 2005. Per essere più precisi, già l’Atc era un accordo di transizione che prorogava il precedente accordo multifibre. Riportiamo nel grafico in fondo le tappe della liberalizzazione. Come si può notare, i governi occidentali (e le imprese) hanno avuto molto tempo per preparare la transizione.

La soluzione degli Stati Uniti

Unanimemente, gli studi di organizzazioni internazionali mostrano che il benessere mondiale nel lungo periodo aumenterà (vedi Oecd, 2003). Tuttavia, rimane un problema riconosciuto anche dai più accesi sostenitori del libero scambio: come governare la transizione verso il lungo periodo? Come riuscire a convincere i lavoratori e gli imprenditori delle piccole imprese (soprattutto in Italia) costrette a chiudere che tutti (compresi loro stessi) “staranno meglio”? Negli Stati Uniti dal 1974 all’interno dell’International Trade Act, la legge regolatrice della politica commerciale statunitense, è in vigore una speciale clausola che permette di sussidiare le imprese in crisi, letteralmente quando soffrono “a serious injury”, una seria difficoltà, a causa dell’improvviso aumento della concorrenza internazionale.
Nota come Section 201, la misura prevede l’intervento straordinario nell’ottica di una redistribuzione dei benefici del libero scambio. In particolare, accanto alle misure anti-dumping, lo Stato federale interviene con programmi specifici sia a beneficio delle imprese (attraverso la Economic Development Administration, un organismo del Department of Commerce), sia a favore dei lavoratori (attraverso programmi di riqualificazione gestiti dal Department of Labor). Section 201 dà luogo a un Trade Remedy Assistance Program temporaneo, volto a eliminare le “conseguenze negative” del libero commercio per coloro che ne sono più colpiti.
Section 201 è sicuramente una misura controversa poiché pone un problema di giustizia tra coloro che subiscono cambiamenti nella struttura del commercio internazionale e quelle imprese e quei lavoratori che, rispettivamente, falliscono o divengono disoccupati per altre cause (ad esempio, un andamento negativo del ciclo economico). Perché aiutare le imprese in crisi per l’”improvvisa” apertura delle frontiere ai prodotti tessili? E, perché, invece, non aiutare le imprese colpite da una congiuntura bassa o da una politica monetaria fortemente restrittiva? Tuttavia, la valutazione dell’efficacia dei programmi di sostegno alle imprese attraverso Section 201, commissionata all’”Urban Institute” di Washington, mostra che, laddove la selezione è stata “vera” (circa duecento imprese erano ammesse al programma ogni anno), l’intervento è stato efficace: per ogni dollaro investito nel sostegno, le vendite dell’impresa aiutata sono aumentate di 87 dollari.

Quale politica commerciale per l’Europa

In Europa questo tipo di interventi non è contemplato dalla legislazione corrente. Le imprese colpite da improvvisi aumenti nelle importazioni possono solamente attivare gli strumenti difensivi tradizionali delle clausole di salvaguardia e delle misure anti-dumping, come quella attuata nei giorni scorsi sulle fibre sintetiche.  Ha senso sollecitare una Section 201 a livello europeo? Noi non ne sposiamo l’adozione tout court, che implicherebbe non pochi problemi di attuazione (ad esempio, siamo sicuri che le misure rimarrebbero “temporanee”? Non rischiamo di aumentare la burocrazia di Bruxelles?).
Tuttavia, auspichiamo uno spostamento del dibattito dall’adozione di misure impossibili e dannose (immaginate se l’Arkansas o la Toscana volessero imporre dazi sulle magliette provenienti dal Messico o dall’India) al modo complessivo di fare politica commerciale a livello europeo. La fine dell’Atc può servire per riflettere sugli strumenti di politica commerciale a disposizione dell’Unione Europea e non come scudo per improbabili dazi. In particolare, alcune misure di sostegno potrebbero essere fruibili anche da parte delle piccole imprese, il cui accesso agli strumenti difensivi tipici, come le misure anti-dumping, non è automatico ed è certamente mediato dal sistema politico nazionale. Questo argomento dovrebbe essere più caro al nostro paese che non il cercare di promuovere ostacoli al commercio internazionale. Storicamente, gli ostacoli si sono sempre ritorti contro chi li ha imposti.

Per saperne di più

De Arcangelis, G. (2005), Economia Internazionale, McGraw-Hill (pagg. 151-3, 180-1, 194-6).
European Commission, (2004) Study on the Implications of the 2005 Trade Liberalization in the Textile and Clothing Sector, Consolidated report “2005 T/C Liberalisation” Ifm and partners – Part 1, Paris, February 2004.
Lankes, H.P. (2002) “Market Access for Developing Country Exports”, Finance & Development (September 2002), pagg. 8-13.
Irwin, D. (2003), “Causing Problems? The Wto Review of Causation and Injury Attribution in Us Section 201 Cases”, The World Development.
Nordas, H.K. (2004), “The Global Textile and Clothing Industry post the Agreement on Textiles and Clothing”, Wto.
Oecd (2003), “Liberalizing Trade in Textiles and Clothing: A Survey of Quantitative Studies“, Working Party of the Trade Committee, TD/TC/WP (2003)2, Jan. 2003.
Urban Institute (1998), Effective Aid to Trade-Impacted Manufacturers. An Evaluation of the Trade Adjustment Assistance Program, Washington, November.


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